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Canto d'amore di Costantino Barbella, rappresentate una classica scena di canto popolare femminile, di ambito abruzzese

La storia della musica in Abruzzo ha origini molto antiche, risalenti al Medioevo, andando sino ad oggi, in un rinnovamento continuo, che nel XIX secolo ha visto la divisione ben distinta tra musica di compositori, e musica popolare dialettale, che ha contribuito a rappresentare culturalmente l'Abruzzo nel panorama nazionale e internazionale.

Musica popolareModifica

 
Camillo De Nardis

Della musica abruzzese ci si possono fare delle idee partendo dall'ambito medievale. Naturalmente, vista la presenza di monasteri benedettini, le variazioni abruzzesi dei canti gregoriani dovettero essere la componente principale di questa categoria artistica. Dei testa pentagrammati ancora integri risalgono al XIV secolo-XV secolo, e altri alle epoche successive. Dunque si può stabilire che la musica in Abruzzo non ebbe un'anima propria, così come il teatro, sino ai tempi recenti. Infatti, dai primi testi trascritti da Cesare De Titta e Guido Albanese, per quanto siano famosi come Vola vola vola, Sant'Antonie a lu deserte e via dicendo, provengono da una lunga tradizione popolare, di cui non si conosco le origini di tali pezzi di composizione, ma solo il prodotto finale di una serie di rielaborazioni e tramandi orali nell'ambito popolare. Lo stesso può dirsi per le favole anonime d'ambito popolare, raccontate in dialetto locale, raccolte in volumi dal filologo frentano Gennaro Finamore, primo compilatore inoltre del Vocabolario abruzzese.
Dal Cinquecento in poi vennero documentati validi musicisti, per lo più compositori di musiche sacre: uno dei più remoti è Serafino de' Cimminelli de L'Aquila. Nel corso dell'Ottocento si svilupparono maestri e direttori d'orchestra civica, come Camillo De Nardis, Domenico Ceccarossi, Antonio Di Jorio, Melchiorre De Filippis Delfico.

Da una parte, nel primo filone di musica popolare, abbiamo pezzi anonimi registrati nei primi anni del Novecento e trascritti, come Vola vola, Lamento di una vedova - Scuramaje, Uaste terra d'eure, per quanto riguarda la fascia adriatica, mentre per L'Aquila e dintorni ci sono i pezzi Novantanove (che celebra la fondazione della città), J'Abbruzzu e L'Aquila 'bbella me.

Verso la metà dell'800 ci fu in Abruzzo un interesse da parte dei primi specialisti riguardo la musica popolare, e le sue varie sfaccettature per la diversità delle stesse, che venivano eseguite in maniera eterogenea nelle macro-regioni della Marsica, della Frentania, della conca Amiternina, del teramano e del pescarese. Il pioniere di questi primi studi fu Francesco Paolo Tosti, che nutriva una forte passione per il canto popolare, insieme all'amico Gabriele d'Annunzio; altri studiosi più specializzati furono Gennaro Finamore, Cesare De Titta, Luigi Dommarco, Ettore Montanaro, Antonio Piovano, Imola Galli, Domenico Lanci.

Se Tosti ebbe il merito di iniziare queste ricerche nel 1888 in occasione di una festa che si tenne a Francavilla al Mare, luogo che frequentava abitualmente per la presenza dell'amico Francesco Paolo Michetti nel suo "conventino", Luigi Renzetti, Roberto Angelini e Francesco Tancredi avviarono veri e propri studi d'approfondimento, oltre ad essere loro stessi protagonisti compositori di pezzi in dialetto locale. A Francavilla Tosti presenziò a una sorta di festival dove venne presentato il pezzo "Se 'na scingiata te putesse dà" di Tommaso Bruni, con la sua musica. Altri studiosi furono Antonio Di Jorio, celebre compositore atessano di musica da banda, Guido Albanese e Settimio Zimarino. In tale contesto si costituirono dei veri e propri festival come la Maggiolata Ortonese, le Settembrate Abruzzesi, i Canti della Montagna, i Canti del Mare e il festival di Francavilla.

 
Francesco Paolo Tosti

Se da un lato l'interesse per la canzone tradizionale abruzzese si rinnovò con nuove composizioni, molti pezzi erano già esistenti, trasmessi dai popolani oralmente, e vennero trascritti da questi studiosi, tra cui soprattutto Dommarco (Vola vola vola) e De Titta (Arvì - Sand'Antonie a lu deserte - Campanelle). Anche Finamore dette il suo contributo, pubblicando anche due volumi di Novelle popolari abruzzesi per Carabba editore (Lanciano). Nel primo Novecento (1911-1919) Arturo De Cecco con Francesco Tancredi organizzarono i festival di Francavilla, mentre a Lanciano nel 1896 si tentavano nuovi esperimenti col maestro e storico Luigi Renzetti. Un percorso formativo vero e proprio a Lanciano ci fu tra il 1921-22, ma ebbe vita breve. Nel 1920 a Ortona nacque l'iniziativa Piedigrotta Abruzzese per volere di De Cecco, a cui presero parte Di Iorio, Albanese, Zimarino. Oltre ai canti nuovi presentati questo concorso, vennero trascritti quelli storici Vola vola vola di Dommarco e Albanese e Mare nostre di De Titta e Di Iorio. Il Vola vola vola nel 1953 verrà riconosciuto come "inno abruzzese", noto in tutto il mondo.

La Maggiolata di Ortona aprì grandi spiragli ai musicisti popolari abruzzesi, rinnovando il canto folkloristico regionale: i padri furono Albanese, Zimarino e Di Iorio, che componevano i pezzi da eseguirsi da parte dei cori dei popolani in costume tradizionale. Tra questi si ricordano "Conca d'ore - Giovannella di Scanno" e altre come "Core me" di Aniello Polsi. Alle soglie della seconda guerra mondiale, la Maggiolata si estinse, e non venne più ripresa. La Settembrata Abruzzese fu un'organizzazione folkloristica rimasta nella memoria regionale, sotto la gestione di Antonio De Laurentiis, con massimo esponente Ferri Teodori. I Canti di Montagna furono guidati da don Antonio Pintori, aventi come protagonisti i popoli della Majella e del Gran Sasso.

Il festival dei Canti del Mare ha avuto come città protagonista Roseto degli Abruzzi (prima edizione nel 1981), anche se non riuscì a farsi conoscere al livello regionale, tamtomeno nazionale, perdendo vitalità dopo poche edizioni. Il Festival della Canzone Abruzzese-Molisana nacque a Vasto nel 1955, destinato a riscuotere un grande successo, con i pezzi di Nilla Pizzi, Jula De Palma e altri, con partecipante d'eccezione la Banda e l'orchestra del coro "Antonio Di Iorio" di Atessa. Il festival di Francavilla "Viuella d'ore" raggiunse notorietà, andando poi in decadenza, terminando nel 1979. Nell'aquilano si ricorda il festival della Montagna di Tornimparte diretto da Mario Santucci

Attualmente alcuni festival specializzati in musica popolare si tengono ancora a Vasto, Ortona e Pescara, dove nel Museo delle Genti d'Abruzzo è stata allestita una speciale mostra, mentre un'altra si conserva nel Museo Musicale Tostiano a Ortona.

Gli strumenti musicaliModifica

 
Zampogna conservata nel Museo della Zampogna in Scapoli

Gli storici hanno catalogato un totale di 98 strumenti musicali della tradizione popolare abruzzese. Tra questi i più famosi sono la zampogna, conosciuta sin dall'antichità con nome latino tibia utricularis. Il poeta D'Annunzio la cita quando parla dei pastori abruzzesi nelle sue prose, spiegando che l'assemblavano con la cera dei torchi votivi e con i fili di lino ricavati dalle vecchie tovaglie d'altare. Ne sono state rinvenute due tipologie che prendono il nome dai luoghi di provenienza: una dell'area del Fucino, detta £zampogna avezzanese", mentre l'altra di Cerqueto nel teramano è detta la "cerquetana". Sono entrambe zampogne zoppe, ossia arcaiche, perché mancanti di meccanismo particolare che consenta una maggiore estensione delle note. Tradizione della zampogna è di essere suonata nel periodo natalizio dagli zampognari, per le vie dei borghi e delle città, porta a porta, alla ricerca di qualche soldo. Oltre alla ricorrenza natalizia, la zampogna è da sempre uno strumento usato in varie ricorrenze in Abruzzo, per feste, per matrimoni e per rievocazioni storiche in costume, accompagnata anche dai canti, di cui esiste la tipologia della "maitunata", un'improvvisazione in versi d'augurio per le coppie che si sposeranno, motivo frequente nel territorio di Castel di Sangro e Barrea.

Il secondo strumenti principale è "lu fregavente", detto così perché il suono è prodotto dal vento che penetra lo strumento, meglio conosciuto come "flauto di Pan". Lo strumento a quattro, cinque, sette o nove canne ha origini leggendarie che lo riportano alla mitologia dell'antica Grecia. Il passaggio da flauto di Pan alla zampogna avviene dal momento in cui alcune canne, trasformate in pive fatte di legno di bosso o di olivo, vengono introdotte in un sacco di pelle come serbatoio d'aria, ricavato dalla pelle di capra rivolta e poi conciata. Gli strumenti più antichi di derivazione abruzzese, si trovano a Roma nel Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, mentre altri esemplari, insieme a zampogne e "ciaramelle", sono conservate nel comune molisano di Scapoli (IS) nel Museo Internazionale della Zampogna.

 
Una fisarmonica

Terzo strumento è "lu 'Ddu bbotte", così chiamato perché ha solo due bassi e per il continuo movimento dell'aprire e chiudere il mantice dell'organetto, e il flauto il flauto che nelle culture antiche assumeva un significato fallico, distinguendosi come strumento musicale perfetta maschile e dunque solitamente proibito alle donne. In Abruzzo questo organetto o fisarmonica è frequentissimo nelle ricorrenze popolari, usato sia nell'ambiente privato collinare-montano dell'Abruzzo e del Molise, che nelle feste in compagnia. Sono state create varie varietà di brani musicali per l'organetto, come il bombardone, la pizzica, il saltarello.

