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Mohammad Reza Pahlavi

محمد رضا پهلوی

Mohammad Reza Pahlavi.png
Scià di Persia
Standard of the Shahanshah of Iran.svg

Imperial Arms of the Crown Prince of Iran.svg

In carica 16 settembre 1941 –
11 febbraio 1979
Predecessore Reza Shah Pahlavi
Successore Monarchia abolita
(proclamazione della Repubblica islamica dell'Iran)
Nascita Teheran, 26 ottobre 1919
Morte Il Cairo, 27 luglio 1980
Sepoltura Moschea di al-Rifa'i, Il Cairo
Casa reale Pahlavi
Padre Reza Shah Pahlavi
Madre Taj al-Moluk
Coniugi Fawzia d'Egitto
Soraya Esfandiari-Bakhtiari
Farah Diba
Figli Shahnaz
Reza Ciro
Farahnaz
Ali-Reza
Leila
Religione Islam sciita
Firma Mohammadreza pahlavi signature.svg

«Vedevo le future generazioni iraniane occupare orgogliosamente il posto che spettava loro nella grande famiglia umana, assumendo degnamente le proprie responsabilità. Speravo di vedere diradate per sempre le tenebre medievali da cui l'Iran era stato strappato da appena mezzo secolo e che s'instaurasse il regno di quella luce che è l'essenza stessa della civiltà e della cultura iraniane.»

(Mohammad Reza Pahlavi[1])

Mohammad Reza Pahlavi (in persiano: محمد رضا پهلوی‎‎, pron. [mohæmˈmæd reˈzɒː pæhlæˈviː], in italiano spesso traslitterato Reza Pahlevi; Teheran, 26 ottobre 1919Il Cairo, 27 luglio 1980) è stato l'ultimo Scià di Persia; ha governato l'Iran dal 16 settembre 1941 fino alla Rivoluzione Islamica dell'11 febbraio 1979. È stato il secondo e ultimo monarca della dinastia Pahlavi. Mohammad Reza Shah Pahlavi possedeva diversi titoli: Sua Maestà Imperiale, Shahanshah (Re dei Re, Imperatore), Aryamehr (Luce degli Ariani) e Bozorg Arteshtārān (Capo dei Guerrieri, in persiano: بزرگ ارتشتاران‎‎).

Indice

BiografiaModifica

GiovinezzaModifica

 
Mohammad Reza e la sorella gemella Ashraf Pahlavi negli anni quaranta.

Nato a Teheran nel 1919 da Reza Pahlavi e dalla sua seconda moglie, Taj al-Moluk, Mohammad Reza era il figlio maggiore dello Scià primo della Dinastia Pahlavi, e il terzo dei suoi undici figli, gemello di Ashraf Pahlavi. Quando Mohammad Reza compì 11 anni, il padre, su consiglio di Abdolhossein Teymourtash, Ministro di Corte dal 1925 al 1932, decise di iscriverlo presso l'Istituto Le Rosey, un prestigioso collegio svizzero, per continuare gli studi. Mohammad Reza Shah fu il primo principe iraniano erede al trono ad aver conseguito parte della formazione scolastica all'estero. In Svizzera rimase per i successivi quattro anni prima di tornare in Iran per conseguire il diploma di scuola superiore nel 1936. Dopo il ritorno al paese, il principe ereditario si iscrisse presso l'Accademia Militare a Teheran dove rimase fino al 1938.

Nel 1941 Stalin e Churchill, nonostante Reza Pahlavi avesse dichiarato la neutralità dell'Iran, si misero d'accordo per invadere l'Iran, cosa che avvenne nell'agosto dello stesso anno, costringendo all'esilio Reza Pahlavi. La motivazione sarebbe stata la preoccupazione per le relazioni amichevoli della nazione con la Germania Nazista, ma secondo molti autori, il timore dell'influenza nazista fu solo un pretesto e l'Iran fu occupato dagli anglo-sovietici solo per permettere il trasferimento di materiale bellico all'Unione Sovietica, allora sotto attacco nazista, lungo il cosiddetto corridoio persiano. Dopo l'entrata in guerra degli Stati Uniti la gestione logistica del corridoio persiano passò agli americani[2], mentre i britannici mantennero il controllo delle risorse petrolifere.

Mohammad Reza divenne Scià il 16 settembre 1941, a 22 anni di età, per la (forzata) abdicazione del padre, Reza Pahlavi. Dopo la Conferenza di Teheran di Stalin, Roosevelt e Churchill del 1943 gli Alleati si impegnarono a sviluppare una monarchia costituzionale. Con la fine dell'alleanza antinazista e lo scoppio della Guerra Fredda gli inglesi consentirono l'involuzione verso un governo di tipo parlamentare sulla carta, ma dittatoriale di fatto. Per Londra era essenziale mantenere il controllo sulle risorse petrolifere persiane. Mohammad Reza partecipò più attivamente all'elaborazione della linea politica del Paese, opponendosi od ostacolando l'attività di alcuni dei Primi Ministri più volitivi e sgraditi a Londra ed eliminando avversari politici. Un'altra sua preoccupazione fu quella di mantenere l'esercito sotto il controllo della monarchia. Nel 1949, a seguito di un tentativo di assassinio, si ebbe la messa al bando del partito Tudeh (di orientamento filo-sovietica e ritenuto responsabile dell'attentato) e l'ampliamento dei poteri costituzionali dello Scià.

Mohammad Mossadeq e la crisi di AbadanModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi di Abadan, Stati Uniti d'America nella crisi di Abadan e Operazione Ajax.
 
Mohammad Reza, Mohammad Mossadeq e a sinistra la regina consorte Soraya (di spalle), nel 1953

Vista la politica filo-britannica del Monarca, in Persia cresceva sempre più l'avversione alla Anglo-Iranian Oil Company, accusata di sfruttare avidamente le risorse naturali del Paese. Nel 1950 la popolazione ed il Parlamento erano contrari al rinnovo della concessione petrolifera all'AIOC, caldeggiata invece dallo Scià. Il Primo Ministro Generale Ali Razmara che insisteva per il rinnovo fu assassinato nel 1951 da un fanatico religioso. Al suo posto il Parlamento (in persiano Majlis) elesse Primo Ministro Mohammad Mossadeq, il principale oppositore dell'AIOC, che fece immediatamente approvare la nazionalizzazione dell'industria petrolifera con l'attivo sostegno del clero sciita militante, guidato dall'Ayatollah Kashani.

La reazione di Londra fu molto dura e provocò la crisi di Abadan. Sul piano interno l'Ambasciata britannica chiese allo Scià di sostituire Mohammad Mossadeq con un Primo Ministro più flessibile. Nel 1952 il Monarca sostituì Mossadeq con Ahmad Qavam, ma il Primo Ministro era assai popolare e scoppiarono proteste di piazza che costrinsero Mohammed Reza a richiamare al Governo Mohammad Mossadeq. Egli entrò in forte contrasto con lo Scià, sia in politica economica sia sulla delicata questione del controllo dell'esercito.

Il Parlamento accettò la nomina del Ministro della Difesa e capo dell'esercito da parte di Mossadeq contro il volere dello Scià, che tuttavia infine la promulgò senza avvalersi del suo diritto di veto. Mohammad Reza Pahlavi entrò sempre più in rotta di collisione col suo Primo ministro, che nel 1952 aveva espulso l'Ambasciata britannica, accusata di ingerenza negli affari interni. Nel 1953 Mossadeq costrinse lo Scià a lasciare il paese e molti temettero che volesse proclamare la Repubblica. Mentre Mohammad Reza era in esilio a Roma, ci fu a Teheran un contro-colpo di Stato militare, sostenuto da una parte del clero sciita e con l'appoggio dalla CIA e dal SIS britannico. Il Primo Ministro fu rovesciato e Mohammed Reza tornò trionfalmente in Iran[2]. L'esercito, già largamente contro Mossadeq, si schierò con gli insorti eliminando i pochi reparti fedeli al governo legittimo[3]. Mossadeq fu costretto a ritirarsi a vita privata.

Il potere assoluto e i tentativi di riformaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione bianca.
 
Mohammad Reza Pahlavi durante una visita ufficiale a Washington con John Kennedy e il segretario della difesa Robert McNamara

Rientrato a Teheran all'età 34 anni, Mohammad Reza, monarca costituzionale dell'Iran, riprese la politica di modernizzazione del paese che era stata iniziata dal padre e, interrotta la linea di moderatismo degli anni precedenti, cominciò ad operare una stretta autoritaria. Nel 1955 sottoscrisse il patto di Bagdad (poi CENTO, nell'agosto 1959) che inserì l'Iran nell'area politica delle potenze occidentali, anche se la politica petrolifera si mantenne ancora nelle mani dell'élite del paese.

Grazie alla ricchezza petrolifera, l'inizio della modernizzazione e dello sviluppo economico, messi in atto con decisione a partire dal 1962, portarono ad introdurre la riforma agraria e industriale (creazione di imprese, spinta all'inurbamento, partecipazione agli utili degli operai), il suffragio femminile e il diritto al divorzio, l'incentivo all'alfabetizzazione e alla civilizzazione del paese. Tra il fronte di rivolta alle riforme pahlavidi, soprattutto per la loro impronta giurisdizionalista, si schierò il clero sciita perché veniva privato dei benefici assolutisti, nonché gruppi religiosi che si erano opposti alla sua riforma agraria e sociale (la cosiddetta "Rivoluzione bianca"), che venivano espropriati di molti beni di manomorta, controllati dalle gerarchie religiose. Numerosi esponenti religiosi furono così costretti all'esilio perché contrari alle riforme. Nel 1963 l'Ayatollah Khomeini organizzò una congiura contro lo scià, il quale, scoperta la responsabilità di Khomeini, ne decretò il solo esilio, che lo condusse dapprima a Najaf in Iraq poi a Parigi.

 
Lo scià, il presidente algerino Houari Boumedienne e l'allora vicepresidente iracheno Saddam Hussein in occasione della firma degli Accordi di Algeri del 1975

Proseguì nello sforzo di accrescere il peso politico e militare della nazione sulla scena internazionale con una politica di prestigio (di rievocazione del passato achemenide) culminata nell'imponente cerimonia della sua incoronazione (1967), nelle celebrazioni fastose dei 2500 anni della monarchia persiana svoltesi alle rovine di Persepoli e alla tomba di Ciro il Grande a Pasargadae (1971), e con una politica di accrescimento delle spese per l'armamento dell'esercito, entrambi finanziati dalle ingenti rendite petrolifere.

Sul versante interno, proseguì con l'accentramento del potere nelle mani della monarchia e acuì il carattere dispotico del potere, esautorando il parlamento e servendosi di un regime poliziesco. Attraverso il ruolo della SAVAK, operò una brutale repressione di ogni tipo di opposizione. Sul fronte estero, cercò di intessere relazioni cordiali a livello internazionale e di presentarsi al mondo come "monarca illuminato", attraverso anche una forte campagna di promozione personale, concedendo interviste a quotidiani di tutto il mondo e curando la propria immagine pubblica. Riguardo alla repressione, lo scià dichiarò a un giornalista occidentale:

«Non sono un sanguinario. Sto lavorando per il mio paese e le generazioni future. Non posso sprecare il mio tempo con una manciata di giovani stolti. Non credo che le torture attribuite alla SAVAK siano così abituali come si dice, ma non posso controllare tutto. Inoltre, abbiamo metodi di impiego della pressione psicologica che sono molto più efficaci della tortura. [...] Il mio popolo ha ogni genere di libertà, eccetto quella di tradire.»

