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Massacro di Treglia
Sacrario Ufficiali Trilj.jpg
Il sacrario per gli ufficiali fucilati a Treglia, nel Tempio Votivo del Lido di Venezia
TipoFucilazioni sommarie, rappresaglie
Data30 settembre-1º ottobre 1943
LuogoTreglia, Dalmazia
StatoItalia Italia
ResponsabiliReparti della SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen"
MotivazioneResistenza da parte di truppe italiane contro reparti tedeschi in seguito all'Armistizio italiano con gli Alleati. Cessione di armamenti ai partigiani jugoslavi.
Conseguenze
MortiCinquanta ufficiali, prevalentemente della Divisione Bergamo

Il massacro di Treglia fu commesso nel 1943 nella omonima località vicina a Spalato, in Dalmazia, dalla SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen" comandata dall'Obergruppenführer Karl Reichsritter von Oberkamp, dopo la resa delle forze italiane che presidiavano la piazza di Spalato.

Inquadramento storico-militareModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Invasione della Iugoslavia.

Il 6 aprile 1941 le forze armate tedesche, assieme a quelle italiane e ungheresi, scatenarono l'attacco alla Iugoslavia, che - lacerata da profondi e precedenti conflitti interni, con la conseguente defezione di gran parte dei militari croati - crollò in nove giorni: la richiesta di pace venne avanzata il 15 aprile e la resa venne firmata il 17.

La successiva spartizione della Jugoslavia previde la divisione della Dalmazia fra il Regno d'Italia e il neonato Stato Indipendente di Croazia. Nella parte annessa all'Italia venne creato il Governatorato della Dalmazia, costituito dalle tre province di Zara, Spalato e Cattaro[1].

Oltre a queste annessioni, secondo gli accordi fra l'Italia e la Croazia vennero costituite all'interno dei territori di quest'ultima due zone distinte: le cosiddette seconda e terza zona (la prima essendo quella annessa al Regno). Nella seconda zona il Regio Esercito esercitava ampi poteri di governo, mentre nella terza zona doveva dipendere dai desiderata del governo croato.

Le forze militari italiane sul terreno furono varie volte riorganizzate. Alla vigilia dell'armistizio, in Dalmazia esse erano così disposte:

  • La provincia di Cattaro era presidiata dalla divisione Emilia (con sede a Castelnuovo). Questa divisione faceva parte del XIV Corpo d'Armata che, schierato nel Montenegro (sede a Podgorica), dipendeva dal Comando Gruppo d'Armate Est (sede a Tirana)[2].
  • Nella parte della costa dalmata fra Cattaro e Spalato era schierato il VI Corpo d'Armata, con una giurisdizione che comprendeva un territorio da Rastozza (in croato Zaostrog) sino a Ragusavecchia (Cavtat), ed una profondità di trenta chilometri verso l'interno. Oltre a ciò, il VI Corpo d'Armata presidiava la penisola di Sabbioncello, le isole italiane di Curzola e Meleda e quelle croate di Giuppana, Mezzo, Calamotta, oltre a Lagosta, già territorio italiano fin dalla fine della Grande Guerra[3].
  • La parte nord e la parte centrale della regione ricadevano invece nella giurisdizione della Seconda Armata (comando a Sussak, un sobborgo di Fiume), agli ordini del generale Mario Robotti, che sovrintendeva all'intero scacchiere che andava dalla parte della Slovenia annessa all'Italia nel 1941 a nord fino alla Dalmazia centrale a sud. La Dalmazia italiana (esclusa la provincia di Cattaro) era presidiata dal XVIII Corpo d'Armata (generale Umberto Spigo), con sede a Zara[4]. Quest'ultimo Corpo d'Armata era a sua volta spiegato sul terreno con una Divisione a nord ("Zara", generale Carlo Viale e comando nella città di Zara) ed una a sud ("Bergamo", generale Emilio Becuzzi e comando nella città di Spalato)[5].

