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Paolo Persichetti

terrorista, giornalista e saggista italiano
Paolo Persichetti (2016)

Paolo Persichetti (Roma, 6 maggio 1962) è un saggista, giornalista ed ex brigatista italiano.

Ha militato nelle Brigate Rosse-Unione dei Comunisti Combattenti (BR-UCC) negli anni '80. Dopo un primo arresto, un processo finito con l'assoluzione in primo grado e una condanna in contumacia in secondo grado, è stato estradato in Italia dalla Francia il 25 agosto 2002. A Parigi aveva trascorso anni di studio e lavoro con il suo vero nome, insegnando anche in ambito universitario, dopo essere espatriato legalmente in quanto rimesso in libertà dalla prima sentenza. È stato condannato a 22 anni di carcere per concorso morale nell'omicidio del generale Licio Giorgieri e scarcerato definitivamente nel 2014 dopo essere stato in semilibertà dal 2008.

Ha scritto su numerose testate e pubblicazioni, tra cui Liberazione e Gli Altri, e attualmente collabora con il manifesto, Il Garantista e Il Dubbio.

Indice

BiografiaModifica

Di famiglia comunista e di estrazione operaia, frequenta gli ambienti dell'Autonomia e poi si unisce alle Brigate Rosse - Unione Comunisti Combattenti (formazione, cosiddetta "movimentista", nata nel 1985 da una scissione delle Brigate Rosse - Partito Comunista Combattente, l'ala "militarista" guidata da Barbara Balzerani[1]) nella seconda metà degli anni ottanta. Frequentò il gruppo armato fino all'arresto il 29 maggio 1987, con l'accusa di esserne un fiancheggiatore[2].

Processo, condanna e latitanzaModifica

Sottoposto a processo con l'unica prova della chiamata in correità da parte di un pentito, nel procedimento di primo grado (1989) venne assolto dalla Corte d'Assise per non aver commesso il fatto, mentre verrà condannato invece in secondo grado nel 1990; nel novembre 1991 fu condannato in via definitiva dalla Cassazione (in contemporanea la prima sezione presieduta da Corrado Carnevale annullò alcune condanne e ne confermò altre), che confermò la decisione d'appello, a 22 anni e mezzo di carcere per partecipazione a banda armata (articolo 306) e concorso morale in omicidio (articolo 280, «Attentato con finalità di eversione»), in base alla legislazione italiana in vigore dagli anni di piombo, per il delitto Giorgieri (20 marzo 1987)[3].

 
Paolo Persichetti durante il processo alle BR-UCC nell'aula bunker di Rebibbia (1987)

Scarcerato nel dicembre 1989, per aver oltrepassato di un anno i termini di durata della custodia cautelare in seguito all'assoluzione, nel settembre del 1991 si trasferì in Francia, dove beneficia della cosiddetta dottrina Mitterrand[2].

Attività in Francia ed estradizioneModifica

Fu nuovamente arrestato nel novembre del 1993 mentre nella prefettura di Place d'Italie a Parigi ritirava il visto di soggiorno come studente; in seguito all'appello di Oreste Scalzone (l'ex leader di Potere Operaio, con cui Persichetti strinse una forte amicizia) a rispettare la dottrina Mitterrand, a nome dei 150 fuoriusciti (tra cui Marina Petrella, Toni Negri e Cesare Battisti), nacque un caso. La sua vicenda divenne il pretesto di un durissimo scontro politico-istituzionale. Per la prima volta dalla nascita della Quinta Repubblica il sistema politico francese si trovava dinanzi ad un dualismo di potere, la cosiddetta "Coabitazione": al palazzo dell'Eliseo (sede della Presidenza della Repubblica) sedeva il socialista François Mitterrand mentre Matignon (sede del governo) era in mano al gollista Édouard Balladur.

Persichetti si avvalse del diritto di opporsi alla estradizione in virtù del carattere politico dei reati che gli venivano contestati. Dopo oltre 14 mesi di detenzione passati nella prigione parigina della Santé e uno sciopero della fame di 19 giorni venne liberato nel gennaio 1995, grazie alla presa di posizione del presidente Mitterrand, volta a ribadire l'impegno preso dalla Francia in favore dei fuoriusciti italiani perseguiti come "terroristi" dalla giustizia italiana, per aver preso parte al duro conflitto politico-sociale scaturito negli anni 70, cioè agli anni di piombo, e dalla Francia considerati dei militanti politici soggetti in buona parte a reati "ideologici" (posizione non riconosciuta dall'Italia).

