Partigiani badogliani

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Pietro Badoglio, da cui presero il soprannome i partigiani badogliani

I partigiani badogliani (indicati anche come azzurri, dal colore del fazzoletto che molti di loro portavano al collo) furono delle formazioni di partigiani che operarono nella Resistenza italiana che non furono espressione dei partiti antifascisti riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (da cui l'altra denominazione di autonomi).

Indice

Il riferimento a BadoglioModifica

Sebbene il termine "badogliani", in riferimento al governo di Pietro Badoglio, fosse utilizzato come insulto sia dai fascisti della Repubblica Sociale Italiana che dalla componente di sinistra della Resistenza[1], fu comunque utilizzato dai partigiani che militavano in queste formazioni (che comunque preferivano i termini azzurri o autonomi), come testimonia il romanzo Una questione privata di Beppe Fenoglio, in parte ispirato (come il successivo Il partigiano Johnny, il precedente Primavera di bellezza e i racconti de I ventitré giorni della città di Alba) all'esperienza di partigiano azzurro dell'autore:

« Io non sono rosso, sono badogliano. Questo ti solleva un pochino, eh?[2] »

(Il protagonista Milton al milite della RSI suo prigioniero)

Composizione ed attivitàModifica

Questi reparti vennero formati in gran parte, almeno all'inizio, da militari rientrati dalla Russia, rimpatriati dal sud della Francia dopo la disgregazione della 4ª Armata nel settembre 1943 o che si opposero con le armi al disarmo delle loro unità da parte dei tedeschi, fedeli al nuovo governo presieduto da Pietro Badoglio. Al loro interno l'organizzazione era di tipo militare, con gradi e formalità rituali; i comandanti di queste formazioni erano ufficiali dell'esercito i quali rivendicavano la loro apartiticità, tendenzialmente comunque più vicini alle forze politiche moderate. Sotto la guida di questi comandanti la lotta armata si configurò in modo nuovo: vennero costituiti piccoli gruppi combattenti e si stabilirono nelle retrovie dei luoghi sicuri, i cosiddetti "presidii" (celebre quello di Mango, piccolo paese presente nei romanzi resistenziali di Fenoglio), dove riorganizzarsi, trovare rifugio, curare i feriti[3]. Tra le azioni più importanti compiute dalle formazioni degli azzurri, vi furono la liberazione delle Langhe e la partecipazione alla liberazione di zone dell'alta Liguria come la Val Bormida, nonché di Savona.[4]

 
Piero Balbo

Nella seconda parte della guerra di liberazione italiana, anche le formazioni azzurre vennero integrate nel Corpo Volontari della Libertà, la forza armata composta da tutti i gruppi partigiani e riconosciuta da Alleati, governo e CLN, sotto il comando del generale Raffaele Cadorna jr.[5].

 
Enrico Martini Mauri

Una delle loro maggiori formazioni fu il 1º Gruppo Divisioni Alpine, operante in Piemonte al comando del maggiore degli alpini Enrico Martini detto Mauri (a capo della I Divisione Autonoma Langhe), ma vi furono anche altri reparti, come quelli comandati da Maggiorino Marcellin, Piero Balbo (comandante della II Divisione Autonoma Langhe, facente parte del gruppo delle Divioni Alpine di Mauri), il Gruppo "Cinque Giornate" del colonnello Carlo Croce o l'Organizzazione Franchi fondata da Edgardo Sogno. Particolarmente importante a Roma fu l'attività del Fronte militare clandestino del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e del maggiore Alfeo Brandimarte.

L'ideologiaModifica

Tali formazioni erano composte principalmente da militari, tra cui molti ufficiali del Regio Esercito, sfuggiti alla cattura da parte tedesca l'8 settembre 1943, e si distinguevano per la fedeltà al governo del Regno del Sud e agli Alleati (alcuni badogliani furono tra i pochi ad obbedire al proclama Alexander, che prevedeva lo sbandamento temporaneo nell'inverno 1944), mentre agirono quasi sempre in maniera indipendente rispetto al CLN. Non avevano riferimenti ideologici ufficiali, anche se gli aderenti erano quasi tutti di fede monarchica, liberale, cattolica democratica e genericamente moderata, uniti dall'antifascismo ma anche dal rifiuto del comunismo. Per quest'ultima caratteristica erano guardati con diffidenza dal Partito Comunista Italiano, che li riteneva manovrati «dagli industriali». Nel novembre 1944, il comandante delle Brigate Garibaldi Luigi Longo li accusò di essere impegnati in «manovre reazionarie, disgregatrici, antiunitarie e antipatriottiche», parlando di «alcuni comandanti [di formazioni partigiane] che se ne fregano delle direttive politiche e militari del Cln, anche se qualche volta affermano di riconoscerne l'autorità», i quali avrebbero aspirato «ad essere i Mihajlovic italiani» (in riferimento al comandante dei cetnici – partigiani jugoslavi monarchici e anticomunisti – Draža Mihailović), minacciando di far subire loro «la stessa sorte del loro campione jugoslavo»[6].

La diffidenza reciproca tra i due gruppi era notevole, anche se ci furono episodi di collaborazione tra garibaldini e badogliani, forzata dagli eventi e tenuta insieme solo dall'antifascismo e dalla lotta contro i tedeschi, come avvenne durante la breve esperienza della Repubblica partigiana di Alba.

NoteModifica

  1. ^ Sergio Romano, Gianfranco Fini badogliano. Storia di un insulto politico, in Corriere della Sera, 15 settembre 2010.
  2. ^ Beppe Fenoglio, Una questione privata, cap. X.
  3. ^ Google Book - La resistenza monarchica in Italia (1943-1945) - pag 32
  4. ^ La resistenza savonese e le missioni alleate
  5. ^ Elisabetta Ricciardi, Carlo Ricciardi, Vita sotto le armi, vita clandestina: cronaca e silenzio nei diari di un ufficiale : 1940-1943, pag. 67, Firenze University Press, 2010
  6. ^ De Felice 1997, pp. 166-167.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica