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Coordinate: 45°57′25″N 10°17′19″E / 45.956944°N 10.288611°E45.956944; 10.288611

Ponte della Minerva oggi

«Per sapersi riconoscere tra di loro avevano cucite sulle vesti i guelfi una croce bianca, ed i ghibellini una croce rossa.»

(Gregorio Brunelli, Curiosi trattenimenti contenenti ragguagli sacri e profani dei popoli camuni, 1698)

La pace di Breno o accordo del ponte della Minerva fu una pace stipulata il 31 dicembre 1397 presso Breno, tra i guelfi ed i ghibellini della Val Camonica sotto la supervisione del Duca di Milano Gian Galeazzo Visconti.

StoriaModifica

Quando dal 1354 la Val Camonica entrò a far parte del Ducato di Milano, Bernabò Visconti si impegnò a mettere fine alle sanguinose faide che imperversano tra i Guelfi ed i Ghibellini da secoli.

Solo nel 1397, con Gian Galeazzo Visconti, si riuscì a stabilire un accordo tra le due parti. Venne quindi convocata una grande conferenza di pace presso il ponte della Minerva a Breno, alla quale presenziarono grandi autorità come i rappresentanti del Duca di Milano e il Podestà di Valle Giacomo Malspina.

I gruppi rivali presero posizione sui due lati del fiume Oglio:[1]

Riva sinistra
Ghibellini
Riva destra
Guelfi
Condottieri Giovanni Federici di Baroncino Nobili di Lozio
Famiglie nobili Tutti i Federici di Erbanno, Gorzone, Angolo e la famiglia Beccagutti Le famiglie Ronchi, Griffi, Antonioli
Borghi

La nobiltà camuna fece sfoggio di tutto il suo potere presentandosi nei suoi abiti più sontuosi, per sottolineare l'importanza dell'evento. Le armi lunghe e i pugnali erano banditi e solo le guardie del podestà portavano le picche da parata.

Dopo le preghiere propiziatorie e le benedizioni, iniziò un lungo e prosaico dibattito che comunque si risolse in un "solennissimo accordo" in cui tutti giurarono una stabile e perfetta concordia e pace.

Si giurò altresì, dalle due parti, di restituire ai "veri proprietari" le terre e i beni rubati, chiamando a supremi garanti del giuramento il Vangelo e le Sacre Scritture.

Un capitolo a parte prevedeva il giuramento e la promessa di "licenziare tutte le bande armate" e di radere al suolo e non più ricostruire i fortilizi atti a nascondere e ospitare armati.

Tutti apposero le loro firme, i loro sigilli o le loro sigle e tutti ri-giurarono fedeltà al patto: era stata siglata la "Pace di Breno".

Questa pace, sebbene sottoscritta e giurata da tutte le parti in causa, non resse nel tempo, tanto che in breve gli scontri ripresero fino al tragico epilogo dell'eccidio di Lozio nel 1410.

Nel Liber Mirabilium del Castellus[2] venne riportata questa descrizione:

(LA)

«Die lunae ultimo decembris suprascripti anni celebrata fuit pax super pontem Breni Vallis Camonicae inter dominios de Federicis et Bocacium de Cemo et eorum sequaces ex parte una Antonium de Greve et Baroncinum de Lotio et eorum sequaces et parte altera tunc existente Domino Henrico quondam domini Guilielmi militis de Suardis pro parte dicotorum de Federicis et domino Johanne filio domini Grumzini de Rivola pro altera parte»

(IT)

«L'ultimo giorno di dicembre del suddetto anno fu celebrata la pace sul ponte di Breno di Valle Camonica, all'interno dei domini di Federico e Bocacino da Cemmo e dei loro seguaci, da una parte [stavano] Antonio di Grevo e Baroncino di Lozio ed i loro, dall'altra»

(Castellus, Liber Mirabilium)

