Palazzo Barbò di Torre Pallavicina

palazzo di Torre Pallavicina
Palazzo Barbò di Torre Pallavicina
Palazzo Barbò veduta aerea.jpg
Palazzo Barbò: veduta aerea
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneLombardia
LocalitàTorre Pallavicina
Coordinate45°26′50.28″N 9°52′36.62″E / 45.4473°N 9.87684°E45.4473; 9.87684Coordinate: 45°26′50.28″N 9°52′36.62″E / 45.4473°N 9.87684°E45.4473; 9.87684
Informazioni generali
CondizioniIn uso

Il complesso afferente al palazzo Barbò (già noto come Villa Pallavicino di Busseto) è situato a Torre Pallavicina, un piccolo comune in provincia di Bergamo, al confine con quelle di Brescia e Cremona.

Storia e descrizioneModifica

La torre di Tristano SforzaModifica

Il complesso architettonico si compone di un articolato assembramento di edifici differenti per funzione ed epoca costruttiva. Il primo nucleo del complesso è rappresentato dall'antica Torre di Tristano eretta (probabilmente su preesistenze più antiche) nel XV secolo da Tristano Sforza, figlio naturale (1429 - 1477) del duca di Milano Francesco I[1] quale abitazione fortificata a guardia dei suoi possedimenti nel territorio della Calciana. La torre con altri edifici e terreni passarono a Galeazzo I Pallavicino, primogenito della casata dei Pallavicino di Busseto, il quale nel 1484 aveva sposato Elisabetta Sforza, l'unica figlia di Tristano Sforza e Beatrice d'Este (1427-1497).

La torre, a pianta quadrangolare, con possenti murature in laterizio, fu poi sopralzata in epoca rinascimentale con una loggia e dotata di una passerella aerea di accesso, al di sopra dei beccatelli dell'antica merlatura di coronamento e del piombatoio: sotto alla veste rinascimentale ancora si conservano dunque le vestigia di una tipica residenza- fortificata di epoca sforzesca. Il lento degrado e la violenta scossa di terremoto del 12 maggio 1802 comportarono la parziale rovina dell'edificio, restaurato da Giuseppe Pallavicino nel 1824.

Il Palatio NovoModifica

 
Palazzo Barbò - il parco

La residenza principale e parte del complesso ad essa collegato, furono però eretti dal figlio di Galeazzo I Pallavicino, Adalberto, il quale, si ritirò in Torre Pallavicina dopo anni passati al comando delle truppe della Repubblica Veneta e del Duca di Urbino: l'abbandono della vita pubblicata è testimoniato anche dall'iscrizione riportata nel fregio della cornice al piano terreno:

«POST TANTAM VOLVNTARIAE AC RARAE SERVITVTIS OBLIVIONEM NE INGRATOS AMPLIVS SEQUERETVR PRINCIPES ADALBERTVS.MAR.PALAVICINVS HAS AEDES OTII AC QVIETIS SEDEM SIBI ET AMICIS ERIGENDAS CVRAVIT.»

La villa presso Torre Pallavicina si affiancava in quegli anni allo scavo del Naviglio Pallavicino, un canale navigabile realizzato a partire dal 1512 che derivava acqua dal fiume Oglio distribuendola nel territorio cremonese fino al fiume Po: la gestione del Naviglio avrebbe garantito ai Pallavicino per alcuni secoli un cospicuo introito nonché il controllo dell'ampio territorio cremonese.

 
Palazzo Barbò - Affreschi Leda

Il palazzo principale fu terminato intorno alla metà del XVI secolo, come testimonia l'iscrizione sul fregio della finestra centrale, che reca la data «MDL» sebbene altre date, riferite soprattutto ai ricchi apparati decorativi interni, alludano ad un effettivo completamento negli anni successivi.

La descrizione data dalla storica dell'arte Maria Luisa Ferrari esalta le caratteristiche di questo edificio, il cui partito decorativo trova raffinati richiami al gusto architettonico proprio delle coeve architetture bresciane e mantovane:

«...ritmati da pilastri a capitelli dorici, i sette archi del piano terreno della villa legano i conci a raggiera in un gioco di perfetta geometria prospettica con le linee di caduta di ogni motivo aggettante: le mensole marmoree allo stacco degli archi, i capitelli al sommo delle lesene e, su di essi, le doppie mensole allineate agli scudi in marmo per maggior respiro al marcapiano con la scritta dedicatoria.»

Al piano superiore sette finestre trabeate, ornate con le iniziali del committente («AD.MA.PA», ovvero il marchese Adalberto Pallavicino) e corrispondenti agli archi sottostanti, ritmano l'elegante facciata insieme a lesene bugnate d'ordine ionico.