Sul versante tedesco la disposizione delle forze era invece la seguente:

  • Il neocostituito Gruppo d'armate F (Heeresgruppe F), di stanza a Belgrado, al comando del Generalfeldmarschall Maximilian von Weichs. Egli disponeva della 2ª Armata Corazzata (2. Panzerarmee, sede a Kragujevac), al comando del Generaloberst Lothar Rendulic. Il 12 agosto 1943 i tedeschi crearono all'interno della 2ª Armata Corazzata il 15º Corpo d'Armata di Montagna (XV. Gebirgs-Armeekorps), al cui comando venne posto il General der Infanterie Rudolf Lüters. I principali reparti che componevano il 15º Corpo d'Armata di Montagna erano i seguenti:
    • 4ª Brigata croata Cacciatori (4. kroat. Jäger-Brigade)
    • III Corpo croato (III. kroat. Korps)
    • II Corpo croato (II. kroat. Korps)
    • 373ª Divisione di Fanteria croata (373. Infanterie-Division (kroatisch))
    • 369ª Divisione di Fanteria croata (369. Infanterie-Division (kroatisch))
    • Divisione Volontari delle SS "Prinz Eugen" (SS Freiwilligen Division "Prinz Eugen[6])
    • 264ª Divisione di Fanteria (264. Infanterie-Division)
    • 114ª Divisione di Cacciatori (114. Jäger-Division)[7][8].

L'armistizio in DalmaziaModifica

Le prime reazioniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Armistizio di Cassibile, Proclama Badoglio dell'8 settembre 1943, Operazione Alarico e Operazione Achse.

Le reazioni dei militari italiani di stanza nel teatro dei Balcani alle notizie della firma dell'armistizio, col proclama di Badoglio dell'8 settembre e le conseguenti decisioni degli alti ufficiali e della truppa sono un segno tangibile dell'estrema improvvisazione dell'intera operazione. Gli eventi che si registrarono spaziano dal farsesco al drammatico.

In una relazione sui fatti, il comandante della 9ª Armata (Albania) Renzo Dalmazzo ricorda che i fanti autonomamente «la sera del giorno 8 disfecero le tende ed affardellarono lo zaino» per essere pronti a rimpatriare[9]. Ovunque sono registrate scene di giubilo, frammiste a frenetici tentativi dei comandi di contattare i propri superiori per ricevere conferma della notizia spesse volte ricevuta non attraverso le vie ordinarie ma grazie all'ascolto di radio straniere[10]. Non sono rare finanche alla sera dell'8 delle prese di posizione di assoluto scetticismo da parte di ufficiali che ritenevano tutto quanto un'invenzione propagandistica del nemico[11].

La particolarità della situazione in Dalmazia, con la contemporanea presenza di combattenti italiani e tedeschi, di collaborazionisti croati e cetnici, oltre che dei partigiani iugoslavi guidati dai comunisti di Tito, si rese evidente nell'assoluta eterogeneità delle decisioni dei comandi italiani: mentre a Cattaro e a Ragusa almeno parte degli italiani si opposero con le armi ai tedeschi, a Spalato e a Sebenico aprirono contemporanee trattative con i tedeschi e con i partigiani, mentre a Zara per prevenire i secondi ci si accordò con i primi fin dallo stesso 8 settembre per un loro ingresso in città: i tedeschi entrarono quindi a Zara due giorni dopo[12].

I tedeschi - che già diffidavano dell'alleato italiano - si mossero con estrema rapidità e decisione non appena avuta notizia dell'armistizio, seguendo le direttive generali da tempo definite all'interno del piano Alarico, approntato proprio in previsione dell'uscita dalla guerra dell'Italia. I fini principali perseguiti dai tedeschi in Dalmazia erano due: da un lato assicurare a sé il predominio sull'intero territorio già soggetto al Regio Esercito, dall'altro impedire operazioni di accaparramento di materiale da parte delle forze partigiane iugoslave[13].

La situazione nelle zone di giurisdizione della divisione BergamoModifica

La divisione Bergamo nel 1943[14]
  • 25º Rgt. fanteria "Bergamo"
  • 26º Rgt. fanteria "Bergamo"
  • 89ª Legione CC.NN.
    • 89° Btg. CC.NN. "Senese"
  • 4º Rgt. artiglieria "Carnaro"
  • 15° Btg. mortai da 81
  • 36ª Cp. Genio
  • 31ª Sez. fotoelettricisti
  • 15ª Cp. mista telegrafisti/marconisti

Rinforzata da:

  • 19ª Sez. Sanità
  • IX Btg. Territoriale CC.RR.
  • 4º Rgt. bersaglieri
  • XVIII Brigata costiera
    • 149º Rgt. costiero
    • 156º Rgt. territoriale
    • 157º Rgt. territoriale
  • CVI Btg. mitraglieri
  • II Btg. carri (1 Sq. di L/31)
  • Dist. corazzato della 1ª Div. Celere
  • CCXI Btg. T.M.
  • CCXXVIII Btg. T.M.
  • CCXXIX Btg. T.M.
  • V Btg. di guarnigione
  • X Btg. di guarnigione
  • 324ª Cp. di guarnigione alpina
  • CIII Gr. del 6º Rgt. artiglieria
  • 5° Btg. corpo minatori

