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Il neutro (dal latino neutrum [nomen], calco del greco οὐδέτερον, udéteron, 'né l'uno né l'altro') è un genere grammaticale.[1]

Presente nella maggior parte delle lingue indoeuropee insieme a maschile e femminile, il neutro era forse originariamente utilizzato in relazione ad oggetti inanimati, il cui genere logico (o "naturale") non è determinabile.[1] La distinzione tra masculinum, femininum e neuter a proposito del genus, individuato come proprietà a sé stante del nomen, era già chiara ai grammatici latini, che peraltro recuperavano in questo aspetto la lezione dei grammatici alessandrini.[2]

Il neutro esiste ancora nelle lingue germaniche e nelle lingue slave. Nelle lingue romanze è pressoché scomparso, anche se ne rimane qualche vestigia nella flessione pronominale (come nell'italiano Non lo so) e in quella nominale (in particolare, nel romeno moderno, focuri, anticamente focure, come l'italiano antico focora, tutti modellati sul tipo di tempus, tempora).[1]

Sempre in italiano moderno alcuni plurali atipici sono riferibili al neutro latino, come nel caso di ossa, uova, legna, membra, ciglia (e tali forme spesso coesistono con le forme maschili in -i). Tale terminazione è utilizzata per estensione anche per nomi non neutri originariamente, come dita, frutta o risa: in questo caso la sensibilità di questo fenomeno dipende da varianti diatopiche.[1]

Le lingue che mantengono vestigia di neutro si distinguono in base al fatto di presentare il genere come categoria "scoperta" o "coperta" (seguendo la terminologia del linguista statunitense Benjamin Lee Whorf). Il genere è presentato come categoria coperta nel caso non sia possibile, a partire da criteri esclusivamente formali, attribuire ad un sostantivo un determinato genere. Così accade con i sostantivi della lingua inglese. Avvertire formalmente la distinzione è però possibile nel caso di riprese anaforiche (ad esempio, The dog went away as fast as it could).[3]

NoteModifica

  1. ^ a b c d Lemma sul dizionario Treccani.
  2. ^ Beccaria, cit., p. 350.
  3. ^ Beccaria, cit., p. 351.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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