Partito Democratico (Stati Uniti d'America)

partito politico statunitense
Partito Democratico
(EN) Democratic Party
US Democratic Party Logo.svg
Leader Senato: Chuck Schumer (minoranza)
Camera: Nancy Pelosi (minoranza)
Segretario Thomas Perez
Stato Stati Uniti Stati Uniti
Sede 430 South Capitol St. SE, Washington 20003
Fondazione 8 gennaio 1828
Ideologia Moderna:
Centrismo[1][2]
Liberalismo[3][4][5]
Populismo di sinistra[6][7][8]
Terza via[9]
Storica:
Conservatorismo[10][11]
Jacksonianismo[12]
Collocazione Centro-sinistra[13][14]
(1934–presente)
Destra (1828–1933)
Affiliazione internazionale Alleanza Progressista
Seggi Camera
194 / 435
(2017)
Seggi Senato
46 / 100
(2017)
Organizzazione giovanile Giovani Democratici d'America
Iscritti 80.100.000 (2017)
Colori Blu
Sito web

Il Partito Democratico (in inglese: Democratic Party) è uno dei due principali partiti politici contemporanei degli Stati Uniti insieme al Partito Repubblicano.

Il Partito Democratico ha origine dal Partito Democratico-Repubblicano, fondato da Thomas Jefferson, James Madison e altri influenti anti-federalisti nel 1792, nonché il più vecchio partito politico del mondo.[15]

Dopo la spaccatura del Partito Democratico-Repubblicano nel 1828 si è posizionato a destra del Partito Repubblicano nelle questioni economiche e sociali.[16] Fino agli anni sessanta del Novecento molti democratici del sud erano ancora favorevoli alla segregazione razziale. La filosofia attivista a favore della classe lavoratrice di Franklin Delano Roosevelt chiamata liberalismo negli Stati Uniti (in realtà simile per alcuni aspetti al liberalismo sociale) ha rappresentato gran parte del programma del partito sin dal 1932. La coalizione del New Deal («nuovo corso») di Roosevelt controllò spesso il governo nazionale fino al 1964.

Il movimento per i diritti civili degli anni sessanta approvato dal partito gli fece perdere parte dei consensi negli Stati meridionali.

Indice

Struttura del partitoModifica

 
L'Asinella democratica

Come è tipico dei partiti politici degli Stati Uniti, il Partito Democratico non ha forme di iscrizione a livello nazionale e l'unica forma riconosciuta di adesione è quindi una dichiarazione di appartenenza (non vincolante) ai Democratici, ai Repubblicani oppure come indipendente all'atto della registrazione per il voto (che negli Stati Uniti avviene solo su richiesta). Tale dichiarazione in alcuni Stati è necessaria per la partecipazione alle primarie di partito (primarie chiuse).

Il Partito Democratico a livello locale ha comunque partiti affiliati (uno per Stato), ciascuno dei quali può prevedere forme di adesione di vario tipo, ma in generale l'appartenenza a un partito comporta obblighi meno stringenti rispetto ai partiti politici europei. Unico organismo centrale al vertice del partito è il Comitato nazionale democratico (Democratic National Committee), che non ha però il compito di fissazione del programma o di controllo dell'operato degli eletti, bensì quello di raccolta fondi e di coordinamento delle campagne elettorali nazionali e può appoggiare ufficialmente la campagna elettorale di un candidato, ma non ha la possibilità di selezionare le candidature.

Il simbolo informale del Partito Democratico è l'asinella con i colori statunitensi. L'origine del simbolo è da trovarsi in una vignetta satirica del 1837 che dipingeva il democratico Andrew Jackson come un «Balaam moderno» sul dorso di un'asinella, insinuando come il suo partito come sciocco e ignorante. In seguito i Democratici rivendicarono con orgoglio questo simbolo, che rimase popolare per oltre un secolo.

StoriaModifica

Le originiModifica

Il Partito Democratico ha origine dallo storico Partito Democratico-Repubblicano (inizialmente chiamato Repubblicano, essendo il termine «democratico» utilizzato principalmente dai suoi avversari per accusarlo di simpatie verso la rivoluzione francese), fondato da Thomas Jefferson nel 1792. Questo partito propugnava una democrazia di piccoli propietari terrieri indipendenti (soprattutto i nuovi pionieri dell'Ovest) e per questo avversava il potere centrale, visto come fautore degli interessi del capitale finanziario della Nuova Inghilterra, sostenuto dal Partito Federalista. Per questo il Partito Democratico-Repubblicano si fece sostenitore di una maggiore autonomia degli Stati federati rispetto alle decisioni di Washington e trovò sostegno anche presso i latifondisti schiavisti del Sud: in tal modo il partito più democratico era anche il maggior sostenitore dello schiavismo.