Settore di SebenicoModifica

La piazza di Sebenico era comandato dal generale di brigata Paolo Grimaldi (comandante della fanteria della 15ª Divisione fanteria "Bergamo"), che aveva a propria disposizione un battaglione del 4º Reggimento bersaglieri, un battaglione mitraglieri, un battaglione territoriale mobile, il 103º Gruppo di artiglieria da posizione e la "Milizia Marittima di Artiglieria" (MILMART) con tre batterie. Comprendendo il personale del Comando militare marittimo - agli ordini del tenente di vascello Pietro Tacchini - complessivamente si trattava di circa tremila uomini[15].

La notizia dell'armistizio si diffuse al pomeriggio dell'8 settembre, seguendo spesso vie non ufficiali: voci di piazza o persone che domandavano conferma agli stessi militari italiani, completamente all'oscuro fino al momento in cui arrivò notizia del comunicato di Badoglio[16].

Alla mattina del 9, il generale Becuzzi avvertì Grimaldi: «siamo in guerra con la Germania», emanando una serie di ordini in esecuzione dei piani di corpo d'armata per la creazione di una linea di difesa sino a sud di Spalato. Fra questi ordini, il ripiegamento dell'89ª legione di presidio a Dernis, che non poté essere eseguito. Per quanto concerne il contegno da tenersi verso i partigiani jugoslavi, Becuzzi autorizzò ad «accettare cooperazione (...), se vogliono combattere con noi contro i tedeschi», aggiungendo però di «non farli entrare in Sebenico; per ora tenerli dove si trovano»[17].

Nel pomeriggio, il comando del corpo d'armata ordinava a Grimaldi di far confluire su Sebenico i reparti che si trovavano nella località di Percovich (16 km ad est): il 259º Reggimento fanteria della 154ª Divisione fanteria "Murge" e il XXVI battaglione del 4º Reggimento bersaglieri. Ciò causò delle frizioni con i partigiani iugoslavi della zona, che temavano di veder sfumare la possibilità di fare incetta degli armamenti dei reparti italiani, palesemente in confusione: fu in questa occasione che si verificarono i primi abboccamenti fra i capi partigiani e i comandanti dei reparti italiani, con la parziale consegna di materiale bellico. Il giorno seguente, una delegazione iugoslava ebbe un incontro a Sebenico col generale Grimaldi: la presenza in città dei partigiani suscitò l'entusiasmo della popolazione; reparti in armi cercarono di entrare in città, venendo però parzialmente bloccati dai militari italiani. Il caos la faceva da padrone, mentre Grimaldi si barcamenava - avendo ricevuto ordini contraddittori e parziali - mantenendo aperto il dialogo con i partigiani, cercando però nel contempo di non compromettersi troppo agli occhi dei tedeschi, il cui intervento era atteso da un'ora all'altra[18].

Alle 17:00 del 10 settembre Grimaldi ricevette da Zara il testo di un accordo che il generale Spigo aveva preso con i tedeschi: le truppe italiane si sarebbero dovute arrendere ai tedeschi senza opporre alcuna resistenza[19]. Gruppi di partigiani infiltratisi a Sebenico avevano nelle stesse ore già prelevato fra la popolazione una settantina di ustascia e serbi anticomunisti: una decina di essi erano stati uccisi, poi Grimaldi reagì energicamente ottenendo la liberazione degli altri prigionieri. Nel contempo, era già stato preparato un elenco di cento italiani da consegnare: agenti della questura, appartenenti alla milizia, ufficiali e sottufficiali dell'esercito, ma gli eventi successivi resero impossibile il loro fermo.

Al mattino dell'11, venne convocato un incontro fra lo stato maggiore partigiano e il comando italiano: Grimaldi riuscì a convincere gli iugoslavi dell'imminente venuta dei tedeschi, informandoli dell'ordine ricevuto da Zara. Nonostante l'estrema fluidità della situazione, i partigiani lasciarono Sebenico il giorno stesso. Alle 16:00 dell'11 settembre, i primi reparti tedeschi entrarono a Sebenico.

Il giorno successivo il comandante della 114ª Divisione di Cacciatori (114. Jäger-Division), Generalleutnant Karl Eglseer, convocò l'intero corpo ufficiali presso il comando settore e parlò loro. Successivamente interpellò la truppa radunata in quattro diverse località, proponendo di continuare la guerra a fianco della Germania o in alternativa di essere internati in prigionia: la gran parte dei soldati scelse la prigionia, capeggiata dallo stesso generale Grimaldi[20].

Settore di SpalatoModifica

Dall'8 al 10 settembreModifica

Secondo quanto riportò il generale Emilio Becuzzi, a Spalato e immediati dintorni erano concentrati circa 13.000 militari italiani su un totale di 20.000 al suo comando. Di questi 20.000, 8.000 erano in forze al XVIII Corpo d'Armata, il cui comando si era trasferito da Spalato a Zara il 3 settembre, 11.000 uomini della divisione Bergamo e 1.000 uomini di passaggio[21]. La maggior parte dei militari della Bergamo era dislocata nei distaccamenti a corona della città e sulla costa (Dernis, Signo, Sebenico, Macarsca, Almissa e Podgora) e sulle isole (Zirona, Brazza, Bua, Solta, Lesina, Lissa e minori). In città aveva sede anche il Comando Marittimo della Dalmazia (Maridalmazia) agli ordini dell'ammiraglio Antonio Bobbiese, oltre al Comando Marittimo di Spalato (capitano di corvetta Riccardo Lesca): più di 1.500 uomini fra ufficiali e marinai. In città viveva la più numerosa collettività italiana della Dalmazia - esclusa Zara - con oltre un migliaio di italiani autoctoni e circa duemila fra funzionari, insegnanti, portuali, ferrovieri e le loro famiglie, giunti dalla penisola[22].

Le prime notizie dell'armistizio crearono una confusione grandissima e secondo il generale Becuzzi furono numerosi i casi di fraternizzazione tra i partigiani nazionalisti e i presidi italiani[23]. Becuzzi, che aveva già ricevuto la Memoria OP 44 che prevedeva di contrastare i tedeschi qualora avessero tentato di occupare posizioni italiane[23], comunque la "Bergamo" si trovò chiusa tra gli ex alleati tedeschi e ustascia e i vecchi nemici partigiani della EPLJ[23]. Alle prime ore del 9 settembre Becuzzi ordinò a tutti i settori di astenersi dai contatti con i partigiani; a seguito però di un colloquio telefonico con il generale Spigo, l'ordine venne modificato: le trattative con i partigiani erano autorizzate, a patto che questi «passino alle nostre dipendenze». Allo stesso modo, vennero emanati in immediata successione ad alcuni presidi esterni prima degli ordini di ripiegamento e poi dei contrordini, il che contribuì ad aumentare la confusione[24]. Becuzzi stesso si recò a Zara al fine di ottenere ordini, ma trovò la città già occupata dai tedeschi e si risolse a rientrare a Spalato[25]. Nelle stesse ore, il generale Alfonso Cigala Fulgosi - comandante della piazza di Spalato - procedette al disarmo del personale tedesco di scorta ad una nave romena attraccata in porto, oltre che al piantonamento del consolato tedesco[26].

La confusione ingenerata nei reparti italiani convinse oltre ai tedeschi che già si stavano avvicinando da nord anche i partigiani titini a concentrare le proprie forze su Spalato al fine di mettere le mani sugli ingenti armamenti italiani[24]. Subito dopo aver diramato l'ordine di trattare con i partigiani, Becuzzi ebbe una serie di contatti con i cetnici, che nel settore di Spalato contavano circa 2.000 uomini inquadrati nella Milizia Volontaria Anti Comunista, al comando del maggiore serbo Pavasović[27]. Quest'ultimo chiese a Becuzzi quali fossero le decisioni della Bergamo, mettendo a disposizione i suoi uomini a patto che fossero fornite armi e munizioni. Becuzzi chiese tempo per consultarsi con il comando del corpo d'armata e al pomeriggio riconvocò Pavasović per comunicargli la consegna delle armi per il giorno successivo, al fine di costituire un battaglione di 500 cetnici, da dislocare a Castel Vitturi (lungo la riviera a nord di Spalato)[24]. Appena partito Pavasović, Becuzzi ricevette una delegazione di comunisti e partigiani di Spalato per stabilire le prime basi di un accordo. Il generale italiano aveva invitato in città per il giorno successivo Ivo Lola Ribar, del Comando Supremo dell'EPLJ, e il capo partigiano Vicko Krstulović, comandante della IV zona operativa (Dalmazia), per organizzare una difesa contro i tedeschi. Ma in immediata successione era pervenuto da Zara l'ordine di applicare le disposizioni armistiziali "senza spargimento di sangue", il che rese Becuzzi molto incerto sul come gestire la situazione[28][29]. Intanto i partigiani slavi resisi conto dell'incertezza del comando italiano iniziarono a disarmare i militari italiani con la forza e a saccheggiare i magazzini[28]. Ad essi si unirono numerosi spalatini di origine slava[28]. Giunta la notizia che il comando d'armata aveva deciso di cedere le armi ai tedeschi, Becuzzi informo i partigiani di non aver intenzione di obbedire all'ordine lasciando però intendere di non essere nemmeno disposto a resistere contro i tedeschi[28]. L'11 settembre riuniti i propri ufficiali li informò sulla situazione sostenendo che era opportuno, vista l'impossibilità di contrastare i tedeschi, cedere le armi ai partigiani e far sbandare l'esercito[28]. All'ipotesi di Becuzzi sembra che si opponessero soltanto Cigala Fulgosi e Salvatore Pelligra[28]. Intanto le violenze dei partigiani contro i militari italiani proseguirono senza che Becuzzi si opponesse[28] accordando agli jugoslavi la possibilità di reclutare volontari italiani[30]. Il 12 settembre infine si risolse nell'ordinare la consegna delle armi ai partigiani jugoslavi per il giorno successivo[30].

