Maurizio Abbatino

mafioso e collaboratore di giustizia italiano

«Non so dire quante volte ho ucciso. Ma ricordo i nomi di tutte le mie vittime. La cosa strana è che non riesco a contarle.»

(Maurizio Abbatino.[1])

Maurizio Abbatino, conosciuto anche con il nomignolo di Crispino (Roma, 19 luglio 1954), è un mafioso e collaboratore di giustizia italiano, uno dei boss della famigerata Banda della Magliana, tra le più potenti e pericolose mafie italiane tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli anni novanta.

Maurizio Abbatino

BiografiaModifica

Le prime batterieModifica

Nato e cresciuto a Roma, nei pressi d'una stradina della Magliana Vecchia, Abbatino frequenta le scuole medie a Palestrina (comune della provincia di Roma), vivendo nel mentre presso la nonna paterna. Detto Crispino, per via dei suoi capelli neri riccioluti, il curriculum criminale di Maurizio inizia ben presto, da quando, cioè, inizia a mettere a segno rapine da solo o, in alcuni casi, assieme a un gruppo di malavitosi della Magliana e del Portuense che, più tardi, coinvolgerà nel progetto criminale della banda della Magliana.

«Negli anni settanta, nella zona dell'Alberone si riunivano varie "batterie" di rapinatori, provenienti anche dal Testaccio. Ne facevano parte, oltre ad alcune persone che non ricordo, Maurizio Massaria, detto "rospetto", Alfredo De Simone, detto "il secco", i tre "ciccioni", cioè Ettore Maragnoli, Pietro "il pupo", e mi sembra Luciano Gasperini - questi tre, persone particolarmente riconoscibili per la mole corporea, svolgevano più che altro il ruolo di basisti e di ricettatori - Angelo De Angelis, detto "il catena", Massimino De Angelis, Enrico De Pedis, Raffaele Pernasetti, Mariano Castellani, Alessandro D'Ortenzi e Luigi Caracciolo, detto "gigione". Tutti costoro affidavano le armi a Franco Giuseppucci, chiamato allora "il fornaretto", ancora incensurato e che godeva della fiducia di tutti. Questi le custodiva all'interno di una roulotte di sua proprietà che teneva parcheggiata al Gianicolo. All'epoca frequentavo l'ambiente dei rapinatori della Magliana, del Trullo e del Portuense. Nel corso del tempo si erano cementati i rapporti tra me, Giovanni Piconi, Renzo Danesi, Enzo Mastropietro ed Emilio Castelletti, ma non costituivamo quella che in gergo viene chiamata "batteria", cioè un nucleo legato da vincoli di esclusività e solidarietà, in altre parole non ci eravamo ancora imposti l'obbligo di operare esclusivamente tra noi, né di ripartire i proventi delle operazioni con chi non vi avesse partecipato. In particolare, negli anni precedenti il 1978, ognuna delle suddette persone operava o da sola ovvero aggregata in gruppi più piccoli o diversi.»

(Racconto di Maurizio Abbatino.[2])

Nel 1972 iniziano i suoi problemi con la giustizia: viene infatti arrestato per la prima volta per furto, resistenza a pubblico ufficiale e possesso di arnesi atti allo scasso. Due anni dopo, il secondo arresto, stavolta per la rapina a una gioielleria di via Caselli a Roma fatta insieme a Walter Ciardi e Aldo Cola: sebbene abbia il viso coperto, la proprietaria riconosce un suo tatuaggio; in carcere incontra Ettore Maragnoli ed Enrico De Pedis, due rapinatori della batteria dell'Alberone, che gli garantiscono che la sua accusa andrà a cadere e infatti dopo un mese torna in libertà (come pubblico ministero aveva Claudio Vitalone).[3]

Nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975 viene ucciso all'Idroscalo di Ostia il famoso regista Pier Paolo Pasolini. Abbatino racconterà:

«Io non so niente dell'omicidio Pasolini. Hanno cercato di mettermi in mezzo per una foto scattata la mattina del 2 novembre: a qualcuno era sembrato di riconoscere la mia faccia tra la folla di curiosi radunata attorno al cadavere. Una follia. Non sono io quello con la testa riccia e i pantaloni a zampa. Pasolini l'ho incrociato da vivo, davanti a una bisca della Magliana tre o quattro volte.[4]»

La Banda della MaglianaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Banda della Magliana.

Il suo incontro, casuale, con Franco Giuseppucci (Fornaretto), altro futuro boss della Banda, avviene per la restituzione di una borsa contenente armi appartenute al Fornaretto e incautamente sottratta da alcuni malavitosi legati al suo giro. Dopo accurate ricerche, Giuseppucci viene infatti a sapere che le armi sono finite nelle mani di una batteria del quartiere San Paolo.[5]

«Era accaduto che Giovanni Tigani, la cui attività era quella di scippatore, si era impossessato di un'auto Vw Maggiolone cabrio, a bordo nella quale Franco Giuseppucci custodiva un borsone di armi appartenenti ad Enrico De Pedis. Il Giuseppucci aveva lasciato l'auto aperta davanti al cinema "Vittoria", mentre consumava qualcosa al bar. Il Tigani, ignaro di chi fosse il proprietario dell'auto e di cosa essa contenesse, se ne era impossessato. Accortosi però delle armi, si era recato al Trullo e, incontrato qui Emilio Castelletti che già conosceva, gliele aveva vendute, mi sembra per un paio di milioni di lire. L'epoca di questo fatto è di poco successiva ad una scarcerazione di Emilio Castelletti in precedenza detenuto. Franco Giuseppucci, non perse tempo e si mise immediatamente alla ricerca dell'auto e soprattutto delle armi che vi erano custodite e lo stesso giorno, non so se informato proprio dal Tigani, venne a reclamare le armi stesse. Fu questa l'occasione nella quale conoscemmo Franco Giuseppucci il quale si unì a noi che già conoscevamo Enrico De Pedis cui egli faceva capo, che fece sì che ci si aggregasse con lo stesso. La "batteria" si costituì tra noi quando ci unimmo, nelle circostanze ora riferite, con Franco Giuseppucci. Di qui ci imponemmo gli obblighi di esclusività e di solidarietà»

(Interrogatorio di Abbatino del 13/12/1992.[2])

Dall'incontro tra i due nasce quindi l'idea di unire le forze in campo e quella che in un primo tempo era nata come una semplice batteria si trasforma in "banda" criminale che, da semplice associazione di rapinatori, diventa una vera e propria organizzazione per il controllo della criminalità romana e che, da li a poco, verrà conosciuta come Banda della Magliana.

