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Organizzazione Gladio

Organizzazione Paramilitare Anticomunista Italiana

1leftarrow blue.svgVoce principale: Operazione Gladio.

Organizzazione Gladio
Operazione Gladio.png
Stemma associato all'Organizzazione Gladio, con il motto «Silendo libertatem servo» («In silenzio, proteggo la libertà»)
Attiva1956 - 1990
NazioneItalia Italia
ContestoGuerra fredda
IdeologiaAnticomunismo
Antisovietismo
Atlantismo
AlleanzeCentral Intelligence Agency, servizi segreti italiani
Affinità politicheOperazione Gladio
Componenti
FondatoriGoverno statunitense, governo italiano
Componenti principalivari uomini politici (tra cui Francesco Cossiga e Paolo Emilio Taviani), militari (Giovanni de Lorenzo), 622 agenti «gladiatori»
Attività
Azioni principalipartecipazione alla guerra fredda;
predisposizione di basi e di gruppi di uomini risoluti per impedire un colpo di Stato o un'invasione comunista[1]
nel testo

L'organizzazione Gladio era un'organizzazione paramilitare appartenente alla rete internazionale Stay-behind («stare dietro», «stare in retroscena»), che in Italia prende il nome di Gladio. Promossa dalla Central Intelligence Agency[2] nell'ambito dell'operazione Gladio, organizzata per contrastare una possibile invasione nell'Europa occidentale da parte dell'Unione Sovietica ed in particolare della ex Jugoslavia e dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia, attraverso atti di sabotaggio, guerra psicologica e guerriglia dietro le linee nemiche, con la collaborazione dei servizi segreti e di altre strutture.

L'organizzazione Gladio non apparteneva alla struttura NATO. Ce ne dà notizia dal Quirinale, il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica, Sergio Berlinguer, che il 20 maggio 1991, ha reso noto un documento del Governo tedesco sull'organizzazione Stay-Behind in cui c'è scritto che l'organizzazione clandestina non fa parte integrante della NATO e che i due comitati nell'ambito dei quali avrebbe operato (Coordinating and Planning Committee, CPC e Allied Coordination Committee ACC) "non costituivano e non costituiscono parte integrante della struttura NATO".[3]

In concreto il principale pericolo per il blocco occidentale e per l'Italia era rappresentato non tanto dall'Unione Sovietica, bensì dalla Jugoslavia comandata dal generale Josip Broz Tito, che sin dal 1943 mirava concretamente all'espansione del proprio dominio invadendo il confine orientale Italiano per conquistare parte del Friuli Venezia Giulia e Trieste in particolare.

Malgrado in Italia Gladio sia propriamente utilizzato in riferimento solo alla Stay-behind italiana (o, secondo alcuni, la principale e più duratura tra diverse stay-behind che operarono in Italia), il termine è stato applicato dalla stampa anche ad altre operazioni di tipo Stay-behind, in quanto parte dell'operazione Gladio. Durante la guerra fredda, quasi tutti gli Stati dell'Europa occidentale organizzarono reti Stay-behind.

L'esistenza di Gladio, sospettata fin dalle rivelazioni rese nel 1984 dall'ex membro del gruppo neofascista Ordine Nuovo Vincenzo Vinciguerra[4] durante il suo processo[5], fu riconosciuta dal Presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti il 24 ottobre 1990, che parlò di una «struttura di informazione, risposta e salvaguardia».

Francesco Cossiga, che ebbe, durante il periodo in cui era sottosegretario alla difesa, la delega alla sovrintendenza di Gladio, e che spesso è stato indicato come uno dei fondatori, affermò nel 2008 che «i padri di Gladio sono stati Aldo Moro, Paolo Emilio Taviani, Gaetano Martino e i generali Musco e De Lorenzo, capi del Sifar. Io ero un piccolo amministratore». Affermò altresì che «gli uomini di Gladio erano ex partigiani. Era vietato arruolare monarchici, fascisti o anche solo parenti di fascisti: un ufficiale di complemento fu cacciato dopo il suo matrimonio con la figlia di un dirigente MSI. Quasi tutti erano azionisti, socialisti, lamalfiani»[6].

StoriaModifica

OriginiModifica

Si temeva che l'Unione Sovietica, data l'estrema vicinanza rispetto agli Stati Uniti, avesse altissime possibilità di conquistare l'Europa prima dell'intervento statunitense che, data la distanza geografica, sarebbe avvenuto in un secondo momento.

La presenza di una struttura Stay-behind in Italia risale al 1949, seppure con un nome diverso da Gladio. In una relazione del Comitato Parlamentare sui servizi segreti del 1995 si legge che[7]:

«In base a quanto risulta dalle indagini giudiziarie è fuor di dubbio che in epoca precedente alla creazione di Gladio sia esistita un'altra organizzazione denominata "Duca", con le stesse finalità e struttura analoga, di cui sappiamo ben poco e che dovrebbe essere stata sciolta intorno al gennaio 1995 (ma in vari documenti acquisiti dall'Autorità giudiziaria si parla di organizzazione "Duca - Gladio").»

Gladio fu costituita con un protocollo d'intesa tra il servizio segreto italiano e quello statunitense in data 26 novembre 1956[8], nel quale però vi era stato un esplicito riferimento ad accordi preesistenti: nella relazione inviata dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti alla Commissione Stragi il 17 ottobre 1990 verrà segnalato che con quella intesa tra SIFAR (al cui comando, al tempo della stesura del protocollo, era da poco stato posto Giovanni de Lorenzo) e CIA erano stati confermati tutti i precedenti impegni intervenuti nella materia tra Italia e Stati Uniti.

Nel giugno 1959 il servizio segreto italiano entrò a far parte del Comitato di pianificazione e coordinamento, organo di SHAPE (Supreme Headquarters Allied Powers Europe)[9], mentre nel 1964 entrò a far parte del Comitato Clandestino Alleato (ACC), emanazione del suddetto comitato di pianificazione e coordinamento e costituito tra Paesi che intendevano organizzare una resistenza sul proprio territorio, in caso di aggressione dall'Est e, a quanto sembra, anche nell'eventualità di sovvertimenti interni, ovvero tentativi di colpo di Stato interni.

