Nazionalismo spagnolo

Il nazionalismo spagnolo è il movimento sociale, politico e ideologico che ha formato sin dal XIX secolo l'identità nazionale della Spagna.[1]

La battaglia di Tetuán (1894), di Dionisio Fierros. La battaglia, avvenuta nel 1860, durante la guerra ispano-marocchina, fu vinta dalle truppe spagnole guidate dal generale Leopoldo O'Donnell.

Non è propriamente un nazionalismo irredentista: l'unica rivendicazione territoriale identificata come "nazionale" è stata Gibilterra (dal XVIII secolo); il resto delle rivendicazioni territoriali sono state storicamente coloniali o imperiali (durante il XIX secolo contro l'indipendenza dell'America Latina e nel XX secolo contro il Maghreb). Né è stato un nazionalismo centripeto (che cercava di unificare le comunità spagnole soggette ad altre sovranità), ma ha assistito alla nascita di nazionalismi periferici[2] che, dalla fine del XIX secolo, hanno funzionato come movimenti nazionalisti centrifughi (che cercano la conformazione di identità nazionali alternative).[3]

Come negli altri Stati-nazione d'Europa occidentale (Portogallo, Francia e Inghilterra), la formazione di una monarchia autoritaria dalla fine del Medioevo ha prodotto lo sviluppo secolare parallelo dello Stato e della Nazione in Spagna, sotto le conformazioni territoriali successive della Monarchia ispanica.[4] Come è accaduto in ciascuno degli altri casi, l'identità nazionale e la stessa struttura territoriale hanno finito per dare prodotti molto diversi; ma sempre, e anche nel caso spagnolo, come conseguenza del modo in cui le istituzioni hanno risposto alle dinamiche economiche e sociali (a volte, nonostante quelle stesse istituzioni), e senza aver finito di presentarsi nel loro aspetto contemporaneo fino a che non terminò l'Antico Regime. Il fattore identificativo più evidente fu durante tutto questo periodo l'etnico-religioso, espresso nella condizione di vecchio cristiano. Alla fine del periodo (XVIII secolo) il fattore di identificazione linguistica intorno al castigliano o spagnolo fu accentuato, con nuove istituzioni come la Real Academia Española.

La resa di Bailén, di José Casado del Alisal. Chiaramente ispirato al dipinto di Velázquez La resa di Breda, illustra la battaglia del 1808 in cui il generale Francisco Javier Castaños sconfisse l'esercito francese del generale Pierre Dupont de l'Étang.
Obelisco che commemora la rivolta del due di maggio a Madrid. Attualmente mantiene una fiamma perpetua in onore di coloro che hanno dato la vita per la Spagna ed è oggetto di periodici tributi. La connotazione simbolica della data, che è stata considerata convenzionalmente come pietra miliare dell'inizio dell'età contemporanea in Spagna, continua ad avere grande forza: la Comunità di Madrid, insieme ai comuni di Madrid, Aranjuez e Móstoles (i più legati ai fatti dell'anno 1808), hanno creato la Fondazione "Dos de Mayo, Nación y Libertad", per organizzare le celebrazioni del bicentenario.[5]

DefinizioneModifica

Come ha sottolineato Xosé Manoel Núñez Seixas:

«l'auto-definizione di nazionalista spagnolo non è generalmente riconosciuta da coloro che difendono e presumono che la Spagna sia una nazione, indipendentemente dalla loro posizione nello spettro dei partiti politici, a destra o a sinistra»

Questo solleva un problema quando si tratta di determinare se un partito, un movimento o un'ideologia è nazionalista spagnolo, cosa che di solito non accade tra i partiti e i movimenti di nazionalismi apolidi (nel caso spagnolo i cosiddetti nazionalismi periferici) che si dichiarano apertamente nazionalisti.[6]

Continua Núñez Seixas:

«Così, mentre è una realtà ovvia per i suoi detrattori, che a loro volta di solito non hanno problemi a definirsi patrioti o nazionalisti di altro riferimento (catalano, galiziano, basco, ecc.), Per molti dei suoi difensori, e come tutti i nazionalismi statali, sarebbe inesistente, o verrebbe confuso con la lealtà costituzionale a uno Stato costituito e alla sua legge fondamentale: un patriottismo civico e virtuoso.[7]»

Per affrontare questo problema, Núñez Seixas propone di considerare un partito, un movimento o un'ideologia come nazionalista spagnolo se assume i seguenti tre principi:[8]

  • L'idea che la Spagna sia una nazione e quindi un unico soggetto sovrano con diritti politici collettivi.
  • Il riconoscimento che la condizione nazionale della Spagna non deriva esclusivamente dal patto civico espresso in una Costituzione...ma che la Spagna, come comunità unita da legami affettivi e culturali, da esperienze condivise e da reciproca lealtà tra i suoi membri, possiede una esistenza storica comune risalente almeno al XV secolo; e che, quindi, hanno accettato o accettano che il demos che costituisce l'ambito territoriale dell'esercizio della sovranità sia predeterminato da fattori intesi come oggettivi.
  • L'opposizione in linea di principio alla possibilità teorica di una secessione pacifica e democratica con regole chiare di quelle parti del territorio spagnolo dove può predominare una coscienza nazionale nettamente maggioritaria e continua, diversa da quella spagnola.

Prima di Núñez Seixas, José Luis de la Granja, Justo Beramendi e Pere Anguera identificavano già come nazionalisti spagnoli quelle opzioni politiche «per le quali esiste un solo soggetto legittimo di sovranità in Spagna, che è, come definito dalla Costituzione, quella nazione spagnola su tutti i cittadini dello Stato".[9]

StoriaModifica

Storicamente il nazionalismo spagnolo è emerso con il liberalismo e nella guerra contro Napoleone.[10]

«Dal 1808 in poi si può parlare di nazionalismo in Spagna: il patriottismo etnico diventò pienamente nazionale, almeno tra le élite. E questo fu il lavoro indiscutibile dei liberali. Le élite modernizzanti approfittarono dell'occasione per cercare di imporre un programma di cambiamenti sociali e politici; e il metodo fu lanciare l'idea rivoluzionaria della nazione come detentrice della sovranità. Il mito nazionale fu mobilitatore contro un esercito straniero e contro i collaboratori di Giuseppe Bonaparte, anche se non spagnolo (afrancesados). I liberali spagnoli ricorsero all'identificazione tra patriottismo e difesa della libertà: come dichiarò il deputato asturiano Agustín Argüelles alla presentazione della Costituzione del 1812, «Spagnoli, avete già una patria».»

(José Álvarez Junco[11])

Da allora ha modificato i suoi contenuti e le sue proposte ideologiche e politiche (successivamente "doceañista", "esparterista", anche brevemente "iberico", sostenendo l'unione con il Portogallo nel contesto della crisi dinastica del 1868).

Il carlismo, che era un movimento di difesa dell'Antico Regime, era contrario all'idea di sovranità nazionale, che considerava un errore. Ma mentre i liberali usavano molto l'aggettivo "nazionale" (milizia nazionale, proprietà nazionale), i carlisti parlavano anche casualmente di "nazione spagnola" e, in effetti, avevano un concetto più specifico dello stesso dei liberali, che tendevano a pensare in termini universali. Lo storico Stanley Payne ritiene che, a causa del suo marcato spagnolismo e nonostante la sua enfasi regionalista, "il carlismo rappresentò l'unico movimento del nazionalismo spagnolo nel XIX secolo".[12]

Per i tradizionalisti spagnoli, la nazione spagnola era millenaria: era nata all'epoca della conversione al cattolicesimo del re visigoto Recaredo ("unità cattolica") e si era riaffermata nella Reconquista.[13] Secondo il pensatore tradizionalista Juan Vázquez de Mella, il principale elemento costitutivo di una nazione era l'"unità delle credenze",[14] oltre a una storia generale, comune e indipendente da altre storie. Questo è il motivo per cui negava la nazionalità a una qualsiasi delle regioni spagnole, come la Catalogna.[15] Decenni dopo da questa concezione carlista e integrista della nazione spagnola sarebbe derivato il cosiddetto "nazionalcattolicesimo" franchista.[16]

Il nazionalismo spagnolo che si rivelò decisivo nel XX secolo nasce dalla frustrazione per la guerra ispano-americana (chiamata in Spagna "disastro del 1898"), in quello che è stato chiamato rigenerazionismo, che rivendica movimenti molto opposti: dalla dinastica (Francisco Silvela, Eduardo Dato, Antonio Maura) fino all'opposizione repubblicana (di contraddittorio e breve passaggio del potere) passando per i militari (crisi del 1917 e dittature di Miguel Primo de Rivera e Francisco Franco).

Nello specifico, con il nome di panispanismo (che più propriamente si riferisce a un movimento incentrato sull'unità delle nazioni ispano-americane) inteso come imperialismo spagnolo, di solito si riferisce specificamente a quello apparso dopo la crisi del 1898, nel contesto più ampio in cui c'è il rigenerazionismo e la Generazione del '98 (i cui autori, provenienti dalla periferia, hanno accettato di considerare la Castilla l'espressione de "lo spagnolo"), espressa nella sua forma più chiara da Ramiro de Maeztu (nella sua seconda fase). Aveva come ideologi e politici Ramiro Ledesma Ramos e Onésimo Redondo Ortega (fondatori delle JONS) e José Antonio Primo de Rivera (fondatore della Falange Española); usando un'espressione che ha la sua origine in José Ortega y Gasset, definisce la Spagna come una unità di destino nell'universale, difendendo un ritorno ai valori tradizionali e spirituali della Spagna imperiale. L'idea di impero lo rende più universalista che locale, il che lo rende unico tra alcuni nazionalismi, ma più vicino ad altri (soprattutto il fascismo). Incorpora anche una componente decisamente tradizionalista (con notevoli eccezioni, come l'avanguardia di un Ernesto Giménez Caballero)[17], radicata in una storia millenaria, quella della monarchia tradizionale o monarchia cattolica (sebbene in molte occasioni sia indifferente sulla questione specifica della forma di stato) e, in particolare, non è né laica né secolarizzata, ma espressamente cattolica, che permetterà di definire (nel primo franchismo) il termine nazionalcattolicesimo.

 
Monumento alla Costituzione Spagnola, Paseo de la Castellana tra i Nuevos Ministerios e il Museo di Scienze Naturali, Madrid.

La transizione politica che, insieme a profondi cambiamenti sociali ed economici in senso modernizzante, stava fermentando dal regime franchista definitivo alla costruzione dell'attuale edificio istituzionale (Costituzione del 1978 e statuti di autonomia), ha prodotto un declino molto marcato dell'uso sociale dei simboli dell'identificazione nazionale spagnola, mentre i nazionalismi periferici acquisirono una notevole presenza e quote di potere territoriale, che divenne la maggioranza elettorale in Catalogna (CiU, ERC) e nei Paesi Baschi (PNV, EA e la cosiddetta sinistra abertzale); e sostanzialmente inferiore in Navarra (NaBai) e Galizia (BNG). Le Isole Canarie (CC), l'Andalusia (PA) o altre comunità autonome presentano nazionalismi meno evidenti (spesso classificati come regionalismi), basati su fatti differenziali di natura linguistica o storica non meno marcati dei precedenti.

Dall'ambito dei nazionalismi periferici, si parla spesso di nazionalismo spagnolo o spagnolismo come equivalente al centralismo, di solito per identificare, per effetti controversi o argomento politico con l'estrema destra nostalgica per il regime di Franco o con una presunta oppressione dello Stato su quei territori, che in casi estremi (in particolare nei Paesi Baschi e Navarra con l'ETA) viene utilizzato come giustificazione per un terrorismo che si definisce lotta armata finalizzata alla liberazione nazionale. D'altra parte, nessuno dei partiti politici maggioritari interessati da una simile denominazione di spagnolisti o nazionalisti spagnoli, si identifica con il termine e tendono, invece, a usare l'espressione non nazionalisti per designarsi di fronte ai nazionalisti, che è il modo in cui vengono spesso chiamate le cosiddette "periferiche".

Da una prospettiva sociale maggioranza, termini territoriali ed elettorali, l'identificazione con la Spagna, i suoi simboli e le istituzioni hanno acquisito forme più tipiche del patriottismo costituzionale o nazionalismo civico, che cerca di rispettare le diverse visioni della Spagna, inserendoli in un quadro plurale, inclusivo e non esclusivo, concetti in cui i partiti politici di maggioranza (PSOE e PP) o partiti di minoranza (IU, altri partiti regionalisti o nazionalisti talvolta definiti moderati), pur mantenendo profonde differenze politiche talvolta espresse in modo molto teso. L'espressione "Governo della Spagna", che prima non era utilizzata, è stata persino inclusa nei messaggi pubblicitari per riferirsi al governo centrale o statale.

Nazionalismo e sovranitàModifica

 
Proclamazione della Costituzione di Cadice di Salvador Viniegra. Per la data nella quale avvenne, il 19 marzo 1812, si battezzò popolarmente come la Pepa. Il grido Viva la Pepa! diventò un motto liberale.

Come tutte le monarchie europee durante la crisi dell'Antico Regime, il regno di Spagna subì profondi cambiamenti sociali e politici tra la fine del XVIII e l'inizio del XIX secolo, soprattutto dopo l'invasione napoleonica. Le guerre napoleoniche trasformarono tutta l'Europa, dando origine a sentimenti nazionali dove prima non c'erano o non si esprimevano con il nuovo concetto di identità emerso nella Rivoluzione francese: quello della nazione come soggetto di sovranità (Emmanuel Joseph Sieyès). La Spagna non ha fatto eccezione a questa nuova corrente nazionalista. Dalla guerra contro la Convenzione, la propaganda antifrancese generava l'idea di un nemico esterno, che si concretizzò chiaramente con la guerra d'indipendenza spagnola, sebbene fosse evidente l'adozione delle teorie e delle pratiche politiche del "nemico": la Costituzione di Cadice del 1812 non fu sotto molti aspetti meno "francesizzato" dello Statuto di Baiona del 1808, sebbene la sua influenza su di essa fu solo reattiva.

Il concetto rousseauiano di sovranità nazionale non si limitò a ispirare i rivoluzionari liberali, ma fu esteso ai movimenti politici "di massa" dell'età contemporanea, inclusi i totalitarismi (comunismo e fascismo) nella loro subordinazione dell'individuo alla volontà generale.[18] Altre interpretazioni vedono sia Locke che Rousseau nella linea del contrattualismo individualista, mentre sarebbero Hegel e la filosofia del diritto del XIX secolo coloro che vorrebbero proporre il principio corporativo, per il quale la sovranità e la libertà non è individuale ma collettiva.[19]

Qualunque sia la sua genesi intellettuale, l'irruzione del totalitarismo nel nazionalismo spagnolo ha avuto luogo in pieno vigore negli anni '30; non tanto dal piccolo ma influente Partito Comunista (che non raggiunse più di porzioni di potere condivise durante la guerra civile) quanto dai movimenti opposti alla Seconda Repubblica e al regime franchista, il cui status fascista o totalitario è sempre stato oggetto di polemiche, arrivando a proporre l'uso dei termini autoritarismo (Juan José Linz) e fascismo clericale (Hugh Trevor-Roper).

Nazionalismo e economiaModifica

 
Edificio della Compañía Telefónica Nacional de España nella Gran Via di Madrid. Costruito tra il 1926 e il 1929 (contemporaneamente all'Empire State Building di New York) è stato, con i suoi modesti 88 metri, il primo grattacielo ad essere costruito in Spagna.

