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Mino Pecorelli

giornalista, avvocato e scrittore italiano
Carmine "Mino" Pecorelli

Carmine Pecorelli, meglio conosciuto come Mino Pecorelli (Sessano del Molise, 14 giugno 1928Roma, 20 marzo 1979), è stato un giornalista, avvocato e scrittore italiano, che nell'ambito del giornalismo si occupò d'indagine politica e sociale. Fondatore dell'agenzia di stampa «OP-Osservatore Politico» («OP») che divenne poi anche una rivista, venne assassinato a Roma in circostanze ancora oggi non del tutto chiarite.

Indice

BiografiaModifica

Le origini e la formazioneModifica

Nacque a Sessano del Molise.
Nel 1944, appena sedicenne, in piena Seconda guerra mondiale, si arruolò nel Corpo polacco in quel periodo attivo nella sua zona, per rintracciare la madre, separata dai figli dallo sbarco di Anzio. Combatté in prima linea a Montecassino, Pesaro, Urbino e Ancona. Venne decorato con la massima onorificenza polacca[1].

Dopo la fine del conflitto si diplomò a Roma; successivamente si trasferì a Palermo, dove si laureò in giurisprudenza all'Università di Palermo. Tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni sessanta lavorò nella capitale come avvocato. Divenne esperto di diritto fallimentare e fu nominato capo ufficio stampa del ministro Fiorentino Sullo (DC), iniziando così ad entrare nell'ambiente del giornalismo.

La carriera giornalistica e le inchiesteModifica

Nella primavera del 1967, all'età di 39 anni, Pecorelli cambiò mestiere, dedicandosi al giornalismo a tempo pieno. Lavorò al periodico Nuovo Mondo d'Oggi (prima mensile poi settimanale di “politica, attualità e cronaca”)[2], una rivista caratterizzata dalla ricerca e pubblicazione di scoop negli ambienti politici. Pecorelli divenne socio dell'editore Leone Cancrini. L'esperienza del settimanale fu, per lui, un trampolino di lancio. Strinse molte amicizie: alcune durarono poco, altre segnarono un passo importante nel suo curriculum[3]. L'ultimo scoop, però, non fu mai pubblicato, perché intervenne l'Ufficio affari riservati del Ministero dell'Interno che trovò un accordo per far chiudere la rivista il 2 ottobre 1968[4].

Pecorelli decise così di proseguire da solo l'attività e fondò una propria agenzia di stampa[5]: il 22 ottobre 1968 registrò presso il Tribunale di Roma la testata OP-Osservatore Politico, con sede in via Tacito 90. OP (come fu subito chiamata) trattava di politica, in particolare di scandali e retroscena, e comunque di chi - in qualche modo - avesse qualche potere in Italia. Diffusa solo su abbonamento (come tutte le agenzie), forniva ai giornali notizie in anteprima raccolte dallo stesso Pecorelli grazie alle sue numerosissime aderenze in molti ambienti dello Stato; i lanci erano accompagnati da accurate analisi firmate dal giornalista. La testata (il cui nome coincideva anche con le lettere iniziali di "ordine pubblico"), divenne presto molto nota ed ebbe anche una certa centralità in ambiti politici, militari e di intelligence, costituendo una sorta di elitaria fonte di informazione specializzata. OP era letta dalle alte sfere militari, dai politici, dagli uomini dei servizi, dai boss della criminalità che avevano messo le mani su Roma, e non solo[6].

A dimostrazione del fatto che Pecorelli fosse un giornalista ben documentato che pubblicava tutto, intervenne sui casi più disparati: abuso edilizio; frode fiscale, i comportamenti pubblici e privati dei politici, compresi quelli della famiglia di Giovanni Leone (presidente della Repubblica dal 1971 al 1978) e di sua moglie, Donna Vittoria. Altri rimarcabili scandali regolarmente pubblicati su OP furono quello dell'Italpetroli e sulla presenza di una loggia massonica in Vaticano (scoop pubblicato all'indomani dell'elezione di Albino Luciani al soglio pontificio).[senza fonte]

Nel marzo del 1978 Pecorelli decise di trasformare l'agenzia in un periodico regolarmente in vendita nelle edicole. Non disponendo del denaro necessario per una simile avventura editoriale, chiese più volte a personaggi di spicco finanziamenti sotto forma di acquisto di spazi pubblicitari. L'operazione editoriale stupì per il tempismo tra il primo numero del settimanale OP e la strage di via Fani a Roma, con cui iniziò il periodo dei 55 giorni del sequestro di Aldo Moro.