Gli strumenti a percussione in Abruzzo si dividono nei membranofoni, come i tamburi, gli idrofoni come le "raganelle" (frequentemente usate per la processione del Venerdì santo); i membranofoni presentano distinzioni come nalla Valle Peligna, dove vengono costruiti completamente in legno, e nella Valle di Bavone (Teramo), dove sono realizzati in legno e metallo, di metallo è la cassa di risonanza, congeniale all'uso in ambito militare. Appartengono agli idiofoni le "nacchere abruzzesi", che sono a spatola e non da dito: ne sono state individuate due tipologie, una "del fusaro" perché costruita dai tornitori di fusi, e l'altra del carrettiere", perché fatta dai costruttori di carri agricoli, utilizzata per guidare i passi di danza del frustino. Lo strumento principe dalla danza abruzzese è "lu mascrille", un mezzo sistro, assai antico, conosciuto anche a Roma e nell'antico Egitto, realizzato con un ramo biforcato di un albero o di una forchetta di legno dimessa, appartenente al gruppo dei crepitacoli, caratterizzati da oggetti risonanti sospesi a un telaio e agitato con le mani. Come sempre a Cerqueto si conservano vari esemplari nel museo delle Tradizioni, e si specifica che era principalmente usato nei riti sacri, come le processioni del Venerdì santo e del Corpus Domini, insieme alle "tabelle", alla "crilliera" e alla "tiritappe".

Canzoni popolariModifica

La lista è parziale:

99 - Novantanove
canzone tipicamente aquilana, anonima, celebra in tre strofe il mito della fondazione della città nel 1254 da parte di 99 castelli sparsi nella conca aternina, si fa il chiaro riferimento alla creazione di una piazzetta con un forno, poi di varie piazze con le relative chiese e fontane, in tutto secondo la leggenda 99.
A lu cannete
scritta da L. Illuminato a musicata dal Mastro Antonio Di Jorio, non è da confondere con So jte a fa la jerve a lu cannete, sempre musicata da Di Jorio, ma composta da De Titta; rispetto a questa, A lu cannete ha un ritmo allegretto, è piuttosto breve, ed è composta sia per voci femminili che maschili, in dialetto della provincia di Chieti, il tema è quello del lavoro presso i canneti dei fiumi delle contadine, e della lontananza dalla casa del marito.
A l'orte
testo anonimo, musicato da Maestro Pasquale De Rosa, è in tipico dialetto della provincia di Chieti, ha come tema in tre strofe il lavoro all'orto, con il ritornello del racconto in prima persona della contadina, che si reca all'orto a raccogliere vari fiori, quando incontra lo sposo Nicola.
Amore me! Amore me!
canzone anonima, musicata dal Maestro Di Jorio, un coro di ragazze miste ad uomini, celebra le virtù, le bellezze, e il canto di una ragazza.
Arvì
canzone popolare anonima di ambito vastese, è dedicata alla lontananza e all'emigrazione: un marito si promette di ritornare nella sua terra natale dalla moglie Carmela, mentre lei aspetta da anni, gravata dalla lontananza.
Che scià bbindette Urtone
ossia "che sia benedetta Ortona", composta per la "maggiolata" ortonese da Luigi Dommarco, e musicata dal Maestro Guido Albanese nel 1916, è in dialetto ortonese, e celebra le bellezze di Ortona, scandendo la giornata in momenti, dal mattino quando la gente si sveglia sino alla sera, con il ritornello che esulta alla bellezza della città e alla spensieratezza dei ragazzini che popolano le strade.
Ci manche all'Adriatiche na perle
altra canzone di Dommarco e Albanese per Ortona, è una musica per coro e banda a differenza della consueta fisarmonica per i gruppi folk. Fu composta subito dopo la seconda guerra mondiale, che arrecò gravi danni alla città nel dicembre 1943. La canzone è un inno al riscatto sociale della popolazione, che esprime il suo amore verso la città e verso Francavilla, anch'essa provata dai bombardamenti.
Core mè fija mè
canzone anonima, di ambito chietino, forse originaria di Fallo, celebra le virtù, per bocca della madre, di una fanciulla, che sa cucinare le sagne, attrarre i ragazzi quando va a messa, e alla festa. Il ritornello è: e core di la mamma, e di la mamma sè, massere vé la bbanda e zi la porte la fija mè.
Campanelle
nota anche come "Din don urnelle", è una canzone composta da Cesare De Titta e musicata da Di Jorio, alternata in tre strofe in cui il tema è il suono delle campane, che scandiscono il mattutino, mezzogiorno, e il vespro.
J'Abbruzzu
canto popolare anonimo aquilano, è noto anche come "So sajtu aju Gran Sassu", e in tre strofe narra le emozioni vissute in prima persona dal cantante quando sale sui picchi del Corno Grande del Gran Sasso, sulla Majella, e poi alla marina.
L'acquabbelle
composta da Cesare De Titta e musicata da Guido Albanese, è dedicata all'insenatura marina che si trova sotto il colle di San Donato a Ortona, detto "punta Acquabella", la bellezza e la purezza dell'acqua cristallina vengono paragonate alla bellezza di una ragazza detta Mariuccia.
Orazione di San Donato
canzone anonima di Guardiagrele, che celebra i miracoli del santo patrono di Arezzo.
E domani è la Pasquetta
è un canto di questua, inciso per la prima volta nel 1963, in tre strofe: nella prima si parla della Pasquetta, tradizione collegata all'Epifania, evocata nella seconda strofa, la terza conclude la canzone con una richiesta di opere di bene e caritatevoli.
 
Francesco Paolo Tosti
Reginella campagnola
scritta nel 1938 da Bruno e Di Lazzaro, autori molisani che presero come eroina una pastorella di nome Reginella; fu ripresa in varie versioni nelle regioni italiane: la canzone è un inno all'Abruzzo, famoso quanto "Vola vola vola", e come "Campanelle", la canzone si alterna in 3 momenti della giornata, mattina, pomeriggio, sera, descrivendo la vita delle contadine che dai monti devono scendere in città, dove si trascorre uno stile di vita del tutto diverso da quello pastorale. Il ritornello fa: "O campagnola bella, tu sei la Reginella, nei tuoi occhi c'è il sole, colore delle viole delle valli tutte in fior".
L'Aquila bella me
brano composto da Notarfranchi e musicata dal Maestro Di Norcia, è una canzone della nostalgia, il viaggio della vita dell'emigrante aquilano che ritorna alla sua città è paragonato alla velocità di un treno che corre sempre più svelto. L'emigrante rievoca i momenti del passato, e le attività aquilane, dell'incontrarsi nella piazza, sul corso, e di fare le scampagnate nella conca circostante.
La viuletta
composta da T. Bruni e musicata da Francesco Paolo Tosti nel 1888, sarebbe la prima canzone popolare abruzzese ad essere stata riscritta e musicata da autori professionisti, in prima persona parla il fiore della viola, che racconta i tormenti cui è sottoposta a causa del freddo, del sole, della pioggia, ma anche della bellezza che essa rappresenta.
Lu cacciature Gaetano
ripresa anche dal cantante pescarese Germano D'Aurelio, in arte Nduccio, la canzone è nota anche nella versione remixata "Roppoppo'", racconta in maniera comica le vicende di una famiglia di San Mauro di Romagna, il marito viene cornificato dalla moglie, coglie in flagrante l'adultero e lo porta in caserma, generando situazioni esilaranti.
Lu pescatore
canzone di Guido Albanese, è legata al filone della "Maggiolata ortonese", e celebra il trabocco della marina, chiamato appunto "Lu pescatore".
Lu piante de le fòje
canzone musicata da Guido Albanese, si narra del movimento delle foglie degli alberi, non appena arriva l'autunno, sono sballottate di qua e di là per il cielo e i prati.
Mare nostre
scritta da L. Illuminati e musicata dal Maestro Di Jorio, è un inno al mare, alla sua bellezza, all'abbondanza di paranza, ma anche all'imprevedibilità e ai rischi che nasconde per i pescatori in viaggio, mentre le donne aspettano. Il ritornello è "voghe voghe, marenare; voga voghe per stu mare che nen dorme e suspire nghe me".
Nebbì a la valle
canzone popolare anonima, rielaborata da Domenico Modugno per "Amara terra mia"; le origini risalirebbero alla colonia di Schiavoni che si formò in Abruzzo dalle parti di Palena (CH), si fa riferimento, dal tono melanconico e lirico, abbastanza estraneo all'ambito abruzzese, dell'appiattimento sociale e morale, la vita scorre sempre uguale per i campi che portano pochi frutti per la propria sopravvivenza; Modugno modifica infatti il tema come spunto per emigrare in terre del mondo più proficue, come il nord Italia o l'America.
O mamma, dammi cento lire
incisa per la prima volta nel 1908, è anonima, ed è stata ripresa in varie altre regioni: si fa sempre riferimento al fenomeno dell'emigrazione verso l'America.
Scura maje - Lamento di una vedova
altra canzone lirica e monodica che farebbe risalire le origini al XV secolo, periodo in cui gli Schiavoni emigrarono verso le coste abruzzesi, la storia narra di una vedova che ha appena perso il marito in mare, e che invoca la morte per privarla di ulteriori sofferenze.
Sulle mura di Civitella
canzone anonima popolare di tradizione garibaldina, già in voga nel 1862: si fa riferimento alla caduta della roccaforte borbonica di Civitella del Tronto.
Uaste 'bbelle terra d'eure
composta da Francesco Paolo Voltinelli, è l'inno della città del Vasto, in dialetto locale, e ha come tema il ricordo dell'emigrante e la celebrazione della bellezza della città. Il ritornello frequente è: lu Uaste è belle e terra d'eure, nutte e jurne penz' a ttajje, ma i' prima chi' mi mèure, ti vulèsse a rividàje".
Oilì oilà
scritta da De Titta e musicata da Di Jorio, è una canzone del filone delle serenate, la moglie torna a casa di sera, appena cala il sole dietro la Majella, il marito le fa la serenata dichiarandole il suo amore. E' una delle canzoni più suggestive del filone delle "maggiolate", legata al sentimento così sincero e pregno di sensi primordiali ma schietti, tanto caro anche agli artisti D'Annunzio e Michetti.

