Operazione Budapest

L'operazione Budapest è stata un'operazione di servizio investigativo, realizzata dai carabinieri italiani e dalle forze di polizia ungheresi ed elleniche per il recupero di opere d'arte.

Il Museo di belle arti di Budapest

Il furtoModifica

Nella notte fra sabato 5 e domenica 6 novembre 1983, una banda di ladri d'arte composta da cinque italiani, con il supporto logistico di tre ungheresi, sottrasse dal Museo di belle arti di Budapest (il Szépművészeti Múzeum) sette opere dei pittori italiani Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo. Il furto ebbe un'enorme risonanza internazionale (la "rapina d'arte del secolo" lo definì la Budapest Rundschau)[1] per il pregio dei pezzi rubati, non certo per i rocamboleschi stratagemmi ideati dai razziatori che, con il sistema d'allarme in tilt da tre settimane (guarda caso, proprio una settimana dopo l'arrivo a Budapest del gruppo italiano, il cui capobanda era un esperto nel mettere fuori uso ogni tipo di antifurto), con i ponteggi allestiti per il restauro della facciata e senza alcun tipo di sorveglianza notturna all'interno, non dovettero fare altro che forzare una finestra con il grimaldello, entrare e scegliere i quadri da asportare.

Le indaginiModifica

Il saccheggio venne scoperto solo il lunedì mattino, quando ormai la banda era già uscita dai confini ungheresi, ma il Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri fu subito coinvolto dall'Interpol nelle indagini perché nel museo, ispezionato dopo il furto, vennero ritrovati numerosi indizi fra cui un cacciavite e una busta con scritte in italiano. Grazie a un paziente e assiduo lavoro di ricerca negli archivi e nell'ambiente dei trafficanti d'arte, gli investigatori italiani poterono formulare le prime supposizioni sui componenti della banda: gli emiliani Ivano Scianti (capo e mente del gruppo, soprannominato l'"Arsenio Lupin dell'arte") con il suo factotum Graziano Iori e l'amico Giacomo Morini, oltre ai vecchi compari Carmine Palmese (vetraio di Avellino, "abile nello staccare le tele dalle cornici senza danneggiarle" come avrebbero in seguito affermato i gendarmi greci) e Giordano Incerti.

I due quadri di Raffaello trafugati al Szépművészeti Múzeum, riprodotti in un'emissione filatelica del 1968 delle poste magiare

L'ipotesi investigativa venne confermata a dicembre, quando la polizia magiara arrestò uno dei basisti di Budapest: la bella Katalin Jónás, sedicenne innamorata di Scianti, che confessò di aver reclutato un disoccupato e un fruttivendolo, Gusztáv Kovács e il fratellastro József Raffai, perché procurassero le Trabant necessarie al colpo e i vari nascondigli per gli italiani, e perché facessero da "pali" durante la rapina. La Jónás confermò anche l'arrivo a Budapest degli italiani in ottobre e l'immediata partenza di Morini con le tele subito dopo il furto. Una però era stata promessa ai complici ungheresi in pegno dei 10.000 dollari loro spettanti una volta venduta l'intera refurtiva: il Ritratto di giovane di Raffaello. Prima di Natale anche gli altri due complici furono arrestati alla periferia di Budapest e il Raffaello recuperato intatto vicino a una discarica dov'era stato sepolto. Nel successivo processo, Kovács fu condannato a 12 anni di prigione e Raffai a 7 di carcere, mentre la giovane minorenne fu accusata solo di favoreggiamento cavandosela con 6 mesi e la condizionale.

Emessi nel frattempo gli ordini di cattura internazionali e coinvolta nelle indagini anche la polizia ellenica, la direzione congiunta dell'operazione portò all'arresto del primo dei ladri d'arte italiani. Se infatti la banda era scomparsa nel nulla, la Ritmo rossa[1] di Giacomo Morini figurava però in uscita a Letenye, al confine con la Jugoslavia, poche ore dopo la rapina e la polizia greca ne trovò altre tracce a Itea, minuscola cittadina costiera della Focide affacciata sul golfo di Corinto: qui la Ritmo era stata recentemente riparata e qui, risalendo nel tempo, gli agenti provarono la presenza del Morini il 7 novembre al Galini Hotel e rintracciarono infine un tassista che lo stesso giorno lo aveva portato a casa del milionario "re degli ulivi" Efthymios Moschachlaides.

A metà gennaio del 1984 Morini venne fermato al confine greco e, di fronte alle contestazioni mossegli, ammise la sua partecipazione al furto su commissione per un compenso di 50.000 dollari e il trasporto in Grecia sulla propria auto delle tele rubate; confermò anche l'identità del ricco committente greco, che venne poi arrestato insieme a un suo impiegato accusato di ricettazione (ed entrambi rilasciati sei mesi dopo).[2] Il 20 gennaio tutto il resto della refurtiva fu recuperato in una valigia nascosta nel giardino del santuario di Panagia Trypiti, situato ad Aigio, un'altra località balneare sempre sul golfo di Corinto, ma sul lato opposto (quello peloponnesiaco) del braccio di mare rispetto a Itea e dove i Moschachlaides avevano delle proprietà.

Insieme a Morini finirono in carcere anche Palmese e Incerti. Il 27 febbraio Ivano Scianti fu catturato a Rubiera, fra Modena e Reggio Emilia, e due giorni dopo Graziano Iori si costituì ai carabinieri di Ventimiglia rientrando dalla Francia, dove si era rifugiato all'indomani del furto di Budapest. Otto mesi dopo, a Roma, al termine del processo a loro carico, Morini e Scianti furono condannati a 4 anni e 6 mesi di reclusione, mentre per gli altri tre componenti della banda la pena fu di 4 anni e 9 mesi.

Le opere trafugate e recuperateModifica

NoteModifica

  1. ^ a b (DE) "Roter Fiat", su Der Spiegel, n. 5, 30 gennaio 1984. Il titolo "Fiat rossa" si riferisce all'auto di uno dei rapinatori italiani.
  2. ^ "Furto di Budapest. Scarcerato il committente", su la Repubblica del 23 maggio 1984, p. 13.

BibliografiaModifica

  • Gilberto Martinelli - Roberto Tempesta, "1983: Operazione Budapest", Sandro Teti Editore, Roma 2021.
  • Pier Luigi Salinaro, "L'ingloriosa fine di 'Arsenio Lupin'", in Gazzetta di Modena, 30 agosto 2010, in occasione di un nuovo arresto di Ivano Scianti.
  • Comando dei Carabinieri tutela patrimonio artistico, Anno 2001, Roma, De Luca, 2001.
  • Luigi Manfredi, "Superladro d'arte giustiziato nel Po", in Corriere della Sera, 1º maggio 1992, p. 17, in occasione dell'omicidio di Graziano Iori.
  • Articoli pubblicati su la Repubblica del 17 luglio 1984, p. 15, per il processo alla banda ("Furto a Budapest. Cinque processati"), e del 16 ottobre 1984, p. 15, per la relativa condanna ("Condannati in cinque per i dipinti rubati al Museo di Budapest").
  • (EN) "Greek police find stolen art masterpieces in monastery", su The Citizen di Ottawa, 21 gennaio 1984, p. 6.
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FilmografiaModifica

  • Operazione Budapest, documentario, 2019, regia di Gilberto Martinelli.