L'ipotesi di finanziamenti a Gladio da parte della CIA, posti in essere per lo meno fino al 1975, era già stata avanzata nel 1990 dal generale Giovan Battista Minerva (ufficiale del SIFAR e poi del SID, in servizio con il compito di direttore amministrativo tra il 1963 ed il 1975), durante le indagini sull'incidente dell'aereo Argo 16[10].

Oltre ai tre Paesi fondatori, diversi altri membri della NATO entrarono successivamente nella struttura. L'Italia lo fece in via ufficiale nel 1964, ma già in precedenza erano attivi accordi bilaterali tra SIFAR (l'allora servizio segreto italiano) e CIA tesi ad arruolare e ad addestrare nuclei di operativi in grado di organizzare la resistenza armata sul territorio occupato da un'invasione o controllato da forze sovversive[9].

In Italia è stata ipotizzata da più parti (anche dalla Commissione Stragi)[11] l'esistenza di strutture nate in chiave anticomunista nelle ultime fasi della guerra (come quelle che sarebbero derivate dalle Brigate Osoppo) e nel primo dopoguerra, che poi sarebbero confluite, in tutto o in parte, in Gladio.

Nel 1964, oltre all'Italia, i Paesi aderenti erano Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania Ovest, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo. In seguito aderirono anche Danimarca e Norvegia. Altri Paesi NATO, come Grecia, Turchia, Spagna e Portogallo, non entrarono mai, a quanto risulta, nel comitato di coordinamento. Peraltro, organizzazioni simili vennero probabilmente create in quasi tutti i Paesi occidentali che temevano un'invasione sovietica, compresi Stati neutrali come Austria, Finlandia, Svezia e Svizzera. Anche in Jugoslavia era presente un'organizzazione analoga[8].

Rivelazione dell'esistenzaModifica

Il 24 ottobre 1990 Giulio Andreotti, capo del governo italiano, rivelò alla Camera dei Deputati l'esistenza di Gladio, che fu quindi la prima organizzazione aderente alla rete Stay-behind ad essere resa pubblica.

Quando l'esistenza di Gladio divenne di pubblico dominio venne pubblicato un elenco di 622 «gladiatori»:[12] ufficialmente tutti i partecipanti, dalla fondazione allo scioglimento dell'organizzazione[8]. Tuttavia, da più parti questa lista è stata considerata incompleta, sia per il ridotto numero di uomini, ritenuto troppo basso rispetto ai compiti dell'organizzazione estesi in quasi quarant'anni, sia per l'assenza nella lista di alcuni personaggi che da indagini successive (e in alcuni casi per loro stessa ammissione) avevano fatto parte dell'organizzazione. Francesco Cossiga dichiarò che all'organizzazione fecero parte tra i 1000 e i 1200 elementi[13]. L'allargamento dell'organico stava particolarmente a cuore a chi, dovendo dimostrare che tra i gladiatori ci fossero anche criminali (e non avendone trovati tra i 622), ipotizzava una substruttura criminal-politica coperta da quella segreta ma legale, a sua volta posta sotto l'egida della normale struttura dei servizi segreti[8].

Il magistrato veneziano Felice Casson trasmise il fascicolo sull'organizzazione, per ragioni di competenza territoriale, alla Procura di Roma, la quale dichiarò che la struttura Stay-behind non aveva nulla di penalmente rilevante[14].

Luigi Tagliamonte, capo dell'ufficio amministrazione del SIFAR e, successivamente, capo dell'ufficio programmazione e bilancio del comando generale dell'Arma dei Carabinieri, durante una delle varie inchieste che ruotarono intorno alla questione, relativamente ad una base di addestramento di Gladio dichiarò:

«Sapevo che presso il Cag (il Centro addestramento guastatori di Capo Marrargiu, base di Gladio, nda) si effettuavano dei corsi di addestramento alla guerriglia, al sabotaggio, all'uso degli esplosivi al fine di impiegare le persone addestrate in caso di sovvertimenti di piazza, in caso che il Pci avesse preso il potere. Tanto sapevo io trattando pratiche di ufficio al Sifar e relative al Cag. Oggi penso, riportandomi ai miei ricordi, che la citazione della eventuale invasione del nostro Paese, a proposito della necessità della struttura ove era incardinato il Cag, era un pretesto (...) Il mio pensiero, testé formulato, deriva dal contenuto dei contatti che avevo con il Maggiore Accasto e con il Capo Sezione CS Aurelio Rossi i quali, senza scendere nei dettagli, mi rappresentavano che il Cag esisteva per contrastare eventuali sovvertimenti interni e moti di piazza fatti dal Pci.»

(Dichiarazioni di Luigi Tagliamonte[15].)

Gladio, la strategia della tensione e le ingerenze estere in ItaliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Strategia della tensione in Italia.

Dopo la divulgazione del segreto, coincidente approssimativamente con la dissoluzione dell'Unione Sovietica e con la conseguente fine della guerra fredda, pur non esistendo nulla di accertato, sono state fatte molte ipotesi sulle relazioni intrattenute da questa organizzazione, o da parti deviate di essa, con l'eversione di destra o di sinistra o con attentati o con tentativi di colpo di Stato avvenuti in Italia. Già precedentemente si era comunque parlato di tale organizzazione (ne parla per esempio Aldo Moro nel suo memoriale, scritto nel 1978 durante i giorni della prigionia)[16], e la sua esistenza era comunque ovviamente nota nell'ambito dei vertici politici, dei ministri competenti, dei vertici militari e dei servizi segreti.

Nel 2000 il rapporto del gruppo «Democratici di Sinistra-L'Ulivo», stilato in seno ad una Commissione parlamentare, concludeva che la strategia della tensione era stata sostenuta dagli Stati Uniti d'America per «impedire al Pci, e in certo grado anche al Psi, di raggiungere il potere esecutivo nel paese», identificando anche i Nuclei per la Difesa dello Stato non come un gruppo autonomo, ma come una delle operazioni portate avanti da Gladio con questi scopi[17].