Più famoseModifica

Il testo trascritto dal D'Annunzio di Tutte le funtanelle (da "Il trionfo della morte", 1894) è il seguente. La traduzione delle tre strofe è dello stesso poeta.

Dialetto abruzzese Lingua italiana
Tutte le funtanelle se sò sseccate.
Pover'amore mi'! More de sete.
(Rit.) Tromma larì lirà llarì llallera,
tromma larì lirà, vvivà ll'amore!
Amore mi tè set'e mmi tè sete.
Dovèlle l'acque che mme si purtate?
(Rit.)
T'ajje purtate 'na ggiarre de crete,
nghe ddu' catene d'ore 'ngatenate.
(Rit.)
Tutte le fontane sono secche.
Povero amor mio! Muore di sete.
(Rit.) Tromma larì lirà llarì llallera,
Tromma larì lirà, viva l'amore!
O amore, ho sete, ho sete.
Dov'è l'acqua che m'hai portata?
(Rit.)
Ti ho portata una giara di creta,
incatenata con una catena d'oro.[1]
(Rit.)


  • Amara terra mia o "Nebbi' a la valle" (nebbia alla valle): ripresa anche da Domenico Modugno nel 1971, ha origini abruzzesi, precisamente di Palena (CH), con tema principale la partenza degli uomini a raccogliere le olive nella valle, mentre Modugno ha riadattato il testo a sfondo nostalgico dell'emigrante.
  • Sant'Antonie a lu deserte: Sant'Antonio Abate è venerato in varie località abruzzesi, sopra tutte c'è Fara Filiorum Petri. La canzone si svolge come un racconto, che rievoca le tentazioni del santo da parte di Satana, e dell'intervento salvifico degli angeli.
  • Arvì: forse di origini di Fallo (CH), o di un altro paese del chietino, la canzone ha il tema nostalgico della moglie, che attende sul mare il ritorno del marito emigrante.
  • Scura maje - Lamento di una vedova: canzone di primo Novecento dal tema tragico, cantata da una vedova verso il mare, dove il marito pescatore è morto naufrago. Frequente è il ritornello "Mare maje - mo m'accìde", nell'intenzione della donna di suicidarsi per ritrovare il suo amore.
  • Din don - Campanelle: allegra canzone riscritta da Cesare De Titta e musicata da Antonio Di Jorio nel primo Novecento che accompagna il tema delle campane, che suonano in tre precise fasi del giorno: mattina, pomeriggio, sera, a quello amoroso di due fidanzati, che non riescono a fare l'amore il disturbo.
  • Tutte le funtanelle: canzone popolare anonima conosciuta anche da D'Annunzio, riproposta in alcune pagine del libro Il trionfo della morte (1894) durante il soggiorno sanvitese alla costa dei Trabocchi. La canzone è cantata da una moglie, che non riesce a trovare l'acqua per il marito a lavoro, poiché sono secche, e si fanno vari riferimenti alle tipiche conche di rame del costume tradizionale.
  • Vola vola vola: composta nel 1926 da Guido Albanese e Luigi Dommarco per la maggiolata ortonese, è diventato "l'inno abruzzese" per antonomasia, nel testo si rievoca l'atmosfera paesaggistica e idilliaca della regione, con il frequente ritonello del volo di vari uccelli, pavone, la ciaramella - nella versione originale ortonese (in altre versioni il gallinaccio), e infine il cardellino.
  • J'Abbruzzu: canzone popolare aquilana molto famosa, ripercorre un viaggio alla Majella e al Gran Sasso, magnificando le qualità naturali delle due montagne.
  • Alla fiera di Lanciana: canzone degli anni '50, articolata in tre tempi, che rievocano le tragicomiche delusioni di un ragazzo che cerca la sua bella prima alla fiera di Lanciano, poi a quella di San Donato a Guardiagrele, e infine a quella di San Cetteo a Pescara, vedendola per un attimo, e poi sparita tra la folla.

La Maggiolata di Ortona e gruppi folkloristiciModifica

La Maggiolata nasce come festa canora il 3 maggio 1920 a Ortona, nel cosiddetto "lunedì del Perdono" per le feste in onore del patrono San Tommaso apostolo, col nome di "Piedigrotta Abruzzese"; nel 1921 è nota come "maggiolata", perché il festival nacque in maggio. Il 6 maggio 1929 nella conferenza presso la Sala Eden (belvedere Francescopaolo Tosti) nacque l'organigramma del festiva di maggio, per volere di Annunciata Spinelli Dommarco. Molte canzoni, che allora erano composte da Luigi Dommarco, Guido Albanese, Antonio Di Jorio, Luigi Illuminati e Cesare De Titta erano rielaborazioni di stornelli e canzonette popolari anonime già esistenti, il fine della maggiolata era dunque quello di conservare le tradizioni popolari creative da una parte, dall'altra di migliorare e rinnovare, senza troppe variazioni, queste canzoni popolari per filoni, quello della serenata, quello malinconico, quello scherzoso degli stornelli, quello celebrativo ed evocativo. La coppia Albanese-Dommarco scrisse dal 1914 al 1917 grandi successi, come Campène alligrezze - Chi scià bbindette Urtòne - Ti vuojje bene - Canzone de la guerre per ricordare gli ortonesi caduti al fronte durante la Grande guerra.

Le canzoni venivano cantate lungo il corso Vittorio Emanuele partendo da Largo Farnese, e risalendo sino a Porta Caldari, il coro seguiva un pianoforte con il maestro, trascinato da un carretto, le canzoni ottennero un immediato successo, specialmente famosa, prima della composizione nel 1922 di Vola vola vola, fu la canzone Campène alligrezze. La canzone Che scià bbindette Urtone fu cantata presso casa Dommarco, persso l'ex hotel Moderno, e riscosse subito successo; Ti vuojje bene fu composta per un ballo nella Sala Eden per il capodanno 1915. Purtroppo, specialmente per il sopravvenire della seconda guerra mondiale, che arrecò gravi danni a Ortona, il festival della Maggiolata venne abbandonato, e non più riproposto.

Fu un momento irripetibile per lanciare la cultura popolare musicale abruzzese fuori dal panorama provinciale e regionale, in quegli anni Ortona divenne il centro pulsante, insieme a Francavilla e Pescara, della tradizione abruzzese, con il favore anche di artisti già affermati, quali Michetti, Cascella, D'Annunzio, e il Tosti, che aveva già introdotto il tema della Maggiolata alla fine dell'800, rimusicando dei pezzi anonimi d'ambito popolare.

Nel vicino paese di Poggiofiorito, divenuto comune autonomo nel 1911, era nato il fisarmonicista Tommaso Coccione, emigrato in America, e tornato in Italia, divenendo il fisarmonicista per eccellenza d'Abruzzo perché favorito a Benito Mussolini; fu compositore di varie polke e mazurke abruzzesi, ancora oggi suonate. Fu il capostipite di una sorta di dinastia di musicisti abruzzesi, che ancora oggi risiede nel paese di Poggiofiorito, composta dal figlio Vincenzo Coccione, titolare di un'associazione musicale, del nipote Camillo Coccione, in rapporti con il poeta, compositore ed editore Luciano Flamminio di San Vito Chietino.

Non molto lontano, a Orsogna, si creò il gruppo della corale "La Figlia di Iorio", in ricordo di Giuditta Saraceni, la contadina che ispirò D'Annunzio e Michetti per il quadro e la tragedia omonima (il quadro michettiano del 1805, la tragedia dannunziana del 1903). La corale nacque nel 1921 per volere di Attilio Bartoletti, anche se l'esordio avvenne nel 1923. Negli anni '60 il coro fu all'avanguardia perché cercò di "modernizzare" la tradizione popolare abruzzese, ragion per cui compì varie turnè in Italia, ad esempio al festival di Caltanissetta, e poi per il mondo, esibendosi anche al Giubileo del 2000-

Il Museo Musicale d'Abruzzo di OrtonaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Museo musicale d'Abruzzo e Archivio Francesco Paolo Tosti.
 
Ingresso all'atrio di Palazzo Corvo, Ortona, sede del Museo Musicale d'Abruzzo

Principale museo dedicato alla musica popolare abruzzese, soprattutto per ricordare e conservare il patrimonio dello storico festival della Maggiolata ortonese, si trova nel settecentesco Palazzo Corvo, nel rione Terravecchia, all'ingresso del corso Matteotti. Il palazzo è anche sede dell'Istituto Nazionale Tostiano, legato al compositore ortonese Francesco Paolo Tosti, con relativo archivio dei suoi manoscritti. Il museo è stato istituito nel 1994 per volere del soprano Renata Tebaldi, si divide in alcune stanze, di cui la principale dedicata a Francesco Paolo Tosti.

Propone sia un excursus cronologico essenziale della vita del compositore ortonese, attraverso l'allestimento di documenti e pannelli fotografici, sia la riproduzione dello stesso ambiente salottiero ottocentesco, dove il Tosti era solito comporre e far ascoltare le sue romanze. La ricostruzione trae spunto dalla dimora del Tosti a Mortimer Street a Londra, quando era al servizio della regina Vittoria, resa possibile dall'esposizione di mobili, oggetti, arredi da parete, quadri originali, appartenuti al maestro.

Altre sale sono la biblioteca dell'archivio Tostiano, la sala Tintori, realizzata nel 1998 con la biblioteca composta da volumi di storia musicale, alcuni molto antichi e preziosi, e la sala De Luca, dove sono esposti cimeli, vestiti, strumenti appartenuti ai tenori, baritoni e soprani più famosi del Novecento italiano, amici dello stesso Tosti, come Enrico Caruso.