Il periodico si occupò a più riprese del rapimento e dell'omicidio dello statista democristiano, arrivando a fare rivelazioni sconcertanti (ad esempio sulla falsità del Comunicato n. 7, quello del Lago della Duchessa). Altri bersagli privilegiati di Pecorelli furono Giulio Andreotti ed in particolare l'ambiente (fatto di politici, industriali e faccendieri) che alimentava la sua corrente: esemplare l'episodio di una cena in cui il braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, cercò di convincere Pecorelli, con un assegno di 30 milioni di lire, prestati da Caltagirone[Franco o Francesco?], a non pubblicare un reportage sugli assegni milionari che Andreotti avrebbe girato all'imprenditore Nino Rovelli o a Mario Giannettini del Sid[7].

Nel 1981 il nome di Pecorelli comparve (tessera n. 1750) tra i membri della loggia massonica deviata Propaganda 2 di Licio Gelli, che verrà sciolta per iniziativa parlamentare nel 1982.

L'agguato e l'omicidioModifica

 
L'omicidio di Mino Pecorelli

La sera del 20 marzo 1979 Mino Pecorelli fu assassinato da un sicario che gli esplose quattro colpi di pistola in via Orazio a Roma, nelle vicinanze della redazione del giornale. I proiettili, calibro 7,65, trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato (anche su quello clandestino), ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell'arsenale della banda della Magliana, rinvenuto nei sotterranei del Ministero della Sanità. L'indagine aperta all'indomani del delitto seguì diverse direzioni, coinvolgendo nomi come Massimo Carminati (esponente dei Nuclei Armati Rivoluzionari e della banda della Magliana), Antonio Viezzer, Cristiano e Valerio Fioravanti.

Tutti vennero prosciolti il 15 novembre 1991; successivamente fiorirono diverse ipotesi sul mandante e sul movente: da Licio Gelli (risultato estraneo ai fatti) a Cosa nostra, fino ad arrivare ai petrolieri ed ai falsari delle opere di Giorgio De Chirico (Antonio Chichiarelli, membro della Banda della Magliana).

Lo scrittore Giulio Cavalli scrisse un libro intitolato L'innocenza di Giulio, incentrato su Giulio Andreotti e la mafia, in cui sviscerò con particolari significativi e in parte inediti la vicenda di Pecorelli.

Le indagini giudiziarieModifica

Il 6 aprile 1993, il pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, parlò per la prima volta dei rapporti tra politica e mafia e raccontò, tra le altre cose, di aver saputo dal boss Gaetano Badalamenti che l'omicidio Pecorelli sarebbe stato compiuto nell'interesse di Giulio Andreotti. La magistratura aprì un fascicolo sul caso. In questo faldone vennero aggiunti, man mano che le indagini proseguivano e per effetto delle deposizioni di alcuni pentiti della "banda della Magliana", il senatore Giulio Andreotti, l'allora pm Claudio Vitalone, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò in qualità di mandanti, e inoltre Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati in qualità di esecutori materiali. Il 24 settembre 1999 fu emanata la sentenza di assoluzione per tutti gli imputati "per non avere commesso il fatto". Il 17 novembre 2002, la corte d'assise d'appello di Perugia condannò Andreotti e Badalamenti a 24 anni di reclusione come mandanti dell'omicidio. La corte d'appello confermò invece l'assoluzione per i presunti esecutori materiali del delitto.[8]

Il 30 ottobre 2003 la Corte di Cassazione annullò senza rinvio la condanna inflitta in appello a Giulio Andreotti e a Badalamenti, affermandone definitivamente l'innocenza.[9] Un altro processo a carico di Andreotti, pur dichiarando i fatti prescritti, stabilirà però che questi ebbe rapporti stabili e amichevoli con cosa nostra fino al 1980.[10]

L'importanza della figuraModifica

Pecorelli era dotato di spiccato senso storico e si dimostrò un approfondito conoscitore della realtà politica, militare, economica e criminale italiana. Il corpus delle sue edizioni è stato oggetto di una mole impressionante di smentite (soprattutto dopo la sua morte), ma una minima parte di esse ha poi resistito in sede giudiziaria di fronte a querele o ad altri procedimenti.