Nei nuovi stati-nazione si stavano sviluppando nuove collettività interclasse, omogeneizzate e codificate di cittadini-proprietari, abitanti di uno spazio economico sempre più aperto allo spiegamento effettivo delle forme capitalistiche. L'insicuro impianto dello Stato liberale in Spagna fu parallelo alle peculiarità del processo di industrializzazione (fallito per alcuni autori, come Jordi Nadal)[20] e alla conformazione del sistema di proprietà (con la confisca come fatto principale). In termini di politica economica, attraverso pratiche protezionistiche[21] fu forgiato un vero nazionalismo economico, talvolta descritto come una mentalità autarchica,[22] richiesto principalmente dall'emergente industria tessile catalana, che dopo la perdita del mercato coloniale con l'eccezione di Cuba, ebbe solo la possibilità di collocare i suoi prodotti nel mercato nazionale spagnolo (che, sebbene impoverito, gli era almeno riservato o "prigioniero"), vista l'impossibilità di competere sul mercato internazionale. Di fronte a questo, si è scontrato ripetutamente con gli interessi del libero scambio dell'oligarchia proprietaria castigliano-andalusa beneficiava della confisca, legata all'esportazione di materie prime (agricole e minerarie) e all'apertura agli investimenti esteri (in particolare una linea ferroviaria costosa, che nel tempo avrebbe integrato spazialmente il mercato nazionale).[23] L'espressione di entrambi gli interessi erano i rami progressista e moderato del liberalismo spagnolo, e la frustrazione delle aspettative degli industriali catalani è in gran parte nelle divisioni successive delle aree democratica, repubblicana, federale e cantonale, e alla fine del XIX secolo, del cosiddetto catalanesimo.

Alla fine del secolo, nello sviluppo della cantieristica e delle industrie siderurgiche per lo scambio di ferro biscaglio con carbone inglese, arriva con il nazionalismo basco di Sabino Arana, che fino all'inizio del XX secolo avrebbe avuto solo presenza a Bilbao.[24] Successivamente, sarebbe stato esteso alle zone rurali in conseguenza sia delle misure centraliste, culminate nella scomparsa dei fueros tradizionali (ad eccezione dell'accordo economico), sia della reazione alle ripercussioni dell'industrializzazione nelle comunità basche tradizionali, di ideologia principalmente carlista, integrsti cattolici e sospettosi dell'immigrazione di lavoratori di lingua castigliana dal resto della Spagna (maquetos), tra i quali si diffusero il marxismo e l'ateismo. Nelle aree urbane, dove la borghesia era tradizionalmente liberale, alcuni circoli professionali e la piccola borghesia opteranno per il nazionalismo basco, mentre la grande borghesia opterà per l'integrazione economica e politica nel blocco oligarchico centrale.

Il trionfo del protezionismo fu evidente dalla fine del XIX secolo (si è parlato della Svolta protezionistica dei conservatori, tra il 1890 e il 1892),[25] e sarà uno dei tratti distintivi della politica della dittatura di Primo de Rivera, quando fu fondato uno dei monopoli più longevi nel settore delle comunicazioni (Telefónica, 1924), o quello del petrolio (Campsa, 1927). Furono prese anche altre misure vagamente ispirate al corporativismo sviluppatosi simultaneamente nell'Italia fascista, nonché una politica dei lavori pubblici (serbatoi, strade) che è stata portata avanti dalla Seconda Repubblica. A quel tempo la Spagna era classificata come una delle economie più chiuse al mondo (con l'ovvia eccezione dell'Unione Sovietica), e la portata positiva o negativa di questo fatto è ancora dibattuta. Almeno sembra vero che nel breve periodo la Grande depressione colpì più economie più aperte e connesse con l'esterno, ma se l'occasione fosse esistita non si poteva sfruttare, visto il disastro rappresentato sia dalla guerra civile che dai primi anni di isolazionismo internazionale del regime franchista, intensificato più o meno volontariamente con una politica economica autarchica, che non fu superata fino al Piano di stabilizzazione del 1959..[26] Tuttavia durante i successivi decenni di forte sviluppo pianificato, l'interventismo e il peso del settore pubblico nei settori strategici dell'economia: ferrovie (RENFE, 1941), industria (INI, 1941), energia (Endesa, 1944), continuarono essere molto forte fino alla riconversione industriale degli anni '80 prima dell'ingresso della Spagna nell'Unione europea, già in democrazia e con il governo socialista di Felipe González; corrispondendo al governo conservatore di José María Aznar le ultime privatizzazioni.

Nazionalismo e linguaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Discriminazione linguistica.
 
Diccionario de autoridades, il primo di quelli pubblicati dalla Real Academia Española, nel 1726. Utilizza il nome lingua castigliana, anche se nel prologo del dizionario viene usato il nome lingua spagnola:"...la lingua spagnola, essendo così ricca e potente di parole...","...tra le lingue viventi, lo spagnolo è, senza il minimo dubbio, una delle più compendiose ed espressive...", ecc...[27] Successivamente la Real Academia Española ha optato per l'utilizzo di lingua spagnola, anche con rapporti controversi prima della stesura del testo della Costituzione del 1978.[28][29]

La capacità della lingua come veicolo di identificazione e costruzione nazionale è addirittura anteriore al nazionalismo del XIX secolo, e nel caso spagnolo l'attribuzione di un'intenzione in questo senso di solito risale addirittura al 1492 da una famosa frase dell'autore del Gramática castellana, Antonio de Nebrija: la lingua è sempre stata una compagna dell'impero.[30] Molto suonata fu anche l'orgogliosa rivendicazione della lingua da parte di Carlo V a Roma contro l'ambasciatore francese (un vescovo), il 16 aprile 1536:[31]

«Signor vescovo, capiscimi se vuoi; e non aspettarti altre parole da me che dalla mia lingua spagnola, che è così nobile che merita di essere saputa e compresa da tutte le persone cristiane.»

Nonostante quanto ripetuto sia stato questo testo per proiettare nel passato l'identificazione nazionale spagnola con la lingua castigliana, il fatto è che Carlo stesso aveva imparato quella lingua molto tardi (una delle cause della rivolta dei comuneros erano le difficoltà di relazione con i suoi nuovi sudditi) e che la monarchia spagnola degli Asburgo non era in alcun modo uno stato con un'identificazione nazionale linguistica, anche se poteva essere descritta come uno stato.[32] È stato affermato che lo spagnolo non era più di una delle molteplici lingue dell'Impero, non prevalente o sulla penisola (catalano o portoghese) o su quelle europee (tedesco, francese, olandese o italiano) o anche sulle lingue indo-americane, sottomesse ma persistenti (guaraní, quechua, nahuatl o k'iche'); e certamente molto meno socialmente prestigioso del latino.[33]

Più importante fu l'adozione del modello accademico francese in base al quale fu istituita la Real Academia Española, a partire dal XVIII secolo, quando i possedimenti territoriali della monarchia erano stati ridotti e semplificati a seguito del trattato di Utrecht e l'abolizione aveva preso luogo del regime provinciale nei regni peninsulari orientali, ridotto alla Nueva Planta. La Real Academia Española era pronta alla difesa casticista della purezza della lingua spagnola, inizialmente contro l'invasione dei gallicismi. Allo stesso tempo lo spagnolo stava guadagnando la considerazione di lingua ufficiale in tutti i tipi di sfere, comprese quelle più resistenti ai cambiamenti, come le università obsolete che le riforme illuminate volevano staccare dal vecchio latino, filologicamente abbastanza impure e sempre più scientificamente inoperanti.

D'altra parte il dibattito nazionalista linguistico ha dovuto attendere l'emergere di nazionalismi periferici alla fine del XIX secolo, che hanno preso l'identità linguistica come chiave del loro sviluppo, istituzionalizzata un secolo dopo con la formazione delle Comunità autonome (dal 1979). La sua posizione di rivendicazione denuncia solitamente l'imposizione dello spagnolo alle lingue vernacolari (catalano, galiziano o basco), specialmente durante il regime franchista, che è stato descritto come genocidio linguistico e culturale.[34] La reazione nella direzione opposta implica la cosiddetta normalizzazione, delimitazione o considerazione della lingua di un territorio o di un altro. Questa normalizzazione ha a sua volta portato a nuove e opposte denunce di imposizione, sia da parte di spagnoli locali, sia da parte di coloro che ritengono che certe varietà linguistiche meritino considerazione come lingua indipendente rispetto ad un'altra, come è successo con il valenzano rispetto al catalano;[35] vengono respinti anche gli argomenti basati sulle ingiustizie retrospettive tipiche dei nazionalisti periferici, argomenti bollati come vittimismo e mitologizzazione.[36]

Invece la posizione istituzionale della Real Academia Española e della maggior parte dei suoi componenti è quella di negare l'identificazione nazionalista-linguistica per il caso spagnolo. L'idea humboldtiana del linguaggio come manifestazione dello spirito di un popolo o quella dell'egualitarismo linguistico viene trasferita alle lingue, che sono strumenti semplici, più o meno sintonizzati e affinati, caratteri che corrispondono agli uomini che li usano.[37] Sì che si padroneggia una ottimista e nuova immagine dello spagnolo come veicolo di armonia, internazionalismo e persino sponsor di redditività,[38] in linea con quello che viene chiamato soft power.[39]

La costruzione della storia nazionaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Storiografia e Pittura storica.
 
Morte di Churruca, durante la battaglia di Trafalgar, da parte di Eugenio Álvarez Dumont, 1892. Questa battaglia fu anche oggetto del primo degli Episodios nacionales di Benito Pérez Galdós. Il suo bicentenario (2005) è stato utilizzato per riflettere sulla coscienza nazionale spagnola e la conoscenza e l'uso che è fatto della storia della Spagna, in un momento durante il quale simultaneamente si dibatteva vivamente in Parlamento e nella società della Legge sulla memoria storica della guerra civile e del regime franchista. È apparso un romanzo storico di Arturo Pérez-Reverte, famoso per la sua ricreazione del secolo d'oro spagnolo nella serie di romanzi Capitano Alatriste. Questo autore si è lamentato di quanto fosse vivace l'episodio tra gli inglesi (che hanno fatto una sontuosa celebrazione, inclusa una parata navale) rispetto alla discreta commemorazione in Spagna, il cui atto più visibile era a carico del Ministero della Difesa (José Bono).[40]
 
Monumento funerario di Colombo nella Cattedrale di Siviglia.
 
Monumento a Pelagio delle Asturie (Don Pelayo), realizzato nel 1965 e installato a Covadonga.

Seguendo le tendenze degli stati liberali europei, praticamente tutta la produzione della storiografia spagnola fino alla metà del XX secolo è stata realizzata da una prospettiva nazionalista, essendo costruita da segmenti, eventi, dati, citazioni o testi che potenzialmente avevano coerenza nazionale e che presentavano un significato di per sé, eliminando gli elementi di disturbo o di disagio per il necessario adattamento all'evoluzione storica della Spagna come elemento unitario. Per questo aveva precedenti molto antichi, dai testi visigoti e dal corpus cronistico medievale, particolarmente completo nei regni delle Asturie, León e Castiglia, senza materiali mancanti dai regni orientali della penisola. L'unificazione dei regni sotto la monarchia ispanica dell'età moderna ha portato con sé una continuazione del lavoro di cronaca da una prospettiva ispanica, in cui l'apparizione della monumentale Storia di Spagna di padre Mariana ha giocato un ruolo decisivo. La professione di storico fu istituzionalizzata, con le figure del Cronista maggiore, del Cronista delle Indie e dal XVIII secolo della Real Academia de la Historia.

Non era quindi una novità che una funzione ideologica fosse richiesta alla storia, quello che è successo è che dal XIX secolo si è concentrata sulla spiegazione e sulla catalizzazione della realtà statale e nazionale resa esplicita dalla Costituzione di Cadice e fornendo la necessaria coesione sociale. Pertanto, ha cercato di intrecciare gli eventi accaduti nella penisola per corroborare una genealogia della Spagna come nazione, con un popolo dotato, fin dall'antichità più remota, di una traiettoria di vita comune. La Storia diventerà così il supporto per costruire la storia naturale della Spagna come nazione.

Non è concepibile che questa metodologia analizzi i fatti storici da una visione plurale, complessa o, tanto meno, contraddittoria dal punto di vista unitario. I processi storici rivali, le memorie alternative che sarebbero state costruite dai nazionalismi periferici, furono largamente ignorati; Allo stesso modo, sia nei Paesi Baschi che in Catalogna, mito e leggenda si sono sviluppati anche attorno a vari personaggi che dovevano incarnare l'essenza dei loro popoli ancestrali che risalivano all'antichità classica o oltre.[41]

Seguendo questo obiettivo, nei decenni centrali del romantico XIX secolo, gli storici hanno reso realtà la visione compatta di un popolo spagnolo dotato di ingredienti perenni, con un'essenza spagnola che è rimasta immutata da Indibile e Mandonio. Questo elenco di eroi della Patria, incarnazioni del carattere nazionale spagnolo o genio della razza,[42] nominerebbe sia Recaredo che Guzmán il Buono, così come Ruggiero di Lauria, El Cid, Goffredo il Villoso, Ferdinando III il Santo, Giacomo I il Conquistatore, Hernán Cortés, Juan Sebastián Elcano, Daoíz e Velarde o Agostina d'Aragona. Anche gli imperatori ispano-romani, come Traiano o Adriano, così come il ribelle lusitano Viriato, furono inseriti senza troppe difficoltà in quella lista di "spagnolosità".

Più resistenza ebbe la spagnolosità di Cristoforo Colombo, che fu contemporaneamente oggetto di una rivendicazione da parte dell'Italia (con il prezioso aiuto dell'emigrazione italoamericana, sia negli Stati Uniti che in Argentina). Anche la posizione esatta delle sue ossa è stata oggetto di vivaci dibattiti tra Cuba, Repubblica Dominicana e Spagna, che hanno scommesso sullo spettacolare mausoleo che fu costruito nella Cattedrale di Siviglia.

La divulgazione di questi personaggi storici ha raggiunto estremi kitsch, come questa poesia, che è stata pubblicata in migliaia di promemoria di nascita che sono stati venduti fino a non molti anni fa.[43]

«Umili culle, alla nascita dondolavano,
vite che meraviglia dei mondi furono:
Ferdinando e Isabella, petto e testa!
forgiarono di un impero la grandezza.
Colombo, umile nella suprema ambizione,
aggiunse un nuovo mondo al suo diadema.
Cervantes, povero, di famigerata virtù
dona alla Spagna con la sua penna gloria eterna.
Velázquez, senza arroganza, al mondo inquieto
con la luce singolare della sua tavolozza;
E Pizarro ed El Cid danno i migliori
dettagli che sono conquistatori.
Quale gloria per la loro tenera discendenza
questi uomini non hanno dato con la loro vita?
Metti la prima pietra miliare su questo percorso
dando al tuo bambino una pergamena.»

L'istituzionalizzazione della scienza storica ha incluso importanti traguardi, come la creazione della Biblioteca nazionale e dell'Archivio Storico Nazionale. Un ruolo molto importante ha avuto l'inserimento della storia nei curricula, sia a livello di istruzione primaria che secondaria, previsti dal Piano Moyano. Le correnti liberali (egemoniche a metà del XIX secolo: Modesto Lafuente, Juan Valera), o reazionarie (Marcelino Menéndez Pelayo, che si impone dalla fine del XIX secolo) non avranno differenze per quanto riguarda la loro indiscussa identificazione con la Spagna come nazione; ma in termini di considerazione concreta della personalità di questi ultimi: resistenti all'oppressione per i primi (identificati con comuneros idealizzati o con la martire della libertà Mariana Pineda), cattolici e imperiali per i secondi (luce di Trento, martello degli eretici, spada di Roma, rappresentata al meglio da Isabella la Cattolica o Filippo II). La spagnolizzazione di figure di un passato remoto, anche mitico, non si è limitata al XIX secolo: in piena transizione, e con una metodologia altamente personale e divergente Fernando Sánchez Dragó ottenne il Premio Nazionale di Saggio per Gárgoris e Habidis. Una Storia Magica di Spagna (1978, assegnato nel 1979).