Le dichiarazioni di Vincenzo VinciguerraModifica

L'ex terrorista Vincenzo Vinciguerra confessò nel 1984 al giudice Felice Casson (alcuni anni prima delle dichiarazioni ufficiali sull'esistenza di Gladio e della rete Stay-behind) di aver compiuto l'attentato terroristico di Peteano il 31 maggio 1972, nel quale tre carabinieri erano rimasti uccisi (fino all'interrogatorio di Vinciguerra, erano state accusate sei persone poi prosciolte con formula piena)[18]. Durante il processo, Vinciguerra spiegò come era stato aiutato dai servizi segreti italiani e come fuggì nella Spagna franchista dopo la strage di Peteano. L'ex terrorista, sentito nello stesso anno anche nel processo relativo alla strage di Bologna, parlò apertamente dell'esistenza di una struttura occulta nelle forze armate italiane, composta sia da militari che da civili, con finalità di coordinare le varie stragi per evitare che anche internamente l'Italia si spostasse troppo a sinistra: questo, sempre secondo la testimonianza dell'ex terrorista, a nome della NATO e con il supporto dei servizi segreti e di alcune forze politiche e militari italiane[5][19]. Il 3 luglio 2001, dopo quattro anni di processo, il Tribunale di Roma assolse Fulvio Martini, Paolo Inzerilli e Giovanni Invernizzi dall'accusa di falsa testimonianza in merito alle presunte relazioni tra Gladio e la strage di Peteano[20].

Le dichiarazioni del generale MalettiModifica

Il generale Gianadelio Maletti, ex capo del Reparto D del SID del controspionaggio italiano, dichiarò nel marzo del 2001 che la CIA avrebbe potuto promuovere il terrorismo in Italia. Lo stesso Maletti, in diverse interviste e nell'audizione davanti alla Commissione Stragi, citò più volte l'interessamento degli Stati Uniti nei confronti di alcune personalità e di alcuni reparti militari. Proprio alcuni di essi furono coinvolti in tentativi di golpe avvenuti in Italia, tra cui il Golpe Borghese e il Golpe bianco[21].

Lo stesso Maletti venne ascoltato il 21 marzo 2001 dal Corte d'assise di Milano, relativamente ai processi sulla strage di piazza Fontana (evento per cui era stato condannato nel 1987 per depistaggio). Sulla forma della sua deposizione vi fu uno scontro tra difesa e accusa. La difesa sosteneva che dovesse deporre come teste, quindi sotto giuramento e quindi obbligato a dire la verità. L'accusa sostenne invece che dovesse deporre come imputato e quindi senza giuramento e senza il conseguente obbligo di dire la verità[senza fonte] La corte sentenziò a favore delle tesi dell'accusa. Maletti depose come imputato, per cui senza obbligo formale di attenersi al vero nella sua deposizione[22]. Maletti dichiarò che esisteva una «regia internazionale» delle stragi relative alla strategia della tensione. Su domanda della difesa dichiarò tuttavia di non avere prove[22]. Dichiarò nello stesso interrogatorio che la CIA finanziava sia il SID – con cui c'era tuttavia una collaborazione unilaterale per quello che riguarda il lavoro di intelligence del servizio: «Il rapporto tra il Sid e la Cia è stato di inferiorità. Chiedevamo notizie, ma non ce ne davano» – che Gladio (la base di Capo Marrargiu, secondo Maletti effettivamente impiegata da Gladio, sarebbe stata realizzata grazie a fondi statunitensi, fatto quest'ultimo confermato anche dall'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nella sua audizione davanti alla Commissione Stragi)[22][23][24]. In un'intervista concessa dopo la deposizione, Maletti confermò la sua convinzione che gli Stati Uniti avrebbero fatto di tutto per evitare uno spostamento a sinistra dell'Italia e che simili azioni avrebbero potuto essere attuate anche in altri Paesi[25]. La CIA, alcuni mesi dopo, respingerà esplicitamente le accuse.

La struttura organizzativa di GladioModifica

Il 1º ottobre 1956 era stata costituita, nell'ambito dell'Ufficio «R» del SIFAR, una Sezione Addestramento, denominata S.A.D. (Studi Speciali e Addestramento del Personale). La S.A.D. ai cui responsabili verrà demandato il ruolo di Coordinatore Generale dell'Operazione Gladio, si articolava in quattro gruppi:

  • Gruppo Supporto Generale.
  • Gruppo Segreteria Permanente ed Attivazione delle Branche Operative.
  • Gruppo Trasmissioni.
  • Gruppo Supporto Aereo, Logistico ed Operativo.

Alle dipendenze della S.A.D. venne posto il Centro Addestramento Guastatori (C.A.G.) e la struttura segreta Stay-behind Gladio, la quale era così strutturata:

  • Unità di Comando
    • 1 Nucleo Informativo.
    • 1 Nucleo Propaganda.
    • 1 Nucleo Evasione e Fuga.
    • 2 Nuclei Guerriglia.
  • Unità di Pronto Impiego "Stella Alpina" (Friuli-Venezia Giulia)
  • Unità di Pronto Impiego "Stella Marina" (Trieste)
  • Unità di Pronto Impiego "Rododendro" (Trentino-Alto Adige)
  • Unità di Pronto Impiego "Azalea" (Veneto)
  • Unità di Pronto Impiego "Ginestra" (Laghi Lombardi)

ogni Unità di Pronto Impiego era costituita da:

    • 1 Nucleo Informativo.
    • 1 Nucleo Propaganda.
    • 1 Nucleo Evasione e Fuga.
    • 2 Nuclei Guerriglia.
    • 2 Nuclei Sabotaggio.

per un totale di 40 Nuclei. Inoltre, esistevano altre cinque Unità di Guerriglia di Pronto Impiego in regioni di particolare interesse.

A partire dal 1959 la CIA iniziò a trasportare a Capo Marrargiu una notevole quantità di materiale bellico, tra cui: armi portatili, munizioni, fucili di precisione, bombe a mano, esplosivo plastico C4, binocoli e radiotrasmittenti. A partire dal 1963 si decise di interrare questo arsenale in 139 depositi Nasco, localizzati in modo particolare nel Nordest: 100 nel Friuli-Venezia Giulia, 7 in Veneto, 5 in Trentino, 11 in Lombardia, 7 in Piemonte, 4 in Liguria, 2 in Emilia Romagna, 1 in Campania, 2 in Puglia[26]. Tra il 1972 e il 1973 ne furono recuperati 127: i rimanenti erano finiti sotto le fondamenta di nuovi edifici, chiese e cappelle, diventando irrecuperabili perché il terreno in cui si trovavano era stato aggregato a un camposanto[8]. Gli Statunitensi dotarono la Struttura anche di un aereo Dakota C47, nome in codice Argo 16, fornito per le operazioni di trasporto.

La maggior parte delle reclute di Gladio fu cercato e trovato nelle regioni nord-orientali (in particolare nel Friuli-Venezia Giulia)[27]: tra il 1959 e il 1963 fu anche collocato il maggior numero di depositi nascosti e interrati di armi[8].

In caso di necessità, il materiale bellico contenuto nei Nasco sarebbe stato utilizzato dai Nuclei di Gladio e dalle Unità Pronto Impiego, queste ultime specializzate in attività di guerriglia: le UPI avevano a disposizione ulteriori armi nascoste in 48 caserme dei carabinieri, ubicate soprattutto in Friuli-Venezia Giulia e in Veneto. Il generale dei carabinieri Arnaldo Ferrara ha riferito che la decisione di nascondere le armi nelle caserme fu presa in totale autonomia dal generale e capo del Servizio informazioni forze armate (SIFAR) Giovanni de Lorenzo, senza aver fornito comunicazione al comando generale dell’Arma[26].

I rapporti con l'estrema destraModifica

Nonostante le dichiarazioni di Cossiga, relative alla presunta estraneità dell'organizzazione Gladio nei confronti di esponenti dell'estrema destra, sono emersi diversi riscontri in senso contrario, anche dal punto di vista giudiziario. Nella relazione del senatore Lionello Bertoldi, approvata dalla Commissione Stragi nell'aprile del 1992, si afferma che nel luglio 1971 si svolse in località Valdurna, in provincia di Bolzano, una esercitazione militare, da parte di un gruppo di iscritti al MSI: «Tra i partecipanti con funzione di istruttore, che sceglie il campo, che ha rilievo particolare nel presunto uso delle armi, vi è Giuseppe Sturaro, iscritto al MSI dal 1960 e facente parte dal 1968 della Upi Primula di Gladio, al n. 515 dei componenti ufficiali Gladio. È il ventottesimo iscritto al MSI che appartiene contemporaneamente a Gladio conosciuto nella Commissione; in Alto Adige ne incontreremo altri due in Amos Spiazzi ed in Francesco Stoppani […] Vi è stata ancora una volta una palmare contraddizione con le dichiarazioni ufficiali su Gladio a cui non avrebbero potuto appartenere elementi attivi iscritti a partiti politici». Per quanto riguarda Francesco Stoppani, sottotenente presso il battaglione alpino Trento a Monguelfo (Bz) dal 15 ottobre 1975 al 15 luglio 1976, risulta iscritto al MSI alla pari del padre che ne è esponente e candidato alle elezioni politiche, e risulta anche appartenente a Gladio[28].

Vincenzo Vinciguerra indicò, fra gli appartenenti a Gladio, i nomi di Manlio Portolan, capo triestino di Ordine Nuovo e processato per atti di terrorismo e Enzo Maria Dantini, esponente della destra eversiva, fondatore della organizzazione Lotta di Popolo, esperto di esplosivi e perito di parte di Franco Freda nel processo per la Strage di Piazza Fontana; entrambi presenti nei fascicoli dell’archivio di Gladio nel 1990. Nell’archivio i magistrati trovarono anche il fascicolo intestato a Gianfranco Bertoli, che secondo il giudice Felice Casson era il sedicente "anarchico" che il 17 maggio 1973 aveva lanciato una bomba contro la Questura di Milano, provocando quattro morti e molti feriti, a proposito del quale «i dirigenti del SISMI hanno dichiarato il falso quando hanno scritto che il Bertoli Gianfranco rinvenuto negli archivi della Gladio non è il terrorista ma un omonimo personaggio nato a Portogruaro. Tale ultima circostanza è sicuramente falsa»[29].

Il 25 giugno 1966 era stato nominato facente funzione di direttore della S.A.D., cioè comandante militare di Gladio, il tenente colonnello Pasquale Fagiolo, già appartenente alla Repubblica Sociale Italiana: in precedenza Fagiolo aveva diretto il centro di addestramento di Capo Marrargiu. Fagiolo segnalò con un giudizio positivo il perito balistico Marco Morin per arruolarlo nella Gladio: Morin fu poi accusato dal giudice Casson di depistaggio nelle indagini sulla Strage di Peteano[29].

Alcuni hanno messo in evidenza il fatto che il simbolo del gladio, che compare nello stemma dell’organizzazione paramilitare, era stato adottato anche dalla Repubblica Sociale Italiana: l'utilizzo del gladio romano, contornato da fronde di quercia, da portare sulle mostrine dell'uniforme dell'Esercito Nazionale Repubblicano, fu introdotto nel settembre del 1944. Secondo Indro Montanelli e Mario Cervi, «Chi lo riesumò aveva la memoria troppo corta. O troppo lunga»[8][30].

I rapporti con il Caso MoroModifica

Paolo InzerilliModifica

Il generale Paolo Inzerilli, ufficiale del Sismi e responsabile di Gladio dal 1974 al 1986, ha affermato che durante il sequestro Moro l’organizzazione Gladio fu sensibilizzata ma non attivata. Durante una conferenza stampa a Udine, nell’agosto del 1994, l’associazione degli ex gladiatori affermò che Gladio era stata allertata soltanto per fornire informazioni durante i sequestri Dozier e Moro. Inzerilli rese noto in una intervista il fatto che nell’aprile 1978, durante il sequestro Moro, sono spariti alcuni documenti top-secret contenenti notizie riservate della struttura Stay-Behind, conservati nella cassaforte del ministro della Difesa. Afferma Inzerilli che si tratta «dell’informativa completa messa a punto da me, allora capo della Gladio, che, misteriosamente scomparsa, ricomparve nel 1980 […] Le carte tornarono nel mio ufficio il 16 luglio 1980, accompagnate da un biglietto firmato dall'aiutante del ministro della Difesa, ammiraglio Staglianò. Dunque, non si erano perse. Che cosa ne sia stato però, non saprei dirlo»[31].

