Opere essoteriche (Aristotele)

gruppo di opere di Aristotele

Le opere essoteriche di Aristotele sono una serie di dialoghi, composti per lo più tra il 360 e il 340 a.C., nell'ambito della Scuola di Platone, destinati alla pubblicazione e conservati solo in frammenti.

Opere essoteriche
Aristotle Altemps Inv8575.jpg
Copia romana in Palazzo Altemps del busto di Aristotele di Lisippo
AutoreAristotele
1ª ed. originale
Generefilosofia
Lingua originalegreco antico

La perdita delle opere pubblicheModifica

Come affermato di recente,

«I testi giunti sino a noi sotto il nome di Aristotele hanno così subito una doppia serie di interventi. Innanzitutto Andronico - che potrebbe essere stato semplicemente il portavoce del gruppo- corresse, spostò e talvolta riscrisse i testi, sopprimendone alcune parti o incorporando glosse esplicative. Queste pratiche, che urtano il nostro senso dell'autenticità testuale, sono state moneta corrente fino all'epoca moderna, e probabilmente le opere "scritte", come i poemi o i testi che Platone e Aristotele avevano redatto per la pubblicazione, erano sfuggite a queste violenze editoriali. Ma qual era lo stato iniziale dei trattati di scuola di Aristotele editi da Andronico? È qui che occorre tenere conto del secondo intervento. I testi del corpus non sembrano essere appunti presi dagli allievi durante le lezioni o preparati dallo stesso Aristotele, come a volte si è detto. Essi appaiono piuttosto il risultato di un lavoro collettivo, nel quale il maestro incorporava alcune delle critiche e dei commenti degli astanti, che di fatto più che allievi erano colleghi. Tale carattere collettivo dell'elaborazione dei suoi testi dovette sollevare gli editori successivi dagli ultimi scrupoli, per pochi che ne abbiano avuti, al momento di intervenire sul corpus che era stato loro trasmesso. Questi dati testuali costringono le ipotesi cronologiche dei commentatori odierni in un irrimediabile circolo vizioso. Poiché i testi del nostro corpus aristotelico non sono propriamente di mano di Aristotele, essi non possono essere studiati oggettivamente, vale a dire secondo i criteri stilistici come quelli che hanno permesso agli interpreti di mettersi più o meno d'accordo sulla cronologia dei dialoghi, o almeno di gruppi di dialoghi, di Platone.[1]»

Di fatto, le opere che Aristotele aveva scritto per il pubblico (da cui exoterikòs, che significa, in senso lato, esterno), in cui presentava in modo più retoricamente elaborato le sue teorie, si sono perse, sostituite dagli appunti delle lezioni, che dal I secolo a.C. furono più studiate e copiate, nonostante la notevole elaborazione formale profusa nei dialoghi da Aristotele, che li faceva apprezzare da un esperto stilista come Cicerone in quanto pieni di un flumen aureum orationis ("fiume dorato di stile")[2].

La struttura dei dialoghi aristoteliciModifica

Secondo una distinzione che ha origine con lo stesso Aristotele, appunto, i suoi scritti erano divisibili in due gruppi: "essoterici" ed "esoterici"[3]. La maggior parte degli studiosi l'ha intesa come una distinzione tra le opere che Aristotele intendeva per il pubblico (essoteriche) e le opere più tecniche destinate all'uso all'interno del Liceo (esoteriche).

 
Platone e Aristotele, particolare della formella del Campanile di Giotto di Luca della Robbia, 1437-1439, Firenze

Il dialogo platonico costituì certamente un precedente fondamentale per il suo allievo Aristotele che, comunque, ne cambiò forme e svolgimento. In base a quanto riporta Cicerone,

è attestato l’uso della forma dialogica in alcuni scritti di Aristotele, ma, contrapponendo il modo di questo filosofo di costruire i dialoghi a quello di Eraclide Pontico, il quale faceva intervenire personaggi antichi e persino mitologici, così da non poter avere parte alla conversazione, offre una preziosa indicazione su una prerogativa basilare del dialogo aristotelico, ossia quella, per l’appunto, che vede lo Stagirita stesso non soltanto intervenire attivamente nel discorso, ma reggerne le fila e guidarlo, decidendo persino la direzione che deve assumere quello degli altri interlocutori. (...) A tale caratteristica s’affianca quella per la quale gli interlocutori sono personaggi contemporanei all’autore; né potrebbe essere diversamente se questi deve guidare i dialoghi. Siamo così in presenza di un tratto che si lega strutturalmente a quello testé illustrato e che si evince come proprio del mos aristoteleus.[4]