 
Monumento ad Alfonso XII nello stagno del Parco del Retiro (1902), progettato dall'architetto José Grases Riera e con opere di Mariano Benlliure, Josep Clarà e Mateo Inurria, tra gli altri.
 
Gli ultimi delle Filippine, su cui è stato girato un film diretto da Antonio Román (1945). La sua malinconica habanera (o bolero, secondo le fonti) Yo te diré, di Enrique Llobet e Jorge Halpern, fu una delle canzoni più emblematiche del dopoguerra.

Le belle arti: pittura, scultura, architettura, musicaModifica

La pittura storica ha anche svolto una funzione ideologica di prim'ordine, poiché i simboli iconici perpetuano le personalità e le azioni nazionali, nella maggior parte dei casi come commissionato da istituzioni pubbliche (Congresso, Senato, dove si conserva una delle migliori collezioni, consigli provinciali, municipi) che erano i luoghi ideali per l'esposizione di grandi tele, che iniziarono ad essere molto richieste dopo la guerra d'indipendenza: José de Madrazo (La morte di Viriato, 1814), José Aparicio (La fame del 1812 a Madrid, 1818), oltre ai capolavori di Goya: La carica dei Mamelucchi e Le fucilazioni di Moncloa, con cui fu perdonato per la sua vicinanza agli afrancesados ("francesizzati"). Nella seconda metà del secolo il genere diventa un luogo comune nella pittura spagnola, con Marià Fortuny i Marsal, Francisco Pradilla ed Eduardo Rosales che si distinguono.

L'equivalente scultoreo era la statuaria monumentale, i cui principali coltivatori furono Mariano Benlliure e Aniceto Marinas tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. A metà del XX secolo, il lavoro di Juan de Ávalos può essere paragonato a loro in ripercussioni. Tutte le città spagnole hanno esempi di questa arte urbana che trasforma piazze, parchi e viali in musei di storia a cielo aperto attraverso questi punti di riferimento visivi. Forse il set più completo si trova nei gruppi scultorei della città di Madrid.[44]

Meno evidente ma altrettanto operativo, si può vedere il rapporto con il nazionalismo di altre arti, come l'architettura (in cui gli stili neoclassico e storicista o l'eclettismo di fine secolo servivano a programmi di costruzione più discreti che in altri paesi europei o americani, evidenziando quelli realizzati nel 1929 in occasione dell'Esposizione iberoamericana di Siviglia - Plaza de España - e l'Esposizione Universale di Barcellona - che comprendeva il curioso pastiche del Poble Espanyol -) o la musica (nel cui studio si impose l'etichetta di nazionalismo musicale, che comprende infatti tutti gli autori dalla seconda metà del XIX secolo alla prima metà del XX - in particolare Albéniz, Granados, Turina o Manuel de Falla -, oltre ai casti género chico e zarzuela, opposto alla più internazionale opera).[45] La popular music, che ha un posto eccezionale nella conformazione della mentalità e nella storia della vita quotidiana, era molto presente in Spagna dalla popolarizzazione della radio (anni venti, trenta e quaranta del XX secolo), formando parte di quella che è stata chiamata l'educazione sentimentale.[46] Quelle del dopoguerra furono usate per illustrare sordide immagini cinematografiche contemporanee (molte precedenti del NO-DO) nel documentario di Basilio Martín Patino Canciones para después de una guerra.

Nuovi mezzi espressivi: cinema e fumettiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Film storico.

Il cinema è stato un elemento utilizzato consapevolmente come propaganda politica durante il regime franchista. Oltre al già citato Noticiero Documental, le produzioni cinematografiche hanno insistito sui temi della storia nazionale (La leonessa di Castiglia, Giovanna la pazza, Amaya, Jeromín, Il segreto di Cristoforo Colombo, Agostina d'Aragona, Dove vai, Alfonso XII?, Gli ultimi delle Filippine, Raza -con una sceneggiatura di Franco-[47]). Contemporaneamente, il fumetto ha svolto la stessa funzione, con pubblicazioni che esaltavano la Spagna cristiana medievale (El Guerrero del Antifaz e El Capitán Trueno), che risalivano alla Spagna romana (El Jabato), o fornivano eroi contemporanei (Roberto Alcázar y Pedrín). Una rivista per bambini portava l'inconfondibile titolo di Flechas y Pelayos (1938-1949), una fusione tra la falangista Flecha e la carlista Pelayos.[48]

Slogan sull'identità nazionale nel XIX secoloModifica

 
Diversión de España, incisione dalla serie I tori di Bordeaux, che Francisco Goya realizzò in uno spazio così favorevole all'introspezione sulla condizione nazionale come è l'esilio, tra il 1824 e il 1825. I tori erano già la festa nazionale spagnola per eccellenza sebbene tale condizione fu discussa dagli illustri, che vi si opponevano, con notevoli eccezioni, come lo stesso Goya. Il ruolo delle feste della corrida e di altre celebrazioni nella vita quotidiana e la formazione della mentalità e del linguaggio ordinario spagnolo stesso è innegabile, così come la sua funzione ammortizzatrice dei conflitti sociali, come è successo in seguito con il calcio (vedi Pan y toros).
 
I due militari che si stringono la mano in questo dipinto ad olio di Bernardo López Piquer (1842) possono rappresentare l'identità corporativa raggiunta dai militari spagnoli nel corso del XIX secolo, al di là dei loro periodici e sanguinosi scontri. Uno di loro sembra nascondere un berretto rosso (carlista), quindi il dipinto è stato confuso con un'allusione all'abbraccio di Vergara tra Espartero e Maroto (1839).

Militarismo e RigenerazionismoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Militarismo.

Da Rafael del Riego a Arsenio Martínez Campos y Antón, quasi tutto il XIX secolo è costellato di pronunciamenti periodici degli spadoni che raggruppavano dietro di loro i diversi partiti politici. Fu la stessa guerra d'indipendenza spagnola a dare origine al prestigio sociale della vocazione militare, a cui arrivarono persone di tutte le origini (secondi figli già assegnati al clero, popolani) che in una società di classe chiusa non avrebbero avuto tale opportunità per il progresso sociale. Alcuni di loro (Valentín Ferraz, Gerónimo Valdés) hanno ricevuto il soprannome di ayacuchos per aver partecipato alla battaglia di Ayacucho, o se non è stato così (come Baldomero Espartero o Rafael Maroto), almeno per aver assistito alla fine della presenza spagnola nell'America continentale;[56] mentre anche nelle nuove nazioni si imponeva il caudillismo come forma di rappresentanza politica.

In questi comandanti la nazione stessa era identificata in un concetto di inquadramento sociale che, lungi dall'essere conservatore o reazionario, era originariamente rivoluzionario: la nazione in armi. Tuttavia, in pratica, è stata loro delegata anche l'iniziativa politica, in assenza di un controllo effettivo da parte della società civile. La milizia nazionale strumentalizzata dai progressisti, che incorniciava le classi urbane nella difesa della rivoluzione liberale, cessò presto di avere una reale importanza. Un altro corpo militare, nato a metà del secolo su iniziativa dei moderati.[57] Aveva una proiezione ben più importante: la Guardia Civil, con un ampio dispiegamento territoriale che copriva tutte le aree rurali, incaricata di garantire due nuovi concetti: ordine pubblico e proprietà privata, di straordinaria importanza per il nuovo sistema liberal-capitalista che, dopo le guerre carliste e la desamortización, aveva integrato l'oligarchia degli alti nobili, della grande borghesia e dei proprietari terrieri.[58]

 
Rituale del Cristo della Buona Morte, che continua ad essere celebrato ancora oggi, così come altre devozioni militari (alcune sfumate, come la partecipazione militare alla Processione del Corpo di Toledo, che non presenta più gli onori militari) e l'istituzione del cappellano militare.
La Legione spagnola era una forza d'urto creata per la guerra del Marocco nel 1920, e aveva tra i suoi primi ufficiali José Millán-Astray e Francisco Franco, che incarnavano il concetto di militare africanista, con un nuovo modo di intendere la missione della Spagna nel mondo che ha chiesto di ricostruire le relazioni tra l'esercito e la società civile. In questo mancavano i valori militari che la Legione incarnava, resi espliciti nel suo Credo legionario: disciplina inflessibile, incrollabile adesione al capo (che deve mostrare capacità di leadership carismatiche), fratellanza tra compagni d'armi a torto o a ragione (il grido A me la Legione), esaltazione della virilità, disprezzo per la vita stessa (il grido Viva la morte, usato insieme a Abbasso l'intelligenza da Millán-Astray nel suo famoso alterco con Miguel de Unamuno-) e una forte identificazione con il cattolicesimo.

La Restaurazione aveva segnato una parentesi della politica civile, con il turnismo Cánovas - Sagasta, ma ciò non significava un aumento della purezza democratica del sistema politico, nonostante fosse esercitato il suffragio universale maschile (già presente nella Costituzione spagnola del 1869, eliminato nel 1876 e reinserito dal 1890).[59] Per tutto il XIX secolo e fino al 1931 non ci fu caso di un governo che perdesse un'elezione: la procedura non era quella di guadagnare la fiducia del popolo per venire a governarlo, ma di venire al governo (da un intrigo di palazzo, da un pronunciamento militare o, nel migliore dei casi, per consenso delle forze politiche "dinastiche") e successivamente per indire elezioni, opportunamente gestite dalla rete di clienti che partiva dal Ministero dell'Interno, passava per i governi civili di ciascuna provincia e giungeva al cacicco che controllava ogni villaggio; compreso l'incasellamento dei candidati favorevoli, il voto di scambio o la richiesta di debiti di favori precedenti e il pucherazo o una vera e propria frode, se necessario. Joaquín Costa fece un'analisi devastante in Oligarchia e sistema cacicco come l'attuale forma di governo in Spagna: urgenza e modo di cambiarlo (1901).[60]

A quel punto l'evidenza della corruzione del sistema politico diffuse le richieste di un chirurgo del ferro, e il disprezzo per la politica e per i politici professionisti, che includeva un movimento promosso dalla borghesia catalana attraverso il Consiglio regionale delle adesioni al Programma del Generale Polavieja. L'intervento dell'esercito nelle strade, sia chiamato dal governo per garantire l'ordine pubblico, sia spontaneamente, era una pratica sempre più comune. Il malcontento militare latente dopo la guerra ispano-americana (il "disastro del 98") si era periodicamente rivelato sulla scia dello scandalo ¡Cu-Cut!, (1905, attacco a una rivista satirica catalana, dopo il trionfo elettorale della Lega), la rivolta antimilitarista della Settimana Tragica (1909) e nella crisi del 1917 (con il movimento delle Commissioni di difesa simultaneo a un'Assemblea di Anti-parlamentari del governo a Barcellona e sciopero generale rivoluzionario). Alla fine esplose in modo decisivo a seguito del disastro di Annual: la cattiva gestione della battaglia portò al colpo di Stato di Miguel Primo de Rivera, capitano generale di Barcellona.

Nel trionfo del colpo di Stato molto fu dovuto allo stimolo della borghesia catalana (spaventata dall'escalation del terrorismo sindacale-imprenditoriale emulativo), l'acquiescenza del re (in particolare identificato con l'establishment militare e che non era stato estraneo alle strane decisioni che portarono al disastro di Annual) e la passività di tutte le forze politiche. Una delle sue priorità era il ripristino dell'onore patriottico perso in Marocco, che ottenne con una straordinaria propaganda e dimostrazione militare, nell'ambizioso sbarco di Al Hoceima. Negli anni della sua dittatura, nella legale ed effettiva assenza di opposizione (ad eccezione di alcuni intellettuali esiliati, come Unamuno), si attuo una politica economica e sociale di carattere corporativistico, di aspirazioni interclassistiche, che cercò di subordinare gli interessi privati (locali, di partito o di classe) a quelli nazionali. Nel suo sviluppo c'è stato un certo grado di collaborazione da parte del sindacato socialista (UGT). I suoi contenuti specifici sono già stati indicati.

Si stava svolgendo una vera età dell'argento delle lettere e delle scienze spagnole, in cui l'inizio del dibattito intellettuale sullo stesso essere della Spagna aveva un posto preminente.[61] Le diverse posizioni ideologiche variavano drammaticamente, approfondendo le divisioni di ciò che Antonio Machado iniziò a chiamare le Due Spagne; sebbene l'identificazione con la nazione spagnola non fosse meno a sinistra che a destra: se il contenuto non veniva letto, era impossibile distinguere per titolo le riviste di sinistra España. Semanario de la Vida Nacional (Ortega, Araquistáin, Azaña) e Nueva España (José Díaz Fernández, Joaquín Arderíus, Ramón J. Sender, Julián Gorkin, Isidoro Acevedo, Alardo Prats) di La Gaceta Literaria di Ernesto Giménez Caballero, che da una posizione estetica d'avanguardia si è evoluta verso il fascismo. La permeabilità tra i due gruppi non era impossibile: un socialista come Julián Zugazagoitia collaborò in entrambi, e lo stesso Giménez Caballero si vantava di aver illuminato le prime generazioni di scrittori fascisti e comunisti; sebbene questo ruolo di coesistenza nella discrepanza intellettuale corrispondesse più chiaramente a Revista de Occidente di Ortega o Cruz y Raya di José Bergamín.[62]

La Seconda RepubblicaModifica

 
Monumento a José Calvo Sotelo, il Protomartire della Crociata a Plaza de Castilla, Madrid.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Seconda Repubblica spagnola e Patriottismo socialista.

La maggior parte dei sostenitori della Seconda Repubblica (a cominciare dai suoi due presidenti, Niceto Alcalá Zamora e Manuel Azaña Díaz) non erano meno nazionalisti spagnoli dei loro oppositori; e alcuni, non meno centralisti, come si è potuto osservare nei dibattiti parlamentari, in cui José Ortega y Gasset coniò il termine "conllevancia" per designare il rapporto con i nazionalisti periferici.[63]

Il movimento operaio (diviso tra socialisti - organizzati attorno al Partito Socialista Operaio Spagnolo e diviso in molteplici sensibilità - e anarchici - le cui principali organizzazioni erano la CNT e la FAI, che in seguito avrebbero formato un fronte anarchico unito chiamato CNT-FAI) era teoricamente internazionalista (il Partito Comunista di Spagna di minoranza aveva uno stretto controllo dall'Internazionale Comunista), il che significa che la sua posizione sulla questione dell'identità nazionale - unitaria spagnola, particolarista o periferica - non potrebbe mai essere troppo categorica. Tuttavia in pratica si è comportato in occasioni decisive come il più efficacemente centralista delle forze repubblicane. È nota l'espressione di estrema sfiducia di Indalecio Prieto nei confronti dell'autonomia basca (Gibilterra vaticanista), nonostante abbia finito per contribuire profondamente alla stesura finale del suo statuto.[64] La posizione della CNT (maggioranza nel movimento operaio catalano) verso l'autonomia attraversò fasi più o meno complete, ma non smise mai di considerarla un affare piuttosto borghese, cioè un'espressione dei suoi nemici di classe;[65] e comunque la sottomissione a qualunque tipo di potere, centrale o autonomo, non rientrava nei suoi parametri. La posizione degli anarchici di fronte alla loro condizione nazionale o di identità oscillava tra federalismo teorico o reale (in particolare il settore treintista moderato, bollato come nazionalista spagnolo), il regionalismo e persino l'iberismo (la scala iberica della FAI); sempre secondo la tendenza mutevole dei leader del movimento in ogni momento o luogo, più nettamente durante la guerra civile: per un anno esisteva il Consiglio di difesa regionale d'Aragona (in pratica un governo anarchico indipendente da quello centrale); più spettacolare fu la posizione degli anarchici in Catalogna, che raggiunse lo scontro armato (Giornate di maggio del 1937 a Barcellona). A quel tempo c'era già stata un'unificazione dei partiti di sinistra in Catalogna, compresi diversi rami di socialisti e comunisti, con il nome di Partito Socialista Unificato della Catalogna (PSUC, che sarà collegato all'Internazionale Comunista), un alleato nel governo della Generalitat con i nazionalisti catalani della Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC), e che ha escluso dal POUM sia anarchici che trotskisti.

