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Avvertenza
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Ondansetron
Ondansetron skeletal.svg
Ondansetron 3D.png
Nome IUPAC
(RS)-9-metil-3-[(2-metil-1H-imidazol-1-il)metil]-2,3-diidro-1H-carbazol-4(9H)-one
Caratteristiche generali
Formula bruta o molecolareC18H19N3O
Massa molecolare (u)293,4
Numero CAS99614-02-5
Numero EINECS619-449-4
Codice ATCA04AA01
PubChem4595
DrugBankDB00904
SMILES
CC1=NC=CN1CC2CCC3=C(C2=O)C4=CC=CC=C4N3C
Dati farmacocinetici
MetabolismoEpatico
Emivita5,7 ore
EscrezioneRenale
Indicazioni di sicurezza

L'ondansetron è un farmaco antagonista dei recettori 5-HT3 della serotonina, usato principalmente come antiemetico (per il trattamento di nausea e vomito), spesso a seguito della chemioterapia. Agisce sia sul sistema nervoso periferico che sul centrale.[1] Il farmaco riduce l'attività del nervo vago. Ha poco effetto sul vomito causato da cinetosi, e non ha alcun effetto sui recettori dopaminergici o i recettori muscarinici.

FarmacodinamicaModifica

L'ondansetrone è un antagonista del recettore della serotonina 5-HT3 altamente specifico e selettivo, con bassa affinità per i recettori della dopamina. I recettori 5-HT3 sono presenti sia perifericamente sui terminali del nervo vagale,che centralmente nella chemoreceptor trigger zone dell'area postrema.

La serotonina viene rilasciata dalle cellule enterocromaffine dell'intestino tenue in risposta agli agenti chemioterapici e può stimolare le afferenze vagali (tramite i recettori 5-HT3) per iniziare il riflesso del vomito. Si pensa che l'azione antiemetica dell'ondansetrone sia mediata principalmente dall'antagonismo sulle afferenze vagali con un contributo minore sui recettori centrali.[2]

Usi cliniciModifica

Gli antagonisti 5-HT3 della serotonina sono i principali farmaci utilizzati per trattare e prevenire la nausea indotta da chemioterapia e il vomito (CINV). Il loro comune utilizzo consiste nella somministrazione via endovenosa circa 30 minuti prima di iniziare il trattamento chemioterapico. Può essere una possibile terapia anche per la nausea e il vomito causati da una malattia acuta o cronica o dalla gastroenterite acuta.

La dose normale per via orale per gli adulti e i bambini sopra i 12 anni è di 8 mg inizialmente, seguita da una seconda dose di 8 mg otto ore dopo. Il farmaco viene somministrato una volta ogni 12 ore, di solito per non più di 2-3 giorni. In seguito a somministrazione orale, ci vogliono circa 1,5 a 2 ore per raggiungere le massime concentrazioni plasmatiche. Questo farmaco viene rimosso dal corpo dal fegato e dai reni.

L'effetto clinico dell'ondansetron (e di altri farmaci dello stesso gruppo) può essere potenziato dalla combinazione con il desametasone.

Effetti avversiModifica

Ondansetron è un farmaco ben tollerato con pochi effetti collaterali. Costipazione, vertigini e mal di testa sono gli effetti indesiderati più comunemente riportati associati al suo utilizzo. Non vi sono interazioni farmacologiche significative segnalate con l'uso di questo farmaco.

Il 15 settembre 2011, la statunitense Food and Drug Administration ha emesso un avviso di sicurezza per MedWatch Zofran (ondansetron) nei pazienti con sindrome congenita del QT lungo, una aritmia cardiaca. La FDA ha inoltre richiesto alla GlaxoSmithKline (che commercializza il farmaco) di condurre uno studio approfondito al riguardo.[3] Nel Dicembre 2012, a seguito della conclusione delle indagini sulla pericolosità del farmaco, la FDA ha ritirato dal commercio il dosaggio iniettabile da 32 mg in quanto associato ad un elevato rischio di aritmie cardiache causate da prolungamento dell'intervallo QT [4].

L'ondansetron è inoltre associato ad un elevato rischio di malformazioni fetali se usato in corso di gravidanza.[5] Sebbene il farmaco non abbia mai infatti ricevuto l'approvazione per l'uso in donne in gravidanza, dal 2002 è stato comunque diffuso il suo uso come rimedio off-label nel trattamento delle nausee mattutine.[6] Alcuni studi hanno evidenziato come l'uso del farmaco durante il primo trimestre di gravidanza abbia incrementato il rischio di malformazioni cardiache nel feto in modo statisticamente significativo.[7][8] L'ondansetron è infatti in grado di attraversare la barriera placentare, e a causa del ridotto metabolismo fetale, l'emivita prolungata del farmaco esporrebbe il neonato al rischio di tossicità.[9]

NoteModifica

  1. ^ Jiang-Hong Ye et al. Jiang-Hong Ye, Rex Ponnudurai e Rebecca Schaefer, Ondansetron: A Selective 5-HT3 Receptor Antagonist and Its Applications in CNS-Related Disorders (PDF), in CNS Drug Reviews, vol. 7, nº 2, DOI:10.1111/j.1527-3458.2001.tb00195.x. DOI10.1111/j.1527-3458.2001.tb00195.x
  2. ^ Browning, KN (29 October 2015). "Role of central vagal 5-HT3 receptors in gastrointestinal physiology and pathophysiology". Frontiers in Neuroscience. 9: 413.
  3. ^ (EN) Zofran (ondansetron): Drug Safety Communication - Risk of Abnormal Heart Rhythms, su fda.gov. URL consultato il 27 ottobre 2012.
  4. ^ (EN) Center for Drug Evaluation and Research, Drug Safety and Availability - FDA Drug Safety Communication: Updated information on 32 mg intravenous ondansetron (Zofran) dose and pre-mixed ondansetron products, su www.fda.gov. URL consultato il 1º febbraio 2016.
  5. ^ Zofran (Ondansetron): a dangerous drug that can cause more than just birth defects, su https://xareltolawsuits.net/. URL consultato il 30 marzo 2016 (archiviato dall'url originale l'8 aprile 2016).
  6. ^ (EN) Zofran during pregnancy - the off-label prescriptions scandal - Meds News, su Meds News. URL consultato il 1º febbraio 2016.
  7. ^ Treating morning sickness in the United States—changes in prescribing are needed - American Journal of Obstetrics & Gynecology, su www.ajog.org. URL consultato il 1º febbraio 2016.
  8. ^ Bengt Danielsson, Birgitta Norstedt Wikner e Bengt Källén, Use of ondansetron during pregnancy and congenital malformations in the infant, in Reproductive Toxicology (Elmsford, N.Y.), vol. 50, 1º dicembre 2014, pp. 134–137, DOI:10.1016/j.reprotox.2014.10.017. URL consultato il 1º febbraio 2016.
  9. ^ Shing-Shun N. Siu, Matthew T. V. Chan e Tze-Kin Lau, Placental transfer of ondansetron during early human pregnancy, in Clinical Pharmacokinetics, vol. 45, nº 4, 1º gennaio 2006, pp. 419–423, DOI:10.2165/00003088-200645040-00006. URL consultato il 1º febbraio 2016.

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