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Evangelistario di Godescalco, Cristo in maestà, tra il 781 e il 783 circa (Parigi, BnF, NAL 1203, f. 3 recto).
Evangelistario di Godescalco, Fontana della vita e incipit (Parigi, BnF, NAL 1203, ff. 3v e 4r).

La miniatura carolingia fu una delle più importanti manifestazioni della cosiddetta Rinascenza carolingia; riguarda la produzione libraria miniata degli scriptoria annessi ai palazzi imperiali e ai centri monastici fondati da Carlo Magno, nel periodo compreso tra l'VIII e il IX secolo, quando si interruppe la produzione in stile insulare, che aveva precedentemente dominato l'arte miniatoria, per tornare ai modelli dell'antichità. Anche la scrittura venne riformata e resa più leggibile, con caratteri ben distanziati e ordinati, come nella minuscola carolina.

Nel panorama dell'arte carolingia la miniatura fu una delle arti verso cui maggiormente agì la spinta alla renovatio. Il libro rivestì un'importanza fondamentale nell'organizzazione dell'Impero, essendo veicolo delle leggi scritte e del recupero del sapere antico. Per questo gli imperatori stessi furono grandi committenti di opere librarie, insieme ai personaggi ecclesiastici e laici variamente legati alla corte.

Le opere di pittura murale di età carolingia sono in gran parte perdute, ma gli splendidi manoscritti miniati ci sono pervenuti numerosi, testimoniando la vitalità e gli indirizzi culturali prevalenti nelle arti pittoriche dell'epoca.

Indice

Il libro in età carolingia e la sua tradizioneModifica

 
Coperta eburnea dell'Evangeliario di Lorsch.
 
Coperta del Codice aureo di Sant'Emmerano, Monaco di Baviera, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 14000.

Il libro era un oggetto di lusso, la cui produzione richiedeva molto lavoro e materiali costosi. Tutti i manoscritti carolingi furono scritti su pergamena, poiché la carta, più economica, non giunse in Europa che alla fine del XIII secolo. Le opere più rappresentative, come l'Evangeliario di Godescalco, l'Evangeliario di Saint-Médard de Soissons, l'Evangeliario dell'Incoronazione o l'Evangeliario di Lorsch, furono scritte con inchiostro d'oro o d'argento su pergamena tinta di porpora. Le miniature venivano eseguite a gouache, raramente tramite disegno al tratto. Le coperte di questi oggetti erano costituite da placche d'oro o d'avorio, fissate con legature in oro, decorate con pietre preziose.

Ci sono giunti circa 8000 manoscritti datati tra l'VIII e il IX secolo.[1] È difficile stimare le perdite dovute alle incursioni normanne, alle guerre, all'iconoclastia, agli incendi, all'ignoranza o al reimpiego dei materiali. Gli inventari giunti sino a noi ci informano sulle consistenze delle biblioteche più importanti. In epoca carolingia il numero dei volumi conservati nell'abbazia di San Gallo passò da 284 a 428 unità,[2] l'abbazia di Lorsch ne possedeva 690[3] alla fine del IX secolo. I testamenti forniscono notizie sulle biblioteche private; i 200 codici[4] lasciati da Angilberto all'abbazia di Saint-Riquier, tra i quali l'Evangeliario di Saint-Riquier, rappresentano uno dei più grandi fondi librari dell'epoca. Non si conosce la consistenza della biblioteca di Carlo Magno, venduta alla sua morte in base alle disposizioni testamentarie.

Non tutte le opere librarie venivano miniate e alcune lo erano solo in parte; i codici più costosi non avevano funzione utilitaria, ma venivano conservati tra i tesori della chiesa ed esposti, come le reliquie, solo in occasioni speciali.[5] Aperti raramente e conservati entro scrigni o armadi chiusi, non hanno subito nel tempo aggressioni da parte di agenti esterni; la stessa pergamena è supporto particolarmente durevole. Per queste ragioni molti manoscritti carolingi miniati sono giunti sino a noi in buono stato di conservazione, i documenti frammentari sono rari, ma il numero dei manoscritti perduti dovette essere significativo, come si deduce dalle copie sopravvissute di miniature perdute.[6] In alcuni casi il modello ci è noto perché citato nel libro che lo riproduce.

Se le coperture dorate difficilmente riuscirono a sfuggire al reimpiego, più frequenti sono invece le placche in avorio. Delle cinque placche che formano la coperta dell'Evangeliario di Lorsch quella inferiore è un originale tardoantico reimpiegato, come si può dedurre dall'iscrizione presente sul verso.[7] Le sole coperte in avorio che è possibile datare con certezza e collegare ad una commissione di Carlo Magno sono quelle del Salterio di Dagulfo, descritte con precisione nella dedica, conservate al Museo del Louvre.[8]

Motivi iconograficiModifica

 
Carlo il Calvo e la "mano divina" nella Prima Bibbia di Carlo il Calvo (Parigi, BnF, Ms. lat. 1, f. 423r).
 
Rappresentazione di Cefeo negli Aratea di Leida.

La posizione di Carlo Magno e della sua corte nei riguardi del problema costituito dalle lotte iconoclaste era descritta nei Libri Carolini; si trattava di una posizione di compromesso che pur non accettando le posizioni degli iconoduli assegnava all'immagine un compito educativo. Col tempo le rigidità iniziali andarono allentandosi. L'immagine del Cristo in trono, rappresentata solo raramente all'inizio dell'epoca carolingia, divenne a partire dalla metà del IX secolo un motivo centrale negli evangeliari e nelle Bibbie di Tours[9] entrando a far parte, insieme alle tipiche figure degli evangelisti, di un ciclo iconografico stabile. Nell'Evangeliario di Godescalco apparve per la prima volta il motivo della fontana della giovinezza, ripreso in seguito nell'Evangeliario di Saint-Médard de Soissons. Tema iconografico nuovo era anche l'agnello sacrificale.

Con Ludovico il Pio anche il ritratto dell'imperatore divenne tema ricorrente nei manoscritti di Tours. Nell'ambito della ripresa dell'eredità romana come elemento di legittimazione della regalità, questo motivo acquisì un'importanza particolare. Confrontando queste immagini con la letteratura contemporanea, ad esempio la Vita et gesta Caroli Magni di Eginardo, se ne comprende la natura tipologica, nello stile dei ritratti imperiali romani.[10] Il carattere sacrale della dignità imperiale poteva essere variamente sottolineato, ad esempio facendo apparire la mano di Dio al di sopra dell'imperatore stesso, ma l'immagine più significativa sotto questo aspetto è il ritratto di Ludovico il Pio con aureola e croce che illustra il Liber de laudibus Sanctae Crucis di Rabano Mauro.[11]

Al confronto dei libri liturgici, i libri laici miniati sono rari, tra questi: gli Aratea di Leida (830-840), Il Fisiologo di Berna (Reims, 825-850), il De institutione arithmetica Libri II di Boezio miniato a Tours verso l'840 per Carlo il Calvo;[12] le commedie di Terenzio, miniate nell'825 in Lotaringia[13] e nella seconda metà del IX secolo a Reims.[14]

La miniatura nell'epoca di Carlo MagnoModifica

 
Evangeliario dell'Incoronazione, San Matteo, inizio IX secolo (Vienna, Kunsthistorisches Museum).

La cultura libraria merovingia, influenzata dalla miniatura insulare, fu interrotta alla fine dell'VIII secolo, quando Carlo Magno (768-814) riunì i più grandi intellettuali del suo tempo presso il Palazzo imperiale di Aquisgrana con l'intento di riformare la cultura nel regno. A seguito del viaggio in Italia compiuto nel 780-81 nominò direttore della schola palatina Alcuino di York. Tra i saggi riuniti ad Aquisgrana vi furono Paolo Diacono e Teodulfo. Molti tra coloro che fecero parte della scuola di palazzo furono in seguito inviati come abati o vescovi nei centri culturali più importanti del regno per diffondervi la cultura elaborata a corte. Teodulfo fu nominato vescovo d'Orléans, Alcuino vescovo di Tours nel 796. Dopo di lui, la scuola di Aquisgrana fu affidata alla direzione di Eginardo.

Gli stili delle diverse scuole carolinge riflettono le differenti fonti meridionali dalle quali provenivano i modelli di riferimento. Le prime scuole sottoposte alla diretta influenza di Carlo Magno, malgrado le differenze stilistiche, avevano in comune la ricerca della chiarezza e dell'ordine nell'impaginazione, la ripresa dei motivi ornamentali classici, della struttura organica dei corpi e dello spazio nelle parti figurative, degli effetti della luce sulle superfici. Questo riordino del disegno e dell'impaginazione non era che una parte della riforma carolingia in ambito librario, la quale si applicava con altrettanta attenzione alla riproduzione dei testi originali, effettuata con una scrittura che veniva resa unica e chiara.

Si distingue in primo luogo la scuola di corte, alla quale si collega il gruppo di opere chiamate convenzionalmente gruppo di Ada prodotte in uno scriptorium palatino di incerta ubicazione. I primi manoscritti della scuola si mostrano ancora legati allo stile della miniatura insulare, nei contorni marcati e nelle architetture che incorniciano figure piatte e rigidamente solenni.[15] Dallo stile del gruppo di Ada si allontana un altro gruppo di codici, caratterizzato invece da un deciso recupero della pittura ellenistica, formato dai Vangeli dell'Incoronazione, dai Vangeli di Aquisgrana, e dall'Evangeliario di Xanten.[16] A partire da queste si svilupparono in seguito altre scuole legate ai diversi scriptoria annessi ai monasteri di Reims, Metz e Tours. Il loro stile dipendeva dalla tradizione dello scriptorium stesso, dal contenuto e dalla qualità della biblioteca annessa e dalla personalità del mecenate.

Il gruppo di Ada o scuola di corteModifica

 
Evangeliario di Ada, San Matteo (Treviri, Staatsbibliothek, Cod. 22).

Il gruppo di Ada è un gruppo di codici miniati riuniti dagli studiosi Janitschek e Menzel nel 1889[16] sotto il nome della committente di un evangeliario conservato a Treviri (Evangeliario di Ada).

L'opera più antica del gruppo è l'Evangelistario di Godescalco commissionato da Carlo Magno in occasione del battesimo di Pipino, figlio di Carlo, avvenuto a Roma nel 781. Nel codice purpureo, con testo a inchiostro d'oro e d'argento, le miniature a piena pagina (il Cristo in gloria, i quattro evangelisti e la fontana della giovinezza) sono già di ispirazione ravennate, mentre la grande pagina iniziale, le lettere iniziali ornate e una parte della decorazione sono in stile insulare.[15]

In seguito la scuola si impadronì di un maggiore naturalismo e senso della plasticità di cui sono esempio l'Evangeliario aureo di Harley (Londra, British Library, Harley Ms. 2788), l'Evangeliario di Ada datato al 790 circa (Stadtbibliothek di Treviri) e l'Evangeliario di Lorsch, dell'810. Questi evangeliari, tutti datati tra VIII e IX secolo, mostrano, pur mantenendo il tipico stile lineare delle origini, un aulico stile bizantino nella rinnovata attenzione alla precisa elaborazione delle forme, con alcune influenze tipicamente occidentali, quali è possibile leggere nelle finte architetture di sfondo o nell'uso di cornici composte da archi e colonne, evidente richiamo agli avori paleocristiani del IV – V secolo.[15] Al gruppo di Ada appartengono ancora il Salterio di Dagulfo, l'Evangeliario di Saint-Riquier e l'Evangeliario di Saint-Médard de Soissons.

La scuola di corte sembra essersi dispersa dopo la morte di Carlo Magno lasciando di sé scarse tracce nella miniatura dei decenni seguenti.[17] Se ne trovano nell'Abbazia di Fulda, a Mayence a Salisburgo e nei dintorni di Saint-Denis.[6]

Il gruppo dell'Evangeliario dell'IncoronazioneModifica

 
Evangeliario di Xanten, Ritratto di evangelista, 810 circa (Bruxelles, Bibliothèque royale de Belgique, Ms. 18723, f. 18v).

Il secondo gruppo di manoscritti, chiaramente distinto dal gruppo di Ada nel chiaro riferimento alla tradizione ellenistica, venne riunito per affinità stilistica intorno all'Evangeliario dell'Incoronazione. Lo stile impressionistico di questi manoscritti non ha precedenti nell'Europa del nord e per il naturale virtuosismo con il quale furono riprodotte le forme dei modelli greco-ellenistici si ipotizza l'apporto diretto di artisti bizantini o di provenienza italiana.[18] Le monumentali figure degli evangelisti, sapientemente modellate, sono rappresentate nella posizione dei filosofi antichi, entro sfondi paesaggistici aerei e luminosi.

Nell'età di Carlo Magno il gruppo dell'Evangeliario dell'Incoronazione non ebbe vasto seguito e rimase piuttosto all'ombra della scuola di corte.[18] In seguito alla morte di Carlo Magno questa corrente neoellenistica venne ripresa dallo scriptorium di Hautvillers fondato dal vescovo Ebbone, consigliere di Ludovico il Pio, nei pressi di Reims; i miniatori di Reims vi aggiunsero una tensione dinamica ed emotiva, ottenuta attraverso la linea vivace e il gusto visionario, esemplificato dall'Evangeliario di Ebbone,[16] che avrebbe avuto grande influenza sulla produzione successiva.