Camillo GuglielmiModifica

Nel 1991 l’onorevole Luigi Cipriani, membro della Commissione stragi, raccolse la testimonianza di Pierluigi Ravasio, ex agente del Sismi ed ex appartenente a Gladio, essendo stato addestrato a Capo Marrargiu, il quale rivelò che un suo superiore, il colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, la mattina del 16 marzo 1978, intorno alle ore 9, si trovava nei pressi di via Fani, dove fu organizzato l’agguato ad Aldo Moro. Il generale Paolo Inzerilli negò l’appartenenza del colonnello Guglielmi al Sismi e a Gladio, affermando che l’ufficiale dei carabinieri sarebbe divenuto consulente del Sismi solo il 1º luglio 1978. Tuttavia, in una successiva inchiesta sull’operazione Gladio, i magistrati militari Sergio Dini e Benedetto Roberti hanno rintracciato documenti comprovanti i legami del colonnello Guglielmi con il Sismi fin dagli anni 1972-1973, oltre al suo ruolo di istruttore in corsi speciali organizzati dal Sid, presso la base di Gladio a Capo Marrargiu. Dall’inchiesta dei due magistrati emerse altresì che Guglielmi si era recato in via Fani su richiesta del generale Pietro Musumeci, sulla base di una informazione fornita da un infiltrato dei servizi segreti nelle BR[31].

In occasione della Seduta del 7 ottobre 2015, della Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, il Sostituto Procuratore della Repubblica Sergio Dini ha dichiarato che «Guglielmi, come diceva il collega, nel 1965 partecipò alla prima esercitazione di personale dell'Ufficio D a Capo Marrargiu. Non c’è solo la citazione «Guglielmi presente a Capo Marrargiu», ma ci sono diversi documenti in cui viene indicato esattamente il programma del corso e, giorno per giorno, quello che è stato fatto. Si andava appunto da tecniche di imboscata e guerriglia urbana a tecniche di trappolamento ed esplosivi su materiale ferroviario, come ha detto anche il collega. Sono due le fasi in cui il personale dell'Ufficio D va a Capo Marrargiu: nel 1965-66 ci sono, mi sembra, quattro corsi, a uno dei quali partecipa Guglielmi; nel 1972-73 se ne tengono altri con le stesse caratteristiche e lo stesso tipo di programma, ossia guerriglia urbana, bottiglie incendiarie, tra l'altro, cariche esplosive su materiale ferroviario, tecniche di sovversione, propaganda, tutto ciò che riguardava attività di carattere interno, di guerra interna»[32].

Guglielmi ammise di essere stato presente nei pressi di via Fani il giorno dell’agguato alle 9,30, in quanto si stava recando da un collega, il colonnello Armando D’Ambrosio, residente in via Stresa, nelle vicinanze di via Fani, che lo avrebbe invitato a pranzo. Il colonnello D’Ambrosio dichiarò di non ricordare di avere invitato a pranzo Guglielmi, ma di essere certo che il colonnello del Sismi effettivamente si presentò a casa sua, verso le 9[33]. Convocato nel maggio 1991 dal pubblico ministero di Roma, Luigi De Ficchy, D’Ambrosio dichiarò: «Guglielmi si è presentato a casa mia poco dopo le nove, non era affatto atteso, e non esisteva alcun invito a pranzo. Si è intrattenuto per qualche minuto a casa mia ed è tornato in strada dicendo: "Deve essere accaduto qualcosa"»[34].

Divulgazione del segretoModifica

Nel 1990 il primo troncone della rete internazionale fu reso pubblico in Italia. Il suo nome in codice era Gladio, la parola che indica la corta spada a doppio taglio usata dai legionari romani (il gladio era stato adottato dalla Repubblica Sociale Italiana per sostituire le stellette)[8]. Il Governo ne ordinò lo scioglimento il 27 luglio 1990.

L'Italia insistette che identiche forze armate clandestine erano esistite anche in tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale. Questa ammissione si rivelò corretta e da successive ricerche risultò che nel Belgio le forze segrete della NATO erano state denominate in codice SDRA8, in Danimarca Absalon, in Germania Ovest TD BJD, in Grecia LOK, nel Lussemburgo semplicemente Stay-Behind, nei Paesi Bassi I&O, in Norvegia ROC, nel Portogallo Aginter, in Svizzera P26, in Turchia Contro-Guerriglia ed in Austria OWSGV. I nomi in codice degli eserciti segreti in Francia, in Finlandia, in Spagna e in Svezia rimangono tuttavia sconosciuti.

Gladio è stata collegata anche alla P2 di Licio Gelli e al Noto servizio, un super-servizio segreto soprannominato Anello, a capo del quale ci sarebbe stato Giulio Andreotti. Licio Gelli dichiarò: «Giulio Andreotti sarebbe stato il vero "padrone" della Loggia P2? Per carità... io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l'Anello»[35].

Reazione dell'opinione pubblicaModifica

Nel corso degli anni successivi alla scoperta l'organizzazione Gladio è stata citata in molti processi e indagini su omicidi e stragi, pur senza conseguenze. I suoi membri sono stati più o meno bollati dall'opinione pubblica come fascisti più o meno dichiarati, come probabili cospiratori, come possibili «stragisti»[14]. È stata associata con il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro[36], l'omicidio del giornalista Mauro Rostagno (ucciso da Cosa nostra nel 1988)[37][38], l'omicidio della giornalista Ilaria Alpi e del cineoperatore Miran Hrovatin[39], l'omicidio del poliziotto Antonino Agostino e di sua moglie, Ida Castelluccio[40], l'omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi (da parte della difesa degli imputati)[41], la strage di Alcamo Marina[42], la strage di Bologna[43] e la strage di piazza della Loggia[44] (nella commemorazione del 1993, di poco successiva alla strage di via dei Georgofili, fu ripreso per ore dalle telecamere di Rai 3 uno striscione contro Gladio, suggerendo ai telespettatori un collegamento tra i «gladiatori», piazza Fontana, Brescia e Firenze)[14]. Il giudice Giovanni Falcone stava indagando su Gladio quando venne ucciso[45]. Il magistrato Ferdinando Imposimato ha affermato che il giudice Paolo Borsellino è stato ucciso perché stava indagando sull'organizzazione Gladio[46].