Grillo o Sulla retoricaModifica

Intorno al 360 a.C. il giovane Aristotele scrive la sua prima opera intitolata Grillo o Sulla retorica[5]; in reazione a una serie di scritti di elogio - composti da alcuni retori ateniesi, fra i quali Isocrate, per celebrare Grillo, figlio di Senofonte, morto nel 362 a.C. nella battaglia di Mantinea - lo Stagirita polemizzava contro la retorica come mezzo per agire sugli affetti, sulla parte irrazionale dell'anima.

Già Platone, nel Gorgia, aveva sostenuto che la retorica non era un'arte, né una scienza, ma semplicemente una εμπειρία (empeirìa), una pratica persuasiva che può avere successo solo sugli ignoranti.

Il successo del Grillo nell'Accademia procurò ad Aristotele l'incarico di tenere un corso di retorica, nel quale, seguendo il Fedro platonico, sostenne che la retorica doveva fondarsi sulla dialettica; a tal proposito, si tramanda che egli esordì nella prima lezione con la frase: «È cosa turpe tacere e lasciar parlare Isocrate»[6].

Sulle IdeeModifica

Scritto poco dopo il Grillo, il trattato Sulle Idee è andato perduto tranne pochi frammenti, trasmessi da Alessandro d'Afrodisia. Vi si affrontava la difficoltà di intendere il rapporto tra idee e cose, concepito da Platone come partecipazione delle cose alle idee, che da esse sono tuttavia separate.

Eudosso sosteneva che tra le idee e le cose non ci fosse né separazione, né partecipazione, bensì mixis, mescolanza: le idee e le cose sono mescolate tra loro. Aristotele non accetta la teoria eudossiana, che non risolve il problema, ma critica anche la teoria platonica della separazione, delle cui aporie lo stesso Platone era del resto ben consapevole, come mostra il suo dialogo Parmenide. Per Aristotele il principio di tutte le cose non risiede nelle idee trascendenti, ma nelle loro "forme" immanenti.

Sul Bene[7]Modifica

Nel tentativo di superare un'altra difficoltà contenuta nella teoria delle idee, le quali, essendo molteplici, hanno bisogno secondo Platone di essere giustificate da un principio unitario, Platone introdusse i principi dell'Uno (identificato con il Bene) e della Diade (il grande e il piccolo); il primo ha la funzione di principio formale e il secondo ha la funzione di principio materiale.

È probabile che le conclusioni del trattato aristotelico Sul Bene, scritto intorno al 358 a.C. e del quale rimangono pochi frammenti, fossero quelle esposte nella matura Metafisica[8]:

«Platone chiamò idee gli esseri diversi da quelli sensibili e disse che di tutte le cose sensibili si parla in dipendenza dalle idee e secondo le idee: infatti le cose molteplici che hanno lo stesso nome delle idee esistono per partecipazione [...] ma che cosa fosse la partecipazione o l'imitazione delle idee è un problema che Platone e i pitagorici lasciarono aperto. Inoltre Platone dice che oltre alle cose sensibili e alle idee esistono le cose matematiche, che sono intermedie e differiscono dalle cose sensibili perché sono eterne e immobili, e differiscono dalle idee per il fatto che ce ne sono molte simili tra loro, mentre ciascuna idea è unica in sé [...]. Come principi, Platone poneva la Diade, cioè il grande e il piccolo, come materia, e poneva l'Uno come sostanza; dal grande e dal piccolo, per partecipazione all'Uno, si costituiscono le idee, che sono i numeri che nascono da quei principi [...] Platone sosteneva una tesi vicina a quella dei Pitagorici, e si poneva sulle loro posizioni, quando diceva che i numeri sono la causa della sostanza delle altre cose [...] egli ricorre soltanto a due cause, l'essenza e la causa materiale, perché le idee sono la causa dell'essenza delle altre cose, mentre l'Uno è causa dell'essenza delle idee».

