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Una processione di flagellanti

La mortificazione è un insieme di pratiche largamente diffuse nel mondo cristiano intese a conquistare la vita eterna mediante il sacrificio delle pulsioni naturali ed istintive, considerate come pulsioni peccaminose in quanto corrotte dal peccato originale. La mortificazione non riguarda solo la carne, ma principalmente la volontà individuale: la volontà del cristiano dev'essere infatti il «fiat voluntas Tua» del Padre Nostro, ovvero il fare la volontà divina.

In realtà, lo spirito di mortificazione, più che un mezzo per raggiungere la vita eterna, è la conseguenza di un rapporto d'amore personale e sincero con Dio; l'anima innamorata è spinta a cercare una dimensione di preghiera e di penitenza che la rende partecipe e corredentrice nella via della salvezza.

È una pratica comune a molti santi e a semplici fedeli nella storia della Chiesa, anche sulla spinta di quanto detto da Gesù: «Se non farete penitenza, tutti ugualmente perirete» (Lc 13,5). Il primo a parlarne fu Paolo - «Mortifico il mio corpo e lo tengo in schiavitù» (1 Cor 9,27) - e l'argomento fu ripreso da Agostino: «Non basta migliorare la propria condotta e cessare dal fare il male, se non si dà anche soddisfazione a Dio delle colpe commesse per mezzo del dolore della penitenza, dei gemiti dell'umiltà, del sacrificio del cuore contrito, unitamente alle elemosine» (Serm. 351, 5, 12: PL 39, 1549). Si parla dell'uso della mortificazione corporale nelle biografie di: Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, Teresa d'Avila, Tommaso Moro, Francesco di Sales, Margherita Maria Alacoque, Giovanni Maria Vianney, Teresa di Lisieux, don Bosco. Esempi più recenti sono i papi Paolo VI e Giovanni Paolo II, padre Pio, Madre Teresa di Calcutta e mons. Óscar Romero. Nell'enciclica Paenitentiam Agere del 1º luglio 1962, Giovanni XXIII incitava i fedeli «alla penitenza esteriore, sia per assoggettare il corpo al comando della retta ragione e della fede, sia per espiare le proprie colpe e quelle degli altri.»[1]

L'esule spagnolo Juan de Valdés, capofila degli spirituali, «uno dei più autentici genii religiosi» del XVI secolo secondo Bataillon, nel capitolo dedicato a illustrare «Donde procede la grandissima mutatione che si è veduta nella Ecclesia Christiana da quel che fu a quel che hora è» del suo Alfabeto Cristiano[2] identificava «l'huomo mortificato» in colui che, sollecitato e combattuto dai suoi affetti e desideri, «ha combattuto contro di loro et gl'ha vinti».[3]

Indice

NoteModifica

  1. ^ Enciclica Paenitentiam Agere, II.1
  2. ^ Juan de Valdés, (a cura di M. Firpo), Alfabeto Cristiano
  3. ^ Juan de Valdés, (a cura di M. Firpo), Alfabeto Cristiano, p. 135

BibliografiaModifica

  • Juan de Valdés, (a cura di M. Firpo), Alfabeto Cristiano, Torino, Einaudi, 1994

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