Nonostante il primo ministro avesse nel frattempo accolto la richiesta di estradizione avanzata dall'Italia, questa non venne messa in esecuzione perché nelle elezioni presidenziali della primavera successiva Edouard Balladur fu sconfitto dal suo compagno di partito Jacques Chirac, contrario alla rimessa in discussione della dottrina Mitterrand. Sia pure in un contesto molto precario, con una situazione amministrativa irregolare ("sans papiers"), Persichetti riprese i suoi studi universitari, interrotti dall'arresto del 1993; scrisse un libro insieme ad Oreste Scalzone e ottenne un dottorato di ricerca presso la facoltà di scienze politiche[4] dell'Università di Paris VIII,[2][5] dove iniziò ad insegnare come docente a contratto nel 2001.

La sera del 24 agosto 2002, Persichetti fu fermato dalla polizia francese e consegnato nel corso della notte alle autorità italiane sotto il tunnel del Monte Bianco. Altri ex militanti protetti dalla dottrina Mitterrand saranno invece dichiarati non estradabili per vari motivi (come la Petrella), si costituiranno (Negri) o lasceranno la Francia (Battisti, rifugiatosi in Brasile), specie durante la presidenza di Nicolas Sarkozy; Scalzone si gioverà invece della prescrizione.

Il carcereModifica

Persichetti venne quindi incarcerato in Italia, in diverse prigioni, tra cui il carcere Mammagialla a Viterbo e il carcere di Rebibbia a Roma. Tre delle quattro condanne indicate nel vecchio decreto di estradizione firmato da Edouard Balladur erano prescritte, come poi riconobbe la Cassazione (l'unico reato da scontare era rimasto il concorso morale in omicidio); inoltre le autorità francesi l'avevano consegnato alla polizia italiana in virtù di pressanti segnalazioni della procura bolognese che miravano a coinvolgere Persichetti nell'attività degli NCC, le cosiddette Nuove Brigate Rosse e in particolare nella morte del professor Marco Biagi, consulente del Governo. Nessuna richiesta di estradizione era stata però formulata per questa accusa; nonostante ciò Persichetti fu tenuto sotto inchiesta dal procuratore della repubblica di Bologna, Paolo Giovagnoli, per oltre due anni. Secondo la procura bolognese gli attentati contro Massimo D'Antona (1999) e Marco Biagi (2002) erano stati ispirati a Parigi, in quello che alcuni giornali avevano definito il "santuario della lotta armata", ovvero l'area storica dei fuoriusciti politici italiani raccolta attorno ad Oreste Scalzone, portavoce riconosciuto della battaglia in favore di un'amnistia politica per i reati politici degli anni 70 e 80.[6]

Dopo aver preso atto con molto ritardo che nei giorni e nelle ore in cui si consumava a Bologna l'uccisione di Marco Biagi Persichetti si trovava nei locali dell'Università in cui studiava e insegnava, la sua posizione venne archiviata, ma dovette comunque scontare la pena comminata nel 1991.[6]

Nel giugno 2008 venne posto in semilibertà, potendo lasciare il carcere di Rebibbia dalle 7:30 alle 22 per lavorare al quotidiano di Rifondazione Comunista Liberazione. Precedentemente (2006) gli erano stati ripetutamente negati i benefici di legge perché, secondo il giudice di sorveglianza[7] nei suoi testi, in particolare nel libro, Esilio e castigo (2005) dove aveva raccontato i retroscena dell'estradizione, spiegava il fenomeno della lotta armata avrebbe mostrato un atteggiamento «che si concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di scrivere la storia da vincitori assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso “le relazioni delle commissioni parlamentari”, le “sentenze della magistratura” ecc. (pag. 43 del volume Esilio e Castigo, edizioni La Città del Sole)», mostrando secondo il magistrato «il perdurante disprezzo delle istituzioni dello Stato di diritto» che «seppur praticato con “una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali” (come correttamente rilevato nella relazione di sintesi), non si concilia con la condivisione dei valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano».[8]

Poco dopo, nel luglio 2008, si occupò anche della battaglia a favore di Marina Petrella, incarcerata in Francia e a rischio di estradizione nonostante le gravi condizioni psicofisiche[9].

Rimane in semilibertà per il resto della pena, successivamente gli viene negato l'affidamento in prova ottenuto solo per gli ultimi 12 mesi di detenzione dopo ricorso in cassazione; tra l'altro, come riporta lui stesso, per la motivazione (2011) secondo cui «la forma mentis del Persichetti lo conduce ad avere talora, un atteggiamento “paritario” (anche se tale aggettivo rischia di acquisire una valenza negativa) nei confronti di un'Amministrazione verso la quale, comunque, egli deve rispondere del proprio comportamento e non trattare da pari», e per infrazioni burocratiche, come aver sostenuto (2012) «di avere un “contratto di lavoro trimestrale” mentre avevo inutilmente tentato di spiegare che la mia retribuzione era "a cadenza trimestrale"», secondo le sue stesse parole[10].

Fine pena e altre vicendeModifica

Il 22 marzo 2014, usufruendo di alcuni leggeri sconti di pena e delle prescrizioni, ha finito di scontare la condanna, dopo aver passato in carcere circa 15 anni, a più riprese[2]. Al momento dell'estradizione fu protagonista di una vivace polemica con Sergio Segio, l'ex comandante militare di Prima Linea ed esponente di spicco del movimento della dissociazione dalla lotta armata, che in un'intervista su la Repubblica l'aveva accusato di non aver mai preso le distanze dalla violenza politica, atteggiamento che avrebbe giustificato la sua estradizione.[11][12] Persichetti rispose sulla pagine della Stampa che Segio con quelle parole mostrava di dover «pagare ancora molte cambiali per la libertà», ottenuta precocemente grazie alle ricompense premiali derivanti dalla dissociazione.[13]

Attività giornalisticaModifica

Durante la semilibertà, mentre svolgeva l'attività di giornalista presso Liberazione, allora diretto da Dino Greco, è stato querelato da Roberto Saviano; Persichetti aveva infatti riferito in un suo articolo la secca smentita fatta dai familiari di Peppino Impastato delle parole di Saviano. Egli sosteneva di aver ricevuto una chiamata telefonica da Felicia Impastato, madre di Peppino, all'epoca ancora sconosciuto (non aveva ancora pubblicato Gomorra), che avrebbe assunto il significato di un passaggio di testimone dell'attività svolta da Peppino. I familiari di Impastato contestavano l'esistenza di questa telefonata, anche perché l'anziana donna non era munita di telefono. La correttezza del lavoro giornalistico svolto da Persichetti venne riconosciuta dal giudice che nel gennaio 2013 archiviò la querela, dando torto a Saviano[14], il quale mesi dopo cambiò improvvisamente versione sostenendo che la telefonata con Felicia Impastato sarebbe avvenuta tramite il telefono di una sua amica, in circostanze mai chiarite e la cui identità è ancora oggi rimasta ignota.[15]

Si è anche occupato dell'inchiesta giornalistica volta a difendere la memoria di Mauro Di Vittorio, uno delle vittime della strage di Bologna del 1980 nonché giovane simpatizzante di Lotta Continua, accusato dall'on. Enzo Raisi nel 2012 di essere il vero attentatore (seppur involontario, come trasportatore della bomba) nell'ambito della cosiddetta "pista palestinese", poi archiviata dalla procura bolognese[16][17].

Un'altra sua inchiesta riguarda le teorie cospirative sugli anni di piombo, ad esempio sul caso Moro, delle quali è un oppositore, avendo dedicato molti articoli a smontare le tesi che volevano un coinvolgimento dei servizi segreti italiani o della CIA all'interno del gruppo brigatista di Mario Moretti e Prospero Gallinari[18].

Nel 2016 fu querelato dal leader del gruppo neofascista di CasaPound Gianluca Iannone per un articolo su Liberazione del 2010, definito da Iannone diffamatorio, in cui si parlava di «aggressioni, spedizioni punitive, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoà», ma il giudice per le indagini preliminari ha archiviato il procedimento[19].

Persichetti cura dal 2008 un blog dal titolo Insorgenze.net[20], dedicato alle lotte degli anni settanta, alle "nuove resistenze" globali e alla condizione carceraria (con particolare attenzione alla tortura in Italia, in particolare durante gli anni di piombo[21]) e collabora anche con altri blog. Ha scritto anche su il manifesto. Dopo la chiusura di Liberazione, scrive anche su il Garantista, quotidiano fondato e diretto dall'ex direttore del quotidiano del PRC Piero Sansonetti, su Gli Altri (altro quotidiano, poi testata on-line, fondato da Sansonetti) e su varie pubblicazioni.