Aristotele respinse dunque già nel primo periodo della sua formazione la teoria delle idee nella lunga elaborazione fatta da Platone, ma dalla meditazione su di essa trasse la personale dottrina della causa formale e della causa materiale.

Eudemo o Sull'animaModifica

L'occasione del dialogo è così riassunta da Cicerone[9]:

Eudemo di Cipro, (...) mentre viaggiava alla volta della Macedonia, giunse a Fere, che allora era una città, in Tessalia, assai illustre, e che era retta con dominio crudele dal tiranno Alessandro. Ebbene, in quella città Eudemo era così gravemente malato che tutti i medici avevano perso la speranza. Nel sonno gli sembrò che un giovane con volto sereno gli dicesse che a breve sarebbe stato bene mentre nel giro di pochi giorni il tiranno Alessandro sarebbe morto, e che lo stesso Eudemo di lì a cinque anni sarebbe tornato a casa.E così, per l’appunto, Aristotele scrive che i primi <fatti> conseguirono immediatamente: ed Eudemo stette bene e il tiranno fu ucciso dai fratelli della moglie. E mentre il quinto anno stava per terminare, quando da quel sonno vi era la speranza che egli dalla Sicilia sarebbe ritornato a Cipro, un combattente lo uccise vicino a Siracusa. E da ciò quel sogno fu interpretato così da sembrare che, quando l’animo di Eudemo uscì dal suo corpo, allora egli ritornò in patria.

Quindi nel 354 a.C., alla morte in guerra, presso Siracusa, dell'amico e compagno di studi Eudemo di Cipro, Aristotele scrisse, in forma consolatoria e non speculativa, un altro dialogo, pervenuto in frammenti[10], l'Eudemo o Sull'anima, nel quale, prendendo a modello il Fedone platonico, sosterrebbe la tesi dell'immortalità dell'anima razionale, come indicato nella forma pur problematica della posteriore Metafisica:

«Se rimanga qualche cosa dopo l'individuo, è una questione ancora da esaminare. In alcuni casi, nulla impedisce che qualcosa rimanga: per esempio, l'anima può essere una cosa di questo genere, non tutta, ma solo la parte intellettuale; perché è forse impossibile che tutta l'anima sussista anche dopo».[11]

Per l'Aristotele maturo, l'anima non è un'idea ma una sostanza informante il corpo: nell'Eudemo è invece netta l'opposizione fra anima e corpo, sicché lo Jaeger la considerava dimostrazione dell'adesione completa del giovane Aristotele al platonismo; i sostenitori della precoce presa di distanza dello Stagirita da Platone intendono invece questa dichiarata opposizione come dipendente dall'intento consolatorio del dialogo, nel quale Aristotele avrebbe volutamente accentuato il destino ultraterreno dell'anima.

In ogni caso, i frammenti dell'Eudemo non permettono di dedurre un'adesione alle dottrine platoniche delle idee separate dagli oggetti sensibili e della conoscenza fondata sulla reminiscenza.

ProtrepticoModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Protreptico (Aristotele).

Il Protreptico o Esortazione alla filosofia, conosciuto dalle numerose citazioni contenute nell'opera di eguale titolo di Giamblico dedicata a Temisone, re di una città di Cipro, dovette essere scritto intorno al 350 a.C.

Sulla filosofiaModifica

 
Busto di Cicerone

Il Sulla filosofia, pervenuto anch'esso in frammenti, era l’opera essoterica probabilmente più impegnata dal punto di vista dottrinale, scritto intorno al 355 a.C. e diviso in tre libri: nel primo Aristotele definisce filosofia la conoscenza dei principi della realtà; nel secondo critica la dottrina platonica delle idee e delle idee-numeri; nel terzo espone la sua teologia. Lo Stagirita ribadiva la non trascendenza delle idee e negava le idee-numero o numeri ideali, introdotti dal tardo Platone, dicendo che «se le idee sono un'altra specie di numero, non matematico, non potremmo averne alcuna comprensione; chi, fra noi, comprende un tipo di numero diverso?».