L'unico organo di informazione che prese le difese dei «gladiatori» fu il Giornale, sottolineando come «nell'ex patria del diritto basta aver servito il proprio Paese in un corpo segreto per cadere sotto l'anatema giudiziario-comunista»[47]. Nel 1992, quando il presidente della Commissione Stragi Libero Gualtieri denunciò l'illegittimità dell'organizzazione e la sua «clandestinità» al di fuori di ogni controllo politico (mentre nello stesso periodo la Procura di Roma chiedeva l'archiviazione per mancanza di prove)[48], il quotidiano milanese criticò duramente il senatore repubblicano scrivendo: «Per avere un processo stalinista mancava il pubblico ministero, il signor Vishinsky. Adesso ne abbiamo l'ectoplasma, è Gualtieri, senatore repubblicano della Romagna, presidente della commissione Stragi. [...] Con la sua requisitoria sul "caso" Gladio, ci ha offerto un esempio di come si costruisce un'accusa in stile anni Trenta»[49].

Piano SoloModifica

Nell'autunno 1990 si ridiede attualità al piano Solo, ipotizzando un intreccio, mai dimostrato, tra piano Solo, Gladio e le stragi. Fu istituita una commissione parlamentare d'inchiesta che, insieme a quelle militari, censurò con espressioni dure il comportamento tenuto dal generale Giovanni de Lorenzo, ma ritenne che il suo piano illegittimo (perché approntato all'insaputa dei responsabili governativi e delle altre forze dell'ordine e affidato unicamente ai carabinieri) fosse irrealizzabile e fantasticante, bollandolo come «una deviazione deprecabile» ma non come un tentativo di colpo di Stato[8]. A fine anno il Governo rimosse alcuni omissis ed emerse che anche la sede del PSI avrebbe dovuto essere occupata, con 20.000 carabinieri da impiegare[8].

Il Centro addestramento guastatori presso Capo Marrargiu, in Sardegna, nel 1964 doveva essere un luogo di confino per 731 oppositori politici, che vi sarebbero stati portati durante un tentativo di colpo di Stato. Il golpe non venne mai realizzato, ma la località di Capo Marrargiu era la stessa in cui si addestravano alcuni membri dell'organizzazione Gladio[50].

Collegamenti con la P2Modifica

L'organizzazione Gladio è stata messa in relazione con la P2, la loggia della massoneria deviata con finalità eversive[51].

Il Centro ScorpioneModifica

Il Centro Scorpione, un centro d'addestramento speciale di Gladio a Trapani, utilizzava il campo volo di Trapani Milo, dove il giornalista Mauro Rostagno aveva filmato il caricamento di casse di armi per la Somalia su un aereo militare. Il giornalista fu ucciso due mesi dopo[39].

I rapporti con i servizi segreti e Cosa nostraModifica

Massimo Ciancimino ha raccontato che suo padre Vito era un membro di Gladio[52][53] e intrattenne stretti rapporti sia con i servizi segreti che con i latitanti Bernardo Provenzano e Salvatore Riina[54][55]. Tuttavia nell'elenco dei 622 «gladiatori» reso pubblico nel 1990 il suo nome non è presente[56]. Alcuni membri dell'organizzazione Gladio sono comunque ancora coperti dallo Stato per ragioni di privacy, per questo un elenco completo non è mai stato fornito.[57]

Dopo lo scioglimentoModifica

Nel 2005 la notizia di una possibile continuazione[58][59] di Gladio[60] divenne pubblica, come effetto collaterale di un'indagine sul caso di Fabrizio Quattrocchi, in quella che fu denominata «polizia parallela»[61], il cui nome era DSSA (Dipartimento Studi Strategici Antiterrorismo)[62] che fu guidata da due agenti segreti[63] provenienti dall'intelligence atlantica e vide al suo interno poliziotti, carabinieri e consulenti, oltre che molti ex appartenenti a Gladio: 16 di loro (su oltre 150 nominativi presenti in un elenco e forse altri rimasti anonimi)[64][65] subirono un procedimento penale[66]. Tra gli indagati, poi completamente prosciolti dal Tribunale di Milano con formula piena (non luogo a procedere perché il fatto non sussiste), vi era anche il politico di estrema destra Gaetano Saya, fondatore del partito Nuovo MSI[58]. Gaetano Saya era stato indicato dalla stampa come il capo di questa struttura.

Secondo alcuni autori, come Indro Montanelli e Mario Cervi, Gladio era una struttura perfettamente legale e lecita, che fece scandalo soltanto in Italia[1] perché fu usata per coprire lo sfascio dell'ideologia comunista nell'Europa orientale[67], e che non fu realmente sciolta solo per il vizio italiano di garantire stipendi ai dipendenti di enti ormai divenuti inutili[68].

NoteModifica

  1. ^ a b Indro Montanelli, Avrei dato con entusiasmo l'adesione al Gladio, in Corriere della Sera, 7 giugno 1997. URL consultato il 23 giugno 2015 (archiviato dall'url originale il 23 giugno 2015).
  2. ^ Stefania Limiti, L’ombrello della Nato, in Doppio livello, Chiarelettere, 2013.
  3. ^ I rapporti di Gladio con la Nato. (PDF). Misteri d'Italia. Servizi Segreti. Gladio. Fonte: Agorà. Roberto Cicciomessere. 30 maggio 1991.
  4. ^ Vincenzo Vinciguerra aderì nel 1974 ad Avanguardia Nazionale.
  5. ^ a b (EN) Daniele Ganser, Terrorism in Western Europe: An Approach to NATO's Secret Stay-Behind Armies (PDF), ETH Zurich. URL consultato il 15 dicembre 2005.
  6. ^ Aldo Cazzullo, Cossiga compie 80 anni: Moro? Sapevo di averlo condannato a morte, in Corriere della Sera, 8 luglio 2008. URL consultato il 29 luglio 2012.
  7. ^ Relazione del Comitato Parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, camera.it, 26 ottobre 1995. URL consultato il 21 dicembre 2005.
  8. ^ a b c d e f g h i j Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991.
  9. ^ a b Report by the Italian Military Secret Service (SIFAR) on Operation Gladio, PHP, 1º giugno 1959. URL consultato il 27 settembre 2008 (archiviato dall'url originale il 24 settembre 2015).
  10. ^ Roberto Bianchini e Giorgio Cecchetti, La Cia fino al 1975 finanziava Gladio, in la Repubblica, 30 novembre 1990. URL consultato l'8 luglio 2008.
  11. ^ Commissione d'inchiesta sul terrorismo in Italia, parlamento.it, 20 dicembre 1996. URL consultato il 27 settembre 2008.
  12. ^ Elenco gladiatori in Italia. (PDF). Misteri d'Italia. Servizi Segreti. Gladio. 24 ottobre 1990.
  13. ^ Renato Farina, Cossiga mi ha detto, Venezia, Marsilio, 2011.
  14. ^ a b c Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993.
  15. ^ II - GLADIO E I NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO, almanaccodeimisteri.info. URL consultato il 17 luglio 2008 (archiviato dall'url originale l'8 settembre 2008).
  16. ^ Indro Montanelli, Andreotti e Pecorelli: come un romanzo, in Corriere della Sera, 16 dicembre 1995. URL consultato il 23 giugno 2015 (archiviato dall'url originale il 23 giugno 2015).
  17. ^ Finestre sul '900 italiano, archivio900.it. URL consultato il 17 luglio 2008.
  18. ^ Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Roma, Nuova Eri, 1992.
  19. ^ Ed Vulliamy, Secret agents, freemasons, fascists... and a top-level campaign of political 'destabilisation', in The Guardian, 5 dicembre 1990. URL consultato il 15 dicembre 2005.
  20. ^ Giuliano Gallo, Gladio, assoluzione per l'ex vertice Sismi: «Non hanno mentito», in Corriere della Sera, 4 luglio 2001. URL consultato il 7 luglio 2012.
  21. ^ Daniele Mastrogiacomo, Maletti: Confermato il coinvolgimento Usa, in la Repubblica, 2 dicembre 2000. URL consultato l'8 luglio 2008.
  22. ^ a b c Daniele Mastrogiacomo, Piazza Fontana, matrice estera, in la Repubblica, 21 marzo 2001. URL consultato l'11 luglio 2008.
  23. ^ Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, 27ª seduta, audizione Francesco Cossiga, 27 novembre 1997.
  24. ^ Paolo Colonnello, «Sì, la Cia finanziava il Sid», in La Stampa, 21 marzo 2001. URL consultato il 24 novembre 2017.
  25. ^ Philip Willan, Terrorists 'helped by CIA' to stop rise of left in Italy, in The Guardian, 26 marzo 2001. URL consultato il 27 settembre 2008.
  26. ^ a b Giacomo Pacini, Le altre Gladio, Einaudi, 2014
  27. ^ La parola ai lettori – Un motivo di fiducia, in il Giornale, 4 giugno 1993.
  28. ^ Paolo Cucchiarelli, Aldo Giannuli, Lo Stato parallelo, Roma, 1997
  29. ^ a b Sergio Flamigni, I fantasmi del passato, Roma, 2001
  30. ^ Gianluca Semprini, Mario Caprara, Neri!, Roma, 2011
  31. ^ a b Stefano Grassi, Il caso Moro, Mondadori, 2008
  32. ^ Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, su documenti.camera.it, 7 ottobre 2015. URL consultato il 16 agosto 2019.
  33. ^ Sergio Flamigni, La tela del ragno, Roma, 2003
  34. ^ Stefania Limiti, Sandro Provvisionato, Complici, Milano, 2015
  35. ^ Gelli: «Berlusconi? Un debole. E Fini è un uomo senza carattere», in Corriere.it, 15 febbraio 2011. URL consultato il 15 febbraio 2011.
  36. ^ Franco Scottoni, Nel caso Moro l'organizzazione Gladio, in la Repubblica, 30 ottobre 1990. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  37. ^ Salvo Palazzolo, Rostagno, nuove verità sul delitto i servizi segreti aprono gli archivi, in Repubblica.it, 20 maggio 2012. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  38. ^ Giuseppe Pipitone, Mauro Rostagno, le motivazioni: "Logge e 007, ma ad ammazzarlo fu Cosa nostra", in il Fatto Quotidiano.it, 29 luglio 2015. URL consultato il 1º ottobre 2015.
  39. ^ a b L'ultimo viaggio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin in Somalia e quell'ombra di Gladio, in il Fatto Quotidiano.it, 25 marzo 2012. URL consultato il 23 ottobre 2016.
  40. ^ Delitto Agostino: Aiello, Paolilli e quell'ombra di Gladio, Antimafia Duemila, 22 agosto 2017. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  41. ^ Michele Brambilla, "Colpevoli? Non so, certo il clima di odio...", in Corriere della Sera, 12 novembre 1995. URL consultato il 29 ottobre 2016 (archiviato dall'url originale il 7 novembre 2015).
  42. ^ Rino Giacalone, Alcamo, la strage dei carabinieri del 1976: trame tra Gladio e mafia, Antimafia Duemila, 9 ottobre 2009. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  43. ^ Rita Di Giovacchino, Strage di Bologna, la verità negata, in il Fatto Quotidiano.it, 20 agosto 2011. URL consultato il 4 luglio 2014.
  44. ^ Roberto Bianchin e Giorgio Cecchetti, Gladio dietro le stragi, in la Repubblica, 15 dicembre 1990. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  45. ^ Marco Travaglio, Giovanni Falcone 25 anni dopo. Scarpinato: "Una verità a brandelli. Interessi politici oscuri tramano ancora", in il Fatto Quotidiano, 23 maggio 2017. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  46. ^ Ferdinando Imposimato: 'Borsellino ucciso perché indagava su Gladio e i delitti politici', 19luglio1992.com, 22 luglio 2017. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  47. ^ f.o. [Federico Orlando], Patrioti alla gogna, in il Giornale, 7 novembre 1990.
  48. ^ Federico Orlando, Carte false, in il Giornale, 30 gennaio 1992.
  49. ^ f.o. [Federico Orlando], Bentornato Vishinsky, in il Giornale, 29 gennaio 1992.
  50. ^ Giovanni Maria Bellu, Piano Solo, ecco i politici da arrestare, in la Repubblica, 30 ottobre 1999. URL consultato il 18 ottobre 2017.
  51. ^ Giovanni Maria Bellu e Giuseppe D'Avanzo, Dietro Gladio c'era la Loggia P2, in Repubblica.it, 17 gennaio 1991. URL consultato il 1º ottobre 2017.
  52. ^ Mio padre era con Gladio, in La Stampa.it, 30 ottobre 2009. URL consultato il 4 febbraio 2018.
  53. ^ Mio padre, soldato di Gladio e uomo della trattativa Stato-mafia, in il Fatto Quotidiano.it, 13 gennaio 2010. URL consultato il 4 febbraio 2018.
  54. ^ Processo Stato-mafia, depone Ciancimino: "Provenzano era uno di casa e compagno di pizza", in Rai News, 4 febbraio 2016. URL consultato il 4 febbraio 2018.
  55. ^ Processo trattativa, depone Ciancimino: "Mio padre dopo via d'Amelio disse: la colpa è nostra", in Repubblica.it, 11 febbraio 2016. URL consultato il 4 febbraio 2018.
  56. ^ Camera dei deputati – relazione sulla vicenda Gladio – allegati Elenco dei 622 nominativi e Parere dell'Avvocatura dello Stato (PDF), su stay-behind.it, 26 febbraio 1991. URL consultato il 4 luglio 2014 (archiviato dall'url originale il 14 luglio 2014).
  57. ^ http://espresso.repubblica.it/attualita/2017/08/01/news/associazione-vittime-lo-stato-non-vuole-la-verita-sulla-strage-di-bologna-1.307278
  58. ^ a b Franca Selvatici, Macché Gladio bis, le autorità sapevano Gaetano Saya si difende, in Repubblica.it, 7 febbraio 2005. URL consultato il 30 dicembre 2005.
  59. ^ Filippo Ceccarelli, Gladio, P2, falangisti l'Italia che sogna il golpe, in Repubblica.it, 3 luglio 2005. URL consultato il 30 dicembre 2005.
  60. ^ Marco Imarisio, Così reclutavano: «Facciamo un'altra Gladio», in Corriere della Sera, 2 luglio 2005. URL consultato il 15 dicembre 2005.
  61. ^ «Polizia parallela», due arresti, in Corriere della Sera, 2 luglio 2005. URL consultato il 26 marzo 2013.
  62. ^ DIPARTIMENTO STUDI STRATEGICI ANTITERRORISMO-DEPARTMENT OF ANTITERRORISM STRATEGIC STUDIES, dssa-antiterrorismo.it. URL consultato il 26 marzo 2013 (archiviato dall'url originale il 27 maggio 2005).
  63. ^ Italy Nabs 2 in 'Parallel' Police Scheme & others news, in Associated Press, 1º luglio 2005. URL consultato il 26 marzo 2013 (archiviato dall'url originale il 1º marzo 2010).
  64. ^ "Sono 150 gli iscritti alla Dssa Consegnerò la lista dei nomi", in Repubblica.it, 2 luglio 2005. URL consultato il 26 marzo 2013.
  65. ^ John Philips, Up to 200 Italian police 'ran parallel anti-terror force', in The Independent, 5 luglio 2005. URL consultato il 26 marzo 2013.
  66. ^ Italy probes 'parallel police', in BBC News, 1º luglio 2005. URL consultato il 26 marzo 2013.
  67. ^ Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo, Milano, Rizzoli, 1991. «La sorpresa ostentata da molte parti politiche per la scoperta di Gladio è del resto poco credibile. Se n'era parlato molto – pur senza specificare il nome dell'organizzazione – negli anni precedenti. Ma a quel punto – estate del 1990 – Gladio divenne un'arma preziosa per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dallo sfascio della ideologia e dei partiti comunisti, e per avvalorare la tesi che l'Italia fosse vissuta in una falsa democrazia, viziata da presenze poliziesche, autoritarie e golpiste.».
  68. ^ Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango, Milano, Rizzoli, 1993. «Quanto all'interrogativo angoscioso che scaturisce dal Cassonpensiero (perché mai se non c'era nulla di losco in Stay-behind non lo si abolì quando era ormai superfluo?), interrogativo che, posto a quel modo, sembra comportare una sola risposta (non lo si abolì per covare il golpe) noi azzardiamo una spiegazione più banale e più semplice. Gladio era diventato un ente inutile. E quando mai in Italia si abolisce un ente inutile che comporta uffici, segreterie, auto blu, indennità speciali per chi lo comanda? Il merito d'aver conseguito la soppressione d'un ente inutile – ma solo quello – a Casson va riconosciuto.».