All'altro estremo dello spettro politico, la questione regionale sollevata dalla discussione sullo statuto dell'autonomia catalana è servita da stimolo per la radicalizzazione dei partiti di destra, in un processo che si è concluso con l'appropriazione dell'aggettivo nazionale da parte della fazione ribelle nella guerra civile.

radicalizzazione dei partiti di destra, in un processo che si è concluso con l'appropriazione dell'aggettivo nazionale a fianco che si ribellarono nella guerra civile.

Il medico e politico José María Albiñana fondò il Partito Nazionalista Spagnolo nell'aprile 1930, ispirato dal Partito Nazionale Fascista italiano (con le sue milizie, il culto del capo e il populismo) ma con un carattere fondamentalista cristiano e monarchico. Non ebbe quasi alcun impianto, tranne a Barcellona, Madrid, Siviglia, Valladolid e Burgos (per questa provincia Albiñana fu eletto deputato alle elezioni del febbraio 1936). Dopo l'inizio della guerra civile, il partito e le milizie finirono per essere integrati nella Falange Española Tradicionalista y de las Juntas de Ofensiva Nacional Sindicalista. Questa, a sua volta, era nata dalla fusione di altri gruppi più o meno ispirati dal fascismo e molto combattivi (sia dal punto di vista dialettico che fisico) contro i gruppi di sinistra: le Giunte di Offensiva Nazional-Sindacalista di Ramiro Ledesma Ramos e Onésimo Redondo Ortega e la Falange Española di José Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore. C'erano molti altri gruppi, come Tradizione e Rinnovazione Spagnola e il Blocco Nazionale di José Calvo Sotelo, o il Partito Agrario di Nicasio Pelayo (smantellatore della riforma agraria durante il cosiddetto biennio nero) e Antonio Royo Villanova (che si è distinto per la sua opposizione allo statuto e per il suo libro Il problema catalano).[66] Tuttavia il movimento politico più importante era la Confederazione Spagnola delle Destre Autonome (CEDA, una coalizione formata attorno a un partito chiamato prima Azione Nazionale e poi Azione Popolare), guidata da José María Gil-Robles y Quiñones, di cui agivano come giovani un gruppo disciplinare quasi paramilitare (Ramón Ruiz Alonso).[67]

La guerra civile spagnolaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerra civile spagnola.

L'uso stesso del nome di Bando Nacional, che dette a se stessa la formazione nata intorno ai militari ribelli nel 1936, fu una risorsa propagandistica a suo favore.[68] In ciascuna delle conquiste di una città, veniva ripetuto il motto Entra la Spagna o Già è Spagna; e si cercò di identificare il più possibile la fazione repubblicana non solo con i rossi, ma esplicitamente con un generico anti-Spagna e specificamente con la Russia (che ha continuato a essere fatto ossessivamente dopo la guerra con i temi, trasformati in cliché, La Russia è colpevole o Oro di Mosca). D'altra parte, la propaganda della fazione repubblicana per riferirsi ai loro opposti, usò l'espressione fascisti sostenuti dalla Germania e dall'Italia, e cercò di evidenziare l'uso dei mori come truppe d'assalto; ma d'altra parte i loro messaggi sono stati sempre molto internazionalisti (non a caso è stato scelto il nome di Brigate internazionali per quelle composte da volontari stranieri) e cercarono di utilizzare l'argomentazione pacifista della Società delle Nazioni.

Nel contesto della guerra civile, la fazione ribelle emise ordini del tribunale ultrnazionalista:

«Ordine e comando:
Articolo 1: Qualsiasi elemento estremista che, al pronunciamento del grido di VIVA ESPAÑA, non risponde allo stesso modo, sarà giustiziato con le armi sul posto.
Articolo 2: Quando le autorità si presentano in prossimità delle vostre abitazioni e le persone all'interno subito prima dell'arrivo della forza non escono con le braccia aperte alzate al grido di VIVA ESPAÑA, saranno passate per le armi sul posto (...)

Falces, 11 agosto 1936. L'On. Signor comandante militare della piazza. Estrapolato in Navarra 1936. Dalla Speranza al Terrore»

Il regime franchistaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Spagna franchista, Colpo di Stato spagnolo del luglio 1936 e Sindacalismo nazionale.

«Le idee politiche e filosofiche di Franco non erano molto diverse da quelle della sezione più di destra del corpo degli ufficiali dell'esercito. Era un conservatore, un cattolico e un nazionalista; credeva nella politica autoritaria...era pragmatico nei suoi atteggiamenti politici...era determinato a non ripetere quello che lui stesso chiamava "l'errore di Primo de Rivera": l'incapacità del primo dittatore spagnolo di creare una nuova dottrina e un nuovo sistema politico...Franco era convinto di avere un ruolo provvidenziale nella storia della Spagna.»

(Stanley G. Payne[69])

La Spagna che esce dalla guerra civile è uno Stato totalitario, come l'Italia fascista o la Germania nazista, suoi alleati, anche se a differenza loro manterrà una prudente neutralità nell'immediata seconda guerra mondiale. Con grande realismo, il sogno imperialista che a un certo punto sembrava possibile fu abbandonato, almeno per presentarlo a Hitler a Hendaye (1941; gli allora giovani diplomatici José María de Areilza e Fernando María Castiella furono incaricati di plasmare le Rivendicazioni spagnole nel Nordafrica, compresa buona parte delle colonie francesi, soprattutto l'Oranesado, oltre all'irredentismo di Gibilterra se presa dall'Inghilterra).[70] Per alcuni anni eviterà di definirsi un regno, fino a quando la Legge di successione del Capo di Stato del 1947, proclama che la Spagna, come unità politica, è uno Stato cattolico, sociale e rappresentativo, che, secondo la sua tradizione, è dichiarato costituito nel Regno (art. 1); e ancora più a lungo si eviterà la nomina di un successore al titolo di re, tra i possibili candidati, finché nel 1968 non verrà nominato Juan Carlos di Borbone, che dovette sopportare molti più piani e qualche dubbio che la decisione potesse essere ribaltata a vantaggio di Alfonso di Borbone Dampierre, sposato con la nipote del Generalissimo (lui stesso, o i suoi più stretti collaboratori, non hanno mai smesso di flirtare con l'idea di entrare in contatto con la monarchia).

Il culto ossessivo della personalità del Caudillo, la reiterazione ossessiva di slogan e simboli unitari, non nascondeva che non ci fosse mai stata un'unità monolitica nel regime: lo stesso Franco sfruttò la rivalità delle famiglie del franchismo (militari, azzurri o falangisti, cattolici - poi trasmutate in democristiane e tecnocratche dell'Opus Dei, tradizionaliste o carliste), tra i quali amministrava la distribuzione dei complotti di potere e si serviva da contrappeso reciproco, risolvendo i conflitti interni in modo paternalistico e salomonico, in una concezione della Spagna come una grande famiglia, tipica della società preindustriale, di cui sarebbe il padre.[71] Una delle sue frasi è spesso citata come illustrazione del suo concetto di potere: fai come me, non farti coinvolgere dalla politica. In un'altra definì il suo rapporto con i suoi ministri con un corriere e di caserma, è molto semplice: io comando e loro obbediscono, il che infatti lo tolse dalle faccende quotidiane, che spesso rimandava, dandogli un'aura di atemporalità e identificazione con gli interessi eterni della nazione che si confacevano all'immagine di statista che si era formata (si diceva: Franco non ha un orologio, ma un calendario). Nell'analisi di uno dei suoi ministri, Gonzalo Fernández de la Mora, questo modo di intendere la politica era vista così straordinariamente riconoscente:

«Evitava le faccende subordinate e soprattutto quelle relative alle nomine delle persone: non mi suggeriva mai nessuno per nessuna carica. In breve, dava ai suoi ministri una grande libertà di azione, non interferiva con loro e quindi li incoraggiava al massimo senso di responsabilità. Gestiva le proprie decisioni con misurata parsimonia: risolveva importanti dibattiti all'interno del Governo, dava unità all'azione dello Stato e riadattava gli equilibri di Gabinetto con ponderato senso politico. Manifestava la sua volontà solo quando era essenziale. Non intendeva, come i dittatori, assumere tutte le istanze, ma solo l'ultima ed eccezionale, esclusivamente sua.»

La sua visione degli spagnoli che gli si opponevano era estremamente manichea, in linea con il concetto di anti-Spagna che il pensiero reazionario spagnolo aveva definito sin da Menéndez y Pelayo, e che ha chiarito nella sua sceneggiatura per il film Raza. In particolare, i suoi riferimenti alla Cospirazione giudaico-massonica-comunista-internazionale che presumibilmente avrebbe causato tutti i mali della Spagna raggiunsero livelli ossessivi, risalenti al XVI secolo. Senza costituire effettivamente alcuna posizione ufficiale, la ricerca dell'identificazione della nazione spagnola con una presunta razza spagnola, simile alla razza ariana dei nazisti, raggiunse il suo estremo in alcuni personaggi come il colonnello e psichiatra Antonio Vallejo-Nájera, che condusse strane indagini durante la guerra civile in collaborazione con la Gestapo (esperimenti volti a purificare il gene della razza), e la produzione di una inquietante letteratura sull'eugenetica negli anni successivi.

Tuttavia l'idea di una nazione spagnola per il regime franchista non è andata così. Né dallo Stato Sindacalista Nazionale voluto dai falangisti, spostato dal centro del potere dal 1942 (allontanamento di Ramón Serrano Súñer) e condannato a desiderare una rivoluzione romantica imminente. Gli anni 1940 e '50 furono quelli del trionfo del cattolicesimo nazionale (per Hugh Trevor-Roper, il franchismo può essere definito come fascismo clericale, essendo l'ultimo e di maggior successo). Ogni vita sociale, pubblica e privata, dovrebbe mostrarsi adeguata all'ideale di una Spagna unita nella fede cristiana, identificato con il motto Per l'Impero verso Dio. Particolarmente monitorata è stata l'istruzione (a volte all'estremo come quelle ridicolizzate in El florido pensil), con una purificazione franchista del Magistero spagnolo, dell'Università e delle istituzioni scientifiche e il recupero dell'educazione religiosa, sia quella insegnata da scuole private in proprietà religiosa che in quella pubblica; La religione divenne nuovamente materia obbligatoria, a cui si aggiunse quella della Formazione allo spirito nazionale.

«Volevo vivere e morire da cattolico. Nel nome di Cristo mi onoro, ed è stata mia costante volontà, essere un figlio fedele della Chiesa, nel cui seno morirò.

...

Credo e desidero non avere altri [nemici] oltre a quelli che venivano dalla Spagna, che amo fino all'ultimo momento e che ho promesso di servire fino all'ultimo respiro della mia vita che già conosco dopo.

...

Mantenere l'unità delle terre di Spagna, esaltando la ricca molteplicità delle regioni come fonte di forza nell'unità della Patria.»

(Testamento politico di Franco, 1975.)
 
Questo stadio prende il nome da Santiago Bernabéu, presidente del Real Madrid dal 1943 al 1978. Il periodo coincide quasi con l'occupazione di capo di Stato da parte di Franco. Il club, che ha vinto le prime cinque Coppe europee (dal 1956 al 1966), è stato esibito come una delle glorie sportive che campeggia la Spagna...Campione nobile e guerriero, cavaliere d'onore, nelle parole del suo inno ufficiale. La sua identificazione con il regime e con la stessa nazione spagnola era proverbiale. Il palco del Bernabéu, che Franco visitava frequentemente (oltre alle partite di calcio, almeno una volta all'anno nelle manifestazioni sindacali) è diventato uno spazio privilegiato per dare e cercare informazioni, fare affari, vedere ed essere visti in prossimità del potere politico, sociale ed economico. Una funzione simile è stata svolta dalle cacce (come descritto in La escopeta nacional, di Luis García Berlanga).

L'amministrazione territoriale era fortemente centralista, con la sola eccezione di Navarra e Álava, bastioni del tradizionalismo, che mantennero i loro privilegi provinciali, mentre Biscaglia e Guipúzcoa, le esplicitamente chiamate province infide, le persero. Tuttavia, Bilbao è stata protetta come la capitale economica della parte nazionale dalla sua controversa acquisizione durante la guerra civile e mantenne un mercato azionario attivo. Istituzioni finanziarie basche (Banco de Bilbao e Banco de Vizcaya) aumentarono il loro peso nell'economia spagnola nel suo complesso, così come l'industria di base (Altos Hornos de Vizcaya), al riparo da ogni concorrenza straniera dall'autarchia. Nel tempo (anni '50) il settore si diversifica con la creazione di ENSIDESA ad Avilés (Asturie). La Catalogna era anche economicamente protetta in termini di selezione dei siti industriali, seguendo la logica del sistema corporativistico e del paternalismo statale. Invece fu decisamente sottoposta a una politica di castilianizzazione linguistica, nonostante il fatto che alcuni intellettuali falangisti (come Dionisio Ridruejo o Carlos Sentís) volessero mantenerla nella sua diversità culturale, in polemica con altri che finirono per prevalere (Josep Montagut).

«Tutta la pubblicità orale e scritta deve passare attraverso lo stesso schermo. Non saranno consentiti discorsi, raduni o conferenze che non siano tenuti in spagnolo e qualsiasi pubblicazione, libro, brochure, rivista, giornale che non sia scritto nella lingua ufficiale della Spagna, che è il verbo della gara, sarà proibito. e di tutti i suoi figli da qui e oltre l'America spagnola.

...

Dobbiamo entrare in Catalogna con le bandiere esposte a nome della Spagna e parlando la lingua rude e chiara di Castiglia, che sopra tutte le altre è quella della Spagna, poiché quella lingua è compresa da tutti i catalani e la amano, nonostante l'amaro campagne dei nemici della Spagna, al cui fianco sono, forse inconsciamente, alcuni compatrioti che ora sostengono l'uso del catalano come procedura tattica. Falange e la Spagna avranno tutto il tempo per dimostrare alla Catalogna che non provano odio o disprezzo per la loro lingua e per le sue peculiarità degne di essere prese in considerazione.»

L'uso del catalano è stato scoraggiato in tutti i tipi di aree (se sei spagnolo, parla spagnolo), anche in quelle religiose, il che ha portato a conflitti con le autorità ecclesiastiche, che sono così comprensive su altre questioni; ed è stato vietato nelle impostazioni ufficiali (anche nel registro civile dei nomi), furono incarichi squisitamente curati di alcuni incarichi, come il Consiglio o il Comune di Barcellona, il Rettore dell'Università e anche la direzione del quotidiano La Vanguardia (che fu ribattezzata La Vanguardia Española), nonostante fosse di proprietà privata (Contea di Godó), o più di una squadra del Futbol Club Barcelona. D'altra parte, i club baschi furono esplicitamente impostati come un esempio virtuoso allineando solo i giocatori spagnoli (provenienti dalla loro località o giù di lì). Il calcio era largamente utilizzato come valvola di sfogo dalle tensioni sociali e territoriali (Pane e calcio) e come veicolo di identificazione nazionale.

Tra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, alla fine del regime franchista, la Spagna verticale del dopoguerra era lontana, anche per i circoli più vicini al potere.

«All'interno della classe politica del regime, c'erano almeno due gruppi che hanno mostrato apertamente le loro differenze. Da un lato c'erano gli "immobilisti", che cercavano di "perfezionare" il regime, senza perdere i segni di identità derivati dallo Stato emersi con la "Rivolta del 18 luglio 1936"...ex ministri (Girón o Fernández-Cuesta) militari (García Rebull, Cano Portal) uomini d'affari ecclesiastici (Oriol y Urquijo) (Monsignor Guerra Campos) organizzazioni di ex combattenti (Hermandades Nacionales de Alféreces Provisionales)...La loro forza stava nel contatto diretto con Franco e la loro presenza nelle istituzioni. La loro più grande debolezza è stata incentrata sulla scarsa udienza pubblica che hanno avuto e, soprattutto, sulla trasformazione della stessa società spagnola...Sono un contro-potere, su cui Franco si affida per intimidire le "aperture". Franco ha maggiore fiducia in loro, poiché condivide la loro visione della storia, il proprio passato, è sicuro della loro lealtà e soprattutto capisce ciò che difendono.»