Associazioni coraliModifica

La principale è l'ARCA - Associazione Regionale Cori d'Abruzzo, con sede a Pescara, quelle storiche sono:

  • Associazione Corale "Giuseppe Verdi" - Teramo
  • Corale Gran Sasso - L'Aquila
  • Associazione musicale "Francesco Paolo Masciangelo" - Lanciano
  • Coro del Mattioli - Vasto
  • Corale "La Figlia di Iorio" - Orsogna
  • Corale 11sima Ora e Corale Santissima Trinità - Sulmona
  • Coro Selecchy - Chieti

La banda musicale abruzzeseModifica

Per la prima volta in Abruzzo, la parola "bandista" è usata nel XVIII secolo, usata ad Introdacqua, piccolo paese della valle Peligna, la cui banda ufficialmente si costituì nel 1865. Le altre bande all'inizio dell'800 si costituirono a Città Sant'Angelo nel 1801, a Pescina. La banda introdacquese merita interesse, perché inizialmente era detta localmente "panzarelle", ossia un gruppo di musicanti girovaghi, senza una sede stabile, né costituita da membri fissi, ma sempre oscillanti tra le 4 o le 15 unità, i cui membri si alternavano nell'uso degli strumenti. La prima panzerella oltre ad Introdacqua si ha a Gessopalena nel 1755, poi la Banda Rossa di Orsogna del 1797; la banda musicale vera e propria si costituì proprio nell'800 a Pescina, Città Sant'Angelo, Spoltore (1809), Alanno (1809), Bisenti (1817), Lanciano (1892), Teramo, Tagliacozzo e Giulianova (1880), sicché la diffusione in tutto l'Ottocento divenne capillare.
Presto la costituzione della banda divenne motivo di grande orgoglio tra gli abruzzesi, e nacquero anche le prime diatribe campanilistiche, con episodi anche cruenti di rivalità, tra Teramo e Atri, o tra Guardiagrele e Orsogna. La regione, insieme alla Puglia, fu la culla prediletta per la costituzione dei gruppi bandistici, ogni Comune che ha la banda ed il mecenate è spesso il sindaco o il maggior proprietario terriero, si compirono varie turnè, anche all'estero, in Egitto, Turchia, Russia, per cui si ricordano le bande di Atessa sotto il Maestro Antonio Di Jorio e Pratola Peligna.

 
Il cornista orsognese Domenico Ceccarossi

Sotto il Maestro Alessandro Vessella nacque la banda moderna mediante le sue riforme, a coglierne il frutto fu la Banda Fenaroli di Lanciano mediante Augusto Centofanti, poi la Banda dei Diavoli Rossi di Pianella; oltre alla costituzione della banda, si costituì in ogni comune di rispetto anche la scuola musicale per i nuovi allievi, con esibizioni nazionali e internazionali: ragazzi di campagna, al limite dell'analfabetismo, poterono usufruire di queste grandi occasioni per farsi conoscere nel panorama culturale europeo e italiano, gli strumenti prediletti in Abruzzo furono il corno (si si ricorda Domenico Ceccarossi di Orsogna), il clarinetto, il trombone (si ricorda il poeta Modesto Della Porta di Guardiagrele), la tuba e il flicorno. Nell'800 anche la neonata città di Pescara beneficiò del suo gruppo bandistico, con il Maestro Scassa negli anni '30, quella di Chieti, la storica "Vincenzo Bellini", grazie a Domenico Valentino raggiunse le 90 unità, entrando con Pescara nell'attenzione del Daily News durante la turnè americana del 1933-34. La banda di Chieti fu definita la "più grande mai esistente", e si esibì anche a Livorno in onore di Pietro Mascagni.

Il sogno bandistico abruzzese si infranse con la seconda guerra mondiale, quando la popolazione venne decimata, in seguito con il decadimento culturale delle arti, votato al fervore tecnologico e consumistico, le bande decaddero, alcune vennero sciolte, come quella di Chieti, mentre altre continuarono a resistere, come quella di Introdacqua e di Lanciano, e solo negli anni '80 e '90, alcune storiche si ricostituirono, arrancando tuttavia nel riconquistare le posizione di prestigio originarie. Tuttavia ancora oggi in molti comuni la banda è percepita come un elemento fondamentale della festa tradizionale, insieme ai canti, alle marcette, alle processioni e ai fuochi artificiali. Si ricorda soprattutto a Guardiagrele la figura del poeta Modesto Della Porta, che nella raccolta Ta-Pù: lu trumbone d'accumpagnamento, fa vari riferimenti alle feste patronali della città in onore di San Donato, ed egli stesso suonò più volte nella banda civica.

In tutto, in Abruzzo, di bande se ne contano 56, di cui alcune storiche e di importanza. Tra queste si ricordano

  • Concerto bandistico "Città di Paganica" - L'Aquila: costituita nella metà dell'800, negli anni '30 del Novecento il numero sei musicisti aumentò sino a stabilizzarsi ai 40 elementi, nel 1942 venne istituita la prima scuola di musica per aspiranti bandisti. A causa della guerra, la banda ha subito una cristi, nel 1948 cercò di non sciogliersi grazie alla forza dei maestri De Virgilis e Di Benedetto, ma il 1949 fu l'ultimo anno di attività. Negli anni '70 un gruppo di 15 elementi tornò a ricostituire la banda, con la direzione del Maestro Silvio Tarquini, nel 1975, che istituì nuovamente una scuola di musica. La nuova banda è stata inaugurata nel 1979 con 30 elementi, e esibendosi nella festa patronale. Nel 2000 è stata istituita l'associazione culturale che conserva il nome originale, sotto l'egida del presidente Flavio Tursini. Anche con il terremoto del 2009, la banda ha continuato ad esibirsi, divenendo la principale del capoluogo abruzzese: il suo stemma è la testa di moro con la rosa in bocca, che è anche l'effigie del Quarto di Santa Maria del centro storico aquilano, fondato in gran parte nel XIII secolo proprio dal castello di Paganica.
 
Banda Leoncini d'Abruzzo a Pescina
  • Banda musicale di Ortona: la città non ha mai avuto una propria banda musicale, ma ha sempre utilizzato altri complessi provenienti dai paesi attorno, tra cui Lanciano, Orsogna e Guardiagrele. Nel 1998 è nata l'idea di costituire un gruppo bandistico civico, con direzione del Maestro Rodosi D'Annunzio: gli allievi del Laboratorio Musicale hanno debuttato in occasione delle Feste Rionali, riscuotendo successo, sicché è stata costituita l'associazione "Amici della Banda" con la scuola musicale, divenendo infine la Banda Città di Ortona, che si esibisce soprattutto durante la Festa del Perdono di San Tommaso a maggio, e durante l'Epifania e il Natale, nonché nella processione del Venerdì Santo.
  • Complesso Bandistico "Fedele Fenaroli" di Lanciano: la città ha visto il riconoscimento di un corpo civico stabile bandistico nel 1892, denominato "Banda Fenaroli" in onore dell'omonimo compositore di musica sacra lancianese. Sin da subito la banda ha riscosso un grande successo, esibendosi nelle feste patronali della Madonna del Ponte, del Dono, della Processione del Venerdì Santo e nella Pasqua di Resurrezione. Soprattutto per il fragore e il clamore dei 3 giorni della festa della Madonna del Ponte, è nato il motto locale "Tra bbanne, bbomme e campane: ecche Langiane!". Il primo diretto della banda fu il Maestro Nicola Centofanti, dopo di lui vennero Augusto e Paolo Centofanti, Gino Di Nizio, Nicola Centofanti nipote, Michele Lufrano e Nicola Benvenuto. Sulla scia della lunga tradizione musicale, la città di Lanciano conserva il Premio Storico Grande Concerto Bandistico, che si svolge nel Teatro comunale "F. Fenaroli", e ha avuto tra i componenti Severino Gazzelloni, Francesco Di Santo, Domenico Ceccarossi, Luigi Torrebruno.
  • Banda musicale di Orsogna: fu fondata nel 1797 come "rinomata Banda Rossa", così denominata per le giubbe rosse delle uniformi, diretta dal Maestro Raffaele Di Sipio, allievo di Cesare De Santis, professore del Santa Cecilia di Roma. La banda presso divenne una componente fondamentale delle tradizioni festive orsognesi, nel 1861 i briganti di Mecola ad esempio vennero accolti trionfalmente dalla banda civica, diretta da Ireneo Parlatore, mentre veniva portato in processione il quadro di San Nicola. Nel 1927 la banda, sotto al direzione del Maestro Gino Di Nizio, assunse il nome "Grande Banda d'Abruzzo - Orsogna", debuttando in diverse tournè, anche a Napoli e in Puglia. Solo in un caso la banda attraversò un momento buio, quando dovette suonare nella vicina Guardiagrele, storica rivale del paese, nel giorno di San Rocco, quando scoppiò una tremenda rissa. La rissa raggiunse l'oltraggio politico, e molti bandisti vennero arrestati, tra cui il noto cornista Domenico Ceccarossi. La banda attraversò un alto momento buio durante la guerra, nel 1947 si ritentò di ricostituirla, ma senza successo, e ciò avvenne solo negli anni '50, benché spesso e volentieri, ancora oggi, rinsanguata nei membri da altri organi provenienti dai paesi accanto, come Poggiofiorito, Arielli, Miglianico, Filetto, poiché i membri sono sempre troppo pochi; ciononostante, i maestri continuano ad esibirsi nelle principali ricorrenze, tra tutte la cerimonia dei Talami del Lunedì dell'Angelo.
  • Banda Città di Chieti "Nicola Centofani": la banda fu istituita nel 1864 e intitolata al celebre compositore ottocentesco Vincenzo Bellini, nipote di Vincenzo Tobia Nicola Bellini di Torricella Peligna (CH). Immediatamente ottenne successo, vantando 90 membri, che si esibivano non solo nelle principali festività, ma anche al Teatro Marrucino, e nella monumentale Processione del Cristo Morto. Scioltasi in seguito alla seconda guerra mondiale, quando la città dal punto di vista culturale ha visto un lento decadimento e ripiegamento, con la chiusura anche del teatro Marrucino, si è ricostituita solo nel 2010, intitolata a Nicola Centofanti, con il Maestro Nicola Marinucci, Sergio D'Intino vicepresidente e presidente Rocco Marcucci. La banda si esibisce soprattutto durante la manifestazione culturale del Maggio Teatino, anche se quella attuale è molto più ridotta rispetto a quella storica, attualmente la banda è diretta dal Maestro Pierangelo Orsini, diplomatosi al Conservatorio Luisa d'Annunzio di Pescara
  • Storica Banda di Introdacqua: nacque intorno al 1865, considerata tra le più antiche bande d'Abruzzo, ancora oggi in attività. La banda è stata immortalata anche nel film di Mario Mattoli Signorinella del 1949.
  • Storica Banda Municipale di Pianella, nacque intorno al 1861, ebbe un grande successo negli anni Ottanta dell'Ottocento, quando fu diretta dal Maestro Luigi Marchetti di Gessopalena (CH). Effettuò tournèe in giro per l'Italia e in Germania. A Senigallia, dove prestava servizio nella stagione estive, suonò per rendere omaggio a Menotti Garibaldi. Si sciolse negli anni '20, dopo la morte dell'avvocato e mecenate Giacomo Sabucchi.
  • Associazione Musicale "Ettore Minervini" - Montorio al Vomano: la banda di Montorio risalirebbe al 1785, costituita dal medico Vincenzo Parrozzani, nel corso degli anni, a partire dalla costituzione ufficiale nell'Ottocento, ha avuto la direzione dei maestri Pasquale Costanzi, Gaetano Parmigiani, Saverio Bertini, Enrico Petrei, nel Novecento ci furono il Maestro Francesco Marcacci, poi Pasquale Canzanese, Pasquale Nerilli, Dino Testa, che fece conoscere la banda al livello nazionale. Dal 1960 al 1990 è stata diretta dal Maestro Umberto Camerata, dal 1990 il capobanda è Sarno Minervini. Nel 2000 si è costituita l'associazione musicale "Ettore Minervini", con scuola di musica, il repertorio personale di marce religiose, marce militari ecc, esibendosi nelle principali festività del centro.
 
Antonio Zacara nel Codice Squarcialupi

Storia della musica abruzzeseModifica

Origini MedioevoModifica

Sicuramente l'Abruzzo si formò con i Canti gregoriani, nel XIV secolo si ha la testimonianza della Leggenda di Santa Caterina Martire per la confraternita aquilana, composta dal poeta Buccio di Ranallo, il quale nel 1362 scrisse anche la Cronica rimata sulla storia della città a partire dalla fondazione del 1254. Quest'opera si pone nel filone dei laudari e i lamenti cantati di scuola tosco-umbra del Trecento-Quattrocento.

Le prime attestazioni risalgono al XIV secolo, la cosiddetta "Ars nova" penetrò subito in Abruzzo con il personaggio di Antonio Zacara da Teramo (metà XIV secolo), nato con una malformazione fisica, avendo solo 10 dita tra mani e piedi, come mostra anche una miniatura del Codice Squarcialupi. Zacara fu insegnante, compositore, miniaturista, lavorando a Roma per papa Bonifacio IX, Innocenzo VII e Gregorio XII, poi seguì l'antipapa Giovanni XXIII, dato che nella sua cappella musicale a Bologna nel 1412-13 il maestro è citato come "Magistro Antonio". Nella musicologia novecentesca, Zacara è stato ampiamente rivalutato, riscoprendo la sua innovativa figura nell'ambito rinascimentale, pare che proprio il teramano fu ispiratore del più noto Ciconia; probabilmente morto nel 1463, le sue composizioni era tenute per oracoli. Si ipotizza che questo maestro fosse cresciuto in un ambito musicale abruzzese ai primordi, che comprendeva il piccolo ducato di Atri, di cui si attesta un certo Frater Nicola Cicci Tange, morto a Napoli nel 1370, nominato "Magister della Cappella Reale", dunque di Giovanna I di Napoli.

Le ipotesi si sono concentrate proprio sull'avvio musicale dello Zacara ad Atri,in quanto nel Museo Capitolare della città si conserva un frammento del Gloria Macinella proprio dello Zacara. In quel periodo nella città si registrò anche l'attività del poco noto canonico della Basilica: Giovanni Berardino Jancano, morto secondo il Necrologium Adriense il 2 luglio 1440; anche se oggi della sua opera non si conserva nulla, il necrologio ne parla come uno dei musicisti più importanti di quel periodo nella città. Nella vicina contea di Campli, spiccò la figura di Nicola Savini Mattei o "Riccio di Nucella", piccola frazione camplese, attivo tra il 1401 e il 1436, conobbe probabilmente lo Zacara, visto che è nominato tra i cantori delle cappelle dei papi romani che accolsero anche il teramano. Di Riccio da Nucella rimane una balla alla francese a tre voci, dal titolo De bon parole tal pronto de fa

Nel XV secolo fiorirono musicisti al di fuori di Teramo, Giovanni Quatrario fu sacerdote e compositore di Sulmona, la sua attività si svolse a Venezia nel 1436 (testimonianza del suo Magnificat) fino al 1456. Fu noto per le sue Lamentazioni, repertorio della basilica di San Marco in Venezia, rimpiazzate solo nel XVII secolo da Giovanni Croce: fu personaggio chiave per il passaggio dallo stile polifonico tardo gotico settentrionale alla semplicità espressiva della musica italiana rinascimentale. La Valle Peligna, per aver partorito il Quatrario, non doveva essere dura di musica colta, essendo Sulmona in perfetta simbiosi culturale e commerciale con Napoli e Roma; nella biblioteca comunale "Ovidio Nasone" si hanno altre testimonianze di frammenti polifonici dello stile fiammingo, come l'inno Iste confessor, datato tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento.

Il CinquecentoModifica

In questo secolo la meta prediletta degli abruzzesi fu Venezia, il teatino Giacomo da Chieti scrisse il trattato De partitione licterarum monocordi, con trattazione di argomenti del canto gregoriano. A L'Aquila si testimonia Gianni Bacco, chiamato in una ballata di Andrea di Firenze, poi il cantore della chiesa di Santa Reparata in Firenze (ossia il duomo) Paolo Aquilano, citato nel 1407, e infine i cantori pontifici Antonio d'Aquila (1400) e Giacomo dell'Aquila. Il più famoso poeta musicista del capoluogo abruzzese di questo periodo è Serafino de' Cimminelli o "Serafino Aquilano", attivo prima a Roma, e poi a Napoli presso Ferdinando II d'Aragona. Nel Codex Agnifili della Biblioteca della Soprintendenza per i Beni Ambientali Architettonici Artistici dell'Abruzzo - sez L'Aquila, si registrano quattro Amen di Credo, vergati a due voci, in stile polifonico dal spore arcaico, della metà del Quattrocento.
Altro polo culturale abruzzese fu la cittadina marinara di Ortona: il manoscritto 431 della Biblioteca comunale di Perugia possiede un codice francescano vicino al repertorio internazionale della corte aragonese, e si cita un frate M. di Ortona e di un tal Aedvardus di Ortona, di cui si conserva una Missa sine nomine.

Nel panorama cinquecentesco si ha anche la testimonianza di vari cantori abruzzesi, nel repertorio di un Graduale in tre volumi che era conservato nell'archivio della cattedrale di Santa Maria Maggiore di Guardiagrele: oltre al repertorio monodico gregoriano, si hanno brani liturgici a due o tre voci del primo Quattrocento con testi del Sanctus - Agnus Dei - Alleluja e Credo, che appaiono preminente importanza per la scarsità di brani abruzzesi dell'Ars nova in questo periodo nella comunità minori. Questi brani sono stati trascritti da Ziino, Cattin e Mischiati, attestano pratiche improvvisativo popolari piuttosto diffuse sul repertorio liturgico che, nel momento in cui venivano trascritte, subivano da parte degli amanuensi, un processo di rimodellamento contrappuntistico in base alle proprie conoscenze teoriche e compositive.

Secondo Agostino Ziino, il Quattrocento abruzzese rappresentò sì un rinnovamento culturale locale, ma di carattere isolato e conservativo, anche in campo musicale. A parte il caso di Zaccara di Teramo, non è da escludere che vi siano stati scambi e movimenti di cantori e musicisti specializzati tra l'Abruzzo e la cappella papale.

Il secondo Cinquecento dei madrigalistiModifica

 
Alfonso d'Avalos

Il passaggio a questo secolo rappresenta un momento di illuminazione culturale in Abruzzo: la musicologia sembra trovare una sorta di rischiaramento documentale nel passaggio dal Cinque al Seicento, dato che sino al secolo precedente si attestano solo alcuni nomi, e autori dal passato sconosciuto, nonché una scarsa documentazione in loco. Serafino Aquilano morì nel 1500, in quegli anni di andò perfezionando la tecnica della stampa, altro veicolo che favorì la produzione musicale, anche in Abruzzo. Il primo autore ben documentato è Marco Dall'Aquila (1480-1538), specializzato nel liuto, poi nel plettro, per dar spazio alla ricchezza espressiva delle dita della mano, con la loro sensibilità e le loro raffinate capacità polifoniche.

L'Aquila diventa un crogiolo di iniziative culturali nel pieno Rinascimento, anche se Marco lavorò a Venezia, come i predecessori Giacomo di Chieti e Giovanni Quatrario, nel 1550 gli fu concesso di stampare intavolature per liuto in competizione con lo stampatore Ottaviano Petrucci. In quel periodo figura anche Giovanni Armonio Marso dei Corciferi, appartenente a questa compagnia veneziana, nato nel 1476 nella Marsica (da cui il soprannome), Armonio fu dotto umanista, trattatista, scrittore di orazioni e tragedie, tra cui Stephanium, che gli stesso recitò a Venezia nel 1499 nel convento degli Eremitani di Santo Stefano, fu promotore dell'attore Antonio Molino, detto "Burchiella", di un'Accademia musicale e fu organista di San Marco sino al 1552.
In questo periodo in Abruzzo, nuovamente Atri torna a divenire centro culturale per il rafforzamento del ducato sotto la famiglia Acquaviva d'Aragona. Il condottiero Andrea Matteo III fu stratega, ma anche mecenate e autore, scrisse il trattato De musica di Andrea Matteo Acquaviva', pubblicato nel 1526 insieme a un commento delle De virtute morali di Plutarco. L'inserimento di questo trattato nel commento di filosofi plutarcheo è assai originale, poiché l'Acquaviva volle far circolare l'opera anche in ambienti filosofici, complementari a quelli accademici già consueti.

Andrea Matteo chiamò lo stampatore Antonio de Frizis, il quale installò la tipografia nel Palazzo Acquaviva di Atri in Napoli, divenendo una delle principali del Viceregno. Suo figlio Giovan Antonio Donato fu un buon suonatore di lira e improvvisatore, nonché patrocinatore delle arti, e finanziatore dell'organo monumentale dei fratelli Camillo e Vincenzo da Osimo (1547) conservato nel duomo di Atri. Nella cattedrale si attestano i musicisti Geronimo, Luca, pagati per la scuola del canto, i canonici Giulio Fileron e Mariano Bevilacqua, morto nel 1549. Nella "schola de canto" della cappella atriana si attesta la figura del canonico Giulio Quinto Fileon, morto nel 1560, forse di origine fiamminga, le voci e gli organi vennero ricordati anche dal frate Serafino Razzi nei Viaggi in Abruzzo, con giudizio molto positivo.

Nel Marchesato del Vasto, sotto il potere della famiglia d'Avalos, si ricorda la figura di Alfonso, mecenate e stratega, patrocinando le raccolte di Nicolas Gombert e Vincenzo Ruffo, fornì i versi per i madrigali che ebbero una fortuna strepitosa all'epoca: Anchor che col partire di Cipriano de Rore, poi Il bianco e dolce cigno di Jacques Arcadelt. Alfonso ebbe al suo servizio a Milano anche il liutista compositore Pietro Paolo Borrono.

 
Cardinale Ottavio Acquaviva d'Aragona

La città del Vasto dà lo spunto di entrare pienamente nel Cinquecento, benché divenisse solo sul finire del secolo la residenza stabile dei d'Avalos, Marchesi della Città e della fortezza di Pescara, la città costituì la dinamica meta di approdo di Veneziani e Dalmati, che dettero sviluppo alle arti: si ricorda la schola cantorum della chiesa collegiata di Santa Maria Maggiore, con la figura di Bernardino Carnefresca, meglio noto come "Lupacchino del Vasto", organista della chiesa, attivo anche a Roma presso San Giovanni in Laterano e a Milano. Non si sa se Vasto beneficiasse di musicisti prima del XVI secolo, a causa della distruzione dei documenti e dei architetture da parte dell'attacco turco del luglio 1566, e poi del bandito Marco Sciarra nel 1590. Lupacchino morì nel 1555, a Vasto è documentato intorno al 1543. Il Codice 25 della Cattedrale di Roma invece possiede molte più notizie, documenta le messe di Lupacchino, il quale scrisse due libri di madrigali a quattro voci e uno a cinque, stampati a Venezia nel 1543, nel 1559 collaborò con Giovan Maria Tasso.
Durante il marchesato di Alfonso II, si ha una scarsa documentazione di ulteriori autori abruzzesi, si ha solo la testimonianza di un Libro di madrigali a 4, di Giaches de Wert, dedicato a Francesco Ferdinando d'Avalos nel 1561, poi altri libri di madrigali stampati a Venezia di David Sacerdote, dedicato forse ad Alfonso Felice d'Avalos (1575), di Ippolito Sabino dedicato ad Innico III d'Avalos nel 1581, e il libro di Giovanni de Macque (1587) dedicato a don Cesare d'Avalos d'Aragona, quello di Pasquale Tristabocca del 1590 dedicato al cardinale Innico d'Avalos d'Aragona.

Ippolito Sabino lancianese fu al servizio di Innico d'Avalos a Vasto, maestro di Orazio Crisci, di una ricca famiglia vastese, stampò libri di madrigali in volumi di Sabino nel 1587-89. La presenza del Sabino a Vasto era stata preceduta da quella di Francesco Paolo Sabino, probabilmente suo parente, che il 1 maggio 1581 stipulava un contratto per la costruzione di un organo nella chiesa di Santa Maria in San Salvo (l'attuale parrocchia di San Giuseppe). Il nome Sabino risale alla città commerciale di Lanciano, che nel XVI secolo ebbe un grande sviluppo economico e politico-ecclesiastico, venne riconosciuta sede diocesana, la chiesa di Santa Maria del Ponte fu elevata a insigne collegiata e poi cattedrale, l'arte organara appare assai fiorente, con maestri provenienti da Venezia nel 1542: i fratelli Andrea e Giacomo da Vicenza, la stessa famiglia Sabino era probabilmente di origine veneta, nel 1537 è già attestata la sua presenza presso la chiesa di Santa Maria Maggiore di Lanciano di un certo Alessandro Grandevo.

In questa città si attesta per primo Aurelio della Faya, musicista e sacerdote di origine francese, venuto a Lanciano come maestri di cappella nel 1561, amato dai cittadini, e ispiratore di Camillo e Ippolito Sabino, che gli fecero tenere i rispettivi primogeniti al fonte battesimale di Santa Maria Maggiore. I discepoli lancianesi dopo la sua morte nel 1573, Giovanni Battista Bossi e Aurelio Pittore, fecero stampare per i tipi di Angelo Gardano di Venezia, il secondo libro di madrigali a cinque voci, dedicandolo a Ferrante d'Alarcon y Mendoza, marchese di Valle Siciliana (provincia di Teramo)

Il secondo nome lancianese è Ippolito Sabino, noto madrigalista, vissuto tra gli anni '40 del '500 e il 1593, pubblicò 14 volumi di musica, una trentina di raccolto musicali italiane ed europee, in gioventù ebbe la protezione di Cipriano de Rore; fu maestro di cappella, ebbe contatti culturali con altre zone italiane, nel Terzo libro di madrigali a cinque e sei voci con dedica a Francesco I de' Medici e Bianca Cappello, si ipotizza che ebbe contatti anche con lo stato mediceo, nel 1582 era attivo nella città lagunare, mentre in Abruzzo, oltre a Lanciano, fu attivo ad Atri e Ortona. In questa ultima città, nel 1575 Sabino pubblicò il libro Misse sex per Giovanni Agustino de Santis, canonico e vicario di Ortona, di cui si ricorda il pezzo "Quia vidisti me Thomas credidisti", che rimanda al culto dell'apostolo Tommaso, le cui reliquie sono conservate nella cattedrale, L'esistenza di una cappella musicale nella cattedrale ortonese è documentata solo nel 1584.

Nella città il maestro di cappella era eletto e stipendiato dal parlamento cittadino, a causa dell'incendio dell'archivio municipale nel 1799, si ha solo qualche nome del XVII secolo: Muzio Bruno di Fano, attivo nel 1593-1606 e il più famoso Adriano della Rota, attivo tra il 1584 e il 1616. Di origine fiamminga, Adriano giunse a Ortona al seguito della duchessa Margherita d'Austria, feudataria della città dal 1583 all'86, anno della sua morte; vi entrava infatti il 10 novembre dell'83, e pare che in quell'anno compose il madrigale "A sacro e divin nome", contenuto nel Primo libro dei madrigali a cinque voci. Fu attivo in quel periodo anche a Lanciano, Sulmona e infine ad Atri.
A Lanciano conobbe Ippolito Sabino, il quale fu temporaneamente attivo anche nella cappella della cattedrale atriana nel 1567-68, probabilmente anche nel 1579, mentre Camillo Sabino vi fu per tutto il decennio degli anni '60, alternandosi con i maestri Luca ed Eliseo Colo, don Costanzo, Geronimo, Detio Villa, di cui si ricorda la commissione dell'organo della chiesa dei Domenicani di San Giovanni presso Atri.

 
Margherita d'Austria, duchessa dell'Aquila e di Ortona

Nella cappella atriana si attestano anche i nomi di don Lorenzo, morto nel 1586, mastro Gismondo (m. 1575), il canonico Iano Valerio Corvo (m. 1578) e vari musicisti napoletani, nonché don Tarquinio, Giovanni Battista Trullo, e dal 1593-94 Adriano della Rota, cui seguì nel 1598 Feliciano Caporicci, insignito insieme ad Adriano del titolo di "maestro di cappella". Oltre a Lupacchino, anche Cesare Tudino, i fratelli Sabino operarono come organisti nella basilica romana di San Giovanni, costituendo una sorta di "clan" abruzzese. Tudino vi lavorò come organista nel 1548, in età molto giovanile, cantore sin da giovanissimo, fu ospitato in istituzioni romane, e pare che si formò ad Atri, magari nella scuola di Fileon e Bevilacqua, fu poi canonico della cattedrale di Atri, in età adulta, dove operò come musicista, dal 1552 al 1591.

Frequenti rimasero i viaggi a Roma, nel 1554 era stato forse alle dipendenze di Gian Giacomo Trivulzio, marchese di Vigevano, al quale dedicò "Li madrigali a note bianche et negre cromatiche et napolitane a 4", pubblicazione dal taglio innovativo, sperimentale e originale, che rese Tudino uno dei compositori più rappresentativi del Manierismo musicale, fu poi presso la Corte Acquaviva ad Atri, dedicando al duca Giovan Girolamo I il Primo libro dei madrigali a 5 voci, del 1564, fondando anche il genere del madrigale spirituale; al figlio del duca: Alberto Acquaviva d'Aragona dedicò il primo libro della Missae Quinque Vocum stampato da Vincenti a Venezia (1589), si conserva poi il Primo Libro di Mottetti dedicato al cardinale Ottavio Acquaviva, fratello del duca Alberto, il volume Magnificat omnitotum a 4 e 8 voci, dedicato al vescovo di Atri e Penne Giovan Battista de Benedictis, infine le canzoni "alla napoletana" comprese in antologie dell'epoca. Morì nel 1591 circa, nel Museo Capitolare Atriano si conservauna lapide marmorea che riproduce un canone a quattro voci del musicista, dedicato a Santa Cecilia (1577). In un inventario del 1630 di padre Ambrogio Mares, maestro cappellano di Atri, si contano 63 libri di musica polifonica, tre stampe e manoscritti, soprattutto cinquecenteschi, con i musicisti elencati: Giovanni Pierluigi da Palestrina, Andrea Feliciani, Agostino Bendinelli "Zago", Giulio Belli, Giovanni Matteo Asola, Asprilio Pacelli, Francesco Soriano, Orfeo Vecchi, Scipione Dentice, Agostino Aagazzari, Giuliano Cartari, Giovanni Croce, Orazio Colombani, Annibale Stabile, Vincenzo Ruffo e Ruggero Giovannelli.