Il disarmo delle truppe italianeModifica

L'intera divisione, priva di ordini chiari, fu facilmente disarmata dai partigiani[31]. Il generale Becuzzi in seguito affermò che la maggioranza dei soldati e degli ufficiali non fosse intenzionata a proseguire la guerra e quindi non avrebbe aperto il fuoco né contro i tedeschi, né contro i partigiani[32]. Circostanza smentita però dalle testimonianze di numerosi superstiti che sottolinearono che i soldati protestarono rumorosamente e che moltissimo armamento individuale fu reso inservibile o gettato in mare pur di non essere consegnato. E come molti automezzi furono ribaltati, mentre quasi tutti i cannoni furono resi inservibili[33]. Il maggiore Bruno Koch, dopo aver protestato per l'avvenuto disarmo del proprio reparto la notte del 12 settembre si suicidò[31][34]. Il suo nome fu poi aggiunto alle vittime del massacro di Treglia[31]. Solo cento soldati furono lasciati con il proprio armamento e posti a guardia delle caserme finché non furono spostati in località Spinuti, dove i bombardamenti aerei potevano avvenire con efficacia[34]. Al contempo, in contrasto con gli accordi sottoscritti il 12 settembre, furono affissi manifesti in cui si invitava la popolazione a segnalare i militari italiani che avessero preso parte a rappresaglie contro i partigiani[35]. Alle proteste degli ufficiali italiani Becuzzi replicò che "era la logica conseguenza di chi aveva agito male"[35].

Il 17 settembre Becuzzi ebbe un nuovo incontro con i capi partigiani a Castel Vitturi alla presenza del maggiore dell'OSS Deakin. La discussione affrontò la resa e la questione dei presunti criminali di guerra italiani. Becuzzi ai testimoni sembrò interessato a nascondere il fatto che i militari italiani fossero stati disarmati dalla popolazione e dai partigiani e si concordò di dichiarare che si fossero fatti disarmare volontariamente[36] sulla consegna di soldati italiani invece Becuzzi si dimostrò almeno inizialmente più fermo anche se alla fine, ottenuto il restringimento del campo delle accuse acconsentì alla consegna di undici militari definiti "criminali di guerra"[36]. A partire dal 19 settembre per alcuni giorni a seguire incominciò la repressione anti-italiana con fucilazioni presso il cimitero di San Lorenzo e nelle campagne vicine[37]. Particolarmente colpita fu la questura di polizia di Spalato che ebbe 41 dispersi, di cui parte fu poi rinvenuta in fosse comuni[37].

Il 23 settembre da Bari giunsero a Spalato quattro navi cariche di materiale bellico da consegnare ai partigiani. Becuzzi prese posto sulla torpediniera Aretusa abbandonando circa ottomila soldati della Bergamo. Cigala Fulgosi e Pelligra invece rifiutarono l'imbarco fintanto che non fossero partiti tutti i soldati della divisione[38]. Il 25 settembre i partigiani abbandonarono Spalato temendo di rimanere circondati dai tedeschi della 7. SS-Freiwilligen-Gebirgs-Division "Prinz Eugen" che a marce forzate si stava avvicinando alla città[39].

