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Organizzazione militare dei Celti
Celts in III century BC.jpg
La diffusione dei Celti in Europa all'epoca dell'apogeo della loro civiltà (III secolo a.C.[1]).
Descrizione generale
AttivaX secolo a.C. - II secolo
NazioneCelti
Tipoforze armate di fanteria, cavalleria e navali
Comandanti
Degni di notaBrenno
Vercingetorige
Boudicca
Fonti citate nel corpo del testo
Voci su unità militari presenti su Wikipedia

Per organizzazione militare dei Celti s'intende lo studio della storia militare e dell'arte bellica dei Celti dal X secolo a.C., data canonica dello sviluppo, in Europa, della cultura celtica, ai primordi dell'Era cristiana, quando le Guerre romano-celtiche si chiusero con la definitiva vittoria di questi ultimi.

In questo ampio contesto spazio-temporale si collocano le lotte tra le varie tribù celtiche per il controllo dell'Europa centrale e dell'Europa occidentale, sia contro le precedenti popolazioni europee preistoriche sia le une contro le altre, ed i grandi conflitti contro più solide strutture statali quali il Regno di Macedonia, gli stati ellenistici e, naturalmente, gli Etruschi ed i Romani. Dal V secolo a.C. al II secolo a.C., i Celti monopolizzarono, nell'immaginario collettivo delle popolazioni mediterranee, il ruolo dei "barbari" hyperborei (nordici), perdendo questo primato solo quando i Romani entrarono in contatto con la popolazione germanica dei Cimbri[2].

Al tempo dell'apogeo dell'Impero romano (II secolo), i Celti ancora indipendenti (Britanni, Gaeli e Scoti), vivevano nell'attuale Gran Bretagna ed in Irlanda ed ivi proseguirono, in relativo isolamento, la loro tradizione bellica, apportandovi sostanziali evoluzioni solo a seguito delle incursioni dei germani anglosassoni (V secolo), dei vichinghi (IX secolo) e dei normanni (XI secolo).

Origini della tradizione militare celtica: guerre tribali di Hallstatt e propagazione dei corredi di La TèneModifica

 
Immagine del XIX secolo raffigurante alcune spade Hallstattiane.
 
Spada e fodero celtici, ca. 60 a.C.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Cultura di Hallstatt, Cultura di La Tène e Celti.

Una delle caratteristiche peculiari della cultura celtica fu il ricorrere della pratica bellica, sia intesa come mercenariato, sia come guerra tribale. Seppur la tradizione mitologica insista nel presentare il ricorso dei Celti alla guerra come un esempio di primavera sacra, fenomeno affatto inconsueto nelle civiltà indoeuropee e riconducibile a fenomeni di razzia perpetrata in modo sistematico per questioni ludico-economiche, la cronaca storica ed i rilevamenti archeologici evidenziano invece un approccio molto più politico alla guerra, intesa come mezzo per estendere il potere e l'autorità della tribù, del clan o della sippe.

L'evidenza di un profondo mutamento nell'armamento dai protocelti (Cultura di Hallstatt - XII-VI secolo a.C.) ai Celti (Cultura di La Tène - VI-I secolo a.C.) supporta in modo abbastanza robusto l'ipotesi di una sistematica evoluzione bellica:

  • Le prime armi di Hallstatt (Età del Bronzo Tardo) sono lunghe spade in bronzo, poi in ferro, dalle quali emerge l'archetipo della spada celta con lama "a foglia". Oltre alla spada utilizzavano lance, giavellotti e daghe, anche se solo i nobili potevano permettersi la panoplia completa. L'armatura era composta invece da uno scudo, generalmente ovale, dall'elmo e da una corazza in cuoio o lino pressato[3];
  • Alla fine di Hallstatt la spada lunga scompare, in favore di una daga dalla lama corta e massiccia, concomitantemente con l'utilizzo sempre più massiccio del ferro[3] e l'apparizione, nel corredo funebre, di un carro a quattro ruote dai probabili scopi bellici;
  • Al principio di La Tène, la spada lunga torna in auge, probabilmente arma preferenziale dei guerrieri professionisti che combattono come "campioni" dal loro cocchio da guerra a due ruote. La spada sviluppa poi varianti monofilari, atte meramente a colpire e non a parare, mentre si diffonde radicalmente l'uso della lancia, "arma di massa" per consorterie armate sempre più numerose. I corredi funebri dei ricchi ci testimoniano poi il diffondersi, certo non capillare, di elmi crestati e di armature a maglia di ferro. È vero quindi che in questo periodo i Celti utilizzarono sia le spade corte da stocco (40 cm), sia quelle lunghe da taglio (fino a 80–90 cm), contenute in foderi di legno o cuoio; erano altrettanto utilizzati giavellotti (da tre a quattro a persona, stando ai ritrovamenti funebri) e lance; la cavalleria non aveva ancora un ruolo importante. Gli elmi erano poco frequenti, e torneranno a diffondersi lentamente dal IV secolo a.C.[4];
  • In tutto l'areale toccato dai Celti, dalla Transilvania, all'Italia, alle isole britanniche, tra IV e III secolo a.C., nei corredi funebri ricorrono temi iconografici comuni, come la coppia di draghi e la lira zoomorfa, sui foderi di spada, probabili simboli di una comune appartenenza a consorterie marziali inter-tribali.

A partire dal V secolo, i Celti mossero dall'Europa Centrale verso il Mediterraneo, scombussolando l'equilibrio geo-politico del mondo classico:

Gli storici si sono interrogati su quali dinamiche sociali abbiano permesso, a un complesso etnico politicamente frammentato quale sempre fu quello celtico, di pianificare e perseguire efficacemente movimenti di ampia portata (militare e demografica) quali l'invasione dell'Italia Settentrionale del IV secolo a.C. e l'espansione balcanica, greca e anatolica del secolo successivo. Indubbiamente, tali dinamiche accompagnarono una mutazione evidente nella struttura sociale dei Celti del IV secolo a.C., il cui elemento di maggior rilievo è rappresentato dal declino delle «antiche dinastie» alla cui dominanza si era andata a sostituire, per cause ancora sconosciute, quella di un nuovo ceto guerriero sistematicamente specializzatosi e rinnovatosi sin dal declino di Hallstatt. Questa élite marziale, composta da esponenti di una piccola aristocrazia terriera, s'inseriva in organizzazioni inter-tribali a base guerriera, le confraternite o eterìe militari cui accennava Polibio[6] parlando dei Celti discesi in Italia. Proprio l'attitudine ad aggregarsi in consorterie militari potrebbe fornire la chiave in grado di spiegare le doti di eccezionale dinamismo e mobilità palesate dai Celti nel secolo e mezzo della loro espansione storica. Questo farebbe luce anche sulla loro capacità nel saper andare oltre gli angusti orizzonti ancestrali, ricomponendo la tradizionale divisione in una coesa dimensione super-tribale, analoga a quella dei Fianna del ciclo feniano della mitologia irlandese e probabilmente permeata e rinsaldata da comuni sensibilità religiose, come il tema della ricerca eroica della "buona morte", secondo l'ostentata ritualità di quei Gesati che, nudi in battaglia, andarono incontro al nemico e alla morte nella Battaglia di Talamone.[7].

Organizzazione militare dei Celti per area geograficaModifica

Gallia Transalpina, Cisalpina ed Italia centraleModifica

 
La Gallia Transalpina prima della sua conquista da parte dei Romani di Cesare (58 a.C.).
 Lo stesso argomento in dettaglio: Conquista romana della Gallia Cisalpina e conquista romana della Gallia.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Organizzazione militare dei Galli.