(Abdón Mateos e Álvaro Soto)

La transizioneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Transizione spagnola, Colpo di Stato in Spagna del 1981 e Costituzione della Spagna.

L'inevitabilità della fine del regime franchista divenne evidente dall'assassinio da parte dell'ETA di Luis Carrero Blanco (1973), che Franco aveva appena nominato presidente del Governo (una nuova posizione in un sistema che fino ad allora aveva accumulato tutto il potere al vertice). I governi di Carlos Arias Navarro (ultimi di Franco e primi del re Juan Carlos) evidenziarono l'incapacità della fazione immobile (chiamato il bunker) di mantenere intatto lo spirito del 18 luglio, diventare una forza impeditrice ma non decisiva, divisa in fazioni disunite e contrapposte, sfociando nella violenza fisica. Questo confronto si fece serio nelle vicende di Montejurra (9 maggio 1976) tra diversi rami carlisti, con l'intervento mai chiarito di elementi falangisti (ormai, ugualmente o anche più divisi), agenti di polizia e neofascismo internazionale. Nelle loro manifestazioni più estreme, questi gruppi operavano già clandestinamente o addirittura si trasformarono in gruppi terroristici (Guerrilleros de Cristo Rey, Batallón Vasco Español), che tuttavia mantennero un legame segreto con la polizia e l'esercito (la continuazione di quel rapporto con Il GAL della fase del governo socialista di Felipe González è stato più volte segnalato, anche se non chiarito). La questione dell'unità della Spagna è stata una di quelle che più hanno mobilitato o spaventato gran parte della società che non era ristretta all'estrema destra, ma era molto più ampia: tutti coloro che hanno creduto che Franco lo avesse lasciato legato e ben legato. Questa mentalità cominciò a essere chiamata franchismo sociologico: atteggiamenti conservatori, abituati da diverse generazioni all'autocensura e all'obbedienza, persino servili al potere e paura della libertà (espressione di Erich Fromm nella sua analisi del fascismo, un libro molto popolare a quel tempo).

 
Carro armato dell'esercito che si prepara per la parata del Giorno delle Forze Armate 2006 a Madrid. Venticinque anni prima, c'era la possibilità che questa immagine fosse di una vera e propria manovra, come di fatto avvenne il 23 febbraio 1981 per le strade di Valencia, presa dai carri armati al comando del generale Jaime Milans del Bosch.

La mobilitazione dell'opposizione era sempre più aperta, e le più spettacolari, oltre ai conflitti sindacali generalizzati in tutto il paese, furono proprio in Catalogna e nei Paesi Baschi, che includevano sfide al concetto di uniformazione della Spagna che era indiscutibile durante il franchismo. Il più ampiamente pubblicizzato è stato un motto triadico: Libertà, Amnistia, Statuto di Autonomia. Adolfo Suárez fu il nuovo presidente del governo dal 1976, più in linea con i desideri riformisti del re. Dopo le elezioni del giugno 1977, considerò la convenienza di dare il colpo di stato di effetto del ritorno dall'esilio di Josep Tarradellas (e il suo grido Ja soc qui in Plaza de San Jaime, il 29 settembre dello stesso anno), da lui abilmente riconosciuto President de la Generalitat (dapprima, non esplicitamente, ma attraverso la formula protocollare del trattamento di onorevole). Allo stesso tempo, ha significato un punto di tensione per i militari, il cui tintinnio di sciabola minacciò in modo permanente un colpo di Stato, che fu evitato, in gran parte per il modo in cui erano controllati dal vicepresidente Manuel Gutiérrez Mellado. Solo il ritorno di Santiago Carrillo (fine 1976, poco prima del referendum sulla Legge di Riforma politica) e la legalizzazione del Partito Comunista di Spagna (9 aprile, Sabato Santo 1977, pochi mesi prima delle elezioni di giugno) pose una sfida maggiore, comprese le dimissioni (Ammiraglio Gabriel Pita da Veiga). L'esistenza del terrorismo su più fronti (GRAPO, ETA e gruppi di estrema destra) rese particolarmente delicata la situazione, che nel gennaio 1977 stava per diventare insostenibile (i cosiddetti Sette giorni di gennaio nel film di Juan Antonio Bardem), quando ci furono simultaneamente rapimenti di personalità di alto rango da parte del GRAPO e l'attacco di estrema destra contro uno studio legale del lavoro noto come la matanza de Atocha. Ripetuti attacchi da parte dell'ETA contro la polizia, militari e politici españolistas nei Paesi Baschi, e il rogo delle bandiere di spagnolo a numerose manifestazioni, fu ampiamente descritto come sfida inaccettabile per lo Spanishness dei Paesi Baschi per mezzo di destra - stampa ala, che apertamente chiamato all'intervento dell'esercito (soprattutto il quotidiano El Alcázar). Le cospirazioni di alcuni elementi militari (Operazione Galaxy) furono facilmente rilevate e neutralizzate prima di passare alla fase di esecuzione, fino al fallito colpo di Stato del 23 febbraio 1981.

Quanto ai nuovi partiti politici, la cui legalizzazione sembrava solo questione di tempo dal discorso di Arias noto come quello dello spirito del 12 febbraio (1974) che implicava il consenso delle associazioni politiche, essi si collocavano nello spettro politico da sinistra a destra, corrispondenti a quest'ultimo le difese più ferme del concetto di unità della Spagna, che tuttavia tutti dovevano rispettare nei loro statuti come previsto dall'ultima Legge di Riforma Politica del dicembre 1976 (accettata dalle Cortes franchiste in quello che divenne noto come suo harakiri o suicidio politico). Coloro che mantennero chiare richieste di indipendenza non furono legalizzati, sebbene il PNV o i partiti nazionalisti catalani (Patto Democratico per la Catalogna, di Jordi Pujol i Soley, mentre la tradizionale Esquerra, che sosteneva un'altra coalizione, ottenne un solo deputato) furono legalizzati. Euskadiko Ezkerra ha potuto persino presentarsi e ottenere un deputato, legato all'ETA politico-militare (una branca dell'ETA che ha finito per essere reintegrata nel sistema democratico). Presentava difficoltà anche legalizzare i partiti di sinistra, al che si suggerì da parte del ministero degli interni (Rodolfo Martín Villa) per concentrare le loro richieste programmatiche su questioni teoriche, come mettere in discussione i valori della borghesia. Tuttavia, alcuni dei partiti di estrema sinistra non furono legalizzati fino a mesi dopo le elezioni (PTE o ORT), sebbene potessero di fatto presentarsi attraverso coalizioni ad hoc. Nonostante ciò, non ottennero la rappresentanza parlamentare. Non poterono nemmeno presentarsi quelli che non optarono di usare eufemismi per salvare il proprio orientamento repubblicano, un'altra delle insidie legali, non poteva nemmeno apparire (Sinistra Repubblicana e altri partiti storici). Il PCE, significativamente, rispose a un urgente suggerimento del governo con una famosa conferenza stampa (14 aprile 1977) in cui l'uso della bandiera tricolore fu abbandonato a favore della bandiera rossa. Lo stesso PCE insisterà in seguito affinché la legislazione sull'uso della bandiera prenda questo testo:

«La bandiera della Spagna simboleggia la nazione; è un segno di sovranità, unità e integrità del Paese e rappresenta i valori superiori espressi nella Costituzione. quando lo stemma franco (con l'aquila) era già stato ufficialmente sostituito da quello cosiddetto costituzionale.»

Nessun partito di estrema destra ottenne la rappresentanza parlamentare nel 1977, con la destra rappresentata da Alleanza Popolare, una coalizione di personalità franchiste con la mentalità aperta Manuel Fraga, José María de Areilza e Alfonso Osorio, e il chiaramente nostalgico Arias Navarro. L'Unione del Centro Democratico (UCD), una frettolosa coalizione di più partiti e personalità democristiani, liberali e socialdemocratici, ottenne la maggioranza relativa sotto il governo di Suárez. Contemporaneamente ai dibattiti costituzionali si ebbe l'apertura del "processo preautonomo", con il quale si prevedeva di generalizzare il decentramento dello Stato (si denominò caffè per tutti, espressione attribuita al ministro Manuel Clavero Arévalo), che coinvolgeva buona parte della classe politica, interessata ad accedere ai nuovi appezzamenti di potere territoriale che si sarebbero dovuti creare in tutte le regioni. Ciò allargò decisamente la base di appoggio del nuovo sistema tra molti ex franchisti abbastanza pragmatici da realizzare quello che fu chiamato il cambio di casacca. Fernando Vizcaíno Casas, romanziere bestseller con un'ideologia di estrema destra - Al tercer año resucitó (1978) - intitolò una delle sue opere De camisa vieja a chaqueta nueva, parafrasando l'inno della Falange.

 
Copia della Costituzione spagnola del 1978 aperta dalla pagina in cui fu firmata il 27 dicembre dello stesso anno dal Re e dai presidenti delle Cortes, del Congresso e del Senato.

«L'ottavo Titolo della Costituzione, relativo all'organizzazione territoriale dello Stato, è stato il più discusso dagli specialisti e risulta il più debole dal punto di vista giuridico e politico. I dirigenti dei partiti politici e i propri redattori della Costituzione dovettero fare dei veri e propri equilibri per arrivare a un testo che fosse accettabile per tutti. Fu raggiunta una formula ovviamente sfortunata e ambigua, ma con essa si cercava di raggiungere un quadro in cui, allo stesso tempo, la rivendicazione del nazionalismo catalano, la rivendicazione dei diritti storici da parte del nazionalismo basco e una formula per darlo risponde il sentimento regionalista nato in tutta la Spagna come reazione al centralismo precedente... Se le Costituzione prescrive la unità di Spagna e la solidarietà delle sue regioni, fa anche concessioni ai nazionalisti baschi al derogare le leggi del 1839 e 1876.

...

Non fu possibile raggiungere un consenso costituzionale sulla struttura territoriale della Spagna...è stato raggiunto solo con l'approvazione degli statuti catalano e basco.

...

Al culmine del 1975 la Spagna era... per la maggioranza degli [spagnoli] Stato e Nazione allo stesso tempo, per minoranze importanti era Stato ma non Nazione... Con il passare del tempo, le rivendicazioni basche e catalane agirono come un fattore scatenante per il sentimento regionalista nel resto della Spagna.»

(Javier Tussell)

Si è spesso sostenuto che la mancanza di definizione costituzionale, piuttosto che un difetto, fosse una virtù che consentiva, e continua a consentire, al dibattito territoriale di concentrarsi su questioni di competenza (fondamentalmente finanziaria e istituzionale), in cui la negoziazione, la transazione e infine la decisione arbitrale dei tribunali; e non negli essenzialismi identitari, nei quali, per la loro stessa definizione autoaffermativa ed esclusiva, non può esserci accordo.

L'attualitàModifica

Bandiere

Bandiere delle comunità autonome presiedute da quella della Spagna davanti al Senato, Madrid. Il rispetto o meno (soprattutto nei Paesi Baschi e in Catalogna) della normativa che prevede l'affissione delle bandiere negli edifici pubblici ha dato origine alla cosiddetta guerra delle bandiere con intervento istituzionale di distinti ambiti (comunali, autonome, parlamentare e giudiziario) che in alcune occasioni ha assunto un aspetto di strada con manifestazioni e diversi gradi di distruzione materiale e violenza.

Nel 2003, invece, nella Plaza de Colón di Madrid è stato installato un gigantesco palo per una bandiera della Spagna di dimensioni straordinarie, su iniziativa del sindaco José María Álvarez del Manzano e il ministro della Difesa Federico Trillo (entrambi del PP).

Forze socialiModifica

Terminata la transizione, le forze sociali che prima erano chiamate poteri di fatto hanno cessato di gravitare in modo così evidente sulla vita politica, ma erano ancora presenti, e la loro posizione sul problema della definizione nazionale della Spagna non si ferma a essere importante:

  • Le istituzioni economiche - principalmente datori di lavoro CEOE e grandi banche, che hanno subito un processo di concentrazione sotto forma di fusioni che l'ha ridotta a due grandi banche, tra cui la privatizzazione e l'assorbimento di istituzioni finanziarie pubbliche (brevemente riunite in Argentaria) - hanno chiarito la loro posizione a favore del mantenimento dell'unità nazionale, anche di fronte alle "aggressioni" economiche straniere in un momento di espansione delle aziende spagnole divenute multinazionali di medio peso internazionale. In alcune occasioni è stato reso esplicito il concetto di campioni nazionali, in altre parole, di mantenere imprese spagnole di dimensioni tali da consentire loro di competere efficacemente e di tutelarsi da eventuali assorbimenti da parte di altre imprese estere. La tensione principale si è verificata in occasione della opa ostile di Gas Naturale sulla privatizzata Endesa, che ha sollevato il curioso slogan prima tedesche che catalane (a causa della controfferta di una società tedesca, preferita da un importante settore di Gli azionisti di Endesa Alla fine è stata una società italiana che è riuscita a "vincere" con un'offerta superiore). Il rapporto tra i datori di lavoro baschi (Confebask) e catalani (Fomento del Trabajo Nacional), integrato nella confederazione statale spagnola, è talvolta conflittuale e mantiene chiaramente le proprie posizioni, accomodante ai nazionalismi periferici, ma di solito lontano dagli approcci sovranistici.
  • L'Esercito non era più considerato un elemento che interferisse nella vita politica dopo il fallimento del tentativo di golpe del 23-F, e la professionalizzazione a cui contribuì l'ingresso nella NATO (nel 1981 e popolarmente avallato nel 1986 sotto il governo socialista di Felipe González), la fine del servizio militare obbligatorio (2002, sotto il governo conservatore di José María Aznar) e persino l'accesso di militari non spagnoli (che ha raggiunto il 7% delle truppe, limitato ai soldati di origine latinoamericana e Guinea Equatoriale, che non sembra aver sollevato seri problemi se non in pochi casi specifici). Sebbene non sia stato espresso nuovamente in modo corporativo, sporadicamente ci sono dichiarazioni dei militari a titolo personale sulla questione dell'unità della Spagna. Forse il più importante fu quello di un generale che dovette essere sanzionato per dichiarazioni contrarie alla riforma dello statuto catalano. Tuttavia, l'uso dell'esercito come strumento di politica nazionale non può essere ignorato: sia nel suo aspetto più amichevole (missioni di pace e cooperazione internazionale) sia in quello più controverso (intervento nella guerra in Iraq, nonostante la cura di non apparire come una potenza belligerante). La retorica nazionalista-militarista sta progressivamente scomparendo dal linguaggio militare, anche dai rituali, come la nuova formulazione del giuramento della bandiera, in cui i militari si impegnavano solo a difendere la Costituzione. L'intervento più retoricamente nazionalista fu senza dubbio il recupero dell'isolotto di Perejil (11 luglio 2002), che permise al ministro Federico Trillo di fare un sentito discorso: All'alba, e con tempo brutto con vento di levante di 35 nodi.... Il fatto che la Costituzione, nel suo articolo 8, affidi alle forze armate la missione di garantire la sovranità e l'indipendenza della Spagna, difenderne l'integrità territoriale e l'ordine costituzionale è spesso utilizzato, polemicamente, come possibile giustificazione per un intervento militare.
  • La Chiesa spagnola, apparsa divisa durante la transizione (pontificato di Paolo VI) tra una corrente progressista e una conservatrice, ha assistito a partire dal pontificato di Giovanni Paolo II un chiaro riorientamento in senso conservatore, qualificando le voci di dissenso all'interno della conferenza episcopale di "settore moderato", in cui compaiono abitualmente i vescovi delle diocesi basco-navarrese e catalana, vicino ai nazionalismi periferici. Sebbene i documenti della conferenza siano consensuali e mai troppo espliciti, vengono dati degli Orientamenti morali alla situazione attuale in Spagna e la unità della Spagna è stata qualificata come un bene morale. Il ruolo di primo piano sociale e politico che l'emittente radiofonica di proprietà della Conferenza Episcopale (COPE) ha acquisito negli ultimi anni è stato applicato in senso di opposizione diretta al governo socialista in tutti gli ambiti, in particolare denunciando qualsiasi questione che potesse essere interpretata dal punto di vista dell'unità della Spagna. Da uno dei suoi programmi è stato sponsorizzato il boicottaggio dei prodotti delle società catalane che hanno sostenuto la riforma dello statuto di autonomia, incentrato sul cava catalano, che è diventato significativo nel Natale 2005. In quella e in molte altre occasioni la polemica che è sorta ha ha provocato anche il disagio di una parte dei vescovi, che tuttavia non sono intervenuti.