La miniatura nell'epoca di Ludovico il PioModifica

 
Vangeli di Ebbone, San Marco (Epernay, Bibliotheque Municipale, Ms. 1, f. 18v).
 
Salterio di Utrecht (Utrecht Bibliothek der Rijksuniversiteit, Ms. 32 f. 30r).
 
Sacramentario di Drogone, Iniziale C, (Parigi, BnF, Ms. lat. 9428, f. 71v).

Dopo la morte di Carlo Magno, sotto il regno di Ludovico il Pio (814-840), il centro propulsivo della produzione carolingia si spostò a Reims guidata nel secondo e terzo decennio del secolo dall'arcivescovo Ebbone. Nelle opere dei miniatori di Reims la linea espressiva e nervosa disegnava personaggi avvolti da un'estasi agitata che li allontanava dagli armoniosi modelli antichi.

Per corrispondenza stilistica con l'Evangeliario di Ebbone si attribuì agli stessi anni e alla stessa scuola il noto Salterio di Utrecht (dal luogo di conservazione, nei Paesi Bassi) realizzato in bianco e nero con disegno al tratto, tra l'816 e l'835: il manoscritto riprende la maniera impressionistica dei prototipi greci, che ci è nota ad esempio tramite i frammenti del Codice di Cotton opera di un pittore alessandrino del V-VI secolo. Vi si riscontrano un'innovativa vitalità espressiva, un segno grafico dinamico e uno stile narrativo efficace e sintetico, qualità pienamente medievali e sconosciute al mondo bizantino.

La scuola di miniatura di Reims trasmise il proprio stile agli intagliatori d'avorio locali, attivi nel periodo di Carlo II il Calvo e autori di una serie di opere riunite sotto il nome convenzionale di avori di Liutardo, dal nome del miniatore francese che decorò alcune opere commissionate da Carlo.[19][20]

Durante l'abbaziato di Alcuino (796-804) lo scriptorium di Tours non volse la propria attività alla produzione figurata. Una grande Bibbia miniata intorno all'840 (la Bibbia di Moutier-Grandval, Londra, British Library, MS Add. 10546) mostra come già quasi alla metà del secolo i miniatori di Tours seguissero ancora fedelmente i modelli antichi, con fare inesperto.[21]

Con l'arcivescono Drogone di Metz (823-855), figlio naturale di Carlo Magno, la scuola di Metz produsse capolavori come il Sacramentario di Drogone, con una sola rappresentazione a piena pagina e numerose iniziali riccamente istoriate e ornate.

La miniatura nell'epoca di Carlo il CalvoModifica

La miniatura carolingia raggiunse il suo apogeo con Carlo il Calvo. Il lavoro di avvicinamento nei riguardi dei modelli antichi compiuto dallo scriptorium dell'abbazia di Tours giunse, sotto la guida dell'abate Adalardo (834-843) e del conte Viviano (843-851), agli esiti testimoniati dalla Prima Bibbia di Carlo il Calvo o Bibbia di Viviano (846), miniata da un artista che aveva avuto modo di visionare le novità provenienti da Reims, e dall'Evangeliario di Lotario. Il monastero di Tours fu distrutto dai Normanni nell'853 e il ruolo di sede dello scriptorium di corte di Carlo il Calvo venne ereditato dalla basilica di Saint-Denis[9] dove si produssero verso l'870 opere riccamente miniate come il Codice aureo di Sant'Emmerano e la Bibbia di Saint-Paul. Il Codice aureo è così denominato per l'uso particolarmente esteso dell'oro, caratteristica che è stata messa in relazione con la metafisica della luce di matrice plotiniana, ripresa da Scoto Eriugena e destinata ad avere grande importanza nel pensiero medievale.[22]

La scuola franco – sassoneModifica

 
Seconda Bibbia di Carlo il Calvo, Pagina iniziale (Parigi, BnF, lat. 2, 11r).

Sempre nell'ambito della committenza di Carlo II si verificò una rinascita della miniatura insulare anglo-irlandese, che prende il nome di scuola franco-sassone, una corrente diffusa nei territori dell'attuale Belgio e nella Germania del Nord, la quale, prendendo a modello le opere anglo-irlandesi dell'VIII secolo, si volse nuovamente al gusto decorativo della miniatura insulare di epoca precarolingia.[23] Anticipazioni di questa tendenza si ebbero nell'abbazia di Saint-Amand con la cosiddetta Seconda Bibbia di Carlo il Calvo, risalente a circa l'870, nella quale si tornò alla decorazione "aniconica", priva delle piene pagine figurate, alle decorazioni angolari e alle grandi lettere capitali dalla geometria armoniosa e raffinata.[16] Emersero in questo periodo nuovi scriptoria che ne diedero ulteriori esempi: le abbazie di Saint-Vaast ad Arras, di Saint-Omer e di Saint-Bertin. Da quest'ultima proviene il Salterio di Ludovico II il Germanico, scritto nel terzo o quarto decennio del IX secolo.

Altri centri scrittorîModifica

Benché i codici miniati più importanti siano usciti da scriptoria di palazzo e da abbazie o sedi episcopali strettamente legate alla corte, molte scuole monastiche coltivarono le proprie tradizioni spesso legate originariamente alla produzione insulare o merovingia. Ne è esempio l'abbazia di Corbie, dove sembra sia stata elaborata la minuscola carolina.[24] Del 788 circa è il Salterio di Montpellier, riccamente decorato e probabilmente realizzato per un membro della famiglia ducale di Baviera nel Monastero di Mondsee. Nello stesso monastero venne redatto, intorno all'800 il Codex Millenarius maior, ora conservato nell'abbazia di Kremsmünster.

Le Bibbie e gli evangeliari scritti durante il primo quarto del IX secolo sotto la direzione del vescovo Teodolfo formano un caso a parte. Teodolfo era, a fianco di Alcuino, uno dei più grandi teologi della corte di Carlo Magno, e verosimilmente l'autore dei Libri Carolini; la sua tendenza iconoclasta era ancora maggiore di quella di Alcuino e i codici prodotti dal suo scriptorium a Orléans,[25] benché scritti con oro e argento su pergamena purpurea, presentano quale unico elemento decorativo la struttura architettonica che tipicamente accompagnava le tavole canoniche. Un evangeliario dell'abbazia di Fleury,[26] che dipendeva dalla diocesi di Orléans, contiene, a fianco delle 15 tavole canoniche, una sola miniatura con i simboli degli evangelisti.

La scuola dell'abbazia di Fulda sembra seguisse direttamente la tradizione di Aquisgrana,[17] ma nella figura aureolata di Ludovico il Pio, nella copia del Liber de laudibus Sanctae Crucis,[11] guarda a modelli greci e prende esempio dalle rappresentazioni di Costantino il Grande.[27] Tardoantichi erano i modelli degli scriptoria di Salisburgo e Saint-Amand. L'abbazia di San Gallo era posta sotto la diretta protezione imperiale, ma i modelli di riferimento del suo scriptorium erano indipendenti da quelli carolingi e più legati all'Italia settentrionale. Qui, alla fine dell'VIII secolo, si data il codice di Egino, con i testi dei padri della Chiesa e le loro figure miniate a piena pagina su fondo d'oro, con linguaggio che recupera il tardoantico, forse derivandolo da un modello del VI secolo, secondo una tendenza diffusa, come testimoniato dagli affreschi della chiesa di San Zeno a Bardolino. Verso sud, la produzione libraria di epoca carolingia si concentrava negli scriptoria monastici di Bobbio, Nonantola, Montecassino e San Vincenzo al Volturno.[16]

Il passaggio all'arte ottonianaModifica

 
Sacramentario di Petershausen, Cristo in gloria (Heidelberg, Bibliothèque de l'université, Cod. Sal. IXb, 41r).

Dopo la morte di Carlo il Calvo nell'877 e per circa un secolo non si ebbero novità nelle arti grafiche. L'arte della miniatura venne praticata solo nelle abbazie e a un livello modesto, mentre scomparivano le committenze nobiliari. Con i cambiamenti nei rapporti di forza, crebbe l'importanza dei monasteri della Francia orientale. Lo stile delle iniziali dell'abbazia di San Gallo e le miniature delle abbazie di Fulda e di Corvey svolsero un ruolo da intermediari nel passaggio alla miniatura ottoniana. Gli scriptoria di Lorsch, di Saint-Emmeran a Ratisbona, di Würzburg, del Mondsee, di Reichenau, di Magonza e di Salisburgo furono i centri monastici attivi della Francia orientale, e tra questi quelli più vicini alle Alpi mantennero stretti scambi artistici con l'Italia del nord. Il nuovo stile si sviluppò solo dal 970, sotto gli auspici della dinastia sassone. L'arte ottoniana, benché designata talvolta come "rinascenza ottoniana" non si rivolgeva direttamente ai modelli dell'antichità, ma si appoggiava alla miniatura carolingia pur sviluppando tramite questa un linguaggio autonomo e omogeneo. Alla fine del X secolo nell'abbazia di Reichenau il Cristo in gloria dell'Evangeliario di Lorsch veniva ripreso nel Sacramentario di Petershausen e nei Vangeli di Gero.