Il primo crimine della Banda a cui Abbatino partecipa in prima persona, su proposta di Giuseppucci, avviene il 7 novembre 1977 ed è il sequestro del duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere che però, per l'inesperienza nel campo, non riescono a gestire al meglio e devono chiedere aiuto ad un altro gruppo criminale, una piccola banda di Montespaccato. Il sequestro finirà nel sangue: uno dei ragazzi di Montespaccato si fa vedere in faccia dal duca che per questo, infatti, verrà ucciso. Crispino e compagni riescono comunque ad incassare il riscatto di due miliardi da reinvestire (invece che dividere tra i componenti) in nuove attività criminali.[6]

Rivelerà anni dopo dettagli riguardo al rapimento di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978:

«Franco disse dov'era il covo delle Brigate Rosse. Comunicò dove avrebbero potuto trovare Moro. Ma l'informazione fu ignorata. Ce lo chiese [di cercarlo, ndr] Raffaele Cutolo attraverso Nicolino Selis. Lo cercammo. Franco chiese anche a Faccia d'angelo, quel De Gennaro che fu coinvolto nel sequestro del duca Grazioli. Comunque la prigione era in zona nostra, in via Gradoli. Riportammo la notizia a Flaminio Piccoli, che arrivò da noi mandato da Cutolo. Non partecipai alla discussione, sulle rive del Tevere, andò solo Franco che poi mi riportò la richiesta: trovare la prigione di Aldo Moro. Nient'altro. Nessun intervento da parte della banda. Avremmo solo dovuto comunicare l'indirizzo. Pochi giorni dopo Franco passò l'informazione.[7]»

Abbatino parteciperà poi all'omicidio di Franco Nicolini, detto Franchino er criminale, all'epoca padrone assoluto di tutte le scommesse clandestine dell'ippodromo di Tor di Valle e le cui attività illegali suscitano ben presto l'interesse della nascente Banda. Il 25 luglio 1978, nel parcheggio dell'ippodromo, l'uomo viene avvicinato da un gruppo di sette persone - più Franco Giuseppucci che aspetta all'interno della struttura per costruirsi un alibi - che lo freddano all'istante con nove colpi di pistola: a sparare saranno Giovanni Piconi ed Edoardo Toscano. L'eliminazione di Nicolini è un passo da gigante per la Banda che, da lì in poi, ha via libera per poter gestire una gigantesca fonte di guadagno.

La decisione di uccidere Nicolini viene presa dalla Banda anche in virtù del beneplacito ottenuto dal capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo, il quale, appena evaso dall'ospedale psichiatrico di Aversa, nella primavera del 1978 aveva organizzato un incontro con Selis allo scopo di trovare, tra i rispettivi gruppi, una strategia compatibile con gli obbiettivi di entrambi, nominando così il Sardo suo luogotenente nella piazza romana. All'incontro, che era avvenuto in un albergo di Fiuggi dove, secondo la deposizione del pentito Abbatino, Cutolo disponeva di un intero piano per sé e i propri guardaspalle, avevano partecipato anche Franco Giuseppucci, Marcello Colafigli e lo stesso Maurizio Abbatino, e questo segnerà un momento decisivo nella storia della Banda che, tra le sue varie attività, avrà modo di attivare un canale preferenziale con i camorristi per la fornitura delle sostanze stupefacenti da distribuire poi nella capitale. Cutolo come primo favore chiede di far sparire una Bmw 733 sporca di sangue che verrà portata allo sfascio da Giuseppucci e Renzo Danesi e nella quale il boss aveva ucciso due persone poi gettate in mare.

«Eravamo noi della Magliana a tenere i rapporti con Raffaele Cutolo, mentre il gruppo di De Pedis era più vicino ai siciliani. Prima a Stefano Bontade e poi a Pippo Calò. Con i calabresi - i Piromalli e i De Stefano - c'era una collaborazione ... ma non ricordo rapporti di affari. Ci facilitavano i contatti con persone importanti»

(Rivelazioni di Maurizio Abbatino.[8])

Dalle degradate periferie romane Crispino e compagni, che arrivando a dividersi i quartieri della città con una rigida compartimentazione, prendono man mano il controllo di tutti i traffici illeciti della capitale: scommesse clandestine, totonero, il mondo dell'usura, la droga, il traffico di armi e la ricettazione. Oltre a questo vengono allacciati canali preferenziali con le altre organizzazioni criminose dell'epoca come Cosa Nostra, la camorra e il terrorismo nero[9].

Abbatino diventa uno dei capi riconosciuti della Banda e, tra le altre cose, si occupa personalmente della vendita dello stupefacente nel territorio di Trastevere per cui impone una sorta di monopolio attraverso il quale controlla l'approvvigionamento e lo smercio dell'eroina che viene importata per la maggior parte dalla Thailandia mentre, talvolta, quando vi sono difficoltà per le forniture, fa ricorso al rifornimento da parte dei siciliani. Inoltre, insieme a Marcello Colafigli e Alvaro Pompili, impegna qualche centinaia di milioni di lire a Passo Corese in una struttura per cavalli da corsa in arrivo da tutta Italia e appoggiati lì prima di andare agli ippodromi.

«Avevamo a disposizione quasi tutti gli avvocati di Roma, medici, dottori, perché no, anche qualche politico. C'è stato un periodo in cui entravamo con le macchine al servizio dello Stato, entravamo sotto al tribunale, scaricavamo pellicce, oggetti d'antiquariato, avevamo un contratto con un capo cancelliere che ci diceva che quei giudici erano corrotti... i processi prendevano la direzione che volevamo noi.[10]»

Nel febbraio del 1979 una retata notturna porta in carcere, con l’accusa di sequestro di persona e riciclaggio, 29 persone tra cui Abbatino, Giuseppucci, Toscano, Mastropietro, Danesi e D’Ortenzi ma tutti nel giro di poco vengono rimessi in libertà. Solo con il pentimento di Abbatino si arriverà a una svolta per l’omicidio Grazioli con il processo del 1995 che porterà alla condanna a 20 anni per diversi membri della Banda oltre a quella per lo stesso Abbatino (solo 8 anni per via della collaborazione) e quelle per i ragazzi di Montespaccato.[11]

«Già con l'arresto di Franco [Giuseppucci, ndr] c'erano stati agganci con medici e direttori sanitari. Silvano Felicioni[12] era un portantino dell'ospedale Sant'Eugenio che amava giocare e puntava parecchio. Oltre a procurarci i farmaci ci dava i nomi di medici compiacenti, che frequentavano bische e ippodromi. Erano tutti medici del San Camillo e del Sant'Eugenio, e molti lavoravano anche nelle carceri. Quando ero detenuto a Rebibbia arrivò un ispettore del ministero, un nome importante, che si interessò per farmi uscire in libertà provvisoria. Quel nome l'ho rivelato agli inquirenti all'inizio della mia collaborazione, ma non ho idea di che fine abbiano fatto quei verbali. Ci sono stati medici che con i nostri soldi si sono comprati case e apparecchiature per le loro cliniche private, e non sono stati condannati. A Regina Coeli c'era ancora più corruzione. Avevo trovato un oculista che riempiva le mie cartelle cliniche tutte le settimane. Scrisse che stavo perdendo progressivamente la vista pur di farmi ottenere la libertà provvisoria ... Altri due medici, i fratelli Scioscia,[13] si fecero intestare un paio di lussuosi appartamenti in via di Vigna Murata.[14]»