Oltre alla corte della cattedrale di Atri, c'è anche quella palatina degli Acquaviva, di pari importanza in Abruzzo ai Marchesi d'Avalos. Tudino dedicò i propri libri ai membri degli Acquaviva: in particolare al duca Giovan Girolamo I, dopo Ippolito Sabino nel 1579, fu la volta di Rinaldo del Mel nel 1585, attivo nel ducato, ma anche a Chieti (1583-84), e L'Aquila (1586); molti suoi madrigali sono dedicati alla duchessa Margherita d'Austria, proprietaria anche del feudo aquilano, che andava a comporre lo "Stato Farnesiano" d'Abruzzo.

 
Sulmona, l'organo del 1602 della chiesa dell'Annunziata

Giovanni Girolamo I d'Acquaviva fu promotore delle arti nella sua corte, nel teatro palatino aveva il fulcro propulsore, il suo successore duca Alberto Acquaviva d'Aragona fu dedicatario di pubblicazioni musicali, oltre che del Tudino, ancora del Sabino nel 1570, e poi del fiammingo Philippe Rogier, maestro della Cappella di Corte a Madrid, con il Primo libro di mottetti a 4-8 voci edito presso Stigliola a Napoli (1595). Al cardinale Ottavio Acquaviva, figlio di Giovan Girolamo e fratello del duca Alberto, arcivescovo di Napoli nel 1605, furono dedicati 6 volumi di musica polifonica, da Cesare Tudino, Ippolito Sabino, Domenico Montella, Scipione Dentice, poi al Padre Claudio Acquaviva, fratello di Giovan Girolamo, generale dei Gesuiti, ci furono dedicazioni di madrigali spirituali: nel 1581 il Primo libro de' Madrigali spirituali a 5 voci di Filippo de Monte, una delle raccolte che hanno lasciato un'impronta decisiva nell'evoluzione di questo genere.

La terra di Tossicia nel teramano, detta Marchesato della Valle Siciliana, un tempo feudo della Contea di Manoppello, in quel tempo era posseduta da don Fernando Alarcon y Mendoza. nella citazione di Serafino Razzi, si testimonia come il marchese si dilettasse di musica, e come presso il palazzo baronale di Tossicia fossero invitati musicisti, che si esibivano nella cappella palatina, dotata di organo apposito. In seguito al de Faya, si testimonia Francesco Orso da Celano, che nel 1567 dedicò il Primo libro di Madrigali a 5 al Marchese d'Alarcon; tale Orso morì a Napoli circa nel 1581, i suoi madrigali cromatici sembrano ricordare quelli di Tudino, nell'introduzione dell'opera al lettore spiega le sue novità tecniche, per il modo di comprendere le decodificazioni e le alterazioni del tema Fu autore di villanelle alla napoletana, di cui ne compaiono 7 nelle raccolte Canzoni napolitane a tre, composte da L'Arpa, Cesare Todino, Joan Dominico da Nola.

La tradizione della "napolitana" si radicò molto presto in Abruzzo, lo stesso Sabino pubblicò alcuni madrigali alla napolitana a quattro, cinque e sei voci, nel Terzo libro di madrigali a cinque et sei voci; poi Francesco Mazzoni, compositore abruzzese, pubblicò due libri di Napolitane e tre voci nel 1576: egli fu cantore presso la Cattedrale di Treviso. Poi un tal Marcantonio Mazzone di Miglianico pubblico una raccolta di Canzoni nel 1571 con napolitane a tre voci, incluse alcune di Tudino e di Orso di Celano.
In Sulmona, il principe Carlo di Lannoy, che fu il primo feudatario della città dopo l'entrata nel Vice regno spagnolo carolino, sembrò essere un altro protettore della musica: a lui è dedicato il Primo libro di madrigali a 5 del 1564 di Francesco Menta, compositore di origini fiamminghe, attivo a Napoli, al successore Orazio di Lannoy è dedicato il libro di Gaspare Fiorino, e alla duchessa di Atri, moglie di Alberto Acquaviva. Non si hanno precise notizie su un circolo culturale della famiglia Lannoy a Sulmona, più certa è l'attività di Bernardino Scaramella di Palena, con il Primo libro di madrigali a 5 voci del 1591, dedicato a Realto de Sterlich, feudatario di Penne.

Nel territorio marsicano si ricorda, dopo Orso, anche Giacomo di Celano, autore di un brano in raccolta del 1592, nella vicina Rocca di Mezzo si ricorda l'antifonario mariano del 1519, presso la chiesa di Santa Maria della Neve, successivamente integrato in numerose testimonianze manoscritte cinquecentesche di musica polifonica di vago gusto francese. Tra queste si aggiunge il mottetto di Josquin Desprez "Tu solus qui facis mirabilia" e altri brani di carattere sacro di autori di cui si conosce solo il nome: Laurentius Gaspard e Johannes de Oleo. Tra questi brani appare anche una villanella alla npolitana a tre voci, "Se tu mi voi morto" forse di Tudino; nel 1594 veniva costruito l'organo della chiesa madre di Rocca di Mezzo, opera di don Stefano Fabri, mentre nel 1604 è documentato l'organista Filippo Franitti.

 
Organo della Basilica di Santa Maria di Collemaggio

Madrigalisti aquilaniModifica

Da Montereale, poco distante dal capoluogo, proveniva il madrigalista Serafino Candido, che pubblicò mascherate che sembrano per motivi diversi anticipare la commedia madrigalesca di fine Cinquecento. Anche Candido come i precedenti nomi aquilani di Serafino Aquilano, lasciò l'Abruzzo per raggiungere altre città, come Augusta, dove compose Delle maschere musicali nel 1571, con dei brani scritti per il trionfale ingresso di Margherita d'Austria a L'Aquila.

Pasquale Tristabocca, che fiorì una decennio più tardi, fu proprio dell'Aquila: si dedicò al genere leggero, nello stile della canzonetta, molto in voga in quegli anni, a Firenze. Nel suo Secondo libro de' madrigali a 5 voci del 1586, c'è la dedica a Bianca Capello, granduchessa di Toscana, e include un brano in 3 parti "Cantai un tempo" sui versi di Giovanni de' Bardi, conte di Vernio. Se L'Aquila esportò musicisti nell'Italia, la città accolse musicisti stranieri al servizio delle chiese e delle istituzioni politiche, come Fabio Costantini compositore marchigiano, che iniziò la carriera alla fine del '500 presso il Vescovado Aquilano, seguendo il vescovo anche negli incarichi a Orvieto, Ancona, Ferrara.
Prima di Costantini nell'Aquila sono documentati nel 1573 i fratelli Giovanni e Jacopo Flori, appartenenti alla famiglia di musicisti olandesi, poi Joannes Verius, compositore fiammingo della cerchia di Margherita d'Austria, attivo tra il 1583-86, che fu citato anche da Pietro Cerone per la stesura del "El melopeo y maestro".

In Napoli, l'aquilano Gioseffo Cacchio fu tipografo, figura fondamentale per l'introduzione nella città dell'intavolatura per cembalo in Italia, soprattutto per la pubblicazione nel 1576 de "L'Intavolatura de cimbalo", con le canzoni di Antonio Valente.

Il SeicentoModifica

Il mecenatismo atriano del librettoModifica

Nel XVII secolo c'è una grave mancanza di citazioni per le città di rilievo abruzzesi quali Chieti, Penne, Avezzano: il fatto non è dovuto all'assenza di musicisti e alla decadenza delle arti, piuttosto per la stessa mancanza di pubblicazioni a stampa, date le carestia e una crisi economica generale che afflisse la regione. Al posto delle tipografie locali, si preferisce stampare le opere a Venezia o Napoli, questa città risultò più congeniale ai compositori abruzzesi, eccettuata la sacca della corte atriana degli Acquaviva, che dal cardinalato di Ottavio divenne il punto di collegamento principale della musica con l'Abruzzo.

 
Organo della basilica di San Bernardino, L'Aquila

A Roma andarono i Tudino, dal libro della procuratoria del 1629 del Capitolo della Cattedrale di Atri, si ha notizia di un maestro di cappella, Giovanni Antonio Todino, probabilmente l'autore delle due canzonette "Vedi l'alba o bella Clori - Se perch'io viva in pianti e me consumi", che aprono un volume del 1622 stampato da Robletti a Rom: Vezzosetti fiori di varii eccellenti autori. Alcuni ipotizzano che Giovanni Antonio fosse un parente di Cesare Tudino, così come il drammaturgo atriano Pietro Paolo Todini. Nella città si hanno i drammaturghi Francesco Gasbarrino, che nel 1627 pubblicò "L'Atriana incognita amante", dedicata la duca Francesco Acquaviva d'Aragona, con quattro intermezzi cantati. Il periodo atriano del Seicento è costellato dalla produzione teatrale musicale, iniziando da Pierluigi Ciapparelli, che compose un'opera per il matrimonio del duca d'Atri Giovan Girolamo con Lavinia Ludovisio nel 1682, poi "L'Ulisse in Feacia", anche se alcuni vogliono che sia dell'Acciaiuoli con musica di Antonio del Gaudio, poi un dramma di Calderon de la Barca, il cui libretto conservato nella Biblioteca CVasanatense di Roma, recita che fu rappresentato nel palazzo del duca d'Atri.