Il massacroModifica

Assunto il controllo della città, i tedeschi rastrellarono i civili che durante la breve occupazione partigiana avevano fatto causa comune con questi. Al generale Salvatore Pelligra fu ordinato di radunare tutti gli ufficiali italiani presenti in città per un numero complessivo di 450[39]. Tra questi figuravano anche tre generali, Policardi (comandante del genio di corpo d'armata), Pelligra e Cigala Fulgosi (comandante della piazza di Spalato e padre di Giuseppe Cigala Fulgosi, pluridecorato ufficiale della Regia Marina), diversi colonnelli e tenenti colonnelli, un maggiore ed alcuni ufficiali subalterni. Con il pretesto del trasferimento in Germania, questo gruppo venne avviato su camion ma, dopo essere stati portati in una cava di ghiaia, tutti gli ufficiali vennero uccisi a colpi di mitragliatrice. Sul massacro, dimenticato dalle autorità italiane, gettò luce la figlia di uno degli ufficiali scomparsi dopo la resa, Carlo Linetti, maggiore e comandante di uno dei battaglioni di fanteria della divisione[40]. Questa, dopo anni di ricerche, senza alcun aiuto da parte delle autorità italiane e tra il sospetto di quelle jugoslave, riuscì a incontrare un vecchio abitante della zona che era a conoscenza di un massacro compiuto dai tedeschi dopo l'8 settembre. Dopo gli scavi condotti sul sito, tra i cadaveri oramai decomposti venne rinvenuto un unico ufficiale di fanteria con i gradi da maggiore, identificato pertanto come Linetti. Le salme vennero poi rimpatriate negli anni cinquanta e sepolte al Sacrario Militare del Lido di Venezia[40].

Elenco dei fucilatiModifica

Presso le fornaci di Signo il 1º ottobre 1943Modifica

Grado Nome Cognome Reparto Onorificenza
Generale Alfonso Cigala Fulgosi[41] Comandante della piazza di Spalato   Medaglia d'Oro al V.M.[42]
Generale Salvatore Pelligra Comandante dell'artiglieria del Corpo d'Armata   Medaglia d'Oro al V.M.[43]
Generale Angelo Policardi Comandante del genio del Corpo d'Armata   Medaglia d'Argento al V.M.

A Treglia il 2 ottobre 1943Modifica

Grado Nome Cognome Reparto Onorificenza
Colonnello Ezio Armellini 60º Artiglieria
Capitano Mario Basi 78ª Compagnia Genio   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Celestino Basile 9° Genio   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Renato Bassa 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Camillo Pietro Maria Berizzi 157° Autieri   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Francesco Bersoni 4º Artiglieria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Luigi Bichelli 116ª Sezione Sussistenza   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Giulio Brizzi 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Celso Bruttomesso 4º Artiglieria   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Carlo Candela 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Alfredo Cecchini 11º Cavalleria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Adriano Cinelli 5º Battaglione Mortai   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Giuseppe Conti 3º Bersaglieri   Medaglia d'Argento al V.M.
Colonnello Francesco Antonio Falluto Comandante Genio Divisione Bergamo   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Mario Favre 404ª Compagnia di Presidio   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Colonnello Gennaro Franchini 4º Artiglieria
Sottotenente Giuseppe Furino 7ª Compagnia Genio   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Renzo Giovanardi Comando 18º Corpo d'Armata   Medaglia d'Argento al V.M.
Sottotenente Guglielmo Giusiani 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Sottotenente Lazzaro Giussani 4º Artiglieria   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Giuseppe Gosso 403ª Compagnia di Presidio   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Alessandro Laurenzi Divisione Bergamo   Medaglia d'Argento al V.M.
Maggiore Carlo Linetti 18° Genio   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Umberto Macchioni 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Colonnello Paolo Marchini 1º Cavalleria   Medaglia d'Argento al V.M.
Colonnello Pietro Mazza Comando 18º Corpo d'Armata   Medaglia d'Argento al V.M.
Maggiore Cesare Mores 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Pietro Moretti 60º Artiglieria   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Santino Nardini 50ª Compagnia Genio   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Antonio Negroni 13º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Bartolomeo Padovano Comando 18º Corpo d'Armata   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Pietro Pellegrino 125ª Compagnia Marconisti   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Oscar Perozzi Comando 18º Corpo d'Armata   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Guido Pica 4º Artiglieria   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Daniele Pierantoni 220º Reggimento   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Raffaele Piscitelli 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Igino Rocco 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Antonio Ruggeri 60º Artiglieria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Giovanni Battista Soberti 56º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Tenente Vito Giuseppe Soranno 9° Genio   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Clemente Starace 21° Lancieri   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Ermanno Toneatti 26º Fanteria   Medaglia d'Argento al V.M.
Capitano Ettore Valente 6º Reggimento   Medaglia d'Argento al V.M.
Colonnello Umberto Volpi Comandante 4º Artiglieria   Medaglia d'Oro al V.M.[44]
  Medaglia d'Argento al V.M.
  Medaglia di Bronzo al V.M.
Sottotenente Guido Zammarano[45] 56º Reggimento di Presidio   Medaglia d'Argento al V.M.
Sottotenente Ferruccio Zuppini 4º Artiglieria   Medaglia d'Argento al V.M.