Il 20 marzo il giornalista Mino Pecorelli viene assassinato a Roma in circostanze non del tutto chiarite e Abbatino racconterà che:

«Fu Franco Giuseppucci a dirmi che a uccidere Pecorelli era stato Massimo Carminati. Mi disse che la richiesta era stata fatta da Pippo Calò a Danilo Abbruciati. Franco aggiunse che Pecorelli era un giornalista sbirro ... che stava creando problemi a un personaggio politico [ Giulio Andreotti, ndr]. Tornando indietro non direi più niente perché è da quel processo che sono iniziati tutti i miei guai. Mi ritirarono il passaporto. Avrei dovuto capire subito che certe persone non si toccano. Andreotti e Carminati non potevano essere processati insieme.
Era stato Franco a farmelo conoscere [Carminati, ndr], a metà anni Settanta. me ne parlò come di una persona di un certo rilievo nell'ambiente del terrorismo di destra. Si mise a disposizione della banda dopo che Franco fu ucciso.»

Il processo vedrà coinvolti Giulio Andreotti, Gaetano Badalamenti, Claudio Vitalone, Pippo Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati e si concluderà con l'assoluzione di tutti gli imputati "per non aver commesso il fatto".[15]

Nell'agosto del'79 Abbatino avrà modo di avere a che fare proprio con il camerata Carminati durante le trattative per la liberazione di Paolo Aleandri, sequestrato dalla Banda per non aver restituito un borsone di armi. Il camerata l'anno prima era entrato in contatto con Giuseppucci e Abbruciati ai quali aveva iniziato ad affidare i proventi delle rapine di autofinanziamenti dei NAR, in modo da poterli riciclare in altre attività illecite quali l'usura o lo spaccio di droga; viceversa recupera per Giuseppucci soldi che il boss presta a strozzo. Abbatino racconterà:

«Carminati da Giuseppucci prendeva minimo uno stipendio da un milione e mezzo al mese per ogni dieci milioni versati. Più la restituzione dell’intera somma capitalizzata.»

In relazione alla strage di Bologna e al coinvolgimento di Carminati nel tentativo di depistaggio, Abbatino racconterà:

«Era legatissimo a Danilo Abbruciati e aveva libero accesso al Ministero della Sanità, dove c'era il nostro deposito di armi. Da quegli scantinati Carminati prese un mitra Mab, con numero di matricola abraso e calcio rifatto artigianalmente.[16] Lo stesso mitra che fu ritrovato nel gennaio 1981, pochi mesi dopo la strage di Bologna, in una valigetta sul treno Taranto-Milano. Il contenuto di quella valigetta serviva per depistare le indagini sulla strage, per portarle su una pista straniera.[17]»

L'ex NAR verrà assolto in appello nel dicembre del 2001 poiché non era certo che il mitra prelevato dall'arsenale fosse identico a quello usato per il depistaggio.[18]

Un forte momento di aggregazione della Banda e che vede Crispino in prima linea è la vendetta che segue dal settembre 1980 nei confronti del clan Proietti per l'omicidio di Franco Giuseppucci, al quale era legato da un forte sentimento amicale. Secondo lui Giuseppucci sapeva troppe cose riguardo agli omicidi di Pecorelli e Moro e veniva ucciso a un mese dalla strage di Bologna per mano dei pesciaroli che non avrebbero mai commesso se non su richiesta di qualcuno. Inoltre è convinto che il suo vecchio amico sia stato ucciso all'ospedale poiché era arrivato lì con una ferita non tanto grave.[19] Il 23 gennaio 1981 insieme a Enrico De Pedis, Raffaele Pernasetti ed Edoardo Toscano in una sala corse di via Rubicone uccide Orazio Benedetti, uomo dei pesciaroli; Pernasetti in fase processuale smentirà di aver partecipato all'omicidio.

In quei mesi, oltre ai problemi interni al gruppo, c'è un'altra questione da affrontare:

«Ci fu un errore di valutazione in ordine a quanto accadeva fuori dal carcere da parte di Nicolino Selis. Questi era entrato in contatto con dei siciliani, i quali gli avevano assicurato la fornitura di tre chilogrammi di eroina. Secondo gli accordi, tale fornitura avrebbe dovuto essere ripartita al 50% tra il suo e il nostro gruppo, ma Nicolino ritenne di operare una ripartizione di due chilogrammi per i suoi e di uno per noi e, pertanto, impartì al Toscano istruzioni in tal senso. Si trattò di un passo falso: Edoardo Toscano non attendeva altro. Mi mostrò immediatamente la lettera, fornendo così la prova del "tradimento" del Selis, col quale diventava non più rinviabile il "chiarimento". In altre parole, Nicolino Selis doveva morire.[20]»

Abbatino racconterà ancora:

«Pensava di dettar legge, di cambiare le nostre regole. Pretendeva che durante i suoi periodi di carcerazione fosse il fratello a sostituirlo, uno inaffidabile, con problemi di dipendenza, e chiedeva una stecca pure per lui. Toscano faceva parte del suo gruppo ma era mio amico, e mi portò immediatamente la lettera con le indicazioni di Selis: si stava montando la testa, era evidente. Mi informarono che non era solo un conoscente di Cutolo, ma che era affiliato addirittura alla camorra, e davanti al dubbio che volesse prendere il comando dell'intera banda, appoggiato da don Raffaele, io e Edoardo decidemmo che doveva morire. Ci fu una riunione e gli altri approvarono.[21]»

Il 3 febbraio 1981 Abbatino e Toscano uccidono Selis, uscito dal manicomio con un breve permesso e attirato in un agguato con il pretesto di una riappacificazione nella villa di Libero Mancone ad Acilia: con la scusa dell'abbraccio dà le spalle a Crispino che ha il tempo di estrarre la una calibro 22 nascosta dentro una scatola di cioccolatini e sparare contro Selis due proiettili, seguiti da altri due di Toscano. Il suo corpo verrà poi sepolto in una buca vicino all'argine del Tevere e ricoperto con della calce per affrettare la decomposizione e a tutt'oggi non è stato ancora ritrovato. Il 2 marzo Abbatino si presenta spontaneamente in Questura e dichiara la sua estraneità ai fatti fornendo falsi alibi e spiegazioni sufficientemente coerenti per essere lasciato libero.

