Nemo propheta in patria

Nemo propheta in patria (sua) è una locuzione in lingua latina che significa: "Nessuno è profeta nella [propria] patria". L'espressione vuole indicare la difficoltà delle persone di emergere in ambienti a loro familiari; in ambienti estranei viene generalmente assunto che sia più facile far valere le proprie capacità e qualità.

OrigineModifica

La frase è tratta dai Vangeli: tutti e quattro riportano, direttamente o indirettamente, questa frase di Gesù Cristo: Matteo 13,57[1]Marco 6,4 [2]Luca 4,24: [3]Giovanni 4,44[4]

Il contesto dell'affermazione è nei sinottici, nella visita di Gesù alla sua città di Nazaret, dove partecipa alla liturgia della sinagoga: nel vangelo di Luca, applica a sé la profezia di Isaia 61,1-2 riguardante il dono dello Spirito Santo al consacrato (messia) del Signore. La reazione dei Nazareni verso Gesù è il rifiuto, e lì Gesù pronuncia la frase in questione. Invece, in Giovanni, l'affermazione appare nel contesto (più vago) di un ritorno a Nazaret di Gesù dopo una festa di Gerusalemme.

Ancor oggi, simile espressione viene usata da coloro che vedono il proprio operato non apprezzato da chi sta loro più vicino: familiari, colleghi, concittadini, compaesani, amici...

VariantiModifica

MedioevaliModifica

Molti versi del poeta tedesco Walther richiamano molto la locuzione, tra cui la maggior parte sono varianti delle espressioni evangeliche (vedi 11917 s., 11953a, 11954, 16422), ma tra le altre vanno segnalate 12018 («In regione sua quiquis portare meretur/ laudem, res ista venerabilis esse videretur». Traduzione: "È cosa rimarchevole, quando uno è lodato nella propria patria"), 2649 («Cernitur in propria raro multum regione/vates portare decus orantumque coronae». Traduzione: "Raramente un vate si vede avere molto onore ed essere incoronato nella propria patria") e 20842 («Patria dat vitam, raro largitur honores». Traduzione: "La patria dà la vita, raramente conferisce onori").

ModerneModifica

In tutte le lingue moderne europee esistono numerose versioni, tra cui in Italia anche dialettali (come nell'abruzzese Neciune é bbón'a a la casa sé). Diffuso è poi, in varie lingue, il detto Nessuno è eroe per il suo cameriere (recepito anche da Goethe, Massime e riflessioni, 1,47)

TradizioneModifica

La frase viene anche citata da Giordano Bruno nell'ultimo capitolo del De Magia ove tratta della "ligatura originata dalla cogitativa"[5]

NoteModifica

  1. ^ «Et scandalizabantur in eo. Iesus autem dixit eis: “ Non est propheta sine honore nisi in patria et in domo sua”». Traduzione(CEI): «E si scandalizzavano per causa sua. Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua"».
  2. ^ «Et dicebat eis Iesus: "Non est propheta sine honore nisi in patria sua et in cognatione sua et in domo sua"». Traduzione (CEI): «Ma Gesù disse loro: "Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua"».
  3. ^ «Ait autem: "Amen dico vobis: Nemo propheta acceptus est in patria sua». Traduzione (CEI): «Poi aggiunse: "Nessun profeta è bene accetto in patria"».
  4. ^ «Ipse enim Iesus testimonium perhibuit, quia propheta in sua patria honorem non habet». Traduzione (CEI): «Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria.»
  5. ^ «Di qui la nota sentenza di Ippocrate: Il più efficace dei medici è quello in cui molti hanno fede, in quanto liga molti, o coll'eloquio, o con l'aspetto, o con la notorietà. Ciò riguarda non solo il medico, ma anche ogni genere di mago, e quale che sia il titolo di potere, perché chi opera ligature difficilmente con altri mezzi potrà suscitare l'immaginazione. Ed i teologi credono ed ammettono e predicano su colui che per sé può compiere ogni cosa, ma che non era in grado di curare quelli che non avevano fede in lui, e l'esauriente spiegazione di simile impotenza va riportata all'immaginazione, che egli non fu in grado di ligare; i famigliari, infatti, cui la sua modesta origine ed educazione erano note, spregiavano ed irridevano il medico e il profeta: di qui il proverbio Nessun profeta è riconosciuto nella sua terra . È dunque più facile, per qualcuno, ligare colui che è meno noto, per mezzo dell'opinione e della disponibilità della fede, per la quale la potenza dell'anima si predispone in una certa maniera, si apre, si esplica, come se, per accogliere il sole, aprisse finestre che in altro frangente manterrebbe sigillate, e vien dato accesso a quelle impressioni che l'arte del ligatore esige, onde imporre successive ligature, come la speranza, la compassione, il timore, l'amore, l'odio, l'indignazione, l'ira, la gioia, la pazienza, lo spregio della vita, della morte, della fortuna, e tutti gli altri affetti, le cui forze dall'anima trasmigrano nel corpo, per modificarlo.» Traduzione del De Magia di Luciano Parinetto, tratta dal testo La magia e le ligature, pagine 91 93, Mimesis Edizioni, 2000.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

  Portale Lingua latina: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di lingua latina