Negli anni successivi alla scomparsa del Partito Federalista (cioè dopo il 1816) il partito Democratico-Repubblicano acquisì un vero monopolio sulla vita politica statunitense, tanto da dar vita a una sorta di regime monopartitico e per fare politica a livello nazionale era di fatto obbligatorio farne parte. In breve tempo comparve al suo interno una corrente erede dei vecchi federalisti e degli interessi degli Stati nord-orientali che finì col prendere il controllo del partito. La reazione degli Stati sudisti e dell'ovest trovò il proprio capo partito in Andrew Jackson, che nel 1828 pose la propria candidatura autonoma alle elezioni presidenziali. Il partito Democratico-Repubblicano si divise in due: da una parte i sostenitori di Jackson e dall'altra coloro che sostennero la candidatura di John Quincy Adams, subito indicati come Repubblicani nazionali. Le elezioni furono vinte da Jackson.

Dalla nascita al contrasto Nord-SudModifica

Dopo la vittoria i sostenitori di Jackson (primo fra tutti Martin Van Buren) diedero vita al moderno Partito Democratico (che assunse ufficialmente tale nome nel 1844), mentre gli sconfitti formarono il Partito Repubblicano Nazionale. I Democratici continuavano a sostenere gli interessi sia dei coltivatori indipendenti e dei nuovi Stati dell'Ovest, quanto dei ricchi latifondisti del Sud. Dall'altra parte i Repubblicani nazionali rappresentavano il capitalismo finanziario e l'industrializzazione. Non mancava tra i Democratici una componente operaia nelle città del Nord sempre in contrasto con lo strapotere dell'alta borghesia.

Peraltro lo stile di Jackson una volta rieletto presidente nel 1832 divenne sempre meno rispettoso di quei diritti degli Stati (states' rights) per difendere i quali il partito era sorto, portando alcuni Democratici a unirsi ai Repubblicani nazionali nel Partito Whig.

Negli anni successivi i due partiti si alternarono al governo mentre la questione della schiavitù creava divisioni sempre più forti, tanto che l'ala antischiavista (nordista) dei Democratici provocò una scissione dando vita al Partito del Suolo Libero (Free Soil Party).

La guerra di secessioneModifica

Nel 1854 sulle ceneri del Partito Whig nacque il moderno Partito Repubblicano con un programma apertamente e risolutamente antischiavista. Mentre il Paese marciava verso la guerra civile, i Democratici si spaccarono tra sudisti e difensori intransigenti dell'economia schiavistica; e nordisti non antischiavisti, ma disponibili a compromessi soprattutto sull'assetto da dare ai nuovi Stati che sarebbero nati all'Ovest.

La presenza di due diversi candidati per i Democratici favorì il successo del candidato Repubblicano Abraham Lincoln alle elezioni presidenziali del 1860 che diventò presidente senza praticamente ottenere voti negli Stati del Sud: una divisione che sfociò nella guerra di secessione americana.

Durante la guerra nel Nord il partito si divise tra pacifisti e sostenitori della guerra contro il Sud che accettarono di appoggiare Lincoln: tra questi Andrew Johnson, che fu vicepresidente e succedette a Lincoln dopo la sua morte nel 1865. Nell'immediato dopoguerra la vita politica degli Stati Uniti fu comunque monopolizzata dai Repubblicani, che sospesero temporaneamente dall'Unione alcuni Stati del Sud e ammisero al voto gli ex schiavi di colore, per cui il Partito Democratico fu per qualche tempo fuori gioco. Johnson accusò i Repubblicani di avere dissolto l'Unione invece di restaurarla e di avere «assoggettato dieci Stati, in tempo di pace, al dispotismo militare e alla supremazia negra». Nel Sud molti Democratici appoggiarono le attività del Ku Klux Klan.

Quando l'occupazione militare del Sud terminò in seguito alle oscure manovre che accompagnarono le elezioni presidenziali del 1876, negli ex Stati Confederali il predominio dei Democratici fu assoluto e la segregazione razziale venne nuovamente introdotta: il partito divenne quindi il partito razzista per eccellenza.[17]

La rinascita dei democraticiModifica

Negli anni ottanta dell'Ottocento il partito aumentò i propri voti grazie all'apporto di gruppi eterogenei, dal Sud all'Ovest, fino a gruppi operai nelle città industriali del Nord, tanto che spesso era determinante nell'orientare il voto l'appartenenza religiosa, in quanto i protestanti di origine britannica o nordeuropea tendevano a schierarsi per i Repubblicani, laddove i cattolici (in questo periodo soprattutto di origine irlandese) erano prevalentemente Democratici. Nel 1884 per la prima volta dopo ventotto anni un Democratico ottenne la presidenza.

In questo periodo la principale causa di contrasto tra i due partiti fu data dal tema del protezionismo, che i Democratici avversavano. In questo periodo i democratici erano comunque dominati dalla loro ala più conservatrice e liberista, rappresentata da Grover Cleveland, che perse il controllo del partito solamente nel 1896 a vantaggio dell'ala populista.

L'era di WilsonModifica

A partire dal 1896 cominciò un periodo nuovo nella storia politica degli Stati Uniti, in quanto la presidenza fu mantenuta ininterrottamente dai Repubblicani, eccettuata l'epoca di Thomas Woodrow Wilson. In questo periodo infatti l'enorme successo dell'industrializzazione, che si espanse sempre più da Est a Ovest favorì il Partito Repubblicano che dell'industria era sempre stato sostenitore: uno Stato come la California divenne stabilmente Repubblicano.

Proprio questa modernizzazione però favorì la vittoria di Wilson, in quanto in occasione delle elezioni presidenziali del 1912 l'ala di sinistra dei Repubblicani costituì il Partito Progressista, candidando il popolare ex presidente Theodore Roosevelt, che ottenne più voti del candidato ufficiale Repubblicano.

Di conseguenza i Democratici mantenendo compatto il proprio voto riottennero la presidenza. Wilson era un conservatore che fece però passare leggi progressiste, come quella sull'antimoopolio e la riforma costituzionale che diede il voto alle done, senza tuttavia promuovere i diritti dei neri data la posizione del suo partito.

Wilson è ben noto per la sua decisione di far partecipare gli Stati Uniti alla prima guerra mondiale e per i suoi «Quattordici punti» con cui proponeva una sistemazione del dopoguerra che tenesse conto del diritto di ogni popolo all'autodeterminazione. Non riuscì peraltro a convincere il Congresso ad approvare l'adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni appena costituita. Dopo la sua seconda presidenza nel 1920 il predominio Repubblicano riprese.

Franklin Delano RooseveltModifica

La crisi del 1929 fu l'evento epocale che trasformò completamente la vita politica statunitense e lo stesso Partito Democratico. L'elezione di Franklin Delano Roosevelt (lontano parente di Theodore) nel 1932 e la sua politica del New Deal trasformarono i Democratici nel partito di sinistra degli Stati Uniti, cosa che fino a quel momento certo non erano, se non per pochi aspetti.

Naturalmente l'ala più conservatrice del partito cercò di contrattaccare, ma le condizioni economiche del Paese in quegli anni rendevano popolare presso strati sociali amplissimi la politica di Roosevelt basata sull'aumento della spesa pubblica.

Dopo il 1934 Roosevelt accentuò la componente di sinistra della sua politica e da quel momento il Partito Democratico si legò definitivamente ai sindacati e a gruppi sociali svantaggiati come gli ebrei e gli stessi afroamericani, che fino a quel momento votavano (se votavano) per i Rrepubblicani.

Nel Congresso però molti Democratici più conservatori (soprattutto del Sud) finirono con l'allearsi ai Repubblicani per bloccare le riforme più coraggiose di Roosevelt. Negli Stati Uniti infatti la disciplina di partito è molto più debole che nei parlamenti europei. Da allora il binomio presidente progressista e Congresso conservatore rimase una costante della politica statunitense.

Comunque è dalla presidenza Roosevelt che il Partito Democratico è divenuto il partito della spesa pubblica e della protezione dei diritti civili delle minoranze, oltre che dei ceti intellettuali.

Il dopoguerraModifica

Dopo la morte di Roosevelt nel 1945 la presidenza toccò al vicepresidente Harry Truman, la cui politica anticomunista provocò la scissione di un nuovo Partito Progressista a opera dell'ex vicepresidente Henry A. Wallace, che non ebbe però grande successo. I Democratici persero comunque le elezioni al Congresso del 1946.

Nel 1948 Truman fu eletto alla presidenza nonostante la temporanea scissione dei Democratici del Sud con il Partito Democratico per i Diritti degli Stati (i cosiddetti «Dixiecrats», noti per il loro razzismo), riproponendo poi una linea politica analoga a quella di Roosevelt per quanto riguardava la politica interna, ancora una volta contrastata dal Congresso.

Nel 1952 i Repubblicani candidarono con successo un eroe di guerra, l'ex generale Dwight Eisenhower, ma i Democratici mantennero il controllo del Congresso (che avevano riconquistato nel 1948) in un quadro di sostanziale collaborazione bipartitica.

Nel 1960 il Partito Democratico riconquistò la presidenza con John Fitzgerald Kennedy, che inaugurò una politica di fermezza, ma anche piuttosto flessibile, nei confronti dell'Unione Sovietica e di appoggio al movimento per i diritti civili all'interno, seguita ancora più decisamente dopo la sua morte in un attentato dal suo successore Lyndon B. Johnson, che nel 1964 varò la legge sui diritti civili che poneva fine alle discriminazioni razziali. In seguito approvò molte riforme sociali (la cosiddetta «Great Society»).

La trasformazione del partitoModifica

L'avvicinamento dei neri al Partito Democratico era incominciato già all'epoca di Roosevelt e questo fatto portò a un progressivo abbandono del partito da parte dei Democratici del Sud, i quali però solo negli anni ottanta sarebbero passati massicciamente ai Repubblicani.

In generale in questo periodo gli abitanti bianchi del Sud continuarono a votare per il Partito Democratico nelle elezioni locali e in quelle per il Congresso, ma ad abbandonare il partito o a favore dei Repubblicani o di candidati sudisti indipendenti nelle presidenziali.

Il partito si spaccò però ancora più gravemente in seguito alla politica di Johnson di intervento in Vietnam, tanto da spingerlo ad abbandonare l'idea di ricandidarsi. Il candidato che avrebbe potuto ricompattare il partito, Robert Kennedy (fratello dell'ex presidente) fu a sua volta assassiniato. Le elezioni del 1968 furono quindi vinte dal Repubblicano Richard Nixon, anche a causa della nuova scissione di una parte dei Democratici del Sud che diedero vita al Partito Indipendente Americano.

La base elettorale dei Democratici si spostò sempre più verso il Nord.

Da Carter a ClintonModifica

Negli anni di Nixon pur avendo perso la presidenza il Partito Democratico mantenne un saldo controllo sul Congresso, dove i sudisti mantenevano la loro autonomia rispetto alla linea liberale del partito. Peraltro fu paradossalmente un sudista sostenitore dei diritti civili, Jimmy Carter, a divenire presidente nel 1976 grazie allo scandalo Watergate che aveva funestato la seconda presidenza Nixon.

La politica di Carter fu a sostegno dei diritti civili all'interno, ma anche all'estero, dove si presentò come mediatore in numerose crisi internazionali, mentre in politica economica fu di fatto l'anticipatore della linea economica più liberista di Ronald Reagan. I suoi insuccessi in politica estera (Iran e Afghanistan) favorirono però la vittoria del suo avversario Repubblicano nel 1980. Negli anni ottanta i Democratici persero tutte le elezioni presidenziali e molti loro elettori, in particolare appartenenti alla classe media, votarono per i Repubblicani (i cosiddetti «Democratici di Reagan», che continuavano a sostenere il loro partito al Congresso, dove infatti i democratici mantennero la maggioranza).

Di fatto molti programmi di assistenza sociale furono mantenuti in vita nonostante l'abbassamento delle tasse, provocando così un forte aumento del debito pubblico. In politica estera invece la linea dei Democratici non era molto diversa da quella reaganiana, se non per lo stile meno aggressivo. È a questo punto che il partito si sposta più al centro divenendo ancora più di prima un partito pigliatutto.

L'era ClintonModifica

Nel 1992 dopo dodici anni di presidenza Repubblicana gli Stati Uniti elessero un presidente Democratico: Bill Clinton. In sintonia con l'allora nuova impostazione centrista del partito, Clinton contenne la spesa pubblica e sotto di lui gli Stati Uniti conobbero una delle fasi di maggiore crescita economica della loro storia, mentre in politica estera scelse una linea di intervento sia diplomatico sia armato, anche in aree non considerate vitali per gli interessi del suo Paese (come in Jugoslavia).

