Murder, Inc.

Murder Incorporated, detta anche Murder, Inc., Anonima omicidi o Brownsville Boys, erano i nomi dati dalla stampa dell'epoca dagli anni trenta agli anni quaranta ad un gruppo di killer italiani ed ebrei che compivano omicidi a pagamento per conto della «Commissione», l'organismo che controllava gli affari illeciti del cosiddetto "Sindacato nazionale del crimine".[1][2]

Abe Reles

StoriaModifica

La cosiddetta "Anonima omicidi" fu creata nel 1931, dopo la fondazione della Commissione, da Albert Anastasia e dal gangster di origine ebraica Lepke Buchalter. I membri di questo gruppo criminale erano prevalentemente di origine ebraica, ed erano inizialmente provenienti dai quartieri di Brooklyn: Brownsville, East New York e Ocean Hill. Alcuni tra i più famosi membri erano senz'altro Frankie Carbo della famiglia Lucchese, Frank Abbandando, il cui figlio poi fu membro della famiglia Gambino, Harry Maione, Harry Strauss, Martin Goldstein, Abe Reles e Jacob Shapiro. I killer venivano pagati da un minimo di 1.000 ad un massimo di 5.000 dollari per ogni omicidio; inoltre, il boss mandante dell'omicidio si faceva carico delle spese legali se il killer veniva accusato o arrestato. Nel 1940 però Abe Reles, un membro della Murder, Inc., venne arrestato per omicidio e decise di collaborare con la giustizia per evitare la pena di morte, accusando i suoi sodali, compresi Buchalter e Anastasia, e rivelando l'esistenza di questa squadra di morte, fornendo informazioni su circa settanta omicidi irrisolti. In seguito alle dichiarazioni di Reles, Lepke Buchalter e i suoi luogotenenti Mendy Weiss e Louis Capone vennero condannati a morte per omicidio ma giustiziati soltanto nel 1944.[3] Però nel 1941 Reles venne ucciso da ignoti, che lo fecero cadere dalla finestra dell'hotel di Coney Island dove era tenuto sotto custodia dagli agenti di polizia.[4]

Omicidi celebriModifica

Furono alcuni killer appartenenti a Murder, Inc. ad uccidere il famoso boss Dutch Schultz nel 1935.

NoteModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

·       Michele Vaccaro, “Albert Anastasia il ‘cappellaio matto’”, in «Focus Storia», gennaio 2021, n. 171.

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