Il Celos aùn del aire matan, uno dei primi esperimenti di opera in musica in lingua spagnola, fu musicato nel 1660 dall'arpista e compositore Juan Hidalgo, in occasione per il matrimonio di Maria Teresa d'Austria con Luigi XIV di Francia, e fu ripreso alla napoletana, rappresentando un evento mondano di grande richiamo in Italia. Ciò fu ripreso anche nel palazzo dei duchi di Atri in Napoli, come scrive il giornale di Francesco Zazzera nel 1617. Nel 1624 il libretto de Il parto della Vergine. Rappresentatione spirituale di Marcantonio Perillo è una delle prime rappresentazioni spirituali, rappresentata presso il palazzo del duca d'Atri. In quest'epoca era al governo il duca Giosia II, morto nel 1620, mentre il libretto si rifaceva al De partu Virginis di Jacopo Sannazaro, pubblicato nel 1524, con dedica al duca d'Atri Andrea Matteo III

Altre scuole abruzzesiModifica

Oltre al mecenatismo degli Acquaviva, si attesta in Abruzzo l'attività di Ambrosio da Cremona, maestro di cappella a Ortona nel 1636, che dedicò il Primo libro di madrigali all'abate Ottavio Acquaviva. Anche qui si ha la testimonianza della composizione d'occasione, ossia per i matrimoni fastosi delle coorti, ancor di più per gli Acquaviva. Nel 1629 l'ex maestro di cappella Adriano della Rota, pieno di riconoscenze per antichi servigi, indirizzava da Ortona al Capitolo Atriano, mentre era cappellano Ambrogio Mares, il quale nel 1643 ricopriva il ruolo di maestro di cappella nella cattedrale di Lanciano.

Il Marchese d'Avalos don Cesare, da non confondere con Cesare Michelangelo, a Napoli nel 1695 presso Palazzo Roccella fece eseguire dei canti, a Montereale nel 1603 veniva fatto rappresentare Il finto pazzo di Cristoforo Sinicio da Tossicia, nel palazzo Ricci a Capitignano, con l'aggiunta di un prologo e quattro intermezzi musicati. In quest'epoca a L'Aquila si era sviluppata l'attività melodrammatica, nel 1658 per festeggiare la nascita di Filippo Prospero di Spagna, figlio di Filippo IV, venne allestito nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio un melodramma di Giuseppe Ardinghelli di autore ignoto, che riscosse molto successo, così come un'altra messa in scena di Carlo Antonelli, di tipico stile melodrammatico, con cambi di scena, macchine volanti, prospettive illusionistiche.

Nel 1669 si ha la testimonianza della raccolta Melpomene sacra: Drammi musicati di don Teodoro Vangelista dedicati alla signora donna Aurelia Carafa Caracciolo di Barisciano, andata perduta, che conteneva 8 libretti di melodrammi del canonico aquilano Tedoro Vangelista, musicati dal sacerdote Giovanni Antonio Capece. Il Capece nel 1617 fu al servizio della cattedrale di Sulmona, e suo figlio Alessandro, avuto prima di farsi prete, divenne maestro di cappella nel Duomo Aquilano.

 
Organo della Cattedrale di Atessa

L'Aquila dunque appare come una città votata al melodramma, nel 1616 fu costruito il primo teatro civico presso l'ex ospedale di San Salvatore, nel monastero di Sant'Agnese, ampliato nel 1643 da Pompeo Colonna e decorato da Francesco Bedeschini, di un'illustre famiglia di architetti, scultori e pittori nel 1673 che per quasi un secolo fu attiva all'Aquila. Veniva tuttavia praticata ancora la musica del madrigale, poiché nel Fondo Dragonetti dell'Archivio di Stato dell'Aquila, è conservata una serie di volumi risalenti al XVII secolo, di autori come Fontanelli, Stella, Kapsberger, Monteverdi, Rossi, Montella, D'India e Pecci.
A Sulmona il rinnovamento è percepito dall'organo monumentale del 1602 della chiesa della Santissima Annunziata, opera di Luca Blasi, parzialmente distrutto dal terremoto del 1706: si ricorda la già citata attività di Alessandro Capece, il mecenatismo di Marcantonio Borghese nipote di Paolo V, e dell'organista Ottavio Catalani.
Benché manchino le fonti, anche Chieti dovette essere un vitale centro musicale, si sa solo della presenza di Ludovico Torti, documentato nel 1607 come maestro di cappella della Cattedrale di San Giustino (pubblicò il Libro di Messe e Inni op. 3, 1707), poi ci sono Alessandro Grinia, Flaminio Riccio, Giustino Adriano e Donato Antonio Mitiano.

A Chieti lavorò anche Ortensio Polidori tra il 1639-46, andato poi a Palermo, che dedicò all'arcivescovo Stefano Sauli il suo libro di Salmi a otto voci op. 16 nel 1646. Prettamente teatini sono i compositori Giacomo Fornaci, monaco benedettino vissuto nei primi anni del Seicento, autore di Amorosi respiri musicali a 1-3 voci, Venezia 1617, poi Gaetano de Stefanis, attivo alla fine del secolo, anche in Spalato e Bologna e presso la cattedrale di Forlì. Non lontano da Chieti, si attestano a Spoltore Alessandro Aglione, compositore dell'Ordine dei Predicatori (attivto tra il 1599 e il 1621), Pietro Marchitelli e Gennaro Ursino. Il primo di Villa Santa Maria (1643 ca - 1729) proveniva dal conservatorio di Santa Maria di Loreto a Napoli, la sua arte di violinista fu paragonata da Burney a quella del celebre Arcangelo Corelli, per oltre cinquant'anni fu violinista della cappella reale di Napoli, tra gli allievi si ricordano gli abruzzesi Michele Mascitti di Villa Santa Maria e Giovanni Sebastiano Sabatino da Chieti

Gennaro Ursino nacque nel 1650 a Roio del Sangro, vicino Villa, studiò al Conservatorio della Pietà dei Turchini sotto la guida di Giovanni Slvatore, divenendo assistente del direttore di conservatorio, Francesco Provenzale, al quale succedeva nel 1701. La sua opera, andata quasi perduta, comprendeva "La commedia Pandora" del 1690, lo scherzo "Il trionfo della Croce nella vittoria di Costantino" del 1690 e la favola "Iratus in coelus impetus" del 1697

Gli ultimi musicisti di rilievo del XVII secolo sono Giuseppe Corso di Celano e Bonifacio Graziani: il primo fu attivo nel 1712, fu maestro di cappella a Roma presso Santa Maria Maggiore, poi San Giovanni in Laterano e Sant'Apollinare, poi andrò ad Assisi, Loreto, Narni, Napoli, morendo nel 1690. Bonifacio Graziani sarebbe nato a Rocca di Botte, al confine abruzzese col Lazio, intorno al 1605, si trasferì a Marino Laziale, fu attivo a Frascati, poi Roma sotto la guida del Cardinale Colonna, e oggi di lui si ricordano 25 brani di musica sacra.

Dal Settecento a oggiModifica

 
Alessandro Cicognini.

Nell'ambito di musica semi-seria, uno dei primi compositori abruzzesi, benché avesse realizzato poco e niente per la sua città, fu Fedele Fenaroli di Lanciano, vissuto nel Settecento e compositore di musica sacra e da camera a Napoli, poi a Lanciano seguì Francesco Masciangelo, sempre compositore di musica sacra, a Chieti uno dei più noti compositori settecenteschi fu Saverio Selecchy, che realizzò il Miserere del Salmo 50. Nel secondo Ottocento, nell'ambito del rinnovamento culturale individualista della letteratura, pittura e musica, a Ortona nacque Francesco Paolo Tosti, che compose romanze e musiche da camera, come Torna caro ideale e Vorrei morire!; spesso i testi nel periodo finale della sua vita, quelli in tema abruzzese, furono scritti in dialetto dall'amico Gabriele d'Annunzio.

Nel corso del Novecento la musica abruzzese faticò a trovare un veicolo diverso che non fosse il tema popolare folklorista, benché questo fosse particolarmente apprezzato in quanto rappresentava la cultura abruzzese in toto, e uno dei massimi esponenti moderni ne fu Tommaso Coccione di Poggiofiorito, che emigrò in America facendo conoscere il saltarello abruzzese. Tra i musicisti che si distanziarono da questo filone popolare, molto ricordato è Ivan Graziani di Teramo, cantautore e chitarrista di genere pop e rock. Il genere rock e popolare fu interpretato in una nuova corrente popolaresca, molto frequente nella fascia costiera pescarese e chietina, il cui massimo rappresentante è Nduccio, mentre nel panorama internazionale cantanti abruzzesi famosi sono Giò Di Tonno, Franz Di Cioccio, mentre tra i compositori di colonne sonore, famoso per le pellicole del neorealismo italiano, è stato il pescarese Alessandro Cicognini, di cui si ricorda la colonna sonora della serie di Don Camillo.

Musicisti, gruppi e cantanti dall'Ottocento a oggiModifica

 
Gaetano Braga
 
Giò Di Tonno e Lola Ponce

Conservatori musicaliModifica

 
Conservatorio "Luisa d'Annunzio" di Pescara, presso l'ex Municipio di Castellammare Adriatico

Festival e museiModifica

  • Majella sound camp: 13-14-15 luglio - Boschetto di San Valentino in Abruzzo Citeriore
  • Festival Suoni d'Abruzzo: 23-31 luglio - Ortona
  • Pescara Jazz
  • IndieRocket Festival
  • L'Aquila Jazz
  • Museo delle Genti d'Abruzzo - Pescara
  • Museo Musicale d'Abruzzo - Istituto Nazionale Tostiano: Ortona - Palazzo Corvo
  • Museo Permanente della Zampogna - Scapoli (IS)

NoteModifica

  1. ^ L'originale riporta in realtà «due catene».

Collegamenti esterniModifica