La celtizzazione di gran parte dell'Europa era avvenuta all'insaputa dei Romani il cui interesse alla sicurezza non esulava da un ambito essenzialmente locale. Equi, Volsci, Sabini ed Etruschi, erano i popoli, tutti confinanti, con i quali Roma si era dovuta misurare sin dalla sua fondazione. Solo in alcuni casi le relazioni internazionali si erano spinte più lontano, portando Roma a intrattenere contatti diretti con Cartagine. Ma tali antiche relazioni si inquadravano comunque in un ambito più vasto, all'interno di un ampio regolamento di interessi reciproci già storicamente in atto tra l'area di influenza etrusca e quella punica.[8] L'ampia portata di questa convergenza di antica data era culminata, nella seconda metà del VI secolo a.C., nell'alleanza anti-focea della battaglia di Alalia, decisiva nel definire gli equilibri tirrenici all'approssimarsi del V secolo a.C. I rapporti con Cartagine erano proseguiti anche dopo la fine dell'età regia quando Roma, appena agli esordi della sua esperienza repubblicana, stipulò con Cartagine un trattato – il primo di una serie – di cui si ha notizia in Polibio, risalente alla fase iniziale di transizione repubblicana della Roma monarchica[9] ma evidentemente iscrivibile nella consuete relazioni tra l'area etrusca e Cartagine[10]. Anteriormente al IV secolo a.C., altre relazioni ad ampio raggio erano state intrattenute con capitali etrusche come Clusium (Chiusi), con poleis magnogreche come Cuma o, occasionalmente, e per contatti dettati soprattutto dagli approvvigionamenti di frumento, con la Sicilia. Furono queste tre potenze – Etruschi, Cartaginesi e Greci, sia italioti che sicelioti – a dominare gli equilibri della penisola italiana nel V secolo a.C. e a determinare gli spazi politici entro i quali avrebbe mosso i primi passi l'espansionismo di Roma. All'interno di quegli stessi spazi, a cavallo tra il V e il IV secolo a.C., si preparava l'ingresso di un nuovo protagonista: i Celti.

L'invasione storica dei Celti nell'Italia del IV secolo a.C., e i primi conflitti che ne nacquero, proiettarono Roma in una dimensione diversa, e le vicende che ne scaturirono ebbero un impatto profondo non solo sulla storia di Roma, ma anche su quella etrusca e di altri popoli della penisola[11]. Gli eventi riverberarono la loro eco ben al di là dei ristretti limiti regionali o peninsulari, riuscendo ad attrarre l'attenzione della tradizione culturale greca: Plutarco riferisce di come Eraclide Pontico, filosofo di poco successivo agli eventi,[12] in un suo libro sull'anima, desse incidentalmente conto di una «certa notizia giunta dall'occidente, secondo cui un esercito, muovendo dall'Iperborea, aveva conquistato una città greca[13] chiamata Roma, posta in un luogo imprecisato del Grande Mare».[14] La notizia venne a conoscenza anche di Teopompo, Aristotele e di altri autori del IV secolo a.C.

Reciproche influenze con Etruschi, Romani e GermaniModifica

 
I Romani sconfitti dalla popolazione celtica dei Tigurini nella battaglia di Agen (107 a.C.), passano sotto il giogo.
Etruschi

Gli insediamenti etruschi della pianura padana (come Felsina, Melpum, Marzabotto e Spina) caddero sotto la pressione dei Celti fin dal VI secolo a.C., fino alla grande invasione del 390-387 a.C. che li condussero fino a conquistare Roma.

Gli Etruschi potrebbero aver appreso l'utilizzo dello scudo rettangolare con bordi arrotondati e rinforzo verticale centrale dai Celti, come pure l'utilizzo del carro, giunto in Italia attraverso due possibili direttrici, da Nord, attraverso la migrazione di popoli celtici del IV secolo, oppure dal sud-est, attraverso la frequentazione micenea delle coste italiane.

Romani
 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre romano-celtiche ed Esercito romano.

Diffusori in Europa dei raggiungimenti maturi dell'Età del Ferro, i Celti ebbero un ruolo fondamentale nello sviluppo delle armi e delle armature dei due popoli con i quali si scontrarono maggiormente nel corso della loro storia: i Romani ed i Germani. Già le campagne in Spagna di Scipione l'Africano avevano portato alla diffusione, nell'esercito repubblicano, del gladius hispaniensis. A seguito delle campagne in Gallia di Giulio Cesare, l'equipaggiamento personale dei militari romani subì una marcata "celticizzazione".

La parola latina lancea usata per i giavellotti dalle truppe ausiliarie, si suppone possa essere derivata da una parola ibera o celtibera, sebbene la sua forma originale non sia ricordata. I Romani descrissero la lancia dei Celti con il termine di gaesum, latinizzando il termine celtico di gaisos.

È pure vero che le due parole latine per indicare un carro da guerra, carrus e covinnus, furono adottate dalla lingua celtica, sebbene i Romani non sembra abbiano impiegato i carri in guerra.

Germani
 Lo stesso argomento in dettaglio: Organizzazione militare dei Germani.

Intorno al 550 a.C. i Germani raggiunsero l'area del Reno, imponendosi sulle preesistenti popolazioni celtiche[15] e in parte mescolandosi a esse (è considerato misto il popolo di confine dei Belgi). E sebbene portatori di una civiltà più articolata, i Galli transalpini subirono l'insediamento di avamposti germanici nel loro territorio, che diedero origine a processi di sovrapposizione tra i due popoli: insediamenti appartenenti all'uno o all'altro ceppo si alternavano e penetravano, anche profondamente, nelle rispettive aree d'origine. Sul lungo periodo, a uscire vincitori dal confronto furono i Germani, che qualche secolo più tardi sarebbero dilagati a occidente del Reno. Identico processo si sarebbe verificato, a sud, lungo l'altro argine naturale alla loro espansione, il Danubio.[16]

Sappiamo, infatti, che dal 72 a.C. un gruppo di tribù germaniche, capeggiate dagli Suebi di Ariovisto, aveva passato il Reno e tormentava con le sue scorribande il territorio gallico, infliggendo anche una dura sconfitta ai Galli presso Admagetobriga (60 a.C.). Sembra infatti che Ariovisto avesse varcato il Reno, insieme alle popolazioni suebe provenienti dalle vallate dei fiumi Neckar e Meno.[17] I Galli invocarono allora l'aiuto di Cesare, che sconfisse definitivamente Ariovisto presso Mulhouse (58 a.C.).[18]

Penisola ibericaModifica

 
La penisola iberica nel 300 a.C. circa.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre celtibere e Organizzazione militare dei Celtiberi.

Il nucleo centrale dell'insediamento celtiberico corrisponde a un'area dell'odierna Spagna centrale, a cavallo tra le regioni di Castiglia, Aragona e La Rioja e compresa tra il medio bacino dell'Ebro e l'alto corso del Tago (la Meseta)[19]. La penetrazione in quest'area risale all'VIII-VI secolo a.C., anche se è possibile che alcune infiltrazioni proto-celtiche fossero avvenute anche in epoche precedenti, fin dal X secolo a.C.[20] (cultura dei campi di urne).

In un secondo momento, i Celtiberi si espansero verso sud (nell'attuale Andalusia) e verso nord-ovest, fino a toccare le coste atlantiche della penisola (Galizia). A indicare i confini esatti della penetrazione celtica nella Penisola iberica sono la toponomastica (caratteristici sono i prefissi seg- e i suffissi -samo e, soprattutto, -briga)[21] e la diffusione del corpus delle iscrizioni in celtiberico, all'interno del quale spiccano i Bronzi di Botorrita.

I principali nuclei urbani dei Celtiberi, strutturati secondo il tipico schema indoeuropeo della "fortezza di collina", furono Numanzia, Kalakoricos (l'odierna Calahorra, chiamata dai Romani Calagurris) e l'attuale Calatayud (Bilbilis per i latini).

Reciproche influenze con Iberi e CartaginesiModifica

Iberi

Gli Iberi erano una popolazione preesistente della omonima penisola, che a partire dall'VIII secolo a.C. vennero in contatto con le prime migrazioni celtiche. I Celti andarono così a insediarsi nelle pianure centrali e nelle zone costiere atlantiche. Dai Celti gli Iberi sembra abbiano appreso l'utilizzo dello scudo ovale, poiché a differenza del precedente loro piccolo scudo circolare, offriva una miglior protezione contro gli attacchi della fanteria pesante romana. Era costituito da un umbone a protezione della maniglia centrale, il cui peso era di circa 5-7 chilogrammi. Sia il precedente scudo rotondo, sia quello ovale, erano decorati con simboli e colori.

Cartaginesi
 Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito cartaginese.

Troviamo mercenari celtici al soldo dei Cartaginesi nella prima guerra punica, dapprima impiegati nell'assedio di Agrigento del 263 a.C. e, successivamente, impegnati in operazioni in Sardegna. Infine, tremila di loro, al comando di Autarito, saranno coinvolti nella famosa rivolta mercenaria di Cartagine che dal 241 a.C., a conclusione della guerra punica, imperversò per più anni e mise a repentaglio la stessa stabilità della città punica appena uscita perdente dal confronto con Roma.

Nel corso poi della seconda guerra punica l'impiego della fanteria celtica da parte di Annibale si rivelò fondamentale ai fini dell'intera guerra sul suolo italico. Ad esempio nel 217 a.C. il generale cartaginese contava circa 50.000 armati, in massima parte Galli che si erano aggiunti ai superstiti della marcia dell'anno precedente. Nel 216 a.C. a Canne Annibale dispose al centro i Galli, secondo Tito Livio in una curiosa formazione a mezzaluna, con la convessità rivolta verso l'avversario, nella quasi certezza che non avrebbero retto alla pressione dello schieramento romano. Vide giusto. Nell'ultima e decisiva battaglia di Zama del 202 a.C., il generale cartaginese poté schierare 50.000 armati, tra cui 12.000 fanti celti e liguri subito a ridosso della prima linea degli elefanti.

BritanniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Britanni, Britannia e Conquista romana della Britannia.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Organizzazione militare dei Britanni.

A partire dall'VIII-VI secolo a.C., gruppi di Celti invasero a più riprese le Isole britanniche, sovrapponendosi ai precedenti abitanti. Tali gruppi provenivano, attraverso La Manica, dalle coste continentali dell'Europa, che i Celti avevano appena raggiunto dopo aver avviato la loro espansione dalla culla del loro popolo (l'area della Cultura di La Tène) e disceso il corso Reno.[22] A partire dall'odierna Inghilterra meridionale, si espansero rapidamente in tutta la Gran Bretagna e l'Irlanda, anche se nell'attuale Scozia il popolo pre-indoeuropeo dei Pitti conservò la propria individualità. Vivevano in gruppi tribali altamente organizzati, tipicamente governati da un capo-tribù. Erano organizzati in una "classe alta" di guerrieri (che tipicamente si faceva crescere dei lunghi baffi) e una "classe bassa" di schiavi e lavoratori.

I guerrieri Celti erano famosi per essere feroci e impavidi, donne guerriere e condottiere non erano però sconosciute. La più famosa tra queste fu Boudicca attorno alla metà del I secolo d.C.. Tra i Britanni si svilupparono molto un genere di fortificazioni collinari, poste quindi su un terreno elevato, circondate da una profonda trincea, con la terra ammassata in banchi. L'area era circondata anche da una palizzata. Questa configurazione veniva difesa facilmente dagli assalti. Con il passare del tempo questo genere di fortificazioni divennero sempre più ampie e ospitarono insediamenti permanenti e centri di commercio. Ne troviamo numerosi esempi ancora oggi dall'Inghilterra occidentale e sud-occidentale, fino alla Scozia settentrionale.

Nell'ambito delle guerre per la conquista della Gallia, Gaio Giulio Cesare condusse due rapide incursioni in Britannia, nel 55 e nel 54 a.C. Cesare stesso ne rende conto nel suo De bello Gallico[23]

I Britanni rimasero indipendenti sino al 43 d.C., quando l'imperatore romano Claudio lanciò l'invasione dell'isola, affidandola ad Aulo Plauzio. Il generale sconfisse Carataco, re dei Catuvellauni e guida della resistenza anti-romana, e diede così inizio al dominio latino. In seguito, nuove spedizioni furono condotte da Publio Ostorio Scapula (47-51) e da Svetonio Paolino (60-61) (che affrontò e vinse l'indomita regina degli Iceni, Boudicca) e da Gneo Giulio Agricola, che conquistò le terre dei Briganti e sconfisse le tribù dell'odierna Scozia. I Romani occuparono l'area degli attuali Inghilterra e Galles, erigendo a nord un limes fortificato: il Vallo di Adriano (122), in seguito spostato ancora più a nord (Vallo di Antonino, 142). Al di là del limes (nell'attuale Scozia e in Irlanda) rimasero sia tribù britanniche, sia i Pitti.

Europa OrientaleModifica

 
Rappresentazione schematica dei movimenti di popoli e truppe durante la Grande expédition celtica in Grecia.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Spedizioni celtiche nei Balcani.

Nel IV secolo a.C. la pressione dei Celti verso i Balcani poteva esercitarsi verso quelle stesse aree danubiane lungo le cui direttrici, alla fine del secolo precedente, si era probabilmente[24] avuta, una migrazione, legata per tradizione al nome di Segoveso[25] e documentata da alcuni resti archeologici, come quelli della necropoli di Stupava, presso Bratislava.[24] Ma appena più a sud di quelle regioni, ogni velleità d'invasione incontrava a quel tempo un ostacolo insormontabile nel potere di Alessandro Magno.[26]

I Senoni, avevano infatti stipulato, intorno al 332-331 a.C., un trentennale trattato di pace con l'emergente potenza di Roma; una delle conseguenze fu il disimpegno da quell'area di ingenti risorse militari ad elevata mobilità, che non tardarono a essere dirottate verso lo scacchiere balcanico.[27]

Una prima ondata si ebbe già nel 310 a.C.; dodici anni più tardi, un nuovo tentativo si arenerà miseramente di fronte alla vittoria di Cassandro sul monte Emo. Ma fu dopo il 281 a.C., che si prefigurò un nuovo scenario, apertosi con la morte e la disgrazia dinastica di Lisimaco, diadoco di Tracia, nella battaglia di Curupedio; approfittando di questa nuova situazione ebbe inizio nella penisola balcanica la più massiccia e aggressiva incursione di popoli celtici, un evento noto nella letteratura storica transalpina con il nome di Grande expédition, la Grande spedizione.[27]

Nel 280 a.C., infatti, imponenti armate celtiche si radunarono nell'area nord-occidentale della conca carpatica,[28] e si spinsero in tre tronconi nella penisola balcanica, fin dentro la Grecia centrale. I Greci, forse adattando un termine impiegato da quelle stesse tribù celtiche, denominarono gli invasori γαλάται, anziché κελτοί o κέλται, termine con il quale identificavano gli abitanti autoctoni delle aree grecizzate presso la colonia di Massalia.[29]

I sussulti portati dall'invasione celtica coinvolsero la quasi totalità del mondo ellenistico, lasciando fuori praticamente il solo Egitto tolemaico. Furono anche un banco di prova dell'adeguatezza e della prontezza di riflessi di quell'aggregato politico-culturale posto di fronte ad elementi di intensa turbativa esterna: in quell'occasione, «tutta la nuova grecità (fatta eccezione per l'Egitto) si misurò sulla questione celtica»[30] ma, come viene riconosciuto, «la capacità di reazione degli stati ellenistici fu all'altezza della situazione[30]».

Reciproche influenze con Illiri, Traci e Daci, Macedoni e civiltà ellenisticheModifica

Illiri

I Celti influenzarono gli Illiri in molti aspetti culturali e materiali, soprattutto le tribù di Dalmazia[31] e Pannonia.[32] Un tipo di scudo di legno oblungo con una borchia di ferro fu introdotto dai Celti in Illiria. La cultura di Hallstatt influenzò abbondantemente gli Illiri ed i loro discendenti.[33]

Traci e Daci
 Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito dacico.

Il modo di combattere dei Traci fu influenzato dai Celti e viceversa in vari modi, come per esempio l'adozione di alcune spade molto lunghe, benché non tutti le usassero: i Triballi non adottarono l'equipaggiamento dei Celti. Un'altra arma, la sica, chiamata spada tracia[34] (in lingua greca Θρακικον ξίφος) benché non sia stata originata da loro, ebbe un uso molto popolare.[35] Considerata un'arma tipicamente tracia, l'origine di questa spada proveniva dalla cultura di Hallstatt[36] ed i Traci potrebbero averla adottata o ereditata.

Il popolo celto-germanico dei Bastarni[37] costituivano un'importante reparto dell'esercito dacico. Alcune armi di tipo celtico furono infatti impiegate da loro, come le lunghe spade o gli scudi rotondi.[38] I Celti ebbero un ruolo attivo in Dacia[39] ed il popolo celtico degli Scordisci furono alleati con i Daci.[40]

Macedoni e civiltà ellenistica
 
Galata morente: copia romana marmorea di una scultura ellenistica, forse realizzata in bronzo. L'opera fu commissionata tra il 230 e il 220 a.C. da Attalo I di Pergamo per celebrare la sua vittoria contro i Galati.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Esercito macedone ed Ellenismo.

Anche i sovrani ellenistici non seppero rinunciare ai servizi mercenari offerti dai Celti. Antigono Gonata assoldò nel suo esercito i superstiti della battaglia di Lisimachia; sono forse gli stessi che nel 274 a.C., schierati in retroguardia contro Pirro, si lasceranno fieramente massacrare, senza indietreggiare di un passo di fronte alla defezione dell'avanguardia macedone.[41]

Quattromila Celti, intorno al 277-276 a.C. moriranno poi su un'isola del Nilo, dopo esservi stati confinati da Tolomeo Filadelfo che, avutili al suo servizio, voleva impedirne la ribellione.[41]

Lista delle più importanti battaglie celticheModifica

NoteModifica

  1. ^ Villar, cit., p. 446; Bernard Comrie, La famiglia linguistica indoeuropea, in Anna Giacalone Ramat-Paolo Ramat, Le lingue indoeuropee, p. 377.
  2. ^ Fischer-Fabian, S. (1985), I germani, Milano, Garzanti, pp. 15-18.
  3. ^ a b Barry W. Cunliffe, Iron Age Communities in Britain Ch. 19 Warfare, ISBN 0-415-34779-3; Venceslas Kruta, Les Celtes. Histoire et dictionnaire, Éditions Robert Laffont, Parigi, 2000, p. 425
  4. ^ Venceslas Kruta, Les Celtes. Histoire et dictionnaire, p. 425
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 34 : Prisco Tarquinio Romae regnante, Celtarum quae pars Galliae tertia est penes Bituriges summa imperii fuit; ii regem Celtico dabant. Ambigatus is fuit [...] hic magno natu [...] Bellovesum ac Segovesum sororis filios impigros iuvenes missurum se esse in quas di dedissent auguriis sedes ostendit; quantum ipsi vellent numerum hominum excirent ne qua gens arcere advenientes posset. [...] Ipsi per Taurinus saltus que Duriae Alpes transcenderunt; fusisque acie Tuscis haud procul Ticino flumine.
  6. ^ Polibio, Storie, II.17.
  7. ^ Kruta, Venceslaus (2003), La grande storia dei celti. La nascita, l'affermazione e la decadenza, Newton Compton, pp. 250-251.
  8. ^ Di questi rapporti era a conoscenza Aristotele, Politica (1280a 25 (EN) su Perseus project). Una conferma scritta dei rapporti, almeno con l'ambiente fenicio se non punico, è considerata l'iscrizione bilingue, fenicio-etrusca contenuta nelle Lamine auree di Pyrgi - CIE, 6314-6316.
  9. ^ Polibio, Storie, III.22 (trad. inglese su LacusCurtius).
  10. ^ Ogilvie, R.M. (1995), Le origini di Roma, Il Mulino, pp. 76-77.
  11. ^ Vitali, Daniele (1997), I Celti in Italia, in Moscati, Sabatino (1997) [a cura di], I Celti, Bompiani.
  12. ^ Kruta, Op. Cit., p. 194.
  13. ^ La definizione di Roma come «città greca» fa parte della tradizione, presente nella storiografia ellenica, di una fondazione greca di Roma.
  14. ^ Plutarco, Vite Parallele - Temistocle e Camillo, XXII.
  15. ^ Villar, cit., p. 428.
  16. ^ Villar, cit., pp. 428-429.
  17. ^ si trattava dei popoli di Marcomanni, Triboci, Nemeti, Vangioni, Sedusi, Suebi e Arudi, come riporta Cesare nel De bello Gallico, I, 51.
  18. ^ Cesare, De bello Gallico, I, 53,1.
  19. ^ Più precisamente, l'area inizialmente occupata dai Celtiberi si estendeva nelle attuali provincie spagnole di Soria, Guadalajara, La Rioja, Saragozza (parte occidentale, a ovest del capoluogo), Cuenca, Burgos, Teruel e Segovia.
  20. ^ Villar, cit., p. 518.
  21. ^ Ibidem.
  22. ^ Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, p. 444.
  23. ^ Cesare, De bello Gallico, IV, 20-35; V, 1, 8-23. La testimonianza cesariana è inoltre integrata da quelle di Dione Cassio (Storia romana, XXXIX, 50-53) e di Floro (Epitome della Storia romana, I, 45).
  24. ^ a b Christiane Eluère, I Celti, barbari d'occidente, p. 69-70.
  25. ^ La tradizione è in Livio (Ab Urbe condita, V, 34) che documenta la migrazione (Ver Sacrum) legata al nome dei due fratelli Segoveso e Belloveso.
  26. ^ Christiane Eluère, I Celti, barbari d'occidente, p. 72.
  27. ^ a b Kruta, I Celti e il Mediterraneo, p. 47.
  28. ^ Kruta. La grande storia dei Celti, p. 254.
  29. ^ Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, p. 443.
  30. ^ a b Musti, op. cit., p. 518.
  31. ^ A dictionary of the Roman Empire Oxford paperback reference, ISBN 0-19-510233-9,1995, p. 202.
  32. ^ Simon Hornblower and Antony Spawforth, The Oxford Classical Dictionary, 2003, p. 1106.
  33. ^ Barbara Ann Kipfer, Encyclopedic Dictionary of Archaeology, 2000, p.251.
  34. ^ Z.H. Archibald, The Odrysian Kingdom of Thrace: Orpheus Unmasked, Oxford Monographs on Classical Archaeology 1998, p.203, ISBN 0-19-815047-4,1998.
  35. ^ Complete Encyclopedia Of Arms & Weapons (Hardcover), ISBN 0-517-48776-4, 1986.
  36. ^ HaA(1200-1000), HaB(1000-800)
  37. ^ Peter Wilcox, Gerry Embleton, Rome's enemies: Germanics and Dacians, 1982, p. 35. ISBN 0850454735
  38. ^ Ion Grumeza, Dacia: Land of Transylvania, Cornerstone of Ancient Eastern Europe, 2009, p. 50.
  39. ^ Ion Grumeza, Dacia: Land of Transylvania, Cornerstone of Ancient Eastern Europe, 2009, p. 88.
  40. ^ Strabone, Geografia, VII, 5: "I Daci usavano spesso gli Scordisci come loro alleati".
  41. ^ a b Kruta. La grande storia dei Celti, p. 257.

BibliografiaModifica

Fonti primarieModifica

StudiModifica

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  • Venceslas Kruta, I Celti e il Mediterraneo, Milano, Jaca Book, 2004, ISBN 88-16-43628-X.
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  • Gioal Canestrelli, I Celti e l'arte della guerra, ed. il cerchio

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