InterniModifica

Delle sale al pianterreno, la più grande, coperta da una volta a padiglione è affrescata da Bernardino Campi, con angoli sfondati da lunette. Al piano superiore, cui si accede da un ampio scalone detto "de' Cavalli", la Sala dei Giganti, utilizzata dal marchese per ospitare sontuosi ricevimenti, fu pure dipinta da Bernardino Campi con scene mitologiche, probabilmente entro il 1557 (come riporta una targhetta dipinta in una stanza al piano nobile).

Le ricerche di Maria Luisa Ferrari attribuiscono ai dipinti parietali date successive alla costruzione dell'edificio: un atto notarile del 9 aprile 1575 documenta che Antonio Campi ed il fratello Vincenzo ricevettero il saldo «pro pingendis Cameris in loco Turris Calcianae» e stabiliscono il compenso per ornare l'Oratorio privato entro i successivi tre anni.

Il testamento di Adalberto, rogato nel settembre del 1569, descrive tra i beni ereditari

«...la Torre detta del Sig. Tristano sita in Territorio Calcianae inferioris cum Palatio Novo, curte cum muris dictae turri adiacentibus; item cum domibus, stabulo a parte septemtrionali cum cameris a bergamino […] seu testam verso foveam, cum fovea dictae Turris, & cum rippa versus Curtem, & ubi contingeret, […] item Viridarium sito in dicto loco Turris de praesenti plantatum perticarum viginti sex […].»

Il Palatio Novo era dunque stato costruito con la corte antistante, le abitazioni dei coloni e l'oratorio privato adiacente al Naviglio. La descrizione riporta anche altri edifici di servizio tra cui un forno, la cucina, un tinello e la legnaia, oltre ad un orto cinto da siepe ed un giardino di cedri. Sul retro del palazzo vi era un ampio parco di 26 pertiche cremonesi in cui erano stati piantati numerosi alberi da frutto.

I Pallavicino dimorarono nel palazzo fino al XIX secolo ma ad oggi non vi sono documenti utili a testimoniare le trasformazioni edilizie avvenute nei secoli successivi, ad eccezione di un intervento di restauro sugli affreschi nel 1795. L'inventario dei beni mobili di Galeazzo VI Pallavicino, rogato a Milano nell'agosto del 1762, riporta l'elenco della mobilia suddivisa per stanza, tra cui si citano la "sala Pitturata", la "Camera del Podestà", il "salone", la "camera detta di Ricevimento", le "camere della Torre".

Il Palazzo e tutto il complesso di Torre Pallavicina passarono al casato dei Barbò nel 1851, quando Giuseppe Pallavicino, morto senza eredi maschi, lasciava l'intero suo patrimonio ai nipoti Giacomo, Giulio e Fulvio Barbò, figli di Girolamo Barbò e della sorella Teresa Pallavicino, già proprietaria di un'imponente villa a Monza, la Villa Pallavicini-Barbò. A Giacomo spettava il Palazzo di Torre, i possedimenti nel territorio di Soncino, Pumenengo, Monasterolo e alcuni terreni nello Stato Pontificio (presso Anguillara Sabazia), mentre a Giulio spettava il palazzo a Milano. L'ala sud è oggi sede del municipio. Gli eredi dell'antica casata dei Barbò, già proprietaria di vaste possessioni nel territorio di Soncino sin dall'epoca altomedievale, dimora ancora oggi nel palazzo curandone la manutenzione e la gestione: a seguito di recenti restauro parte del complesso è stato infatti destinato a sede prestigiosa per matrimoni, eventi e cerimonie pubbliche.

NoteModifica

  1. ^ Tristano Sforza, su treccani.it. URL consultato il 14 maggio 2018.

BibliografiaModifica

  • Archivio di Stato di Cremona
  • Archivio di Stato di Milano
  • Luca Beltrami, Soncino e Torre Pallavicina. Ricordi di Storia e d'Arte, Ulrico Hoepli ed., Milano 1898.
  • M. L. Ferrari, La «maniera de' Campi cremonesi» a Torre Pallavicina, in “Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa”, III serie, vol. IV, no 3, 1974, pp. 805–816.
  • Mariella Morandi, Antonio Campi e gli affreschi di Torre Pallavicina, in “Cremona Produce”, 17, n. 2, Cremona aprile-giugno 1984, pp. 57–59.
  • Giulio Mondini, La Villa Pallavicino a Torre Pallavicina, in "Cremona: rivista mensile illustrata della Citta e provincia", n. 10, ottobre 1933, p. 557-559.

Collegamenti esterniModifica