 
Moneta commemorativa di una serie di 9 monete in oro e argento, coniate in occasione della celebrazione dei 2500 anni dell'impero di Ciro il Grande, rappresentanti i profili di Mohammad Reza e Farah Pahlavi.

Anche il suo atteggiamento conciliante verso Israele e leggermente anti-arabo (anche se rivolto verso sunniti) era malsopportato dagli islamici nazionalisti:

«Ovviamente Israele esiste come Stato, e non si può sterminare un popolo; il desiderio manifestato da certe persone di sterminare la razza ebraica non può avverarsi.»

«Saremo certo lieti di vedere Israele mettere gli arabi al loro posto, ma abbiamo ripetutamente condannato la loro occupazione del territorio arabo.»

(Dichiarazione del 19 maggio 1969)

Durante gli anni settanta la protesta dei movimenti giovanili coinvolse anche molti giovani iraniani agiati inviati a perfezionarsi in Europa, i quali parteciparono alle rivolte studentesche del '68 e degli anni seguenti, chiedendo delle riforme democratiche anche per il loro Paese, ma scontrandosi, anche in questo caso, con una dura repressione che contribuì ad alienare le simpatie della borghesia urbana per il regime.[4]

Lo scià stipulò, negli anni, vari accordi con le cosiddette Sette sorelle e l'ENI di Enrico Mattei ed Eugenio Cefis, titolari delle concessioni e degli impianti di estrazione del petrolio, per cui il 25 % dei proventi petroliferi andavano agli stranieri, mentre il 75 % rimaneva in mano iraniana, ma nonostante ciò il clero sciita e gli oppositori lo accusavano di aver venduto l'Iran agli americani, i cui 50.000 cittadini risiedenti sul territorio godevano anche di status legale-diplomatico speciale (l'immunità diplomatica era anche estesa alle loro proprietà come l'interno delle automobili e godevano di una sorta di personalità del diritto, essendo soggetti alle leggi americane ma non a quelle iraniane), nonché di intascare egli stesso la ricchezza.[5]

Quando Mohammad Reza, il 31 dicembre 1977, festeggiò con il presidente statunitense Jimmy Carter il Capodanno del 1978, con Carter che brindò con lo champagne (l'alcol è proibito dall'Islam) alla salute dello scià, questo fu considerato intollerabile dai musulmani radicali.[6]

La rivoluzione islamica e la deposizioneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rivoluzione iraniana.
 
Studenti universitari abbattono una statua dello scià durante la rivoluzione

Nel 1978 iniziarono in Iran una serie di manifestazioni di protesta e scioperi che, a fronte della repressione da parte di Mohammed Reza, continuarono a crescere d'ampiezza fino a diventare un movimento rivoluzionario. Il 19 agosto del 1978 circa 430 persone persero la vita nella città di Abadan, a causa di un incendio di origine dolosa scoppiato all'interno di un cinema. La strage venne attribuita allo scià e al SAVAK. In tutto l'Iran scoppiarono sommosse e manifestazioni, represse duramente dalla polizia, finché l'8 settembre in Piazza Jaleh a Tehran intervenne l'esercito che aprì il fuoco sulla folla di manifestanti mietendo numerose vittime.

 
Lo scià Mohammad Reza e l'imperatrice Farah all'Aeroporto di Teheran, nell'atto di partire per l'esilio

Verso la fine dell'anno lo scià cercò, molto tardivamente, di avviare una politica di dialogo che calmasse la marea di proteste. Nominò un ex sostenitore di Mossadeq e oppositore del regime, Shapur Bakhtiar, come primo ministro, dichiarando la volontà di indire libere elezioni. Sebbene ciò gli causasse l'espulsione dal Fronte Nazionale, Bakhtiar accettò poiché sperava di dirottare la rivolta guidata dai comunisti e dai mullah verso l'instaurazione di una repubblica liberale di tipo occidentale. Pose però come condizione che lo scià lasciasse il Paese.