Si è discusso se egli avesse nelle sue analisi inviato talvolta messaggi in codice. La particolarità del lavoro che svolse, sia per gli argomenti trattati che per il modo in cui li trattò, fece sì che molte delle sue indicazioni potessero essere sinteticamente definite da altri colleghi "profezie", come ad esempio le note righe sul "generale Amen", nome dietro al quale molti hanno letto la figura del generale Carlo Alberto dalla Chiesa: sarebbe stato lui che - secondo la narrazione di Pecorelli - durante il sequestro Moro avrebbe informato il ministro dell'Interno Francesco Cossiga dell'ubicazione del covo in cui era detenuto (ma, sempre stando a questa ipotesi, Cossiga non avrebbe "potuto" far nulla poiché obbligato verso qualcuno o qualcosa). Il generale Amen, sostenne Pecorelli nel 1978 senza mezzi termini, sarebbe stato ucciso; per quanto riguarda il movente, il giornalista infilò fra le colonne della sua rivista un'allusione alle lettere che Moro scrisse durante la prigionia[senza fonte].

In sede giudiziaria si è ampiamente dibattuto se Pecorelli fosse un ricattatore professionista, visto il tenore e gli argomenti della quasi totalità delle sue inchieste, ma tale tesi è stata bocciata dopo l'esame patrimoniale eseguito dopo il suo assassinio: il giornalista risultava perennemente indebitato con tipografie e distributori ed il suo spartano tenore di vita non poteva certo essere paragonato con quello di una persona che usava ricattare. La morte del giornalista segnò anche la fine di OP: l'agenzia prima e la rivista poi erano alimentate esclusivamente dalle notizie che Pecorelli raccoglieva in prima persona dalle sue fonti, allocate nel mondo politico, nella loggia P2 (cui risultò affiliato egli stesso) ed all'interno dell'Arma dei Carabinieri e dei servizi segreti italiani.[11]

Dopo l'omicidio di Aldo Moro, Pecorelli aveva pubblicato sulla sua rivista, nel frattempo divenuta settimanale, alcuni documenti inediti sul sequestro, come tre lettere inviate alla famiglia. La ricerca lo aveva portato a scoprire alcune verità scottanti, tanto che profetizzò anche il suo stesso assassinio[senza fonte].

IntitolazioniModifica

Nel 2011 la piazza di Sessano del Molise, suo paese natale, è stata intitolata a Pecorelli[12].

NoteModifica

  1. ^ O.P. - OSSERVATORE POLITICO, su giovannipetta.eu. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  2. ^ Il giornale era edito dalla società “Grandi Maestri”; direttore era Paolo Senise.
  3. ^ L'Op e Mino Pecorelli: un giornalismo tra investigazione e mistero, su tesionline.it. URL consultato il 25 gennaio 2012.
  4. ^ Il giornalismo secondo Mino Pecorelli, su minopecorelli.wordpress.com. URL consultato il 24 gennaio 2012.
  5. ^ Secondo alcune fonti, il giornalista chiese ai propri referenti all'interno dei servizi segreti italiani il denaro necessario.
  6. ^ Carmine “Mino” Pecorelli, 20 marzo 1979, su mediterraneocronaca.it. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  7. ^ Massimo Franco, Andreotti. La vita di un uomo politico, la storia di un'epoca, Mondadori, Milano, 2010, p. 134.
  8. ^ La Repubblica/politica: Omicidio Pecorelli Andreotti condannato, su www.repubblica.it. URL consultato il 3 aprile 2016.
  9. ^ Processo Pecorelli (PDF), su archivioantimafia.org, 3 aprile 2016.
  10. ^ ArchivioAntimafia - Processo Andreotti, su www.archivioantimafia.org. URL consultato il 3 aprile 2016.
  11. ^ Pecorelli, vanta numerose ed importanti amicizie in svariati settori, tra cui in quello dell'Arma dei Carabinieri della Capitale. Egli, infatti, per ottenere sia il rilascio che il rinnovo del proprio passaporto e di quelli dei familiari, nonché della donna con la quale convive "more uxorio", della propria segretaria e degli altri collaboratori, si è sempre avvalso delle sue amicizie nell'Arma dei Carabinieri, che hanno sempre provveduto in merito presso l'Ufficio Passaporti della Questura di Roma, opponendo a tergo delle relative domande i timbri dei rispettivi Comandi dell'Arma, tra i quali figurano, prevalentemente la Segreteria Particolare del Comandante Generale dell'Arma; la Legione Carabinieri di Roma - Gruppo Roma I - Nucleo Informativo; il Capitano dell'Arma dei Carabinieri Mario Mori, il Ministero della Difesa ed il Raggruppamento Unità Speciali - Distaccamento di Roma.
  12. ^ Inaugurazione di piazza, su giovannipetta.eu. URL consultato il 31 gennaio 2019.

Voci correlateModifica

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