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La nazionalizzazione delle masse è il processo messo in atto dai totalitarismi protagonisti in Europa nella prima metà del XX secolo per coinvolgere le masse e attirarle a sé per rafforzare e rendere indomita la propria ideologia e di conseguenza, attraverso l'appoggio del popolo, aumentare la potenza della nazione.

Per raggiungere ciò i capi al potere volevano offrire alle masse, non un governo rappresentativo e parlamentare, bensì una democrazia di massa, che si avvicinasse di più a una partecipazione politica “più vitale e più significativa”[1] e a una identità collettiva che si riconoscesse in tradizioni già radicate.

Creare quindi un insieme di mezzi che potessero coinvolgere e influenzare non solo la gran maggioranza delle classi medie, ma anche le masse popolari.

Questo tipo di nazionalizzazione, secondo molti intellettuali tra cui Victor Klemperer, va a privare il singolo della sua natura di individuo, anestetizzando la sua personalità. Lo rende quindi membro di un gregge spinto dai sentimenti e dalle emozioni e privo di autocoscienza[2].

Alla base di questa nazionalizzazione sta l'idea romantica ed elitaria di nazione nata all'epoca del romanticismo e utilizzata dal fascismo e dal nazismo per coinvolgere a sé le masse.

Indice

Idea romantica ed elitaria di nazioneModifica

L'idea romantica di nazione, ossia lo spirito e il sentimento verso la propria patria, può essere percepito dalle parole di Ugo Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis: “Il sacrificio della patria nostra è consumato”, “vi furono popoli che diedero all'incendio le loro case, le loro mogli, i loro figli sotterrando tra le ceneri la loro sacra indipendenza”, ”piango, credimi, la patria […] se non che moltissimi dei nostri presumono che la libertà si possa comprare a denaro; presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell'equità a trucidarsi scambievolmente su' nostri campi onde liberare l'Italia!”, “pur nondimeno io mi sento rinsanguinare più sempre all'anima questo furore di patria”[3].

Un altro contributo importante per il risveglio rinascimentale è dato da Alessandro Manzoni nell'atto III dell'Adelchi:

“Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti,

Dai boschi, dall'arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor,

Un volgo disperso repente si desta;

Intende l'orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

[…]

E il premio sperato, promesso a quei forti,

Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,

D'un volgo straniero por fine al dolor?

Tornate alle vostre superbe ruine,

All'opere imbelli dell'arse officine,

Ai solchi bagnati di servo sudor.

Il forte si mesce col vinto nemico,

Col novo signore rimane l'antico;

L'un popolo e l'altro sul collo vi sta.

Dividono i servi, dividon gli armenti;

Si posano insieme sui campi cruenti

D'un volgo disperso che nome non ha. “[4]

Il popolo italico accorso se ne sta lì a contemplare lo scontro e sognando “la fine del duro servir”. Pensa, illuso, che quel popolo straniero, i Longobardi, sia venuto a liberarlo. La sua è una vana speranza, non può pensare che dei guerrieri stranieri gettino così la loro vita per ridare la patria a "un volgo disperso che nome non ha".

La nazionalizzazione italiana delle masseModifica

Gli importanti contributi di intellettuali italiani, come Ugo Foscolo e Alessandro Manzoni, spingono il popolo all'amor di patria, alla volontà di creare una nazione, alla coscienza consapevole, che è la patria stessa, come scrive Giuseppe Mazzini nel 1859: “La Patria è prima di ogni altra cosa la Coscienza della Patria” ma se essa è assente “voi siete turba senza nome, non Nazione; gente, non popolo.”[5] Mazzini lascia lo stesso messaggio di Manzoni e di Foscolo: “il popolo italiano non deve contare su forze straniere per la liberazione nazionale”.[6]

L'idea di nazione di Giuseppe Mazzini si differenziava da quella di Camillo Benso, conte di Cavour, in quanto il primo proponeva un'annessione consapevole del popolo in Roma, il secondo invece auspicava un'annessione immediata degli Stati dell'Italia meridionale, anche con l'abbandono di Roma e Venezia. Questa annessione immediata fu considerata da Mazzini inutile, indecorosa e funesta. Credeva infatti che sarebbero nati “germi di gelosia, di dissenso, d'irritazione tra una popolazione e un'altra, che il confondersi di entrambe in Roma avrebbe reso impossibili.”[5]

Mentre Giuseppe Mazzini era teso alla concreta realizzazione dell’autocoscienza nazionale, consapevole di sé, Cavour pensava a un allargamento territoriale piuttosto che a una nazionalizzazione del popolo.