Dall'esilio in Francia l'Ayatollah Khomeini, ormai riconosciuto come leader indiscusso della rivoluzione, esigeva solo la sua deposizione. Il 16 gennaio del 1979 lo scià, già malato, abbandonò l'Iran per evitare un bagno di sangue tra i suoi sostenitori e i rivoluzionari i quali, preso il potere, provvidero a uccidere indiscriminatamente tutti coloro che erano appartenuti al regime imperiale, attraverso processi sommari. Bakhtiar aveva avviato una serie di riforme moderate, ma commise alcuni errori decisivi, il più grande dei quali fu permettere a Khomeyni di rientrare in Iran e di assumere, così, la testa della rivoluzione, costringendolo a scappare per evitare di essere epurato anch'egli.

Il tribunale islamico condannò a morte in contumacia nel giugno del 1979 sia Pahlavi che la moglie Farah, mentre agli altri esponenti della famiglia (a parte i figli, che tuttavia non rientrarono più) fu interdetto l'ingresso. L'immensa fortuna dello scià passò in parte al nuovo regime di Teheran e da questo ai nuovi dignitari.

Le nuove istituzioni iraniane rappresentarono un'esperienza senza precedenti in tutto il mondo islamico: fu infatti creato un "Consiglio di giurisperiti" cui era affidato ogni potere di veto sulle norme non ritenute in linea con gli assunti dell'Islam sciita (vilāyet-e faqih) che decretò il pieno allineamento del paese alla Sharīʿa islamica sciita, reintroducendo la pena di morte per l'adulterio e la bestemmia e imponendo l'obbligo del velo muliebre. Il partito monarchico e in seguito i comunisti furono messi fuori legge.

MorteModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Crisi degli ostaggi in Iran.
 
Sepoltura di Mohammad Reza Pahlavi al Cairo, moschea di al-Rifāʿī.

Nonostante la vittoria della Rivoluzione, quando Mohammed Reza si recò negli Stati Uniti, molti a Teheran temettero che l'America stesse tramando qualcosa per farlo tornare come già fatto nel 1953 al tempo di Mohammad Mossadeq. Nel novembre 1979 studenti universitari, influenzati dalle idee di Khomeyni, occuparono allora l'ambasciata americana e per un anno tennero in ostaggio i 52 statunitensi che costituivano lo staff diplomatico, minacciando di ucciderli se gli Stati Uniti non avessero consegnato lo Scià. A fronte di questa crisi degli ostaggi, Carter e il Congresso si rifiutarono di cedere per rispetto al diritto di asilo che gli era stato concesso per motivi umanitari (lo Scià era malato terminale di cancro e voleva farsi curare a New York). Dopo oltre un anno sotto sequestro (alcuni ostaggi erano stati già liberati), gli statunitensi furono rilasciati poche ore prima l'insediamento di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti, avvenuto il 20 gennaio 1981, come sgarbo verso Carter, ma lo scià non vide la fine della crisi.

L'esilio, dopo aver portato Reza Pahlavi a soggiornare in diversi paesi nel giro di pochi mesi, terminò in Egitto, l'unico paese che si dichiarò disposto a ospitarlo. Lo Scià si rifugiò infatti presso Sādāt, che lo accolse nonostante il fatto che la sua permanenza negli Stati Uniti fosse stata utilizzata come pretesto per assaltare l'ambasciata americana di Teheran. Mohammad Reza Pahlavi non sopravvisse molto alla sua deposizione: morì infatti l'anno dopo, nel luglio del 1980, per complicazioni di una macroglobulinemia di Waldenström, un tipo di tumore affine al linfoma non Hodgkin, di cui soffriva da anni. Venne sepolto al Cairo, nella moschea sunnita (benché di fede sciita) di al-Rifāʿī.