NoteModifica

  1. ^ Sulla costituzione e i destini del Governatorato della Dalmazia, si veda D.Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, Bollati Boringhieri, Torino 2003
  2. ^ Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944), Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, Roma 1994, p. 1042.
  3. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1065.
  4. ^ Il comando del XVIII Corpo d'Armata venne spostato da Spalato a Zara il 3 settembre 1943. Alla data del proclama di Badoglio, una parte del personale era ancora dislocata a Spalato.
  5. ^ Oddone Talpo, op. cit., pp. 1085 ss.
  6. ^ Il 22 ottobre 1943 la divisione venne rinominata 7. SS Freiwilligen-Gebirgs Division "Prinz Eugen". Si veda in merito George F. Nafziger, The German Order of Battle. Waffen SS and Other Units in World War II, Combined Publishing, Pennsylvania 2001, p. 82
  7. ^ Gerhard Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945: le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000, p. 61.
  8. ^ XV. Gebirgs-Armeekorps, dal sito www.lexiconderwehrmacht.de.
  9. ^ Renzo Dalmazzo, L'armistizio dell'8 settembre in Albania, S.Ed., Roma 1953, p. 126.
  10. ^ Oddone Talpo, op. cit., pp. 1041-1043.
  11. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1043.
  12. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1042.
  13. ^ Su tutto ciò, si veda il capitolo V di Oddone Talpo, op. cit., pp. 1041-1328.
  14. ^ Dal sito Regio Esercito.
  15. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1125.
  16. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1126.
  17. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1129.
  18. ^ Per una descrizione dettagliata di tutti gli avvenimenti, si veda Oddone Talpo, op. cit., pp. 1128 ss.
  19. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1131.
  20. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1134.
  21. ^ Emilio Becuzzi, Relazione sugli avvenimenti dal 9 al 25 settembre 1943, in Oddone Talpo, op. cit., p. 1262.
  22. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1135.
  23. ^ a b c Elena Aga Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 139.
  24. ^ a b c Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 141.
  25. ^ Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 140.
  26. ^ Oddone Talpo, op. cit., p. 1137.
  27. ^ Le fonti consultate non ne indicano il nome.
  28. ^ a b c d e f g Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 142.
  29. ^ Tutti i convulsi avvenimenti del 9 settembre sono descritti in Oddone Talpo, op. cit., pp. 1138-1140 e in Enzo de Bernart, Da Spalato a Wietzendorf. 1943-1945. Storia degli internati militari italiani, Mursia, Milano 1974, pp. 7 ss.
  30. ^ a b Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 143.
  31. ^ a b c Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 15.
  32. ^ Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 144.
  33. ^ Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 144-145.
  34. ^ a b Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 145.
  35. ^ a b Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 146.
  36. ^ a b Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 152.
  37. ^ a b Franco Paolo
  38. ^ Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 154.
  39. ^ a b Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, op. cit., p. 155.
  40. ^ a b Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna - Ed. Ferni Ginevra 1971 Vol. XII
  41. ^ Da non confondere con i figli Giuseppe Cigala Fulgosi, ufficiale di marina e anch'esso decorato di medaglia d'oro al valor militare, e Agostino Giorgio Cigala Fulgosi, tenente pilota nato a Milano il 21 agosto 1919, decorato di medaglia d'argento al valor militare, caduto nel cielo del Mediterraneo l'11 giugno 1943.
  42. ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare fu la seguente: "In un momento di generale smarrimento spirituale, reagiva con violenza all'ordine impartitogli di cedere le armi. Pur avendo chiara visione della immancabile tragedia che incombeva sulle truppe ai suoi ordini, mantenendo inalterata la fede alle leggi dell'onore militare, ne condivideva la sorte con cosciente determinazione sottraendosi fieramente all'offertagli possibilità di salvezza. Organizzata la resistenza, la alimentava con indomito valore insensibile ai massacranti bombardamenti aerei e, benché tutto ormai crollasse inesorabilmente attorno a lui, la protraeva con eroica tenacia per lungo tempo, infliggendo al nemico severe perdite. Sommerso da preponderanti forze avversarie e fatto prigioniero, affrontava con supremo sprezzo della vita il plotone di esecuzione, rifiutando di farsi bendare gli occhi ed attendendo la raffica mortale al grido di: «Viva l'Italia». Combattente di tre guerre, più volte decorato, cadde come visse, fedele al suo giuramento di soldato, esempio luminoso, ai più, di preclari virtù militari". La motivazione è tratta dal sito dell'ANPI[1]
  43. ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare fu la seguente: "In un momento di generale smarrimento spirituale, reagiva con fierezza all'ordine impartitogli di cedere le sue artiglierie. Rifiutando sdegnosamente l'invito di porsi in salvo imbarcandosi per l'Italia, manteneva inalterata fede alle leggi dell'onor militare, rimanendo tra i suoi artiglieri con i quali affrontava sereno la situazione, pur avendo chiara visione dell'immancabile tragedia che incombeva sui forti votati al sacrificio. Organizzata la resistenza, l'alimentava con indomito ardore insensibile ai massacranti bombardamenti aerei, e benché tutto ormai crollasse inesorabilmente avanti a lui, la protraeva con eroica tenacia per lungo tempo infliggendo al nemico serie perdite. Sommerso da preponderanti forze nemiche, si sottraeva con cosciente determinazione ad ogni possibilità di salvezza per non abbandonare i gloriosi superstiti e, con supremo sprezzo della vita, affrontava il plotone di esecuzione attendendo la raffica mortale nella severa posizione di saluto militare, teso alla Patria lontana alla quale tutto aveva dato per l'onore e il prestigio dell'Esercito. Combattente della grande guerra, più volte decorato, cadde come visse, fedele al suo giuramento di soldato, luminoso esempio, ai più, di preclare virtù militari". La motivazione è tratta dal sito dell'ANPI[2]
  44. ^ La motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare fu la seguente: "Comandante di reggimento, si distingueva durante un lungo periodo operativo per alta capacità, instancabile attività ed indomito coraggio anche in volontarie rischiose missioni. All'atto dell'armistizio, fedele alle leggi dell'onor militare, partecipava attivamente alla lotta senza speranza, contro soverchianti forze tedesche. Catturato, affrontava con stoicismo il plotone di esecuzione sostenendo fino all'ultimo, con parole di elevato patriottismo e di fede, i suoi compagni di martirio, perpetuando così nel tempo le tradizioni del valore italiano. Magnifica figura di ufficiale, animato da nobile spirito di sacrificio e provato valore". La motivazione è tratta dal sito dell'ANPI[3]
  45. ^ Il sottotenente Zammarano venne ucciso singolarmente il 2 settembre, essendo considerato un ebreo dall'Obersturmführer Otto von Ludendorff. Sul punto si veda la testimonianza del tenente Ulisse Donati in Oddone Talpo, op. cit., p. 1327.

BibliografiaModifica

  • Enzo de Bernart, Da Spalato a Wietzendorf. 1943-1945. Storia degli internati militari italiani, Mursia, Milano 1974
  • Avio Clementi, Non solo El Alamein, in Patria indipendente. Periodico della Resistenza e degli ex combattenti, Anno LII, 23 febbraio 2003
  • Gerhard Schreiber, La vendetta tedesca. 1943-1945: le rappresaglie naziste in Italia, Mondadori, Milano 2000
  • Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia (1943-1944), Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, Roma 1994
  • Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, Vol. XII, Editrice Ferni, Ginevra 1971
  • Elena Aga-Rossi & Maria Teresa Giusti, Una guerra a parte, Bologna, Il Mulino, 2011, ISBN 978-88-15-15070-7.

Nota sulla bibliografiaModifica

In italiano le fonti edite sul massacro di Treglia sono praticamente solo quelle presentate. In tedesco si può vedere il volume di Thomas Casagrande, Die Volksdeutsche SS-Division "Prinz Eugen". Die Banater Schwaben und die nationalsozialistischen Kriegsverbrechen. Campus, Francoforte sul Meno 2003. Il testo di Oddone Talpo è fra le fonti italiane la più completa, attingendo anche a memoriali e testimonianze orali. Detto studio presenta inoltre alle pagine 1249-1328 la trascrizione di una serie di documenti originali italiani e tedeschi di fondamentale importanza per comprendere il contesto da cui scaturì il massacro, oltre alla Relazione del tenente Ulisse Donati sul massacro di Treglia, compilata ad agosto del 1945 e consegnata da Donati ai Reali Carabinieri di Venezia. Da ciò dipende il fatto che il testo del Talpo sia la fonte maggiormente utilizzata.

Voci correlateModifica