Partiti politiciModifica

Per quanto riguarda i partiti politici, la componente più radicale del nazionalismo spagnolo ha cessato di avere rappresentanza parlamentare dal 1982 (l'unico deputato era stato Blas Piñar per Fuerza Nueva) ed è stata divisa in una serie di sigle rivali, che ottengono solo qualche consiglio nelle elezioni comunali (le diverse denominazioni di "Falange", Democrazia Nazionale e alcune altre). Un tentativo di unificazione promosso da Ricardo Sáenz de Ynestrillas Pérez non ha avuto risultati pratici. Un'altra cosa è l'importanza che la mentalità xenofoba e razzista può avere come movimento sociale. Nonostante l'aumento dell'immigrazione straniera (esplicitamente respinta da questi gruppi), finora non ha prodotto altro che episodi violenti, numerosi ma sporadici, di maggiore o minore copertura mediatica; e solo in un caso sono diventati una rivolta popolare (febbraio 2000 a El Ejido, Almería).

La definizione come "nazionalità storica" di alcune comunità autonome nei loro statuti, e l'ampliamento delle competenze e delle definizioni più ampie della loro personalità differenziata nella loro riforma, hanno dato luogo a successivi approcci di confronto tra i partiti politici parlamentari (e all'interno di questi) sulla definizione nazionale della Spagna e di ciascuna delle nazionalità e regioni che la compongono (secondo la Costituzione del 1978). I momenti più acuti di questi dibattiti sono stati la presentazione del cosiddetto "Piano Ibarretxe" (approvato al Parlamento basco e respinto alle Corti Generali) e la riforma dello Statuto della Catalogna (approvato nel Parlamento della Catalogna, emendato e approvato nelle Cortes e approvato in un Referendum; che è in vigore ma in attesa di ricorso davanti al Tribunale costituzionale). Altre riforme statutarie molto meno ambiziose (al momento quelle dell'Aragona, della Comunità Valenzana, dell'Andalusia, delle Isole Baleari e della Castilla y León) hanno destato meno tensione, principalmente per aver raggiunto accordi tra i due partiti di maggioranza nel congresso dei deputati (PSOE e PP), sebbene il contenuto delle riforme, in termini di poteri di competenza, sia in una certa misura simile, sebbene lontano dagli estremi concettuali delle prime due: concetti di autodeterminazione, nazione, simboli nazionali, ambiguità purché il diritto all'autogoverno si fonda sulla costituzione o su diritti storici inalienabili o su entrambi, posizionamento della definizione nazionale nel preambolo del testo per "abbassare" la sua efficacia giuridica, e così via.

Dall'analisi giornalistica viene solitamente citata l'esistenza di posizioni diverse all'interno di ciascuna delle parti rispetto a una maggiore o minore sensibilità al tema dell'identità nazionale:

  • Tra i partiti istituiti a livello nazionale:
 
I politici del PP della Comunità di Madrid nel 2018, realizzando la campagna "metti una bandiera sul tuo balcone".

Il PP ha poche voci di dissenso, in particolare Miguel Herrero y Rodríguez de Miñón, relatore per la costituzione quando rappresentava la defunta UCD e attualmente lontano da posizioni di rappresentanza; È stato solidale con le rivendicazioni più esigenti provenienti dalle comunità autonome, basate sui diritti storici, e ha lasciato il partito nel 2004. Anche Josep Piqué, per un tempo leader del partito in Catalogna. Tuttavia, le comunità autonome governate dal PP hanno cercato di non distinguersi dall'aumento di competenza raggiunto in altre. A sua volta, il PSOE , con una struttura interna federale, in cui il Partito dei Socialisti di Catalogna ha un peso molto importante e una grande autonomia di azione, mantiene voci di dissenso in senso più centralista o unitario, come José Bono, Juan Carlos Rodríguez Ibarra e Francisco Vázquez Vázquez attualmente separati dalle posizioni di governo ma con grande influenza (erano chiamati baroni quando detenevano rispettivamente la presidenza di Castiglia-La Mancia e dell'Estremadura e il sindaco di La Coruña). Sinistra Unita ha avuto i suoi principali scontri interni in occasione dell'ingresso nel governo basco con una maggioranza nazionalista di Ezker Batua-Berdeak, che è la sua federazione nei Paesi Baschi guidata da Javier Madrazo e che ha partecipato alle elezioni regionali del 2007 insieme all'Aralar, partito dell'ideologia "sinistra abertzale". Non molte difficoltà ha incontrato il suo rapporto con Iniziativa per la Catalogna Verdi (il suo nome catalano, in cui si trova il PSUC, con un marcato carattere catalano e presente nel governo "tripartito" della Generalitat 2003-10 con PSC ed ERC).

 
Manifestazione contro la consulta indipendentista ad Arenys de Munt, 2009.
  • Allo stesso modo, nemmeno i nazionalisti periferici mantengono un'unità monolitica:

Il PNV, partito che ha governato da solo o in coalizione nella Comunità Autonoma Basca dal 1979 al 2009, ha tradizionalmente difeso posizioni che oscillano, pendula, dalle rivendicazioni di competenza più pragmatiche a posizioni più radicali, solitamente interpretate come indipendentiste , tentativi sovrani o controversi di superare il quadro normativo ("Plan Ibarretxe"). In Navarra, la maggior parte dei partiti baschisti (Aralar, EA, PNV e Batzarre) si sono raggruppati attorno a un accordo ideologico di principi nella coalizione Nafarroa Bai, riuscendo ad essere la seconda forza politica della Comunità Autonoma. La possibilità che entrasse al governo in coalizione con il PSOE (finalmente scongiurata dall'intervento della dirigenza centrale di quel partito) è stata una questione che ha mobilitato forti reazioni nelle forze politiche di segno opposto (soprattutto UPN, il partito navarrista associato con il PP) tra cui una grande manifestazione in difesa della "spagnolinità" di Navarra e contro ogni forma di associazione con la comunità autonoma basca. In Catalogna, ci sono state discrepanze tra diverse personalità di Convergenza e Unione: Josep Antoni Duran i Lleida, di Unione Democratica di Catalogna, ha espresso la sua opposizione a qualsiasi approccio alle posizioni indipendentiste dell'ERC, mentre Artur Mas, di Convergenza Democratica di Catalogna non lo esclude. In Galizia, il partito nazionalista di maggioranza (BNG) riunisce gruppi che sostengono l'indipendenza del paese (Esquerda Nacionalista, Movemento pola Base e l'organizzazione giovanile Isca!), anche se la linea ufficiale del partito (vicino all'UPG) è dichiarata a favore di un governo federale o soluzione confederale, all'interno della Spagna. I partiti galiziani ufficialmente indipendenti sono il Fronte Popolare Galiziano e il Nós-Unidade Popular, che non sono rappresentati nel parlamento galiziano.

  • Una parte minoritaria della società catalana e basca si considera sia attaccata dal nazionalismo particolaristico nelle proprie comunità autonome, sia non efficacemente rappresentata dai partiti di maggioranza su scala nazionale.

Dalle elezioni parlamentari in Catalogna del 2006, è emersa in quest'area una nuova associazione civica e culturale (Ciutadans de Catalunya), su iniziativa di un gruppo di intellettuali (Arcadi Espada, Xavier Pericay, Albert Boadella), da cui un nuovo partito nazionale (Ciudadanos). Mantenendo alcuni legami con loro, sebbene al momento non abbiano costituito alcun tipo di associazione, nei Paesi Baschi sono esistiti movimenti simili, sorti inizialmente come denuncia della situazione delle vittime del terrorismo, come le piattaforme ¡Basta Ya! e il Foro Ermua. Alcuni dei suoi membri più importanti (Mikel Buesa, il filosofo Fernando Savater e l'eurodeputata Rosa Díez, che ha lasciato il PSOE) hanno fondato nel settembre 2007 un partito chiamato Unione Progresso e Democrazia. È noto il confronto di Savater che non ci sono nazionalismi (spagnolo, catalano, galiziano e basco) buoni o cattivi ma lievi o gravi, in una concezione del nazionalismo come una patologia simile alla frase attribuita a Pío Baroja:

«Il carlismo si curava leggendo e il nazionalismo, viaggiando.»

NoteModifica

  1. ^ Benedict Anderson (op. cit.) definisce ogni nazione come una comunità immaginata, in un senseo simile a quello di Eric Hobsbawm quando parlava di tradizioni inventate (Seton-Watson, H.: Manufactured Mythologies: Review of The Invention of Tradition pagina 1270 di Times Literary Supplement, Volume 4207, 18 novembre 1983). Santos Juliá, specificamente per il processo di nation building in Spagna sottolinea che Gli storici sono concentrati sullo studio di quelli che chiamano processi di costruzione nazionale: non c'è niente che venda oggi più di tutto ciò che riguardi la memoria e l'identità, entrambe collettive. Santos Juliá Un respiro, El País, 23 marzo 2008. Gabriel Tortella indica:

    «Si parla e si scrive spesso come se l'unico nazionalismo apparso sulla faccia della Terra all'inizio del XIX secolo fosse lo spagnolo. In realtà è un fenomeno universale, o quasi. (...) Lo Stato-nazione è il prodotto della grande rivoluzione moderna iniziata in Olanda e in Inghilterra nel XVII secolo e si generalizza secolo dopo con l'indipendenza degli Stati Uniti e la Rivoluzione francese, che, in realtà, è una Rivoluzione europea. Tutto questo era già stato stabilito mezzo secolo fa da Louis Gottschalk e Jacques Godechot, tra gli altri. La cosa interessante del caso spagnolo non mi sembra essere la sua lotta per essere una nazione moderna nel diciannovesimo secolo. Succede a tutti, a cominciare dalla Francia, fino agli anglosassoni, dove c'è anche una lunga e complessa lotta per la modernità.

    L'originalità spagnola sta nel fatto che, essendo un paese economicamente e intellettualmente arretrato all'inizio del XIX secolo, lotta con straordinaria galanteria per preservare la sua identità mentre si sforza di adottare e adattare il meglio del programma rivoluzionario: il parlamentarismo, la Costituzione, sovranità popolare, libertà fondamentali»

    (Il due di maggio e la nazione, El País, 21 maggio 2008.)
  2. ^ La expresión no es peyorativa y es la más utilizada tanto mediáticamente como en los programas de asignaturas en la Universidad: UNED,Autónoma de Madrid, Universidad Miguel Hernández, y en todo tipo de textos:El laberinto español y los nacionalismos periféricos (22-4-97), artículo de Luis Bouza-Brey, La nación post-imperial. España y su laberinto identitario Archiviato il 12 marzo 2016 in Internet Archive. de José Álvarez Junco. Véase también Historia de dos ciudades (29-9-2013), del mismo autor. Desde el fin del Antiguo Régimen, que en España no llega hasta 1975, asistimos a una incómoda cohabitación de nacionalismos. En cabeza, el más inicuo de todos por desconocerse como tal, el nacionalismo español, y a la zaga, los llamados nacionalismos periféricos, que suelen presentarse de forma cándida o taimada como los únicos realmente existentes., Vladimir López, La nación exhausta, Público, 12 ottobre 2013 Los nacionalistas catalanes nos dicen que todos somos nacionalistas pero el ejercicio del reconocimiento únicamente han de realizarlo aquellos a los que, paradójicamente, ellos mismos no reconocerán jamás su identidad nacional. España, en su discurso, no es nunca una nación sino un Estado. ... Bajo este punto de vista, el Estado español, lo que los nacionalistas españoles llamarían España, es un ente artificial y, por tanto, de naturaleza contingente que, por medio de la fuerza y de la violencia, busca formar una nación artificial sacrificando las verdaderas naciones, naturales, que habitan su territorio. ... para el nacionalismo catalán todos somos nacionalistas, pero no de la misma manera. Los nacionalistas catalanes, gallegos y vascos defenderían una nación natural y, por tanto, errados o no en los medios que utilizan para convertir sus naciones en estados, tienen a su favor el defender una causa legítima. Sin embargo, los nacionalistas españoles defenderían una nación antinatural, artificiosa, que al no acomodarse al orden natural de las cosas resulta indefectiblemente violenta. De modo que, con toda naturalidad, los nacionalistas catalanes nos dicen que lo que ha de hacer el nacionalismo español para abandonar su violenta catalanofobia es reconocer a Cataluña como nación e, implícitamente, renunciar a la suya propia, esto es, a España. En resumen, que la reiterada demanda del reconocimiento del carácter plurinacional del Estado no significa otra cosa que la exigencia de renuncia a la idea de España como nación por parte de aquellos que participan de este sentimiento de identidad. Los españoles habrán de rendirse., Ángel Rivero, ¿Nosotros no somos nada?, La Razón, 13 ottobre 2013
  3. ^ Gregorio Peces-Barba Los nacionalismos en España, El País 23/11/2010, utiliza la expresión nacionalismos abiertos y cerrados; su artículo es contestado en el mismo medio por Hilari Raguer De nacionalismos abiertos y cerrados, 10 gennaio 2011.
  4. ^ La prentensión centralizadora de la monarquía era parte de su búsqueda de ampliar los límites de su autoridad ante los privilegios locales, estamentales y particularismos de todo tipo. Constantemente venía siendo sometida a pruebas y tensiones, desde la Baja Edad Media, y en la Edad Moderna destacadamente desde las diferentes formulaciones de la idea imperial de Carlos V (Guerra de las Comunidades de Castilla, guerras religiosas en Alemania) y desde la hispanización de la monarquía con Felipe II (Corte en Madrid, Rebelión de las Alpujarras, Revuelta de Flandes, incorporación de Portugal, Alteraciones de Aragón). La voluntad o decisión de incrementar la capacidad de rey para intervenir en cada reino, fue notablemente menor entre los Habsburgo que entre los Borbones, aunque siempre tuvo momentos de mayor o menor intensidad, y llegó a explicitarse en documentos entre los que destaca el Gran Memorial del Conde-Duque de Olivares a Felipe IV en 1624: Tenga Vuestra Majestad por el negocio más importante de su monarquía el hacerse rey de España; quiero decir, Señor, que no se contente Vuestra Majestad con ser rey de Portugal, de Aragón, de Valencia, Conde de Barcelona, sino que trabaje y piense con consejo mudado y secreto por reducir estos reinos de que se compone España al estilo y las leyes de Castilla sin ninguna diferencia, que si Vuestra Majestad lo alcanza, será el Príncipe más poderoso del mundo. El concepto de natio (nación) utilizado desde el Renacimiento, seguirá subordinado a un campo semántico presidido por la noción de Monarquía (José María Jover Zamora, como comentario al memorial de Olivares y otros textos contemporáneos, como el de Juan de Palafox y Mendoza Historia y civilización: escritos seleccionados Volumen 13, pg. 78 Universitat de València, 1997 ISBN 978-84-370-2692-3). La pretensión de control de la monarquía (tanto la autoritaria como la absoluta) sobre los súbditos tenía causas y objetivos muy diferentes a las del posterior nacionalismo. El carácter irreductiblemente feudal del absolutismo permaneció... Ejército, burocracia, diplomacia y dinastía formaban un inflexible complejo feudal que regía toda la maquinara del estado y guiaba sus destinos. La dominación del Estado absolutista fue la dominación de la nobleza feudal en la época de la transición al capitalismo. Su final señalaría la crisis del poder de esa clase: la llegada de las revoluciones burguesas y la aparición del Estado capitalista.Perry Anderson El Estado Absolutista, pg. 37 La consideración de "naciones-estado" a los de Europa occidental desde finales de la Edad Media y comienzos de la Edad Moderna es un tópico de la historiografía y la ciencia política, y se vincula a la propia construcción de los conceptos de Estado, nación y soberanía, como refiere aquí Gregorio Peces-Barba (El País, 1/12/2011): España con Francia e Inglaterra es uno de los países que antes alcanzaron un Estado unitario en los orígenes de la modernidad y que solo tuvo dos soberanos desde que este concepto expresa la unidad del poder moderno, la soberanía a partir de su construcción teórica para Jean Bodino en Los seis libros de la República 1576. En el Estado absoluto el soberano era el rey que estaba por encima de las leyes, y en el liberal, a partir de la Constitución de 1812, el soberano fue la nación, entendida como el conjunto de los ciudadanos.
  5. ^ M. OliverMedio millón de estudiantes recibirán un libro sobre el Bicentenario del 2 de mayo[collegamento interrotto], ABC, 22 de noviembre de 2007. La fundación se creó por Decreto 120/2007, del 2 agosto 2007 y está preparando un extenso programa de exposiciones y publicaciones. Véase su página web. Su director es el historiador Fernando García de Cortázar, y el patronato que la rige está presidido por Esperanza Aguirre, presidenta de la Comunidad de Madrid.
  6. ^ Núñez Seixas, pp. 12-14.
  7. ^ Núñez Seixas, p. 183.
  8. ^ Núñez Seixas, 2018.
  9. ^ De la Granja, Beramendi.
  10. ^ Aunque la etiqueta nacionalista no ha tenido éxito en España como autodenominación, la existencia de un fenómeno similar al de los nacionalismos contemporáneos europeos ha sido ampliamente estudiada. El hecho se trata en este artículo de Joan B. Culla i Clarà Nacionalistas sin espejo, El País, 16 marzo 2007.
  11. ^ José Álvarez Junco (2001) Mater dolorosa. La idea de España en el siglo XIX Madrid: Taurus. Fragmentos seleccionados por José Uría, Página Abierta, 157, marzo 2005 [1]. Los planteamientos de este autor han suscitado un debate intelectual sobre el surgimiento del concepto de nación española, con el también historiador Antonio Elorza en un sonado cruce de artículos y cartas publicadas en El País; para Elorza la Nación precede a la entrada en escena del proceso constituyente; para Álvarez Junco, más escéptico en cuestiones esencialistas, no es la previa existencia de la nación lo que importa, mientras que por ese lado [el puramente militar] la lucha no tiene nada que ver con una liberación o independencia nacional. Una nueva exposición de la postura de Antonio Elorza: Por supuesto, no existía un sujeto colectivo que entonces permitiera hablar de nación como titular de la soberanía. Sí existía, en cambio, una conciencia en las élites de identidad nacional que venía de muy atrás y que la voluntad de reforma acentúaEl Dos de Mayo y la nación, El País, 28 aprile 2008
  12. ^ Stanley G. Payne, Navarra y el nacionalismo vasco (DOC), in Cuenta y razón, n. 7, 1982, p. 24 (archiviato dall'url originale il 9 maggio 2019).
  13. ^ Álvarez Junco, 2000.
  14. ^ Lira, 1979.
  15. ^ Juan Vazquez de Mella, Afirmaciones patrióticas, in Discursos parlamentarios V, Obras completas del Excmo. señor don Juan Vázquez de Mella y Fanjul, 1932, pp. 296-303.
  16. ^ Morente Valero, 1997.
  17. ^ Enrique Selva, Ernesto Giménez Caballero entre la vanguardia y el fascismo, Pre-Textos, Valencia, 2000
  18. ^ Talmon (Totalitarian Democracy) ve el inicio de la concepción moderna del totalitarismo en Rousseau. Citado en El totalitarismo en el siglo XX Emilio Figueredo. Otras asociaciones hacen Pablo Molina Rousseau, prescriptor del socialismo o José Fernández Santillán (Hobbes y Rousseau entre la autocracia y la democracia), citado en Dossier: Totalitarismo.
  19. ^ Rosa Mª Rodríguez Ladreda La cuestión de la soberanía: a propósito de los nacionalismos vasco y catalán Archiviato il 25 dicembre 2011 in Internet Archive.. Rivista El Búho. Enero - giugno 2004 ISSN 1138-35
  20. ^ Nadal, Jordi (1975) El fracaso de la Revolución industrial en España 1814-1913, Barcelona, Ariel
  21. ^ Proceso estudiado desde fechas tan tempranas como 1931 -PUGÉS, MANUEL. Cómo triunfó el proteccionismo en España. (La formación de la política arancelaria española). Prólogo del Profesor D. Pedro Gual Villalbí. Barcelona, Editorial Juventud- hasta la actualidad -Antonio Tena Junguito (2001)Template:Enlace roto Documento de trabajo de la Universidad Carlos III de Madrid-
  22. ^ Juan Velarde Fuertes El español como base del desarrollo, en II Congreso Internacional de la Lengua Española, Valladolid, ottobre 2001 En España, precisamente, desde el Arancel de los Moderados de 1847, acentuado con el mensaje proteccionista de Cánovas del Castillo maximizado por el Arancel de Guerra de 1891, y continuado, de modo cada vez más fuerte, hasta 1957, existió una clarísima mentalidad autárquica.[2]
  23. ^ Juan Hernández Andreu y Nelson Álvarez Vázquez (2005) Librecambismo y proteccionismo en España (siglos XVIII y XIX) Madrid: Universidad Nacional de Educación a Distancia ISBN 84-362-5034-6 Francisco J. Constenla Acasuso (1982) La evolución del proteccionismo en España y el Arancel Cambó de 1922, Santiago de Compostela: F.J. Constenla ISBN 84-300-6438-9
  24. ^ Engracio De Arantzadi Y Etxebarria, Ereintza, siembra de nacionalismo vasco, Editorial MAXTOR, 2010, p. 87.
  25. ^ Carlos Dardé Giro proteccionista de los conservadores, en artehistoria
  26. ^ Josep Fontana, ed. (1986) España bajo el franquismo, Barcelona: Crítica ISBN 84-7423-284-8. Particularmente, para temas económicos, las pgs. 170-215, secciones Estancamiento industrial e intervencionismo económico durante el primer franquismo (José Luis García Delgado), El mercad negro de productos agrarios en la posguerra (Carlos Bariela) y Realidad y propaganda de la planificación indicativa en España (Fabián Estapé y Mercè Amado)
  27. ^ http://books.google.es/books?id=70UI8ZQt56QC&pg=PA677&hl=es&source=gbs_selected_pages&cad=3#v=onepage&q&f=false Diccionario
  28. ^ abc23/06/1978, su hemeroteca.abc.es.
  29. ^ abc27/10/1978, su hemeroteca.abc.es.
  30. ^ siempre la lengua fue compañera del imperio: y de tal manera lo siguió: que junta mente començaron. crecieron. y florecieron. y después junta fue la caída de entrambosPrólogo de la Gramática de la lengua castellana.La frase es muy a menudo citada con alguna variante, como la Lengua va con el Imperio, como lo hace Martínez de Sousa, en Cerida, odiada ortografía. Las propuestas de reformar el español escrito tropiezan con el escepticismo y el desinterés, en El País, 26 novembre 1989. Un informe sobre La cuestión lingüística en siglo XVI, por Ricardo García Cárcel en Artehistoria.
  31. ^ Defender el castellano. No hay progreso ni civilización sin el desarrollo del idioma. La lengua corre el riesgo de degradarse Archiviato il 12 settembre 2019 in Internet Archive., La Nación, 14 ottobre 2005. Texto di Carlo V citado terminando de otra manera ligeramente diferente, por Manuel Segarra Berenguer (2005) Cruces de Seda Archiviato il 23 settembre 2015 in Internet Archive., Alicante: Editorial Club Universitario.84-8454-461-3. Entiéndame vuesa merced si quiere, porque no he de hablarle sino en la mi lengua española, que es lengua tan noble que debería hablarse en el orbe todo. En la cita se recoge tal como es citado por Sergio Zamora El desarrollo y expansión de la lengua española; y por Alejo Fernández Pérez La importancia del español, in Arbil, nº73.
  32. ^ Bartolomé Clavero (1986) Tantas Personas Como Estados. Madrid. Tecnos; (1991) Razón de Estado, Razón de Individuo, Razón de Historia. Madrid: Centro de Estudios Politicos y Constitucionales.
  33. ^ Henry Kamen Imperio: la forja de España como potencia mundial (2003)
  34. ^ Josep Maria Solé i Sabaté; Joan Villarroya; y otros (2006) El franquisme a Catalunya. (1939-1977), Barcelona: Edicions 62, cuatro volúmenes. Vol I La dictadura totalitària (1939-1945); citado por Josep María Soria El franquismo en Catalunya. Más de cien historiadores repasan en cuatro tomos el auge y caída del régimen, La Vanguardia 13 luglio 2005.
  35. ^ Rosa Díez pregunta al Gobierno sobre la discriminación lingüística en Baleares, in El Mundo, 30 aprile 2008. Dos lenguas, una imposición Archiviato il 21 maggio 2016 in Internet Archive. (sobre el valenciano y el catalán). Il 23 giugno 2008 Una veintena de intelectuales reclama reformas para defender el castellano, en un "Manifiesto por una lengua común". Documento presentado en el Ateneo de Madrid y firmado inicialmente por Mario Vargas Llosa, José Antonio Marina, Aurelio Arteta, Félix de Azúa, Albert Boadella, Carlos Castilla del Pino, Luis Alberto de Cuenca, Arcadi Espada, Alberto González Troyano, Antonio Lastra, Carmen Iglesias, Carlos Martínez Gorriarán, José Luis Pardo, Álvaro Pombo, Ramón Rodríguez, José María Ruiz Soroa, Fernando Savater y Fernando Sosa Wagner (El País, 24 giugno 2008). Desde hace algunos años hay crecientes razones para preocuparse en nuestro país por la situación institucional de la lengua castellana, la única lengua juntamente oficial y común de todos los ciudadanos españoles. Desde luego, no se trata de una desazón meramente cultural -nuestro idioma goza de una pujanza envidiable y creciente en el mundo entero, sólo superada por el chino y el inglés- sino de una inquietud estrictamente política: se refiere a su papel como lengua principal de comunicación democrática en este país, así como de los derechos educativos y cívicos de quienes la tienen como lengua materna o la eligen con todo derecho como vehículo preferente de expresión, comprensión y comunicación. El documento ha sido objeto de un debate extenso. Un ejemplo de respuesta crítica, por parte del viceconsejero de Política Lingüística del Gobierno vasco, Patxi Baztarrika Galparsoro: Los temores de Goliat, El País, 18 luglio 2008.Manifiesto que, más que a favor de "la lengua común", parece abogar por el monolingüismo de facto... Sería deseable que los firmantes y vitoreadores de tan trasnochados principios, en lugar de abogar por una "modificación constitucional y de algunos Estatutos autonómicos" (¡eso mismo que, en otros contextos, acarrea inmediato anatema!), petición harto sospechosa de nostalgia preconstitucional, regresaran al espíritu de regeneración democrática que ha permitido en Euskadi la construcción de un amplísimo acuerdo político y social en torno al euskera. Sin coacción, pero con firmeza; sin agresiones, pero también sin tibieza.
  36. ^ Este rechazo se da, por ejemplo, en las obras de Jon Juaristi (El bucle melancólico, El bosque originario), un antiguo abertzale que pasó a denunciar al nacionalismo vasco y a los nacionalismos periféricos en general. Fue nombrado director de la Biblioteca Nacional.
  37. ^ Gregorio Salvador, citado por Jesús Menéndez Lengua e identidad nacional, An. 2. Congreso Brasileño de Hispanistas, ottobre 2002
  38. ^ José del Valle La lengua, patria común: Política lingüística, política exterior y el post-nacionalismo hispánico, artículo publicado originalmente en: Roger Wright y Peter Ricketts (eds.), Studies on Ibero-Romance Linguistics Dedicated to Ralph Penny, Newark [Delaware], Juan de la Cuesta Monographs (Estudios Lingüísticos n.º 7), 2005, pp. 391-416.
  39. ^ Gustavo Suárez Pertierra: Ambiciones globales para España. España tiene prestigio y capacidad de atracción internacionales, amén del capital de su lengua y cultura. Pero puede y debe explotar mejor sus recursos en el mundo. Necesita una estrategia colectiva como país., en El País, 14 aprile 2008: los espacios privilegiados del poder blando: la cultura y, sobre todo, la lengua, que es nuestro principal activo. Así lo avalan 400 millones de hispanohablantes en Latinoamérica y 40 millones en EE UU. Según algunos expertos, el valor económico del español alcanza al 15% del PIB.
  40. ^ Cabo Trafalgar en la web oficial del autor, con enlaces a otros artículos. En éste:Pérez-Reverte: 'España no ha aprendido del error de Trafalgar, El Mundo, 25 ottobre 2004 también se expresa la posición del novelista. También es famosa su polémica con el historiador británico Henry Kamen, a raíz de los últimos libros de éste en los que hace un tratamiento polémico de la historia del Imperio español: (2006) Del Imperio a la Decadencia. Los mitos que forjaron la España moderna ISBN 978-8484606062, Temas de Hoy (previamente avanzada en Empire. How Spain Became a World Power, 1492-1763, New York, Harper and Collins, 2003, ISBN 0-06-019476-6, — Imperio: la forja de España como potencia mundial ISBN 84-663-1277-3. Contestación Arturo Pérez-Reverte: 10 settembre 2005 La Historia, la sangría y el jabugo Copia archivada, su xlsemanal.com. URL consultato il 6 settembre 2014 (archiviato dall'url originale il 7 febbraio 2009).; 16 de septiembre de 2007, El hispanista de la No Hispania [3]
  41. ^ Jon Juaristi trata el asunto en ensayos como El bucle melancólico y El bosque originario
  42. ^ La Fiesta de la Raza artículo firmado Por los emigrantes, aparecido en El Carbayón, Oviedo, 14 ottobre 1921.
  43. ^ Poesía de M. Sardina
  44. ^ María del Socorro Salvador Prieto (1990) Escultura monumental en Madrid: calles, plazas y jardines públicos (1875–1936) ISBN 84-381-0147-X
  45. ^ Carlos Dardé Construcción de una identidad nacional española in Artehistoria.
  46. ^ Manuel Vázquez Montalbán publicó una serie de artículos titulada Crónica sentimental de España, nella revista Triunfo en el año 1969. Posteriormente, como libro (2000), el Cancionero General del Franquismo, Barcelona: Crítica. Belén Guinart comenta una adaptación teatral en su artículo La mítica 'Crónica sentimental de España', de Vázquez Montalbán, llega a los escenarios in El País, 4 novembre 2006. Puede considerarse similares algunos libros, como El peso de la Paja, autobiografía de Terenci Moix, o la película de Pedro Almodóvar La mala educación, que está en la misma línea.
  47. ^ En [4][collegamento interrotto] se habla de estas películas, como Amaya, de 1952 (dirigida por Luis Marquina), adaptación de la novela Amaya o los vascos del siglo VIII de Francisco Navarro Villoslada, de la que también hay una ópera de Jesús Guridi con libreto de José María Arroitajáuregui. Cita como fuente a PRIETO ARCINIEGA, ALBERTO, "El franquismo en el cine: 'Amaya'", en La historia a través del cine. Memoria e Historia en la España de la Postquerra, David Romero Campos (ed.), Vitoria, Universidad del País Vasco – Diputación Foral de Alava, 2002, pp 35-64.
  48. ^ Natalia Meléndez Malavé: Humor gráfico y cómic ante la guerra: entre la propaganda y la contestación
  49. ^ Contextualización del texto de Morvilliers, sus antecedentes y sus primeras repercusiones en España, en Carlos Martínez Shaw: El debate sobre España in Artehistoria.
  50. ^ Fue objeto de algunas burlas, como una caricaturas, inédita hasta 1991, de los hermanos Gustavo Adolfo y ValerianoBécquer Los Borbones en pelota Madrid: El Museo Universal ISBN 84-86207-36-3.
  51. ^ ABC, 22-4-2007. Cita como fuente el Diccionario de frases célebres de Vicente Vega, para quien la frase fue respuesta a una carta del ministro de Estado del 26 gennaio 1865, que decía: ...que más vale sucumbir con gloria en mares enemigos que volver a España sin honra ni vergüenza. La respuesta de Méndez Núñez habría sido del 24 de marzo del mismo año, en el sentido de haber cumplido fielmente sus órdenes, concluyendo de esta manera: ...primero honra sin Marina, que Marina sin honra. En el mismo artículo, se cita también a la Enciclopedia Espasa, según la cual la frase estaría dirigida por Méndez Núñez a los almirantes inglés y estadounidense como respuesta a su amenaza de atacarle si bombardeaba Valparaíso, tal como le había ordenado el Gobierno de España. Según ésta fuente, la frase literal sería: La reina, el Gobierno, el país y yo preferimos más tener honra sin barcos, que barcos sin honra.
  52. ^ Según José María Iribarren El porqué de los dichos fue una frase privada de Cánovas, publicada por Agustín González de Amezúa. Benito Pérez Galdós la recoge en el capítulo XI de Cánovas, uno de los Episodios Nacionales: Y ahora, lector mío, a mi modo continuaré la Historia de España, como decía Cánovas. En cuanto terminaron los desaboridos festejos, las Cortes enredáronse en el arduo trajín de fabricar la nueva Constitución, la cual si no me sale mal la cuenta, era la sexta que los españoles del siglo XIX habíamos estatuido para pasar el rato. Naturalmente, se nombró una Comisión cuyos individuos trabajaban como fieras para pergeñar el documento, y a este propósito os diré que la última nota del regocijo público, en los jolgorios de la paz, la dio don Antonio Cánovas con una frase graciosísima que vais a conocer. Hallábase una tarde en el banco azul el Presidente del Consejo, fatigado de un largo y enojoso debate, cuando se le acercaron dos señores de la Comisión para preguntarle cómo redactarían el artículo del Código fundamental que dice: son españoles los tales y tales... Don Antonio, quitándose y poniéndose los lentes, con aquel guiño característico que expresaba su mal humor ante toda impertinencia, contestó ceceoso: «Pongan ustedes que son españoles... los que no pueden ser otra cosa». Parafraseando el tópico, Luis Cernuda escribió, en su "Díptico español" Archiviato il 25 dicembre 2011 in Internet Archive.: "Si yo soy español, lo soy|A la manera de aquellos que no pueden|Ser otra cosa [...]"
  53. ^ Justo Fernández López Siete llaves al sepulcro del Cid. ¿Por qué siete? ¿Tiene el número siete en español algún significado simbólico?. El título de Costa es Crisis política de España: (doble llave al sepulcro del Cid) / por Joaquín Costa. Madrid: Biblioteca "Costa", 1914. «En 1898, España había fracasado como Estado guerrero, y yo le echaba doble llave al sepulcro del Cid para que no volviese a cabalgar.»
  54. ^ Conferencia de José Luis Abellán: El "¡que inventen ellos!" de Unamuno [5]. Fundación Juan March, 10 maggio 1994.
  55. ^ La frase abre el artículo “Por capitales de provincia” (septiembre de 1913), publicado junto con otros en Andanzas y visiones españolas Archiviato il 27 agosto 2006 in Internet Archive. (1922):
    A mí que tanto me duele España, mi patria, como podía dolerme el corazón, o la cabeza o el vientre, cada uno de estos viajes que hago por nuestras capitales de provincia me llena de cierto pesar no exento de hondas inquietudes.
    El artículo, no obstante, no es tan pesimista como pueda parecer, e incluso denuncia: la manía lamentabilísima que aqueja a casi todos los españoles, la manía de quejarse. (...) Yo creo que es una secuela de aquella pordiosería que nuestra literatura picaresca tan bien retrata. (...) cuando oigais a un español quejarse de las cosas de su patria no le hagais mucho caso. Siempre exagera; la mayor parte de las veces miente. Por un atavismo mendicante busca ser compadecido y no sabe que es desdeñado. En ese punto coincide con tópicos similares debidos a muchos artículos de Mariano José de Larra (como En este país, 1833); uno de ellos convertido en poema por Joaquín Bartrina: si habla mal de España, es español. [[#CITEREFOyendo hablar a un hombre, fácil es

    acertar dónde vio la luz del sol;

    si os alaba a Inglaterra, será inglés,

    si os habla mal de Prusia, es un francés,

    y si habla mal de España, es español.|Oyendo hablar a un hombre, fácil es

    acertar dónde vio la luz del sol;

    si os alaba a Inglaterra, será inglés,

    si os habla mal de Prusia, es un francés,

    y si habla mal de España, es español.]], Arabescos, segunda serie. En Obras Poéticas. Véase citado por el propio Unamuno en Obras completas de Unamuno, volumen 8, Ensayos. Ha sido utilizado como título por Fernando Sánchez Dragó para su ensayo (2008) Y si habla mal de España... es español. Barcelona: Planeta. ISBN 978-84-08-07697-1.

  56. ^ Benito Pérez Galdós Los Ayacuchos, uno de sus Episodios Nacionales.
  57. ^ Diego López Garrido (1987) El aparato policial en España, Barcelona: Ariel ISBN 84-344-1069-9
  58. ^ Miguel Artola (1973) La burguesía revolucionaria (1808-1874), Historia de España Alfaguara V, Madrid, Alianza. 8ª edizione, 1981. ISBN 84-206-2046-7.
  59. ^ Carlos Dardé El Parlamento Largo, en Artehistoria.
  60. ^ Miguel Martínez Cuadrado (1973) La burguesía conservadora (1874-1931, Historia de España Alfaguara VI, Madrid, Alianza. 7ª edición, 1981. ISBN 84-206-2049-1
  61. ^ El impulsor del concepto Edad de Plata es José Carlos Mainer, quien, además titula precisamente Modernidad y nacionalismo 1900-1939 el volumen 6 de la Historia de la literatura española, Crítica, 2010. Reseña en El País, 19 marzo 2010.
  62. ^ José Carlos Mainer Cultura, y Pierre Malerbe La Dictadura en La Crisis del Estado: Dictadura, República, Guerra (1923-1939), tomo 9 de la Historia de España dirigida por Manuel Tuñón de Lara, (1986) Barcelona, Labor. ISBN 84-335-9440-0.
  63. ^ La expresión proviene del debate del Estatuto de Autonomía en las Cortes (13 maggio 1932), en el que intervinieron Azaña y Ortega: [[#CITEREFEl problema catalán, como todos los parejos a él, que han existido y existen en otras naciones, es un problema que no se puede resolver, que sólo se puede conllevar... un problema perpetuo... un caso corriente de lo que se llama nacionalismo particularista... las naciones aquejadas por este mal son en Europa hoy aproximadamente todas, todas menos Francia [por]... su extraño centralismo.|El problema catalán, como todos los parejos a él, que han existido y existen en otras naciones, es un problema que no se puede resolver, que sólo se puede conllevar... un problema perpetuo... un caso corriente de lo que se llama nacionalismo particularista... las naciones aquejadas por este mal son en Europa hoy aproximadamente todas, todas menos Francia [por]... su extraño centralismo.]]Citado por Juan Carlos Sánchez Illán: Ortega y Azaña frente a la España de las Autonomías: de la ley de Mancomunidades al Estatuto de Cataluña, 1914-1932
  64. ^ José Luis de la Granja Sainz Aguirre y Prieto, vidas Paralelas, in El Correo, 1º ottobre 2006, en la misma web, la versión del mismo artículo publicada El País, 7 ottobre 2006: Entre el pacto y la hegemonía. También deja clara la actitud de la izquierda vasca este texto de Bernardo Estornés Lasa Guerra Civil, 1936-1939, en Auñamendi Entziklopedia: en general, la izquierda vasca (dirigida por el socialista Indalecio Prieto) fue lealmente republicana. Otro tanto ocurrió con la navarra. Y si en alguna ocasión realizaron algún acto insurreccional, fue "en defensa de la República" (Pamplona, febrero de 1936). Su propósito confesado era "republicanizar" Vasconia. Disolver la "Gibraltar vaticanista" (Prieto), que Vasconia se implicara en el proyecto de estado social y de derecho que constituía la República española. Para ello, resultó clave desde 1932 el proyecto de Estatuto de autonomía. La relación histórica entre PSOE y PNV ha sido objeto de particular análisis desde medios críticos, como éste artículo de Pío Moa: 1934: La extraña alianza izquierdista-peneuvista Archiviato il 16 ottobre 2007 in Internet Archive., Libertad Digital, 20 febbraio 2004.
  65. ^ J. L. Taberner, El anarcosindicalismo y los estatutos de Cataluña Archiviato il 25 ottobre 2020 in Internet Archive., en Bicicleta, revista de comunicaciones libertarias, 9 ottobre 1978:Del Estatuto de Nuria al efectivo que concedieron las Cortes Republicanas, media un abismo. El primero contemplaba el hecho de la autonomía de Cataluña como algo completo que incluía al pueblo, y pueblo eran los trabajadores libertarlos de la CNT. El segundo no suponía más que la sujeción del proletariado catalán a la burguesía, que en todo momento se reservaba la última palabra, recurriendo, si lo creía oportuno, al apoyo del Estado republicano. La actitud contraria al Estatuto de Nuria en las Cortes de Madrid por parte de los más conspicuos representantes de la Lliga Regionalista Catalana, es suficientemente demostrativa. La CNT, que en ningún momento se opuso a la autonomía y libertades de ningún pueblo, acogió la concesión del Estatuto del 32 sin ningún entusiasmo, y yo creo que las razones son más que obvias; la experiencia histórica iba a demostrar con hechos cómo est -ha pensado para utilizarse en contra del proleta. riado catalán.
  66. ^ Xavier Tornafoch Yuste Publicación Online: 15 giugno 2004 Los debates del Estatuto de Autonomía de Cataluña en las Cortes Republicanas. El idioma catalán y el sistema escolar HAOL, Núm. 4 (Primavera, 2004), 35-42 ISSN 1696-2060 [[#CITEREFel diputado agrario Royo Villanova, que propuso en la primera sesión del 16 de junio que los catalanes tuvieran la obligación de conocer el idioma castellano y que el Diari Oficial de la Generalitat se editara a dos columnas. Sus argumentos fueron: "la obligación de que los catalanes sepan castellano y aprendan el español es algo indispensable para la clase obrera; tan indispensable que yo os digo que, si se deja este artículo sin la adición que yo recomiendo, si luego vamos a la enseñanza sin claudicaciones y debilidades, simplemente con que se conserve el statu quo que ya expliqué el otro día, ellos, por su entusiasmo catalán, porque responden a una preocupación nacionalista, porque creen que Catalunya es una nación y la nación es la lengua y que cuanta más diferencia haya en el lenguaje, más se acercan a su ideal de nación catalana; ellos en sus escuelas no enseñan castellano, y el obrero catalán, nacido en Cataluña, de padres catalanes, educado en catalán, estará mutilado para la lucha social y romperá su solidaridad con los obreros de otras partes". Aunque la propuesta de Royo Villanova no prosperó se discutieron enmiendas que ponían en duda la oficialidad de la lengua catalana: la del diputado agrario Pedro Martín y Martín, que recomendaba no dar oficialidad al catalán; la de José Antonio Balbontín, del Partido Socialista Revolucionario, que defendía la enseñanza en castellano entre la clase obrera; la del radical Rey Mora, que insistía en considerar que el castellano era la única lengua eficaz para impartir justicia; la de Miguel de Unamuno, un intelectual independiente que pretendía dejar la cooficialidad de la lengua catalana exclusivamente en el campo de la Generalitat y establecer que en los organismos del Estado así como en los documentos públicos era necesario utilizar el castellano.|el diputado agrario Royo Villanova, que propuso en la primera sesión del 16 de junio que los catalanes tuvieran la obligación de conocer el idioma castellano y que el Diari Oficial de la Generalitat se editara a dos columnas. Sus argumentos fueron: "la obligación de que los catalanes sepan castellano y aprendan el español es algo indispensable para la clase obrera; tan indispensable que yo os digo que, si se deja este artículo sin la adición que yo recomiendo, si luego vamos a la enseñanza sin claudicaciones y debilidades, simplemente con que se conserve el statu quo que ya expliqué el otro día, ellos, por su entusiasmo catalán, porque responden a una preocupación nacionalista, porque creen que Catalunya es una nación y la nación es la lengua y que cuanta más diferencia haya en el lenguaje, más se acercan a su ideal de nación catalana; ellos en sus escuelas no enseñan castellano, y el obrero catalán, nacido en Cataluña, de padres catalanes, educado en catalán, estará mutilado para la lucha social y romperá su solidaridad con los obreros de otras partes". Aunque la propuesta de Royo Villanova no prosperó se discutieron enmiendas que ponían en duda la oficialidad de la lengua catalana: la del diputado agrario Pedro Martín y Martín, que recomendaba no dar oficialidad al catalán; la de José Antonio Balbontín, del Partido Socialista Revolucionario, que defendía la enseñanza en castellano entre la clase obrera; la del radical Rey Mora, que insistía en considerar que el castellano era la única lengua eficaz para impartir justicia; la de Miguel de Unamuno, un intelectual independiente que pretendía dejar la cooficialidad de la lengua catalana exclusivamente en el campo de la Generalitat y establecer que en los organismos del Estado así como en los documentos públicos era necesario utilizar el castellano.]]
  67. ^ Manuel Tuñón de Lara, La Segunda República, y el mismo con Mª Carmen García Nieto, La Guerra Civil, en La Crisis del Estado: Dictadura, República, Guerra (1923-1939), tomo 9 de la Historia de España dirigida por Manuel Tuñón de Lara, (1986) Barcelona, Labor. ISBN 84-335-9440-0
  68. ^ José Álvarez Junco Mater Dolorosa (2002) y conferencias de la Fundación Juan March del mismo año.
  69. ^ PAYNE, Stanley G., El primer franquismo, 1939-1959. Los años de la autarquía, Madrid, Temas de Hoy, 1997, p. 6, ISBN 84-7679-325-1.
  70. ^ J.Mª. de Areilza y F.Mª. Castiella (1941) Reivindicaciones de España, Madrid: Instituto de Estudios Políticos, 1941. En esta página web se reproduce su portada y resume su contenido como: Reivindicaciones Españolas sobre territorios perdídos de sus colonias a manos principalmente de Francia e Inglaterra, desde la Conchinchina hasta el Protectorado de Marruecos pasando por Guinea Española y Sáhara Español. Abundante información y mapas de las zonas mencionadas.
  71. ^ Josep Fontana, Reflexiones sobre la naturaleza y las consecuencias del franquismo, en Josep Fontana, ed. España bajo el franquismo, op. cit. pg.27.

BibliografiaModifica

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