Capitoli della pace di BrenoModifica

  1. Giurarono ferma, stabile, e perfetta pace e concordia da durare in perpetuo, di tutte le guerre passate e di tutte le offese e danni interferiti da una e all'altra parte, tanto comuni quanto particolari, così reali come personali.
  2. Che per virtù ai tal pace s'intendevano rimessi tutti e ciaschedun omicidio, violenze, percussioni, ferite e altro, commesso per il passato tra le fazioni fino a quel giorno, unita o separatamente.
  3. Che rimettevano vicendevolmente tutte l'ingiurie fatte con incendi, ruberie, invasioni, e spogli di terre, borghi e beni di qualsivoglia sorte, promettendo sopra di ciò non muovere mai in avvenire alcuna questione, azione eccezione giuridica o di fatto.
  4. Che però entro il termine d'un mese, da computarsi dal giorno della conclusa pace, si dovesse restituire e rilasciare effettivamente ai veri proprietari tutte le terre, possessioni, beni o agli eredi loro, presi, invasi e occupati in quella guerra dentro i confini di Val Camonica e ciò liberamente senza pagare cosa alcuna ad oggetto di conseguire il rilascio di detti beni.
  5. Che tal rilascio d'interesse anche dei beni mobili presi da una parte all'altra, singolarmente a quelli depredati in tempo della tregua, stabilita l'anno antecedente tra esse parti, sotto pena, in caso di mancanza, d'essere posti detti beni all'estimo e applicati alla camera ducale.
  6. Promisero e giurarono che mai più in avvenire si avrebbero detti fazionari, né in comune né in particolare, offesi in modo alcuno, dichiarando che in caso di contravvenzione fossero sottoposti gli offensori alle pene prescritte dalle leggi del Duca di Milano e dalli Statuti della Valle secondo la qualità del delitto.
  7. Che tutti i banditi e fuoriusciti per cagione dei fatti successi nella medesima guerra potessero sicuramente rimpatriare e con tutta libertà alle loro case e al pacifico godimento dei propri beni.
  8. Che nessuno dei Nobili e Sindaci compromessi né alcuna delle parti compromittenti in comune o in particolare potesse mai dar ricevimento a banditi o ribelli del Duca di Milano, a omicidi, assassini, incendiari, o a qualunque altro malfattore; né tantomeno a roba da essi depredata in fortezze, castelli, terre, territori o case private, né su richiesta di detti malfattori né di qualunque altra persona sotto pena di duecento fiorini d'oro d'applicarsi alla camera ducale.
  9. Che nessuno, per sua iniziativa o sua altrui richiesta possa più far radunanza di gente armata né intervenire a simili congressi di gente, armata sotto pena ai duecento fiorini d'oro ai Comuni, Terre o Contrade che permettano tali radunanze e a chiascheduna persona che v'intervenga con armi, dieci fiorini d'oro se l'ha fatto di giorno e venti se di notte.
  10. A nome proprio e di tutti i compromittenti promisero perpetua fedeltà al Duca di Milano e ai suoi figliuoli, eredi, successori, di obbedire di puro cuore e sincera volontà ai suoi rappresentanti e officiali; di mai commettere o tramare cosa alcuna contro il suo Stato e onore: anzi di opporsi ciascuno con tutte le forze e con ogni potere a chiunque avesse commesso tentato o tramato qualche cosa in pregiudizio dell'onore e stato ai detto Duca loro legittimo signore.
  11. Tutte le baltresche, saracinesche e fortificazioni sospette costruite dal principio di settembre scorso si dovessero al termine d'un mese, demolire e ridurre allo stato in cui erano prima di quel tempo e tanto si praticasse con qualunque altra fortizza eccetta di privata autorità contro gli ordini e decreti ducali sotto pena di duecento fiorini d'oro per qualunque Comune, Università, luogo o contrada di Val Camonica che avesse mancato nell'esatta osservanza di questo capitolo, multa d'applicarsi alla Camera pubblica.
  12. Che nel termine di giorni quindici ciascuna delle parti debba aver rilasciato liberi, sani e illesi senza pagamento di cosa alcuna, né in denaro né in roba, tutti i prigionieri fatti in quella guerra sotto pena ai trecento fiorini d'oro.
  13. Promisero parimenti dette parti, tra loro e ai mediatori, che nel termine d'un mese avrebbero date idonee sicurtà d'osservare la pace e tutti i capitoli di questo trattato e di pagare le pene in esso tassate in caso di contravvenzione, così pure di ratificare e approvare la medesima pace e farla ratificare e approvare con tutte le sue clausole anche a tutti i Comuni, persone particolari, loro compromettenti e di far due note distinte al Sindaco generale di tutti i Comuni e terre e a qualsiasi persona superiore ai 14 anni di questo o quel partito, vale a dire di fazione guelfa o ghibellina.
  14. Finalmente per non inserir pregiudizio ad alcuno con il trattato ai pace, fu dichiarato che i Comuni di Borno e di Lozio non s'intendano compresi nel pievatico ai Cividate, se non quanto ai preaccennati capitoli, né quello di Dalegno nel pievatico di Edolo, se non quanto all'istessa particolarità rimanendo ognun di foro in tutto il resto nello stato e indipendenza che prima godeva.

Questa scrittura si fece per mano di Bettino Gaione da Edolo e la validarono altri due notai, Baldovino da Braone et Antonio di Calepio abitante in Lovere, sottoscrivendole poi, come testimoni richiesti Comino Rossi, Scico di Daniefe da Lovere, Lanfranco dei Capitani di Scalve, Girardo Scadell bargamsco e Antonio Tonsini di Scalve.[3]

NoteModifica

  1. ^ I paesi di Saviore, Cevo e Prestine si presentarono con rappresentanti su entrambi i lati del fiume. Gregorio Brunelli, Curiosi trattenimenti contenenti ragguagli sacri e profani dei popoli camuni, a cura di Oliviero Franzoni, Breno, Tipografia Camuna, 1998 [1698], pg. 181.
  2. ^ Giacomo Goldaniga, Storia del castello di Villa e l'eccidio dei Nobili di Lozio, Darfo Boario Terme, Tipografia Lineagrafica, 1992, p. 60.
  3. ^ Giacomo Goldaniga, Storia del castello di Villa e l'eccidio dei Nobili di Lozio, Darfo Boario Terme, Tipografia Lineagrafica, 1992, p. 61.

BibliografiaModifica

  • Gregorio Brunelli, Curiosi trattenimenti contenenti ragguagli sacri e profani dei popoli camuni, a cura di Oliviero Franzoni, Breno, Tipografia Camuna, 1998 [1698], pg. 183.
  • Giacomo Goldaniga, Storia del castello di Villa e l'eccidio dei Nobili di Lozio, Darfo Boario Terme, Tipografia Lineagrafica, 1992.

Voci correlateModifica