FamigliaModifica

Mohammad Reza Pahlavi si sposò tre volte. Le sue mogli furono:

 
Lo scià Mohammad Reza e l'imperatrice Farah nel 1978.
  • Regina consorte Soraya Esfandiary Bakhtiari (22 giugno 1932 - 25 ottobre 2001), figlia di un importante membro della tribù dei Bakhtiyari (Farsan) sposata in seconde nozze il 12 febbraio 1951, la quale non riuscì a dargli un erede al trono per la qual cosa la coppia si separò. Per effetto della legge salica, lo scià dovette ripudiare Soraya, della quale era ancora innamorato.[7]
  • Imperatrice consorte Farah Diba (14 ottobre 1938), figlia di un capitano dell'esercito imperiale, sposata dallo Scià Reza il 21 dicembre 1959, e che gli dette due figli e due figlie:

Galleria d'immaginiModifica

OnorificenzeModifica

Onorificenze iranianeModifica

  Gran Maestro e Cavaliere di Grande Stella dell'Ordine del Leone e del Sole
  Gran Maestro e Gran Collare dell'Ordine dei Pahlavi
— 1932
  Gran Maestro e Cavaliere di Gran Stella dell'Ordine della Corona
— 1926
  Gran Maestro e Gran Cordone dell'Ordine di Zulfiqar
— 1949
  Gran Maestro e Cavaliere di I classe dell'Ordine del ritratto imperiale
  Sovrano dell'Ordine delle Pleiadi

Onorificenze straniereModifica

  Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine della Besa (Albania)
— [8]
  Gran Collare di Badr (Arabia Saudita)
— 1966
  Membro di I classe dell'Ordine del Re Abd al-Aziz (Arabia Saudita)
— 1955
  Collare dell'Ordine del liberatore San Martín (Argentina)
— 1965
  Grande Stella dell'Ordine al Merito della Repubblica Austriaca (Austria)
— 1960
  Gran Cordone dell'Ordine di Leopoldo (Belgio)
— 1960
  Collare dell'Ordine di Khalifa (Bahrain)
— 1966
  Gran Collare dell'Ordine Nazionale della Croce del Sud (Brasile)
— 1965
  Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata (Casa Savoia)
— 1976
  Cavaliere di gran croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (Casa Savoia)
— 1976
  Cavaliere di gran croce dell'Ordine della Corona d'Italia (Casa Savoia)
— 1976
  Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Leone Bianco (Cecoslovacchia)
— 1943
  Cavaliere dell'Ordine dell'Elefante (Danimarca)
— 14 maggio 1959[9]
  Gran Cordone dell'Ordine del Nilo (Egitto)
— 1965
  Commendatore di Gran Croce con Collare dell'Ordine della Rosa Bianca (Finlandia)
— 1970
  Croix de guerre francese 1939-1945 con palma (Francia)
— 1945
  Collare dell'Ordine del Crisantemo (Giappone)
— 1958
  Collare dell'Ordine di Hussein ibn' Ali (Giordania)
— 1949
  Gran Cordone dell'Ordine Supremo del Rinascimento (Giordania)
— 1949
  Cavaliere dell'Ordine di Salomone (Impero d'Etiopia)
— 1964
  Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Italia)
— Roma, 26 agosto 1957[10]
  Cavaliere di Grande Stella dell'Ordine della Grande Stella di Jugoslavia (Jugoslavia)
— 1966
  Collare dell'Ordine di Mubarak il Grande (Kuwait)
  Membro di Classe Eccezionale dell'Ordine al Merito (Libano)
— 1956
  Membro dell'Ordine della Corona del Reame (Malesia)
— 1968
  Membro di Classe Eccezionale dell'Ordine della Sovranità (Marocco)
— 1966
  Collare dell'Ordine dell'Aquila Azteca (Messico)
— 1975
  Membro dell'Ordine di Ojaswi Rajanya (Nepal)
— 1960
  Cavaliere di Gran Croce con Collare dell'Ordine Reale Norvegese di Sant'Olav (Norvegia)
— 1961
  Membro di I classe dell'Ordine militare dell'Oman (Oman)
— 1973
  Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Leone dei Paesi Bassi (Paesi Bassi)
— 1959
  Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Pakistan (Pakistan)
— 1959
  Gran Collare dell'Ordine dell'Infante Dom Henrique (Portogallo)
— 27 luglio 1967
  Collare dell'Indipendenza (Qatar)
— 1966
  Collare dell'Ordine di Mohammed Ali (Regno d'Egitto)
— 1939
  Gran Cordone dell'Ordine del Sole Supremo (Regno dell'Afghanistan)
— 1965
  Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Salvatore (Regno di Grecia)
— 1960
  Gran Cordone dell'Ordine di Idris I (Regno di Libia)
— 1958
  Gran Cordone dell'Ordine degli Hashemiti (Regno d'Iraq)
  Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Bagno (Regno Unito)
— 1942
  Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Reale Vittoriano (Regno Unito)
  Royal Victorian Chain (Regno Unito)
— 1948
  Classe speciale della Gran Croce dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca (Repubblica Federale Tedesca)
— 27 febbraio 1955
  Cavaliere dell'Ordine dello Speron d'Oro (Santa Sede)
— 1948
  Gran Collare dell'Ordine dell'Arco e delle Frecce (Spagna)
— 1957
  Collare dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna)
— 22 maggio 1957[11]
  Collare dell'Ordine di Carlo III (Spagna)
— 19 aprile 1975[12]
  Commendatore Capo della Legione al merito (Stati Uniti)
— 1947
  Collare dell'Ordine della Collana d'Onore del Sudan (Sudan)
— 1966
  Cavaliere dell'Ordine dei Serafini (Svezia)
— 29 aprile 1960
  Cavaliere di Classe speciale dell'Ordine delle Nuvole Propizie (Taiwan)
— 1946
  Cavaliere dell'Ordine della Casata Reale di Chakri (Thailandia)
— 1968
  Gran Cordone dell'Ordine dell'Indipendenza (Tunisia)
— 1965