Bibliografia sulla Gladio italianaModifica

  • Antonino Arconte, L'ultima missione. Appendice. L'archivio superstite dell'organizzazione Gladio, 2001, ISBN 88-900678-2-9.
  • Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Roma, Editori Riuniti, 1994 [1984], ISBN 88-359-3432-X.
  • Mirko Crocoli, Nome in codice Gladio, Brescia, Acar, 2017.
  • Giovanni Fasanella e Claudio Sestieri con Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, Torino, Einaudi, 2000 (vedi articolo nel sito della rete civica di Bologna).
  • (DE) Regine Igel, Andreotti. Politik zwischen Geheimdienst und Mafia, Monaco, Herbig Verlagsbuchhandlung GmbH, 1997, ISBN 3-7766-1951-1.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di piombo (1965-1978), Milano, Rizzoli, 1991, ISBN 88-17-42805-1.
  • Indro Montanelli e Mario Cervi, L'Italia degli anni di fango (1978-1993), Milano, Rizzoli, 1993, ISBN 88-17-42729-2.
  • Andrea Pannocchia e Franco Tosolini, Gladio. Storia di finti complotti e di veri patrioti, Vicenza, Rossato, 2009, prefazione di Francesco Cossiga, postfazione di Paola Dal Din.
  • (EN) Arthur E. Rowse, Gladio: The Secret U.S. War to Subvert Italian Democracy in Covert Action numero 49, estate 1994 (versione online).
  • (FR) Rapporto di Giulio Andreotti su Gladio (traduz. francese), a cura di VoltaireNet.org.
  • (FR) François Vitrani, L'Italie, un Etat de 'souveraineté limitée'?, in Le Monde diplomatique, dicembre 1990.
  • (FR) Patrick Boucheron, L'affaire Adriano Sofri|Sofri: un procès en sorcellerie ?, sulla rivista L'Histoire, nº217 (gennaio 1998) ([1]).
  • (FR) Philippe Foro, Les procès Andreotti en Italie (I processi di Giulio Andreotti|Andreotti in Italia), Università di Tolosa II, Groupe de recherche sur l'histoire immédiate.
  • (EN) Claudio Celani, The Sphinx and the Gladiators: How Neo-Fascists Steered the Red Brigades, in Executive Intelligence Review, gennaio 2001.
  • Parlamento Italiano, XIII Legislatura, Relazioni della Commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. On. Giovanni Pellegrino

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