NoteModifica

  1. ^ Riché 1981, p. 249.
  2. ^ Riché 1981, p. 251.
  3. ^ Walther 1995, p. 47.
  4. ^ Riché 1981, p. 393.
  5. ^ Jakobi-Mirwald 2004, p. 215.
  6. ^ a b Mütherich 1999, p. 564.
  7. ^ Bering 2002, p. 219.
  8. ^ Plaques de reliure du psautier de Dagulf : David, saint Jérôme, su Museo del Louvre. URL consultato il 30 dicembre 2014.
  9. ^ a b Holländer 1993, p. 253.
  10. ^ Laudage, Hageneier e Leiverkus 2006, p. 92.
  11. ^ a b Mütherich e Gaehde 1979, pp. 54 - 55.
  12. ^ Bamberga, Biblioteca di Stato di Bamberga, Msc.Class.5; Stiegemann e Wemhoff 1999, t.2, pp. 725 - 727.
  13. ^ Roma, Vaticana, Vat. lat. 3868; Stiegemann e Wemhoff 1999, t.2, pp. 719 - 722.
  14. ^ Parigi, Bibliothèque nationale de France, Lat. 7899; Mütherich e Gaehde 1979, pp. 26 - 27.
  15. ^ a b c Kitzinger 2005, pp. 60 - 67.
  16. ^ a b c d e Ciardi Dupré 1997.
  17. ^ a b Holländer 1993, p. 248.
  18. ^ a b Holländer 1993, p. 249.
  19. ^ Castelfranchi 1993, pp. 27 - 28.
  20. ^ Kitzinger 2005, pp. 59 - 70.
  21. ^ Kitzinger 2005, pp. 68 - 69.
  22. ^ Castelfranchi 1993,  p. 29.
  23. ^ Kitzinger 2005, pp. 71 - 72.
  24. ^ Stiegemann e Wemhoff 1999, pp. 811 - 812.
  25. ^ Bering 2002, p. 135.
  26. ^ Mütherich e Gaehde 1979, pp. 52 - 53.
  27. ^ Grimme 1988, p. 53.

BibliografiaModifica

  • (DE) Florentine Mütherich e Joachim E. Gaehde, Karolingische Buchmalerei, München, Prestel, 1979, ISBN 3-7913-0395-3.
  • (DE) Pierre Riché, Die Welt der Karolinger, Stuttgart, Reclam, 1981.
  • (DE) Ernst Günther Grimme, Die Geschichte der abendländischen Buchmalerei, Köln, DuMont, 1988, ISBN 3-7701-1076-5.
  • Liana Castelfranchi Vegas, L'arte medievale in Italia e nell'occidente europeo, Milano, Jaca Book, 1993.
  • (DE) Hans Holländer, Die Entstehung Europas, in Christoph Wetzel (a cura di), Belser Stilgeschichte, Stuttgart, Belser, 1993.
  • (DE) Karl Klaus Walther, Lexikon der Buchkunst und der Bibliophilie, München, Weltbild, 1995.
  • M. G. Ciardi Dupré Dal Poggetto, Miniatura, in Enciclopedia dell'arte medievale, Roma, Istituto dell'enciclopedia italiana, 1997.
  • (DE) Christoph Stiegemann e Matthias Wemhoff, 799. Kunst und Kultur der Karolingerzeit, Mainz, P. von Zabern, 1999, ISBN 3-8053-2456-1.
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  • (DE) Christine Jakobi-Mirwald, Karolinger und Ottonen, in Das mittelalterliche Buch. Funktion und Ausstattung, Stuttgart, Reclam, 2004, ISBN 3-15-018315-4.
  • Ernst Kitzinger, Arte altomedievale, Torino, Einaudi, 2005.
  • (DE) Johannes Laudage, Lars Hageneier e Yvonne Leiverkus, Die Zeit der Karo, Darmstadt, Primus-Verlag, 2006, ISBN 3-89678-556-7.

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