NoteModifica

  1. ^ Mohammad Reza Pahlavi, Risposta alla storia, traduzione di Maria Gallone, Adriana Crespi Bortolini e Ada Traversi, Editoriale Nuova, 1979, p. 7
  2. ^ a b Beltrame
  3. ^ S. Kinzer, All the Shah's men.An American coup at the roots of Middle East terror, Hoboken (2003)
  4. ^ B. Nirumand, Iran, the new imperialism in action, New York (1969)
  5. ^ Reportage/Io, espulso dagli ayatollah perché "non gradito alla Rivoluzione"
  6. ^ Jimmy Carter Toasts the Shah | 31 December 1977
  7. ^ Soraya, la principessa triste
  8. ^ Albanian Royal Court
  9. ^ Jørgen Pedersen: Riddere af Elefantordenen 1559–2009, Odense: Syddansk Universitetsforlag, 2009. ISBN 87-7674-434-5
  10. ^ Sito web del Quirinale: dettaglio decorato.
  11. ^ Bollettino Ufficiale di Stato
  12. ^ Bollettino Ufficiale di Stato

BibliografiaModifica

  • A.M. Ansari, Modern Iran since 1921, the Pahlavi and After, Londra, 2003.
  • M.R. Pahlavi, Mission for my Country, Londra, 1960.
  • S. Beltrame, Mossadeq. L'Iran, il petrolio, gli Stati Uniti e le radici della Rivoluzione Islamica, Rubbettino, 2009, ISBN 978-88-498-2533-6.
  • Ryszard Kapuściński, Shah-in-shah, Milano, Feltrinelli, 2001, ISBN 88-07-01598-6.
  • M. Emiliani, M. Ranuzzi de' Bianchi, E. Atzori, Nel nome di Omar. Rivoluzione, clero e potere in Iran, Bologna, Odoya, 2008, ISBN 978-88-6288-000-8.

Voci correlateModifica

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