Mentre quindi le élite, contese tra repubblica o monarchia decidevano le sorti dell’Italia, milioni di contadini rimasero all’oscuro del progetto rinascimentale. Entreranno come protagonisti battendosi contro l'unità ormai raggiunta: è il fenomeno del cosiddetto brigantaggio meridionale.

Due concezioni di nazioneModifica

Lo storico Federico Chabod nella sua opera "L’idea di nazione" fa una distinzione tra i due modi di considerare la nazione: quello naturalistico e quello volontaristico. La concezione naturalistica si avverte nel Romanticismo tedesco nel modo in cui Herder considera “la nazione come un fatto naturale, ai caratteri fisici permanenti ch’egli assegna alle varie nazioni sulla base del sangue e del suolo a cui quel determinato sangue rimane attaccato”1 e quanto Friedrich Schlegel dice nelle sue Lezioni Filosofiche: ”Quanto più è antico e puro il ceppo, tanto più lo sono i costumi; quanto più lo sono i costumi, quanto maggiore e più vero è l’attaccamento a essi, tanto più è grande la nazione”[5].

La concezione volontaristica, invece, può essere ritrovata nella volontà di azione della collettività che Rousseau chiamava volonté générale. Si passa alla volontà di creare uno Stato nazionale. Al fatto di conoscere la propria origine si aggiunge la volontà di creare la nazione. Questa concezione è propria del processo risorgimentale italiano. La possiamo ritrovare in Mazzini quando scrive: ”Una nazionalità comprende un pensiero comune, un diritto comune, un fine comune[..] dove non vi è identità d'intento per tutti, non esiste Nazione, ma folla ed aggregazione fortuita che una prima crisi basta a risolvere”, “la patria è una Missione, un Dovere comune”, “quando ciascuno di voi avrà quella fede e sarà pronto a suggellarla col proprio sangue, allora solamente voi avrete la Patria, non prima”[5].

Si distingue, tra queste due concezioni, Francesco Crispi che afferma che la nazionalità segue un principio a priori: è di natura anteriore e superiore a ogni volontà singola e individuale.

Miti e simboli dei totalitarismiModifica

Simboli nazistiModifica

La fiammaModifica

La fiamma era il simbolo per i nazisti dell’incessante rinascita, continua crescita e sviluppo; assunse il significato di purificazione, le fiamme verso l’alto indicavano la perenne rinascita. Riecheggiava in questa simbologia antiche leggende ariane fatte passare come una parte del patrimonio ariano, inclusa l’idea di Karma, la perenne rinascita dell’anima[7].

La bandieraModifica

Anche la bandiera fu un importante simbolo politico: “Nell'estate 1920 la nuova bandiera si presentò per la prima volta al pubblico. […] Nessuno l'aveva mai vista: e fece l'effetto d'una fiaccola accesa. I colori attestano la nostra venerazione al passato: nel rosso ravvisiamo l'idea sociale del movimento, nel bianco l'idea nazionalista, nella croce uncinata la missione di combattere per la vittoria dell'uomo ariano e per il trionfo dell'idea del lavoro creatore che fu e sarà sempre antisemitico”[8].

Monumento nazionale, spazio di culto e la forestaModifica

Il monumento nazionale era parte integrante della mise-en-scene che era il punto focale dell'intero scenario. Tutto ciò formava il Kultraum (lo spazio di culto) la cui bellezza avrebbe dovuto innalzare l'uomo al di sopra della sua routine della vita quotidiana[9].

La foresta era simbolo di germanicità e quindi di grande importanza. Il popolo dimostrava di amare questo ambiente, e ciò divenne più evidente quando le feste pubbliche erano strettamente legate ai monumenti nazionali, come ad esempio il monumento sul monte Kyffhäuser, il Kyffhäuser Monument, dove si potevano riunire masse di popolo circondate dalla foresta germanica[10].

Altri monumenti erano radicati nella tradizione germanica e simboleggiavano le vittorie e la forza del popolo. Come il Walhalla (tempio) dei Tedeschi, presso Ratisbona[11].

Per i nazisti questi spazi di culto furono ritrovati in grandi stadi come La Sala dei Congressi a Norimberga. I numerosi congressi ivi tenutisi sono ricordati dal termine Raduno di Norimberga[12].

Il culto politicoModifica

In questi stadi immensi il culto politico mirava a una “elevazione sociale” del popolo creando un clima culturale adatto basato sul concetto di razza ariana. Le fiamme che ardevano ai lati dello stadio, la sterminata distesa di bandire, le marce e i cori recitativi offrivano al loro pubblico una ritualità che era tesa, in quanto espressione di venerazione condivisa da tutti, a suscitare un senso di appartenenza. Lasciavano nel popolo una grande idea edificante suscitata dalla partecipazione diretta. Queste ora di venerazione e di culto politico verso il popolo realizzavano in modo conciso la nuova religione politica[13]. La nuova religione politica risvegliava i miti della tradizione tedesca, ossia l'amor di patria, il mito della purezza della razza ritrovato in Tacito, il mito della forza della Germania ritrovato nella fiamma e nei discorsi del leader, l'amore per la stabilità, per l'ordine, la virtù della virilità, la dedizione al dovere, alla disciplina, e al duro lavoro.

Simboli fascistiModifica

La potenza a la gloria di Roma anticaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Roma (città antica) e Civiltà romana.

Il fascismo riprese quella simbologia lasciata in eredità dagli antichi Romani. A partire dal saluto fascista, Benito Mussolini cerca di ristabilire un legame col passato, di coinvolgere le masse riportando alla memoria e risvegliando nei loro cuori le loro origini gloriose.

Il salutoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Saluto romano.

In epoca romana il saluto consisteva nell'alzare e protendere il braccio destro verso la persona che doveva ricambiare il saluto. Mancare abitualmente all'obbligo del saluto mattutino era considerata scortesia e intollerabile indipendenza[14].

L'aquilaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Aquila.

Come simbolo del fascismo fu ripresa l'aquila imperiale, che rappresentava la potenza di Roma. Lo stesso simbolo araldico dell'aquila (Reichsadler) era simbolo anche della Germania, fin dal Sacro Romano Impero.

L'epiteto "duce"Modifica

La parola Duce ricordava la guida di comandante militare. Mussolini si faceva chiamare così.

Fascio littorioModifica

Fu ripreso sia dal fascismo, sia nell'architettura fascista, sia nell'aquila della Repubblica sociale italiana.

Anticipazione dannunziana della liturgia politica del fascismoModifica

La liturgia politica del fascismo non fu creazione di Mussolini, ma di D'Annunzio. Per far battere il cuore alla folla D'Annunzio pensava a un teatro, non quello tradizionale, ma quello “del futuro, basato sull'atmosfera collettiva, che era costituita dal cielo aperto, dalla musica, dalla danza, e dalla poesia lirica. […] La folla caotica divenne una massa ordinata di popolo. […]Comunicare con la folla, creare l'ordine del caos fa sì che l'uomo si abbandoni alle emozioni e arrivi fino alla brutalità”. Per fare ciò D'Annunzio utilizzò il balcone fiancheggiato da colonne rosso sangue sotto un cielo ardente e tempestoso, mentre le mura dell'arena, erano mura umane palpitanti; lo scenario era completato da bandiere, a volte squilli di tromba. Il dialogo e le domande retoriche con la folla erano la parte essenziale dei suoi discorsi; inoltre avevano un ruolo importante le frasi ripetute e gli slogans: “me ne frego”, “Semper Audeamus”, “Eia, eia, eia, alalà!” per incitare i suoi soldati a combattere[15]. Si può notare il modo di coinvolgere le masse utilizzato da D'Annunzio: egli faceva leva non sulla razionalità e coscienza del popolo, ma sull'esaltazione della folla e sull'ebrezza che ne riceveva.

L'analisi di George MosseModifica

"La nazionalizzazione delle masse" è un'opera scritta da George Mosse.

“La religione laica fu il modo di pensare il mondo attraverso il mito e il simbolo, manifestare le proprie speranze e timori in forme cerimoniali e liturgiche”[1].

La religione laica è quel fenomeno che comprende tutti i simboli e miti radicati nella tradizione della Germania che furono risvegliati dallo spirito nazionalista del nazismo, tutte quelle cerimonie organizzate dal partito di Hitler guidate da una liturgia che faceva leva sulle emozioni del popolo, la nuova politica e la sua espressione nel culto politico esercitato sulle masse, l’estetica della politica espressa sia dalle cerimonie sia dai simboli, sia dall’architettura nazista.

George Mosse nella sua opera si sofferma sull'estetica della nuova politica fascista e nazista.

La nuova politicaModifica

Per quanto riguarda la nuova politica George Mosse fa una distinzione tra la politica nazista e quella fascista. Nella sua opera affronta inoltre il concetto di volontà generale e di adulterazione del passato.

Politica nazistaModifica

Adolf Hitler sosteneva l’autonomia della liturgia, che era l’autorappresentazione del culto nazionale, unico elemento, secondo lui, in grado di assicurare continuità al sistema politico nazionalsocialista; sosteneva che il rapporto tra Fuhrer-Volk non dovesse essere troppo personale e non dovesse sfociare in un culto della personalità perché l’”attrazione magica” sarebbe mancata ai suoi successori e ciò avrebbe creato elemento di squilibrio, e di indebolimento.

Politica fascistaModifica

Per i fascisti il loro pensiero politico era più come un atteggiamento, come una “teologia che offriva una cornice al culto nazionale”[16]. I suoi riti e la sua liturgia erano la parte centrale di una dottrina che non si appellava alla forza persuasiva della parola scritta. I capi si affidavano all'efficacia della parola detta, la quale fungendo da liturgia integrava i riti, e, in realtà, finiva per essere meno importante dei riti stessi e delle cerimonie. Mussolini non cercava una novità, ma voleva adattare le vecchie tradizioni a nuovi scopi. La “nuova politica” del Fascismo fu fondata sull'idea di sovranità popolare nata nel XVIII. Questo concetto vago di sovranità trova una definizione più precisa in quella che Jean-Jacques Rousseau chiamava la “volontà generale”, che si realizza quando tutto il popolo agisce come se fosse riunito in assemblea.

Volontà generaleModifica

“La volontà generale divenne una religione laica, il culto del popolo per sé stesso, e la nuova politica si prefisse il compito di regolare e di dare forma a questo culto.”[1] L’esaltazione della volontà generale fu stimolata da due fattori: il sorgere del nazionalismo e l’ascesa della democrazia di massa. Ciò richiedeva uno stile politico nuovo che avrebbe trasformato la folla in una coesa forza politica.

Adulterazione del passatoModifica

Lo scopo era quello di trasformare il passato della nazione in mito, compiere attraverso i simboli un’adulterazione del passato. Era l’appello di risvegliare le emozioni degli uomini.

L'estetica della politicaModifica

L’estetica della politica affascinò molto il pensiero di Hitler che pensò di utilizzarla nell’architettura e nelle forme di presentazione della sua ideologia. Essa fu infatti la forza che servì a saldare insieme tutti i miti e i simboli e sentimenti delle masse. Era proprio l’immagine della bellezza adatta a influenzare l’organizzazione delle masse e delle cerimonie. George Mosse riprende ciò che aveva scritto Winckelmann a proposito della bellezza.

WinckelmannModifica

“Tra i vari aspetti che può assumere il volto umano, il cosiddetto profilo greco è quello che più di ogni altro esprime una esaltante bellezza”. Questo giudizio, espresso da Winckelmann nel 1776, servì per fissare il tipo del tedesco ideale la cui bellezza si realizzò nel tipo ariano tanto esaltato dai nazisti. “Furono inventati strumenti per misurare le proporzioni esatte del volto umano e per la classificazione del valore degli uomini in base ad esse. […] Gli antropologi erano colpiti dal tipi ideale rappresentato dall’arte greca, anche se Winckelmann era stato molto attento a negare alle sue valutazioni qualsiasi significato razziale. Egli parlò della bruttezza del naso ebraico e dei nasi schiacciati dei negri, ma attribuì questo pregiudizio all’innata sensibilità dei bianchi.”[1] Poiché la razza bianca rappresentava questo ideale di bellezza andava preservata e tutelata; era importante che non si mescolasse con altre razze generando figli in cui l’ideale greco si sarebbe corrotto.

Le idee di Winckelmann furono assorbite dall’architettura nazista che però abbandonò quella quieta grandezza per poter rappresentare con la monumentalità magniloquente la grandezza della Germania. Hitler aveva in mente le grandi adunate di popolo: per questo, quindi, si costruirono quindi spazi e stadi come La Sala dei Congressi a Norimberga[1].

Le leggi razzialiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Leggi di Norimberga.

Le idee di Winckelmann fornirono un appiglio al programma dei nazisti mirato a "compiere un’opera di selezione per la salvaguardia della razza ariana". Le teorie pseudoscientifiche trovarono concretamento nelle famigerate leggi di Norimberga, emanate nel 1935. La prima legge emessa operava una discriminazione legale tra una persona “di sangue tedesco o affine” appartenente al Reich, il solo detentore dei diritti politici. Già precedentemente erano state emanate leggi per la selezione della razza: “La Legge sulla prevenzione della nascita di elementi ereditariamente malati entrò in vigore il 1 gennaio del 1934. Il provvedimento di legge fu il più radicale di una serie di altre misure sulla cosiddetta igiene razziale limitative delle libertà fondamentali della minoranza ebraica, degli zingari, dei neri, e non solo. Furono considerati erbkrank, e quindi cittadini di classe B, i tedeschi che rientravano nelle categorie individuate nel comma 1 dell’articolo 1 e cioè i deboli di mente fin dalla nascita, gli schizofrenici, i maniaco-depressivi, i malati di epilessia […]”[17].

I nazisti, ossessionati dal passato germanico, trovarono in Tacito la descrizione dell'antica purezza della razza germanica che fin dalle origini non sarebbe stata contaminata dall'unione con altri popoli.

«Ipse eorum opinionibus accedo, qui Germaniae populos nullis aliis aliarum nationum conubiis infectos propriam et sinceram et tantum sui similem gentem extitisse arbitrantur. Unde habitus quoque corporum, quamquam (?) in tanto hominum numero, idem omnibus: truces et caerulei oculi, rutilae comae, magna corpora et tantum ad impetum valida. (De origine et situ Germanorum, 4»

(Io stesso sono d'accordo con le opinioni di coloro che ritengono che i popoli della Germania, non contaminati da nessuna unione con altre genti, mostrino la loro razza pura e simile solo a sé stessa. Per cui anche l'aspetto dei corpi, sebbene (?) in un numero tanto grande di uomini, è lo stesso per tutti: truci occhi azzurri, capelli fulvi, corporature massicce e adatte soltanto all'attacco)

Il segno indicativo della purezza veniva ravvisato nella conformazione fisica simile ai germani. Tuttavia, il passo presenta dei problemi di traduzione. Si attesta in alcuni codici che ci fosse scritto tamquam (=così tanto come) al posto di quamquam (=sebbene, benché). Il primo attenua il giudizio di uniformità e introduce un elemento limitativo: "sono tutti uguali, nei limiti in cui lo si può essere nell'ambito di un così gran numero di persone", il secondo si apre, affermato saldamente in epoca nazista, a una interpretazione precipuamente razzistica: Tacito sarebbe rimasto «stupefatto dinanzi ad una popolazione così numerosa e che nondimeno presenta una tale concordanza nei tratti somatici»[18].

Eugenetica nazistaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Eugenetica nazista.

Hitler riteneva che la Germania potesse riacquistare il proprio status di potenza se avesse eliminato gli “elementi degenerati” applicando alla società i principi basilari dell'eugenetica e dell'igiene razziale. La riproduzione di individui forti e di razza pura doveva essere incoraggiata, mentre le persone deboli deboli e dal profilo razziale impuro dovevano essere neutralizzate.

Hitler aveva riconosciuto nella politica di infanticidio selettiva praticata da Sparta una distruzione più decente e più umana degli individui patologici. Questo è quanto scritto nel "Il libro segreto di Hitler": “Sparta va considerata come il primo stato Völkisch. L'esposizione dei bambini malati, deboli, deformi - in breve: la loro distruzione è stata più decente ed in verità migliaia di volte più umana della miserevole follia dei giorni nostri, che protegge i soggetti più patologici a qualsiasi costo, e ciò nonostante toglie la vita - mediante la contraccezione o l'aborto - a centinaia di migliaia di bambini sani, solo per poi nutrire una razza di degenerati carichi di malattie.”[19]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974
  2. ^ Klemperer Victor, filologo e scrittore tedesco, LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo.
  3. ^ Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, Edizione integrale , Newton Compton, Roma 1993, Letteratura Italiana Einaudi, pp. 1, 7, 34, 37
  4. ^ Alessandro Manzoni, Adelchi, coro dell’atto III, vv. 1-6, 55-66
  5. ^ a b c d Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e Storiografia, volume terzo, tomo primo, lettura: Nazionalità e Nazionalismo, p. 1147; autore e opera: Chobod, L’idea di Nazione, Laterza Bari 1967
  6. ^ G. Baldi, S. Giusso, Dal testo alla storia, dalla storia al testo, Paravia 2002
  7. ^ George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974, pp. 40
  8. ^ Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e Storiografia, volume terzo, tomo primo, lettura: L’organizzazione e la propaganda: i simboli e le bandiere, p. 421; autore e opera: A. Hitler, La mia vita, la mia battaglia, Bompiani, Milano, 1940
  9. ^ George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974, p. 8
  10. ^ George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974, p. 33
  11. ^ George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974, p. 38
  12. ^ George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974, p. 47
  13. ^ George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974, p. 50
  14. ^ SALUTO in “Enciclopedia Italiana” – Treccani
  15. ^ Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e Storiografia, volume terzo, tomo primo, lettura: D’Annunzio anticipa la liturgia politica del fascismo, p. 380; autore e opera: G.L.Mosse, L’uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza Bari 1988
  16. ^ Renzo De Felice, Introduzione a La nazionalizzazione delle masse di George Mosse, Il Mulino 1974
  17. ^ Adriana Lotto, Le “Leggi di Norimberga”, Deportate, esuli, profughe; rivista tematica di studi sulla memoria femminile. Sito web: http://www.unive.it/media/allegato/dep/n5-6correzioni/Documenti/15_Lotto_Norimberga-a.pdf
  18. ^ Mimma Sottilotta, "Purezza Razziale” dei germani in Tacito, Sito web: Copia archiviata (PDF), su liceovinci.rc.it. URL consultato il 14 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 15 febbraio 2015).
  19. ^ Adolf Hitler, Zweites Buch, Berlitz Publications Inc, 1966

BibliografiaModifica

  • Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e Storiografia, volume terzo, tomo primo, lettura: Nazionalità e Nazionalismo, p. 1147; autore e opera: Chobod, L'idea di Nazione, Laterza Bari 1967
  • Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, Edizione integrale, Newton Compton, Roma 1993, Letteratura Italiana Einaudi, pp. 1, 7, 34, 37
  • Alessandro Manzoni, Adelchi, coro dell'atto III, vv. 1-6, 55-66.
  • G. Baldi, S. Giusso, Dal testo alla storia, dalla storia al testo, Paravia 2002
  • Renzo De Felice, Introduzione a La nazionalizzazione delle masse di George Mosse, Il Mulino 1974, p. XV
  • George Mosse, La nazionalizzazione delle masse, Il Mulino 1974, pp. 40, 8, 33, 38, 47, 50
  • Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e Storiografia, volume terzo, tomo primo, lettura: D'Annunzio anticipa la liturgia politica del fascismo, p. 380; autore e opera: *G.L.Mosse, L'uomo e le masse nelle ideologie nazionaliste, Laterza Bari 1988
  • Adriana Lotto, Le “Leggi di Norimberga”, Deportate, esuli, profughe; rivista tematica di studi sulla memoria femminile. Sito web: *http://www.unive.it/media/allegato/dep/n5-6correzioni/Documenti/15_Lotto_Norimberga-a.pdf
  • Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e Storiografia, volume terzo, tomo primo, lettura: L'organizzazione e la propaganda: i simboli e le bandiere, p. 421; autore e opera: A. Hitler, La mia vita, la mia battaglia, Bompiani, Milano, 1940
  • Mimma Sottilotta "Purezza Razziale” dei germani in Tacito, Sito web: https://web.archive.org/web/20150215125309/http://www.liceovinci.rc.it/2004/pubblicazioni/mimmasottilotta/i_germani_razza_pura.pdf
  • Adolf Hitler, Zweites Buch, Berlitz Publications Inc, 1966
  • http://www.treccani.it/enciclopedia/saluto_(Enciclopedia-Italiana)/
  • Klemperer Victor, LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo.

Voci correlateModifica