OpereModifica

  • Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza dagli anni Settanta a oggi, con Oreste Scalzone, prefazione di Erri De Luca, Odradek, 1999
  • La Révolution et l'Etat. Insurrection et contreinsurrection dans l'Italie de l'après-68: la démocratie pénale, l'Etat d'urgence, avec Oreste Scalzone, préface de Erri De Luca, Dagorno, 2000
  • Dall'etica guerriera alla guerra etica, in AA. VV., Rovescio internazionale, Odradek, 1999
  • C'erano una volta i grattacieli in AA. VV., Guerra civile globale, pp. 245–269, Odradek, Roma 2001
  • Esilio e castigo. Retroscena di un'estradizione, prefazione di Gilles Perrault ed Erri De Luca, La Città del Sole, 2005

AltroModifica

  • AA.VV., Storia delle Brigate rosse (3 volumi), a cura di Marco Clementi e Paolo Persichetti, DeriveApprodi, 2016
  • Collaborazione indiretta a: Valerio Evangelisti e AA.VV., Il caso Cesare Battisti: quello che i media non dicono, Roma, DeriveApprodi, 2009. ISBN 978-8889969748, a cura di V. Evangelisti, per quanto riguarda l'intervista all'allora ministro della giustizia brasiliano Tarso Genro sul caso di Cesare Battisti per Liberazione, riportata nel volume

CinemaModifica

NoteModifica

  1. ^ Uno dei gruppi derivati dalla scissione delle BR originarie; le altre erano le BR - Partito Guerriglia di Giovanni Senzani e la colonna Walter Alasia
  2. ^ a b c d Paolo Persichetti - Biografia
  3. ^ A norma degli articoli 280 ("Attentato per finalità terroristiche o di eversione dell'ordine costituzionale": «Attentato per finalità terroristiche o di eversione» (Articolo 280 Codice Penale)), commi 1 e 4, e 306 ("Banda armata: formazione e partecipazione»: Articolo 306 Codice Penale - «Banda armata:partecipazione», comma 2, del codice penale italiano; cfr. Sentenza di rifiuto dell'estradizione della Cour de Cassation Chambre criminelle francese del 1994
  4. ^ Permessi all’ex Br? No, se non abiura
  5. ^ Arrestato a Parigi Persichetti, br latitante da quasi 10 anni
  6. ^ a b c Intervista a Paolo Persichetti
  7. ^ La persecuzione contro Paolo Persichetti
  8. ^ Paolo Persichetti, Kafka e il magistrato di Viterbo
  9. ^ Paolo Persichetti, Peggiorano le condizioni di salute di Marina Petrella in carcere
  10. ^ Se nei prossimi giorni questo blog diventa muto ora sapete perché
  11. ^ Sergio Segio, ovvero come si frequenta l’infamia - Persichetti, o monsieur de la calomnie
  12. ^ Segio: "Scalzone e i parigini condannino la lotta armata"
  13. ^ «Sergio Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà»
  14. ^ Saviano perde la causa con Persichetti. Il diritto di critica vince sul moralismo
  15. ^ La replica del Centro Impastato a Saviano, «è squallido non riconoscere di aver detto cose inesatte e non vere»
  16. ^ Strage di Bologna: Anna Di Vittorio e Giancarlo Calidori rendono grazie
  17. ^ Paolo Persichetti, Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi, il Manifesto, 18 ottobre 2012
  18. ^ Paolo Persichetti, Lotta armata e teorie del complotto
  19. ^ CasaPound «un’associazione che vuole rilanciare il Fascismo». Il Gip di Roma ridimensiona l’informativa del Viminale
  20. ^ Insorgenze - Blog
  21. ^ Valentina Perniciaro, Paolo Persichetti, 1982, la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture, Insorgenze.net, 18 gennaio 2012. URL consultato il 29 luglio 2015.
  22. ^ « APRÈS LA GUERRE » : RETOUR SUR L’AFFAIRE BATTISTI

Voci correlateModifica

Controllo di autoritàVIAF (EN1173979 · ISNI (EN0000 0000 5513 0110 · LCCN (ENnr2002007474 · BNF (FRcb13741513k (data)