È Cicerone ad affermare, criticamente:

«Aristotele (...) confonde molte cose dissentendo dal suo maestro Platone. Ora infatti attribuisce tutta la divinità a una mente, ora dice che il mondo stesso è dio, ora prepone al mondo un altro essere e gli affida il compito di reggere e governare il moto del mondo per mezzo di certe rivoluzioni e moti retrogradi, talora dice che dio è l'etere, non comprendendo che il cielo è una parte di quel mondo che altrove ha designato come potere divino».[12]

La dimostrazione della necessità e dell'immutabilità di Dio è fornita dalla testimonianza di Simplicio: «dove c'è un meglio, c'è anche un ottimo: poiché, fra ciò che esiste, c'è una realtà superiore a un'altra, esisterà di conseguenza una realtà perfetta, che dovrà essere la potenza divina [...] e ne deduce la sua immutabilità».[13]

Puro pensiero e immutabile, Dio non può creare il mondo, che è anch'esso eterno:

«il mondo non ha mai avuto origine, poiché non vi è stato alcun inizio, per il sopravvenire di una nuova decisione, di un'opera così eccellente» e attesta anche la concezione della divinità degli astri: «Le stelle poi occupano la zona eterea. E poiché questa è la più sottile di tutte ed è sempre in movimento e sempre mantiene la sua forza vitale, è necessario che quell'essere vivente che vi nasca sia di prontissima sensibilità e di prontissimo movimento. Per la qual cosa, dal momento che sono gli astri a nascere nell'etere, è logico che in essi siano insite sensibilità e intelligenza. Dal che risulta che gli astri devono essere ritenuti nel numero delle divinità».[14]

Sui poetiModifica

Il Sui poeti era il dialogo più esteso, in tre libri[15]. Che si trattasse di un dialogo, è provato da più elementi, a partire dalle concordi testimonianze su esso come opera dialogica; inoltre, gli studiosi oggi concordano su una datazione tarda del De poetis, posto direttamente in rapporto con la Poetica, risalente alla prima parte del secondo soggiorno ateniese di Aristotele (intorno al 330 a.C.). Tuttavia, con la differenza che, «mentre la Poetica è uno studio sull’arte poetica, il De poetis è uno studio sul poeta,prendendo in esame "che cosa i poeti siano,e che funzione abbiano nella vita pratica,e quali ne siano le diverse specie,e con quali mezzi raggiungono la perfezione"»[16].

Il contesto di discussione delle posizioni platoniche del X libro della Repubblica, da cui Aristotele parte, si nota in tre grandi tematiche dai frammenti del dialogo: il rifiuto della poesia stessa in genere, e della tragedia e commedia, in particolare, dal progetto della polis[17], la mimesi[18] e la catarsi[19].

Inoltre, Aristotele si impegnava a mostrare in che cosa consiste la verità del dire poetico, non limitandosi alla sola affermazione di essa, e attento a studiare specifiche questioni e particolari circostanze dei poeti, primo tra tutti, ovviamente Omero, oltre ad Empedocle e altri minori: segno, questo, non soltanto della minuzia delle analisi nel dialogo, ma anche della sua nota erudizione.

Altri dialoghiModifica

Dai frammenti risulta che Aristotele avesse composto e pubblicato il Nerinto[20], il Sofista[21], Sui poeti[22], Sul politico[23], Sulla giustizia[24], Sulla nobiltà[25], Sull'amore[26] - che riprende tematiche proprie del genere apologetico-erotico, dalla ricerca della virtù da parte dell’amante nell’azione in cui intende mostrarsi all'amato e dalla sottolineatura del rapporto tra amore, pudore e sguardo dell’amante -, Simposio[27].

Riguardo a quest'ultimo, che ricorda l'omonima opera del maestro, «Se si chiedesse perché Aristotele abbia dedicato uno scritto all’esame di questo tema, non sarebbe difficile rispondere richiamando, da un lato, l’importanza del banchetto nella vita sociale delle poleis greche e in particolare di Atene, importanza che si estendeva per un ampio tratto delle loro manifestazioni e vedeva direttamente in causa aspetti di ordine politico, ritualistico-religioso, dottrinario, poetico-letterario, dall’altro la larga diffusione di scritti intorno a quel tema, a partire dal Simposio di Platone, di Senofonte e, qualche tempo dopo, di Epicuro»[28].

Un altro dialogo interessante doveva essere Alessandro o Sulle colonie[29]. L'occasione pare essere che Alessandro Magno avesse chiesto ad Aristotele un'opera «su come si devono realizzare le colonie»[30]: resta, tuttavia, discusso il peso che si è ritenuto abbia dato Aristotele alle colonie come semplici realtà «fisiche», ossia come gruppi di cittadini trasferitisi in altro paese,lì avendo fondato una città. Si può supporre[31] che lo scritto sia stato redatto tra il 330 a.C., anno della morte di Dario e della definitiva conquista della Persia e il 327 a.C., anno dell’esecuzione di Callistene in seguito al suo rifiuto della Proskýnesis.

Altre opereModifica

Altre opere di carattere filosofico-dossografico, non dialogiche, erano Sui pitagorici[32], in cui lo Stagirita affrontava i diversi racconti legati all'aneddotica su Pitagora, sui "simboli" pitagorici, sulla numerologia e sugli aspetti della fisica; uno scritto in tre libri Sulla filosofia del trattato di Archita[33]; Su Democrito[34].

NoteModifica

  1. ^ Pierre Pellegin, Aristotele, in AA. VV., Il sapere greco. Dizionario critico, Torino, Einaudi, 2007, vol. II, p. 43.
  2. ^ Academica, II 38, 119.
  3. ^ Etica Nicomachea, 1102a26–27.
  4. ^ M. Zanatta, Introduzione a Aristotele, Dialoghi, Milano, BUR, 2008, pp. 14, 15.
  5. ^ Frr. 68-69 Rose.
  6. ^ Filodemo di Gadara, De rhetorica, II, 50, Sudhaus.
  7. ^ Frr. 27-31 Rose.
  8. ^ Metafisica, A 6, 987 b 6 ss.
  9. ^ Div. ad Brut., I 25, 53.
  10. ^ Frr. 37-48 Rose.
  11. ^ Metafisica, Λ 3, 1070 a 24-26.
  12. ^ Cicerone, De natura deorum, 1, 13.
  13. ^ Simplicio, De Coelo, 228.
  14. ^ Cicerone, Tuscolane, 15, 42.
  15. ^ Frr. 59-66 Rose.
  16. ^ M. Zanatta, in Aristotele, Dialoghi, cit., p. 500.
  17. ^ Fr. 64a.
  18. ^ Frr. 62a, 3b, 4.
  19. ^ Frr. 64a, b, c.
  20. ^ Fr. 64 Rose. Temistio (Orazioni, 295 c-d), nel IV secolo d.C., parla di un contadino di Corinto che, letto il Gorgia platonico, abbandonò il suo podere e la vita rurale per farsi discepolo del grande filosofo nell'Accademia, affidandogli la sua anima e diffondendo e difendendo i suoi insegnamenti,preso da un sentimento d’interesse per la filosofia. Potrebbe essere questo il soggetto del dialogo.
  21. ^ Frr. 65-67 Rose.
  22. ^ Frr. 70-77 Rose.
  23. ^ Frr. 78-79 Rose.
  24. ^ Frr. 82-90 Rose.
  25. ^ Frr. 91-94 Rose.
  26. ^ Frr. 95-98 Rose.
  27. ^ Frr. 99-111 Rose.
  28. ^ M. Zanatta, in Aristotele, Dialoghi, cit., p. 94.
  29. ^ Frr. 80-81 Rose.
  30. ^ Ps.-Ammonio, Cat. (Cod.Ven.1546 f.9 b).
  31. ^ R. Laurenti, Aristotele. I frammenti dei dialoghi, Napoli, Loffredo, 1987, vol. II, p.933.
  32. ^ Frr. 186-200 Rose.
  33. ^ Frr. 206-207 Rose.
  34. ^ Fr. 202 Rose.

BibliografiaModifica

  • Valentin Rose (a cura di), Aristotelis qui ferebantur librorum fragmenta, terza edizione, Lipsia, Teubner, 1886.
  • Renato Laurenti (a cura di), Aristotele: I frammenti dei dialoghi (2 volumi), Napoli, Luigi Loffredo, 1987.
  • Marcello Zanatta (a cura di), Aristotele. I dialoghi, Milano, BUR, 2008.
  • Marcello Zanatta (a cura di), Aristotele. Frammenti. Opere logiche e filosofiche, Milano, BUR, 2010.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica