Morte (Bibbia)

concetto biblico

Morte nella Bibbia ebraica compare prevalentemente con il termine מות e in greco con il termine θάνατος.

Concezione biblicaModifica

Per alcune dottrine filosofiche greche la morte era una "liberazione": era il momento in cui l'anima ritenuta prigioniera nel corpo durante l'esistenza terrena riguadagnava la libertà e le regioni celesti (Platone). La concezione biblica della morte è diametralmente opposta a quella greca.

Elaborazione cristianaModifica

La morte è nel pensiero dell'Antico Testamento e del Nuovo Testamento la grande "nemica di Dio" (1 Corinzi 15:26), è una "maledizione", ed è intervenuta come il castigo che colpisce la creatura colpevole: "per certo morrai": Genesi 2:17. Così quando Paolo nell'epistola ai Romani (6: 23) parla della morte come del "salario del peccato", esprime in forma scultorea, il pensiero di tutta la Bibbia. E poiché, secondo la Bibbia, l'uomo tutto intero è creazione di Dio, la morte colpisce pure l'uomo intero "corpo ed anima" (vedi Immortalità). Dunque la morte, nella concezione biblica, non è, né una "liberazione", né un passaggio naturale ad una forma più elevata di vita, bensì, una potenza ostile, un elemento radicalmente opposto a Dio, elemento che non può essere vinto senza una immane lotta. Ed infatti la morte e la vita sono l'oggetto di un grandioso combattimento; Gesù stesso ne prova "spavento ed angoscia" (Marco 14:33). Perché alla morte possa succedere la vita, secondo la teologia occorre un atto sovrano di Dio, analogo a quello della creazione, ovvero è indispensabile quello che la dottrina considera il miracolo dell'Iddio onnipotente.

Questo avevano accettato anche i Giudei i quali, nella gran maggioranza, ai tempi di Gesù, aspettavano la "risurrezione nell'ultimo giorno" (Giovanni 11:24). E questa necessità di un intervento diretto della onnipotenza di Dio viene riaffermata da Gesù, quando rimprovera ai Sadducei - i quali negavano la risurrezione - di non conoscere le Scritture e la "potenza di Dio" (Matteo 22:29). Eppure Qoelet (Ecclesiaste) 3,19-20 afferma:

« 19.Infatti la sorte degli uomini è la stessa che quella degli animali: come muoiono questi così muoiono quelli. Gli uni e gli altri hanno uno stesso soffio vitale, senza che l'uomo abbia nulla in più rispetto all'animale. Gli uni e gli altri sono vento vano.

20.Gli uni e gli altri vanno verso lo stesso luogo: gli uni e gli altri vengono dalla polvere, gli uni e gli altri tornano alla polvere. »

È appunto questa "potenza di Dio" che secondo la teologia si è manifestata nella risurrezione di Cristo. La dottrina afferma che nella risurrezione di Cristo dai morti, la morte è stata vinta, privata della sua onnipotenza: 2 Timoteo 1:10: "Gesù Cristo... il quale ha distrutto la morte". Sebbene la morte sia già stata vinta, essa non sarà definitivamente distrutta che alla fine dei tempi, come "l'ultimo nemico": 1 Corinzi 15:26; Apocalisse 20:13. La morte infatti esercita ancora il suo potere sugli uomini, ma ormai la battaglia decisiva è stata vinta: Cristo è risuscitato. Con la risurrezione di Gesù Cristo, la potenza di vita, lo Spirito Santo, è entrata nel mondo; lo Spirito che è il grande avversario della "carne", potenza di morte; lo Spirito che è vita, lo Spirito Santo che è la grande anticipazione attuale della fine. Così per i credenti la morte non è più una "maledizione", è l'avvenimento preparatorio e necessario per la risurrezione potente e gloriosa.

Voci correlateModifica