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Pala Tornabuoni
Domenico ghirlandaio, Madonna in Glory with Saints, munich.jpg
AutoriDomenico Ghirlandaio e bottega
Data1490-1498
Tecnicatempera su tavola
Altezzah 221 cm
UbicazioneSmembrata in varie sedi

La Pala Tornabuoni è un dipinto a tempera su tavola (altezza massima 221 cm) di Domenico Ghirlandaio e bottega, realizzato per l'altare centrale di Santa Maria Novella dal 1490 circa e completato dopo la morte del pittore (1494) fino al 1498 circa. Oggi si trova smembrata in più sedi, con lo scomparto centrale (Madonna in gloria tra santi) nell'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera.

StoriaModifica

La pala per la Cappella Tornabuoni, ovvero la Cappella Maggiore della basilica di Santa Maria Novella a Firenze, venne commissionata a Ghirlandaio appena dopo il completamento del celebre ciclo di affreschi con le Storie della Vergine e di san Giovanni Battista. Degli affreschi resta un precisissimo contratto, che pone come scadenza per il completamento dell'opera il 1490, data che fu rispettata. La pala dovette essere iniziata subito dopo, ma la sua esecuzione dovette protrarsi più a lungo, non essendo terminata alla morte prematura dell'artista quarantenne (1494) e venendo terminata dagli aiuti di bottega entro il 1498. La pala venne descritta da Vasari, che la citò così:

«[Ghirlandaio] condusse a tempera la tavola isolata tutta, e le altre figure che sono ne' sei quadri: che oltre alla Nostra Donna che siede in aria col Figliuolo in collo e gl'altri Santi che gli sono intorno, oltra il S. Lorenzo et il S. Stefano che sono interamente vive, al S. Vincenzio e S. Pietro Martire non manca se non la parola. Vero è che di questa tavola ne rimase imperfetta una parte, mediante la morte sua, per che, avendo egli già tiratola tanto innanzi, che è non le mancava altro che il finire certe figure dalla banda di dietro dove è la Resurressione di Cristo, e tre figure che sono in que' quadri, finirono poi il tutto Benedetto e Davitte Ghirlandai suoi frategli.»

(Giorgio Vasari, Vita di Domenico Ghirlandaio pittore fiorentino, 1568.)

Con le risistemazioni del 1804 la pala, che si trovava al centro della cappella (e non dove si trova oggi l'altare ottocentesco, sul bordo verso la navata), venne smembrata e dispersa (1816) immettendola nel mercato antiquario. Oggi è in parte perduta e in parte divisa in vari musei. Due pannelli, già a Berlino, vennero distrutti nell'Incendio della Flakturm Friedrichshain del 1945.

DescrizioneModifica

 
Resurrezione
 
Santo Stefano (dettaglio)

La Pala Tornabuoni era a due facce: una rivolta verso i fedeli e la navata e una rivolta verso i frati domenicani del coro. È composta quindi da un grande pannello centrale su ciascun lato e sei scomparti di santi a tutta figura, dei quali ne sopravvivono oggi solo quattro.

La pala era così composta:

Madonna in gloria tra santiModifica

La pala principale era dedicata alla titolare della chiesa, che si trovava sospesa in un nimbo luminoso circondato da serafini e cherubini, mentre tiene in braccio il Bambino che le scopre un seno per allattarsi. Altri due angeli simmetrici volano in alto riempiendo lo spazio superiore. In basso si trovano quattro santi: san Domenico di Guzman, fondatore dell'ordine, che tiene in mano un libro aperto e indica la regola dei frati, san Michele Arcangelo, san Giovanni Battista, l'altro titolare della cappella, e san Giovanni Evangelista. Sullo sfondo corre un paesaggio di gusto fiammingo, con due speroni rocciosi ai lati che fanno da quinta teatrale e un'apertura paesistica al centro che, con una città turrita di sapore nordico, si perde in lontananza tra colline sfumate in colori azzurrini e alberelli fronzuti. Evidente è l'esempio anche della scuola umbra, in particolare di Pietro Perugino che era titolare di una richiestissima bottega a Firenze.

Alcune parti sono di qualità maggiore (la Madonna, l'Evangelista, il paesaggio), mentre altre sono più convenzionali, da imputare alla bottega.

ResurrezioneModifica

La Resurrezione, oggi a Berlino, mostra il Cristo che si leva miracolosamente dal sepolcro ascendendo su una nuvola con un cherubino, mentre regge in mano il vessillo crociato. Il sarcofago, con la scritta "INRI", ha decorazioni con un festone all'antica e il pellicano che si becca le carni per sfamare i propri piccoli, simbolo del sacrificio di Cristo; i gradini invece hanno il bordo scolpito con motivi all'antica; esso è fortemente scorciato in prospettiva centrale. All'innaturale astrattezza del Cristo fanno da contrasto i quattro soldati che, appena svegliati dall'evento miracoloso, ne fuggono spaventati. Essi sono disegnati con un ritmo al tempo stesso variato ma bilanciatissimo: a sinistra uno in primo piano si sta alzando e uno fugge, a destra quello in primo piano si allontana e uno in secondo piano dorme ancora chino. Essi hanno una certa concitatezza, ma manca un vero e proprio pathos espressivo, che non si trova mai nelle prove del pittore. Spicca la cura dei dettagli, negli scudi, negli elmi e nelle armature tirate a lustro, oppure nel paesaggio con dettagli vivamente realistici ispirati allo studio dell'arte fiamminga, di cui Ghirlandaio fu un grande estimatore. Danno movimento alla scena le pieghe svolazzanti dei mantelli (di Cristo, della guardia a destra), che compongono linee ondulate un po' di maniera, ispirate a un gusto decorativo che forse fu opera di bottega.

Il paesaggio si perde in lontananza tra due quinte rocciose ai lati ed è popolato da tracce della presenza umana. Tra queste spicca a sinistra, in lontananza, il gruppo delle tre Marie che si sta recando al sepolcro.

I santiModifica

I sei santi erano disposti ai lati della pala centrale, ma non è chiaro se fossero anche sul lato posteriore. La luce che li illumina, ben evidente sulle nicchie a conchiglia che li contengono, proviene infatti ora da sinistra, nei tre pannelli destri, ora da destra, in due pannelli sinistri, come se la luce venisse dalla pala centrale. Essi compongono un gruppo di santi domenicani e santi legati alla città di Firenze. Vasari scrive che tre di essi vennero completati dopo la morte del pittore, mentre per la critica moderna sono quasi tutti ritenuti opera di bottega, tranne il Santo Stefano di Budapest, il migliore della serie, che venne probabilmente eseguito dal maestro quando era ancora in vita. Sopra ciascuno di essi si trovava una tavola con iscrizioni moraleggianti legate ai santi.

Possibile ricostruzioneModifica

     

BibliografiaModifica

  • Andreas Quermann, Ghirlandaio, serie dei Maestri dell'arte italiana, Könemann, Köln 1998. ISBN 3-8290-4558-1

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