In quei mesi la Banda dovrebbe mettere in atto alcuni sequestri su richiesta ma non ci sarà un seguito a causa degli arresti di Colafigli e Mancini (per l'agguato ai Proietti) e, dopo, per la morte di Aldo Semerari, psichiatra che con perizie compiacenti aveva fatto uscire di galera diversi membri della Banda.[22] Abbatino in sede processuale racconterà di essere stato presente sul posto a copertura di Mancini e Colafigli insieme a Raffaele Pernasetti e Giorgio Paradisi e di essere andati via con l'arrivo della polizia; il pentito dirà di essersi precostituito un alibi: insieme a Edoardo Toscano doveva risultare essere a casa di Alvaro Pompili a Filettino (Frosinone). Durante il confronto in aula Mancini però smentisce Abbatino.[23]

«Abbiamo avuto diversi referenti. Andavo da un onorevole della Democrazia Cristiana, che aveva un ufficio vicino al pantheon, a portare soldi per aggiustare il processo a Marcello Colafigli. Mi chiese anche dei voti. Era stato un alto funzionario della cancelleria di piazzale Clodio a metterci in contatto, lo stesso che, ben pagato, riusciva a indirizzare i fascicoli a un giudice piuttosto che a un altro. Poi c'era anche un faccendiere che mi faceva entrare in tribunale con più facilità di certi avvocati: aveva un Bmw con lo stemma "servizio di Stato". Era legato a Corrado Iacolare.[24] C'erano poliziotti e carabinieri corrotti, avvocati e magistrati. Ricordo che un procuratore una volta ci chiese due motorini per i figli, [...] Ci sono cose che non sono mai state chieste e altre che nessuno voleva che emergessero.[25]»

Con la scomparsa di Giuseppucci, boss fondatore e collante tra le varie anime dell'organizzazione, la Banda non riesce più a trovare la compattezza che precedentemente le era propria e i due gruppi prevalenti, quello della Magliana guidati da Maurizio Abbatino e i Testaccini di Danilo Abbruciati ed Enrico De Pedis, iniziano una guerra fredda. Le tensioni si fanno sempre più forti, soprattutto a causa della spregiudicatezza e dell'intraprendenza dei Testaccini che, sempre più slegati dal resto della Banda, oramai operano quasi in un regime di completa indipendenza e attraverso decisioni prese all'insaputa degli altri. Il 16 ottobre Abbruciati e De Pedis uccidono infatti Domenico Balducci per conto di Pippo Calò. Ne seguirà un litigio acceso tra Abbruciati e Abbatino, il quale rinfaccia al testaccino di perseguire propri scopi personali al di fuori dell'interesse comune del gruppo. In pratica, ai testaccini viene rivolta l'accusa di essere dei traditori che mettono in pericolo i compagni unicamente per proteggere gli affari dei Corleonesi.

Il 25 novembre la polizia scopre l'arsenale della Banda nello scantinato del Ministero della Sanità all'EUR e il custode chiama in causa Abbatino e Abbruciati per poi ritrattare. Il testaccino troverà la morte a Milano il 26 aprile 1982 nell'attentato a Roberto Rosone, vice-presidente del Banco Ambrosiano.

«Quando mi informarono, andai da Renatino e da Raffaele Pernasetti a chiedere spiegazioni. Volevo sapere perché si fossero mossi senza comunicare la decisione al resto della banda. Non era nelle nostre regole: tutto andava stabilito insieme. Renatino si giustificò dicendo che Danilo aveva agito anche a loro insaputa, che aveva ricevuto cinquanta milioni di lire per eseguire l'attentato. La spiegazione, ricordo, mi lasciò alquanto perplesso perché, pur essendo avido, Danilo non si sarebbe mai fatto usare come semplice killer.»

(Racconto di Maurizio Abbatino.[26])

Quando la Banda si accorge che Angelo De Angelis da tempo trattiene per sé una parte di cocaina che si occupa di tagliare, il 10 febbraio 1983 viene attirato in un agguato nella villa di Vittorio Carnovale e assassinato da Abbatino e Toscano con due colpi di pistola, calibro 7.65 e 38, sparati al cuore e alla nuca. Verrà poi ritrovato il 24 febbraio nel bagagliaio della sua Fiat Panda semicarbonizzata, vicino al ristorante Il Fico Vecchio di Grottaferrata.[27]

«Ero amico di De Angelis, la sua famiglia usciva con la mia, e cercai di rinviare l'esecuzione. Tentai di fargli capire che avevamo notato l'alterazione della cocaina dicendogli che da qualche tempo il Fuentes Cancino non si comportava bene, in modo che la smettesse di appropriarsene. Ero convinto che questo sarebbe bastato per evitare che venisse ucciso, ma Angelo non capì, e la sua eliminazione non poté essere evitata. Era un buon rapinatore. Aveva lavorato con la batteria dell'Alberone insieme a De Pedis. Dopo l'arresto di Renatino, la batteria si sciolse e Angelo, che aveva interesse per noi della Magliana, in particolare per me e per Edoardo Toscano, si unì alla nostra attirandosi l'antipatia di quelli del Testaccio. Fu lui a farmi incontrare Michele D'Alto detto Guancialotto. Mi aiutò a ucciderlo. Era l'estate dell'82, forse luglio, Angelo si fece trovare con D'Alto in un bar del Tufello.[...] Non sospettò neanche per un attimo di essere caduto in trappola. Né poteva immaginare che fossi stato io ad ammazzare il suo amico Nicolino Selis. Quando arrivammo nel campo, esplosi due colpi contro un albero davanti a me [per testare una pistola, ndr], poi ruotai il braccio verso destra e sparai al petto di D'Alto. Lasciammo lì il corpo e ce ne andammo. Ci hanno messo venticinque anni per processarmi, nonostante avessi confessato.[28][29][30]»

Secondo quanto raccontato ancora da Maurizio Abbatino e anche da Antonio Mancini, almeno dal 1976 e stando a quanto aveva raccontato lui stesso ai due compagni, De Angelis sarebbe stato membro di un gruppo massonico romano per il quale agiva e da cui riceveva protezione anche a livello processuale dato che fece poco carcere.[31]

La fuga e il pentimentoModifica

«Si parla molto della banda ancora oggi, quando all’epoca c’erano altre organizzazioni come ON o la P2 che ora sembra che stanno nel dimenticatoio. Sembra che la banda della Magliana sia diventata una discarica per tutto quello che non si riesce o non si vuole capire»

(Maurizio Abbatino.[32])
 
L'arresto di Maurizio Abbatino

Nel maggio del 1983 viene arrestato in un'abitazione sulla Laurentina in seguito ai pedinamenti della sua giovane amante Roberta che in seguito si fidanzerà con Angelo Angelotti; nell'appartamento accanto viene invece arrestato il suo amico Edoardo Toscano.

«In carcere stavo andando fuori di testa. Mi dissero di un detenuto che stava male, con i linfonodi ingrossati. Non sapevo di cosa si trattasse ma mi iniettai una siringa del suo sangue.»

(Alla domanda se si fosse iniettato davvero il virus di una grave malattia per uscire dalla cella.[33])

Nelle settimane seguenti scoppierà il caso del rapimento di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia sparita in circostanze misteriose all'età di 15 anni il 22 giugno a Roma. Tra le diverse ipotesi ci sarà anche quella del coinvolgimento della Banda e in particolare di Enrico De Pedis. Abbatino nel dicembre del 2009, rivelerà al procuratore aggiunto titolare dell'inchiesta sulla Magliana alcune confidenze raccolte fra i loro membri sul coinvolgimento di De Pedis e dei suoi uomini nel sequestro e nell'uccisione di Emanuela nell'ambito di rapporti intrattenuti da lui con alcuni esponenti del Vaticano.[34] In effetti anche Sabrina Minardi, donna di De Pedis in quegli anni, e l'altro pentito Antonio Mancini avrebbero in quegli anni tirato in causa il boss e nel 2005, alla redazione del programma Chi l'ha visto? era arrivata una telefonata anonima[35] in cui si diceva che per risolvere il caso Orlandi era necessario andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant'Apollinare e controllare «del favore che Renatino fece al cardinal Poletti». Si scopre così che "l'illustre" defunto altri non è che De Pedis. Nel maggio 2012 finalmente viene aperta la tomba di De Pedis ma al suo interno è presente unicamente la salma del defunto che, per espresso desiderio dei familiari, viene cremata. Allora scavando più approfonditamente vengono trovate solo nicchie con resti di ossa risalenti al periodo napoleonico. Quattro giorni dopo, il 18 maggio, viene indagato don Pietro Vergari per concorso in sequestro di persona. Nel 2018 Abbatino, intervistato da Raffaella Fanelli, rivela di aver saputo da Claudio Sicilia a Villa Gina che dietro al sequestro c'erano quelli di Testaccio - quindi De Pedis - e spiegherà perché il suo vecchio amico avrebbe preso la Orlandi:

«Per i soldi che aveva dato a personaggi del Vaticano. Soldi finiti nelle casse dello IOR e mai restituiti. E non c'erano solo i miliardi dei Testaccini ma pure i soldi della mafia. L'omicidio di Michele Sindona e quello di Roberto Calvi sono legati al sequestro Orlandi. Se non si risolve il primo non si arriverà mai alla verità sul presunto suicidio di Calvi e sulla scomparsa della ragazza. Secondo me non fu un ordine [della mafia, ndr] ma una cosa fatta in accordo. So dei rapporti di Renatino con monsignor Casaroli. Posso confermare i rapporti della banda con il Vaticano. Ma non ho mai conosciuto don Vergari. Può anche aver fatto beneficenza ma sicuramente non era cattolico, Renato era buddhista. I rapporti tra Vaticano e banda della Magliana risalgono a quegli anni lì [almeno al 1976, ndr]. E si devono alle amicizie di Franco. C'era un ragazzo omosessuale, si chiamava Nando. Fu lui a portare Franco da Casaroli. Di Casaroli si sapeva. Giuseppucci lo conosceva. E so che poi questa amicizia fu "ereditata" da Renatino. Renato l'ha ammazzato Marcello ma, se ci fossi stato, lo avrei fatto io. Sapeva tante cose. Così come Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati. Sono stati eliminati da chi non voleva (e non vuole ancora) testimoni. Quando ero detenuto a Villa Gina, Giorgio Paradisi, passato coi Testaccini, mi fece sapere che stavano organizzando la mia evasione. Avevano fatto lo stesso giochetto con Edoardo Toscano, che dall'aula bunker mandò fuori Vittorio Carnovale ... Da quella clinica sono uscito con le mie gambe e con l'aiuto di mio fratello. Forse chi aveva agevolato la morte di Franco, di Danilo e di Renato avrebbe voluto fare la stessa cosa con me. Dopo l'omicidio di Renatino girò la voce che ero io uno dei killer arrivati in via Pellegrino. Che ero io a guidare la moto. Puntavano a farmi fuori, ovvio. Volevano che i Testaccini mi cercassero.[36]»

Una volta arrestato quindi, sopravvissuto alla sanguinosa faida scaturita dopo la divisione della Banda tra il gruppo dei testaccini e quello della Magliana, grazie a false perizie di compiacenti medici del carcere di Rebibbia, Abbatino si fa ricoverare nella clinica Villa Gina all'EUR con una diagnosi di un tumore osseo in metastasi progressiva che, almeno secondo i referti, gli concederebbe pochi giorni di vita.

«Al Sant'Eugenio pagai cinquanta milioni di lire per avere un vetrino di cellule tumorali e una diagnosi di malato oncologico terminale, e per rendere più credibile la finta malattia accettai di sottopormi a un ciclo di chemioterapia. Era stato Franco a farmeli conoscere [gli Spallone, proprietari della casa di cura Villa Gina, ndr], andavano in giro con una Lancia blindata che poi vendettero a De Pedis. [...] Nell'ultima carcerazione mi rivolsi a loro. Avevo avuto gli arresti domiciliari in una clinica, non a casa, dissi che avrebbero dovuto solo confermare la diagnosi del tumore dell'ospedale. Si intascarono per questo un centinaio di milioni. Rimasi nella loro clinica all'Eur fino all'evasione.[37] A Villa Gina portai avanti per mesi la sceneggiata del malato terminale, paralizzato dalla vita in giù. Mi spostavo su una sedia a rotelle sotto gli occhi dei tre carabinieri che mi piantonavano. I miei rapporti con la banda erano sempre più freddi, sia per l'atteggiamento di Marcellone Colafigli, ndr] sia per il fatto che molti degli associati erano detenuti e con loro non avevo contatti. Solo nell'ultimo periodo, a Villa Gina, riuscii a parlare un paio di volte con Claudio Sicilia, che mi raccontò quello che stava avvenendo all'esterno. [...] La rabbia per i miei compagni che avevo sempre messo al primo posto e che pure dubitavano di me ... Mi immaginavo in una stanza a cinque stelle e con una vestaglia di seta, ma non era così.»

(Racconto di Abbatino.[38])

Il 20 dicembre 1986, approfittando di un momento di distrazione da parte della sicurezza, Crispino riesce a calarsi giù dalla grondaia da una finestra del primo piano e a dileguarsi con l'aiuto del fratello Roberto.[39]

«Già dall'epoca del mio ricovero agli arresti domiciliari presso Villa Gina, avevo constatato il totale raffreddamento dei rapporti con gli altri componenti della banda; raffreddamento che si era tradotto nella cessazione dell'assistenza economica sia a me che alla famiglia subito dopo il nuovo provvedimento di cattura. In conseguenza del fatto che non potevo avere contatti con l'esterno mi trovai completamente isolato dal resto della banda e quindi impossibilitato a spiegare le ragioni per le quali era opportuno che io restassi in clinica sino a che non fosse intervenuto un provvedimento di scarcerazione, chiarendo l'equivoco per il quale sarebbe stata una soluzione opportunistica quella di non evadere. Ovviamente, attesa la gravità dei reati dei quali dovevo rispondere e per i quali mi trovavo detenuto, era impensabile che potessi restare a Roma una volta fuggito. Pertanto non ritenni di riprendere contatti con i componenti della banda che in quel momento si trovavano in libertà, ma preferii farmi aiutare da mio fratello Roberto, il quale avrebbe dovuto, per come fece, trovarsi nei pressi della clinica con un'autovettura. Il personale addetto alla sorveglianza non fu da me corrotto. Mi limitai ad approfittare della loro buona fede, in quanto, convinti che io fossi veramente malato e paralizzato come davo a credere, durante la notte si limitavano a controllare che io fossi a letto e non stazionavano nella stanza. Alle quattro di notte, dopo aver messo nel letto un cestino e un cuscino che dessero l'impressione che qualcuno vi dormisse, scavalcai la finestra della mia camera posta al primo piano, e con un lenzuolo mi calai nel cortile, scavalcai la bassa inferriata di recinzione e con una certa difficoltà, considerato il lungo periodo di degenza, durante il quale ero stato sempre attento a non fare movimenti con le gambe, affinché non venisse scoperta la mia simulazione, raggiunsi l'auto nella quale mi aspettava mio fratello. Voglio aggiungere che della paralisi dei miei arti si erano convinti anche i componenti della banda, i quali anche per questo, ritenendomi ormai finito, avevano smesso di darmi assistenza economica»

(Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 3 dicembre 1992.)

Un mese dopo l'evasione dalla clinica, Abbatino, ospitato da un infermiere finché non si riprende fisicamente (era arrivato a pesare 40 kg), decide che Roma è diventata troppo pericolosa per lui, stretto tra la morsa della polizia e dei suoi ex amici della Banda; sceglie allora di fuggire in Sud America aiutato dal fratello.

«A Roma si era aperta una caccia all'uomo mai vista. Mi cercavano ovunque. Falsificai un passaporto sottratto a un amico di mio fratello e passai il confine con la Svizzera. Poi da Ginevra mi imbarcai su un volo per Rio de Janeiro.[40]»

Nel marzo del 1990 suo fratello Roberto viene brutalmente assassinato con 35 coltellate da alcuni esponenti della Banda interessati a scoprire dove si fosse rifugiato il boss. Uno degli esecutori fu il boss Angelo Angelotti, nuovo fidanzato della sua amante Roberta, che sarà poi arrestato nel dicembre 1998, condannato a 30 anni di reclusione e ucciso nel 2012 da un gioielliere in zona Spinaceto. Complici di Angelotti per l'omicidio di Roberto Abbatino sarebbero Marcello Colafigli e Libero Mancone ma l'accusa, alla quale non crede neanche Maurizio, in tribunale non riuscirà a essere provata.[41]

«C'è altro dietro la sua morte. C'è un'altra possibilità che gli investigatori non hanno mai preso in considerazione, comunque preferisco non parlarne.»

(Alla domanda se furono i Testaccini e Angelotti ad uccidere Roberto.[33])

Gli uomini della Squadra Mobile romana e della Criminalpol, che per anni gli daranno la caccia per dare seguito a cinque fra ordini e mandati di cattura per una sfilza di reati tra cui nove omicidi, traffico internazionale di droga e associazione a delinquere, a fine 1991 lo individuano in Venezuela, grazie anche ad una sua telefonata alla madre intercettata la sera di capodanno. Il 24 gennaio 1992, a Caracas mentre esce di casa viene arrestato dall'ispettore Michele Pacifici della Squadra Mobile e Pietro Milone della Criminalpol.

«Nella mano sinistra avevo un sacchetto pieno di frutta appena acquistato al mercato. Carolina, la mia compagna venezuelana, era in casa. Non ci furono domande. Mi circondarono senza darmi il tempo di estrarre dalla cinta la pistola. [...] Rimasi per cinque giorni in una cella della questura centrale, guardato a vista. So che l'arma che mi sequestrarono al momento dell'arresto fu restituita alla mia compagna. Senza l'accusa di porto abusivo d'armi, per loro sarebbe stato più facile ottenere l'estradizione. Un giorno si presentò in carcere l'avvocato Luigi Mele e mi riferì che Enzo Mastropietro, Giovanni Piconi e Renzo Danesi avevano messo a disposizione il denaro per far fronte alle spese legali. Mi chiese se era mia intenzione tornare in Italia o se, in alternativa, preferissi restare in Venezuela o essere estradato in altro paese, tipo il Messico. Mi fece anche capire che l'interessamento degli amici era dovuto al fatto che girava voce che io stessi collaborando. Non ci pensavo neanche ... volevo solo scappare. Uno strano piano di fuga mi fu proposto da un detenuto spagnolo quando ero nel carcere La Planta di Caracas. Mi avvicinò e mi disse di un tunnel scavato tempo prima, ancora intatto. Che da lì si poteva scappare con la complicità di una guardia. Sapevo chi ero. E questo mi mise in allarme. Come la sua decisione di non evadere con me. Il piano non mi convinse. Giorni dopo fui trasferito.»

Avviate le pratiche per il trasferimento del boss in patria, il 4 ottobre di quell'anno Abbatino viene espulso dal Venezuela, dopo 8 mesi di carcere passati in 3 penitenziari diversi (al Rodeo, il più duro del Paese, per sopravvivere è costretto a tagliare l'orecchio a un detenuto), viene preso in consegna dagli uomini della Squadra Mobile e riportato in Italia.[42][43] Sin dai giorni immediatamente successivi al suo arresto, in territorio venezuelano, Abbatino manifesta propositi di collaborazione agli stessi ufficiali della Polizia Giudiziaria italiana:

«Mi dissero della fibbia arrivata per eliminarmi e della telefonata di un boss del narcotraffico che era stata intercettata dalla DEA: un "voi fatelo uscire poi ci pensiamo noi" che aveva solo un'interpretazione ... Decisi di collaborare per un insieme di fattori in realtà.»

Dato che la notizia del suo pentimento raggiunge l'Italia prima dell'arrivo del volo, all'aeroporto di Fiumicino, c'è un grosso spiegamento di forze dell'ordine, giornalisti, fotografi e telecamere. Finito subito nel carcere di Belluno, dopo un mese e mezzo e decine di verbali viene trasferito nella scuola di polizia di Campobasso in regime extracarcerario e poi, nell'agosto del 1993, in una località protetta.[44] Decide quindi di intraprendere questo percorso di collaborazione con la magistratura, spinto da un grosso sentimento di rivalsa nei confronti dei suoi ex amici, aumentato anche dal fatto che, durante la sua latitanza, si erano resi protagonisti dell'omicidio del fratello, torturato a morte per cercare di scoprire il rifugio di Crispino. Il suo corpo, completamente massacrato e con il petto squarciato da una coltellata finale, riaffiorerà alcuni giorni dopo dal fiume Tevere, all'altezza di Vitinia.

«Sono stati i miei compagni i primi a tradire. Mentre pensavano ad ammazzarsi fra loro, hanno lasciato uccidere Roberto, mio fratello. Avevano il dovere di proteggerlo. Mai avrei pensato di collaborare. Mai. Ma ero deluso. Mi avevano deluso.[45]»

Alle 4 del mattino del 16 aprile 1993 scatta a Roma una gigantesca operazione di polizia, denominata Operazione Colosseo, con la mobilitazione di quasi 600 agenti di Criminalpol, Digos e Squadra Mobile: un fascicolo di 500 pagine pieno zeppo di date, nomi e prove che consente di ridisegnare la mappa dell'organizzazione malavitosa romana e di stabilire con precisione ruoli e responsabilità dei vari componenti, dal quale scaturirono 69 ordini di cattura firmati dal giudice istruttore Otello Lupacchini, di cui una decina vengono consegnati in carcere ad altrettanti detenuti mentre 13 ricercati sono scampati alle manette.[46]

Le sue confessioni, che in gran parte confermano quelle dei precedenti collaboratori Fulvio Lucioli e Claudio Sicilia (a cui però gli investigatori non avevano concesso allora il credito necessario) e che si vanno a sommare a quelle di Vittorio Carnovale (arrestato nel 1993), Antonio Mancini e della sua compagna Fabiola Moretti (arrestati nel gennaio 1994), sono quindi il punto di partenza di un nuovo maxiprocesso all'intera organizzazione della Banda della Magliana.[47] Dopo le sentenze di primo e secondo grado (23 luglio 1996 e 27 febbraio 1998), il 26 gennaio 2000 la Cassazione decide il rinvio a un'altra sezione della Corte d'Appello di Roma per un'altra valutazione della sussistenza del 416-bis (associazione di stampo mafioso): il 6 ottobre viene stabilito che la Banda era solo un'associazione a delinquere semplice e vengono ridotte le pene a tutti tranne che per Abbatino che dopo il primo grado non aveva presentato ricorso.

Abbatino racconterà che a Fiuggi, dov'era sotto protezione, si era opposto a un arresto minacciando di buttarsi dal terrazzo fino all'intervento di agenti speciali e del capo della polizia Antonio Manganelli che aveva bloccato il trasferimento a Roma; sarebbe stato portato a Rebibbia dove, per il furto al caveau di piazzale Clodio, era recluso anche Massimo Carminati che lui aveva accusato in relazione all'omicidio di Mino Pecorelli e al depistaggio della strage di Bologna. Invece prima di un'udienza del processo Calvi era stato arrestato per la mancata revisione di un'auto e c'era stato il tentativo di trasferirlo a Secondigliano dove Giorgio Paradisi stava scontando l'ergastolo a causa delle sue dichiarazioni ma dopo le sue proteste era stato lasciato a Sulmona solo in seguito all'intervento del magistrato Luca Tescaroli. Nell'ottobre del 1995 invece all'Hotel Caravaggio di Roma, prima di testimoniare contro i suoi ex compagni, due sicari avevano cercato di eliminarlo ma la scorta li aveva messi in fuga.[48]

Nell'autunno del 2015 gli viene tolta la protezione - e il nome di copertura - su decisione del Servizio Centrale del Viminale[49] Secondo lui questo fatto è da collegare al processo di Mafia Capitale che vede tra gli imputati Massimo Carminati:

«Cacciarmi fuori dal programma è stato un messaggio agli imputati di quel processo. Hanno fermato chi voleva collaborare. E' stata una sorta di invito a tacere, rivolto forse anche allo stesso Carminati. lui non avrà l'associazione mafiosa, e la farà franca anche con Mafia Capitale. Sconterà gli anni concordati. Pochi. Ha negato i suoi rapporti con noi della Magliana, "quelli che spacciavano droga" ci ha definito. Lui invece è più onesto: ha fatto i soldi con gli immigrati. C'era anche lui nel tentato omicidio Parente-Marchesi .[50] Era in macchina con me. Eppure è stato assolto, con un alibi tirato fuori a distanza di anni grazie alle amicizie che avevamo all'ospedale militare del Celio. Da quando è stato imputato nel processo per l'omicidio Pecorelli, Carminati è sempre stato tutelato.[51]»

In un'intervista a Il Fatto Quotidiano racconterà:

«Qualche scemo sarebbe disposto ad uccidermi solo per prestigio criminale. Massimo Carminati, ma non solo lui [mi vuole morto, ndr]. Nel corso del tempo ho ricevuto molti segnali. Carminati sicuramente è uno di quelli, poi ci sono gli apparati deviati. Era freddo, lucido. Il più freddo e lucido di noi. E quello con più potere di attrazione. A ogni assoluzione il potere di Carminati è cresciuto. Ha avuto la fortuna di godere di protezioni dall'alto e di essere imputato nell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli insieme a Giulio Andreotti. Non ero più protetto. E poi avevano ammazzato mio fratello, lo avrebbero fatto anche con me. Lo faranno, visto che lo Stato mi ha lasciato senza protezione. E le parla uno che ha un senso di rispetto per la giustizia. Ho collaborato proprio perché non avvenisse più niente di tutto quello che fu. Roma era il Far West. A un certo punto [nella collaborazione, ndr] mi sono fermato fino al punto in cui avevo le prove. Oltre non sono andato. Non potevo. Ma la storia della banda della Magliana è molto più complessa. E c'entra molto di più con la P2 rispetto a quanto è emerso. Lei tenga conto che ogni tanto il generale Santovito, l'ex capo del Sismi, mi faceva arrivare i saluti. Io non l'avevo neanche mai conosciuto. A un certo punto non so se per la nostra capacità di uccidere e il controllo del territorio, ma eravamo rispettati dai poteri deviati e da una certa politica, allora molto influente. E se Mafia Capitale, come è stata ribattezzata, è emersa quando ormai tutti sapevano e non potevano fare a meno che esplodesse lo scandalo, qualcuno li aveva coperti. Carminati sapeva benissimo che lo avrebbero arrestato.[52]»

Abbatino si vedrà togliere la pensione nel giugno 2017 poiché il contributo di 240 euro per malattia non spetta a chi ha condanne per mafia.[53]

«L'avvocato di Carminati ha messo in discussione le mie dichiarazioni e quelle di altri collaboratori parlando di "pentiti coccolati dalla procura". In realtà Carminati non mi ha mai querelato perché sa bene che ho detto la verità. Il Cecato ha svuotato cassette di sicurezza di magistrati e avvocati: io ho fatto la scelta di collaborare, lui quella di ricattare. Chi di noi è il più infame? Non è solo per quello che ho detto che sono un bersaglio. Ma per tutte le cose che so e che non ho raccontato perché impossibili da dimostrare. Carminati l'ha sempre fatta franca e anche questa volta finirà che lo grazieranno e sconterà solo qualche anno. Ha negato i suoi rapporti con noi della Magliana, ci ha chiamato "quelli che spacciavano droga".
L'omicidio di Michele Sindona e quello di Roberto Calvi sono legati al sequestro Orlandi. Se non si risolve il primo non si arriverà mai alla verità sulla fine di Calvi e sulla scomparsa della ragazza. I tre casi sono collegati da un flusso di soldi finiti nelle casse del Vaticano e mai restituiti»

(Abbatino parlando di Massimo Carminati e della sparizione di Emanuela Orlandi.[33])

Al 2020 sta scontando una condanna a 30 anni, nonostante il pentimento, ed è ai domiciliari per motivi di salute.

Il FreddoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Il Freddo.

La figura di Abbatino ha ispirato il personaggio del Freddo nel libro Romanzo criminale, scritto nel 2002 da Giancarlo De Cataldo e riferito alle vicende realmente avvenute della banda della Magliana. Nell'omonimo film che ne verrà poi tratto, diretto da Michele Placido nel 2005, il personaggio del Freddo fu interpretato dall'attore Kim Rossi Stuart, mentre nella serie televisiva, diretta da Stefano Sollima, i suoi panni furono vestiti da Vinicio Marchioni[54].

NoteModifica

  1. ^ Raffaella Fanelli, Epilogo, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 257, ISBN 9788832960389.
  2. ^ a b Interrogatorio di Maurizio Abbatino del 13.12.92, 13 dicembre 1992.
  3. ^ Raffaella Fanelli, Le origini della Banda, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 112, ISBN 9788832960389.
  4. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 17, ISBN 9788832960389.
  5. ^ Esclusivo: Tra Abbattino e il Freddo. La vera storia della Banda della Magliana/1, Notte Criminale. URL consultato il 4 luglio 2012 (archiviato dall'url originale il 24 settembre 2012).
  6. ^ Così fu ucciso il duca Grazioli - Il Corriere della Sera
  7. ^ Raffaella Fanelli, Il caso Moro, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 182-183, ISBN 9788832960389.
  8. ^ Raffaella Fanelli, Il caso Moro, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 187-188, ISBN 9788832960389.
  9. ^ Giuliano Gallo, Banda della Magliana fine della lunga fuga, in archiviostorico.corriere.it (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2016).
  10. ^ Chi l'ha visto Intervista a Maurizio Abbatino di Pino Rinaldi (archiviato dall'url originale il 20 giugno 2009).
  11. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 122-128, ISBN 9788832960389.
  12. ^ Verrà condannato con rito abbreviato a tre anni.
  13. ^ Bruno Scioscia verrà prima condannato a tre anni di reclusione e poi assolto anche alla luce del proscioglimento del fratello Giovanni.
  14. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 34-35, ISBN 9788832960389.
  15. ^ Raffaella Fanelli, La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 19, 191, ISBN 9788832960389.
  16. ^ Abbatino lo riconobbe come il mitra consegnato per salvare la vita di Paolo Aleandri.
  17. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 23-24, ISBN 9788832960389.
  18. ^ Raffaella Fanelli, La versione del Freddo, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 62-63, ISBN 9788832960389.
  19. ^ Raffaella Fanelli, Le origini della banda, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 87, ISBN 9788832960389.
  20. ^ Raffaella Fanelli, Il caso Moro, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 188, ISBN 9788832960389.
  21. ^ Raffaella Fanelli, Il caso Moro, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 188, ISBN 9788832960389.
  22. ^ Raffaella Fanelli, Giudici troppi scomodi e sentenze da aggiustare, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 179, ISBN 9788832960389.
  23. ^   Processo alla Banda della Magliana confronti, su YouTube, 1º luglio 2018. URL consultato il 14 aprile 2020.
  24. ^ Iacolare era un camorrista molto amico di Claudio Sicilia, legato a Raffaele Cutolo e ai servizi segreti come Vincenzo Casillo.
  25. ^ Raffaella Fanelli, La versione del Freddo, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 68, ISBN 9788832960389.
  26. ^ Raffaella Fanelli, La scomparsa di Emanuela Orlandi, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 249-250, ISBN 9788832960389.
  27. ^ Bianconi, 2005, p. 203.
  28. ^ Il rinvio a giudizio per gli omicidi di D'Alto e De Angelis c'è stato solo nel marzo del 2007.
  29. ^ Bianconi, 2005, p. 205.
  30. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 25-26, ISBN 9788832960389.
  31. ^ Raffaella Fanelli, Giudici troppi scomodi e sentenze da aggiustare, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 161-162, ISBN 9788832960389.
  32. ^ La Storia siamo noi, I segreti della Banda della Magliana (archiviato dall'url originale il 24 febbraio 2009).
  33. ^ a b c La verità del Freddo
  34. ^ «È stato Renatino a rapire la Orlandi», in Corriere della Sera, 28 dicembre 2009. URL consultato il 17 giugno 2010.
  35. ^ Audio su sito Rai, su rai.tv.
  36. ^ Raffaella Fanelli, La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 16, 215-216, 234, ISBN 9788832960389.
  37. ^ Nessun componente della famiglia Spallone risulterà indagato per aver favorito Abbatino o altri.
  38. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 35-36, ISBN 9788832960389.
  39. ^   La fuga di Abbattino, su YouTube, History Channel, 13 dicembre 2010. URL consultato il 5 luglio 2012.
  40. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 39, ISBN 9788832960389.
  41. ^ Raffaella Fanelli, Le origini della banda, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 100-101, ISBN 9788832960389.
  42. ^ Preso l'ultimo boss di Roma
  43. ^ Sorpreso in Venezuela il boss della Magliana - Il Corriere della Sera
  44. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 39-44, ISBN 9788832960389.
  45. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 31, ISBN 9788832960389.
  46. ^ Operazione Colosseo, blitz all'alba, in Repubblica, 17 aprile 1993. URL consultato il 14 aprile 2020.
  47. ^ Giovanni Bianconi Ragazzi di malavita, 2005, Milano, Baldini Castoldi Dalai, ISBN 88-8490-516-8.
  48. ^ Raffaella Fanelli, La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 71-77, 245, ISBN 9788832960389.
  49. ^ Banda della Magliana, perché Abbatino viene lasciato libero di essere ucciso, su Il Fatto Quotidiano, 23 marzo 2016. URL consultato il 23 maggio 2016.
  50. ^ La sera del 19 settembre 1980, Maurizio Abbatino, Paolo Frau, Edoardo Toscano e Marcello Colafigli, appostati davanti ad una villa tra Ostia e Castelfusano abitualmente frequentata da Enrico Proietti detto er Cane fecero fuoco contro una macchina a bordo della quale c'erano Pierluigi Parente, avvocato ventottenne e figlio di un industriale, e la sua fidanzata Nicoletta Marchesi, completamente estranei al clan Proietti. Il ragazzo fece in tempo a darsi alla fuga, mentre la sua fidanzata rimase gravemente ferita. Il pentito Abbatino farà anche il nome di Carminati come membro del commando di quella sera; il nero però durante un confronto in aula smentirà di essere stato presente poiché sarebbe stato ricoverato all'Ospedale militare Celio.
  51. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, pp. 19-20, ISBN 9788832960389.
  52. ^ "Carminati ci vuole morto"
  53. ^ Raffaella Fanelli, I segreti della Magliana, in La verità del Freddo, 1ª ed., Milano, Chiarelettere, 2018, p. 45, ISBN 9788832960389.
  54. ^ La verità del Freddo: "Dalla Magliana fino a Mafia Capitale, Carminati c'è sempre", in Repubblica.it, 23 aprile 2017. URL consultato il 13 maggio 2017.

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