Del resto Clinton dovette fare i conti con una maggioranza Repubblicana alla Camera e al Senato, mentre forze tradizionalmente Democratiche come i sindacati persero sempre più peso nel Paese. In effetti una delle caratteristiche più evidenti nella situazione politica degli Stati Uniti in quegli anni fu un generale calo della partecipazione dei cittadini alle urne e un peso determinante della capacità di raccogliere fondi da parte di partiti e uomini politici, fattori che spiazzarono l'ala più a sinistra del partito.

Da Gore a ObamaModifica

Nel 2000 i Democratici hanno candidato l'ex vicepresidente di Clinton Al Gore, contro il Repubblicano George W. Bush. Gore è stato sconfitto, in parte per il relativo successo del candidato dei Verdi Ralph Nader, in parte per le regole elettorali che lo hanno beffato nonostante avesse ottenuto più voti dell'avversario e che hanno provocato molte polemiche.

Dopo questa sconfitta sul filo di lana i Democratici hanno faticato a riprendersi, anche per il nuovo clima creato dagli attentati dell'11 settembre, che hanno favorito il compattarsi dell'opinione pubblica intorno al presidente Bush. Solo dopo alcuni anni i Democratici hanno fatto sentire la loro voce critica su certi aspetti della cosiddetta guerra al terrorismo di Bush, oltre che sulla politica economica, soprattutto per l'aumento della disoccupazione e il drastico peggioramento del debito pubblico. Comunque anche il candidato del 2004 John Kerry è stato battuto nella corsa alla presidenza.

Alle elezioni politiche di metà mandato del 2006 i Democratici conquistarono 229 seggi alla Camera (+ 29), riprendendone il controllo dopo dodici anni. Nancy Pelosi divenne il presidente della Camera nel gennaio 2007. Pelosi fu la prima donna e il primo politico italo-americano a ricoprire tale carica, terza nella linea di successione presidenziale. Anche al Senato il Partito Democratico divenne il partito di maggioranza. I seggi in mano a Democratici furono 49, come quelli controllati dai Repubblicani, più due senatori indipendenti: Joseph Lieberman, eletto nella lista Connecticut for Lieberman dopo avere perduto la candidatura a causa delle sue posizioni moderate e vicine all'amministrazione, del Connecticut; e l'indipendente di sinistra Bernie Sanders, del Vermont, entrambi sostenitori Democratici.

A determinare il successo dei Democratici fu anche la decisione del partito di presentare candidati con idee conservatrici nei seggi fino ad allora controllati da Repubblicani. Nel 2006 il partito riprese la maggioranza delle cariche di governatore (in 28 Stati su 50). Il gruppo democratico alla Camera elesse come presidente di maggioranza Steny Hoyer (carica a cui era anche candidato John Murtha, appoggiato da Nancy Pelosi e favorevole a un ritiro immediato dall'Iraq, ma che era stato coinvolto in un affare di corruzione negli anni ottanta). Al Senato il presidente della maggioranza fu Harry Reid, primo mormone a raggiungere tale carica, fino al gennaio 2015. Alle elezioni presidenziali del 2008 i Democratici nella Convenzione nazionale candidarono Barack Obama, il quale vinse contro il Repubblicano John McCain e nel novembre 2012 contro Mitt Romney.

A causa dell'impopolarità della riforma sanitaria, rinominata «Obamacare» dai Repubblicani e di altre contestate misure economiche prese dell'amministrazione Obama, i Democratici persero nel 2010 la maggioranza parlamentare alla Camera, ma non quella del Senato: la situazione rimase pressoché simile anche nelle elezioni congressuali del 2012. Nell'autunno 2014 i Repubblicani conquistarono anche il Senato, mentre ai Democratici rimasero 44 senatori più due indipendenti.

Nell'autunno del 2015 dopo sette anni di presidenza Obama le sconfitte a livello statale e federale per i Democratici sono state molto ingenti e in termini numerici dal 2009 sono i seguenti: 12 seggi di Governatori persi, 69 seggi alla Camera dei Rappresentanti, 14 seggi al Senato e 910 seggi persi alle legislature statali.

Alle elezioni presidenziali del 2016 il duo democratico Hillary Clinton-Tim Kaine è stato sconfitto dalla coppia presidenziale Repubblicata Donald Trump-Mike Pence per 232 grandi elettori a 306 pur prevalendo nel voto popolare (situazione analoga alle elezioni del 2000 dove Gore perse contro Bush). A seguito di questo risultato i Democratici si sono ritrovati per la prima volta in dodici anni (dal 2004) fuori della Casa Bianca e in minoranza in entrambi i rami del Congresso. Inoltre a livello dei singoli Stati il Partito Democratico ha perso i governi di Missouri, New Hampshire e Vermont, pur riuscendo a conquistare la Carolina del Nord.

Correnti interneModifica

  Lo stesso argomento in dettaglio: Correnti del Partito Democratico (Stati Uniti).
  • Democratici progressisti (Progressive Democrats) e liberali (Liberals): sono l'ala sinistra del Partito Democratico, eredi della Nuova Sinnistra e del liberalismo sociale. Molti di loro sono i cosiddetti liberali statunitensi, che tendono a unire la cultura socioliberale e quella progressista. Si battono per i diritti civili, la legalizzazione dell'aborto, il pluralismo culturale, i matrimoni gay/unioni civili. Prediligono inoltre la diplomazia al fine di evitare conflitti armati e rappresentano la maggioranza del partito. Uno storico esponente fu Ted Kennedy.
  • Democratici libertari (Libertarian Democrats): rappresentano la parte libertaria del partito e si professano liberisti in campo economico e libertari in campo sociale, dato che si battono come i progressisti per i diritti civili, ma anche per la legalizzazione delle droghe0 leggera. A livello individuale sono prettamente liberali e propugnano una visione laica dello Stato con la separazione di questo dalla Chiesa.
  • Democratici moderati (Moderate Democrats): sono i cosiddetti centristi (Centrists), in quanto si rifanno al centrismo e alla terza via. Tra questi vi sono importanti personaggi quali l'ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton.
  • Democratici conservatori (Conservative Democrats): rappresentano la destra del partito, eredi delle posizione social conservatrice. Durante gli anni si sono spostati verso posizioni più liberali e vengono perciò etichettati come centristi quando comparati con i conservatori Repubblicani, ma decisamente conservatori se paragonati ai Democratici liberali o progressisti.

Membri del Partito Democratico eletti alla presidenza degli Stati UnitiModifica

  1. Andrew Jackson (1829–1837)
  2. Martin Van Buren (1837–1841)
  3. James Knox Polk (1845–1849)
  4. Franklin Pierce (1853–1857)
  5. James Buchanan (1857–1861)
  6. Grover Cleveland (1885–1889)
  7. Grover Cleveland (1893–1897)
  8. Woodrow Wilson (1913–1921)
  9. Franklin Delano Roosevelt (1933–1945)
  10. Harry S. Truman (1945–1953)
  11. John Fitzgerald Kennedy (1961–1963)
  12. Lyndon Baines Johnson (1963–1969)
  13. Jimmy Carter (1977–1981)
  14. Bill Clinton (1993–2001)
  15. Barack Obama (2009–2017)

Presidenti del Comitato Nazionale DemocraticoModifica

Leader Termine Stato
Benjamin F. Hallett (1848–1852) Massachusetts
Robert Milligan McLane (1852–1856) Maryland
David Allen Smalley (1856–1860) Vermont
August Belmont (1860–1872) New York
Augustus Schell (1872–1876) New York
Abram Stevens Hewitt (1876–1877) New York
William H. Barnum (1877–1889) Connecticut
Calvin Stewart Brice (1889–1892) Ohio
William F. Harrity (1892–1896) Pennsylvania
James K. Jones (1896–1904) Arkansas
Thomas Taggart (1904–1908) Indiana
Norman E. Mack (1908–1912) New York
William F. McCombs (1912–1916) New York
Vance C. McCormick (1916–1919) Pennsylvania
Homer S. Cummings (1919–1920) Connecticut
George White (1920–1921) Ohio
Cordell Hull (1921–1924) Tennessee
Clem L. Shaver (1924–1928) Virginia Occidentale
John J. Raskob (1928–1932) New York
James A. Farley (1932–1940) New York
Edward J. Flynn (1940–1943) New York
Frank C. Walker (1943–1944) Pennsylvania
Robert E. Hannegan (1944–1947) Missouri
J. Howard McGrath (1947–1949) Rhode Island
William M. Boyle (1949–1951) Missouri
Frank E. McKinney (1951–1952) Indiana
Stephen Mitchell (1952–1955) Illinois
Paul M. Butler (1955–1960) Indiana
Henry M. Jackson (1960–1961) Washington
John Moran Bailey (1961–1968) Connecticut
Lawrence F. O'Brien (1968–1969) Massachusetts
Fred R. Harris (1969–1970) Oklahoma
Lawrence F. O'Brien (1970–1972) Massachusetts
Jean Westwood (1972) Utah
Robert S. Strauss (1972–1977) Texas
Kenneth M. Curtis (1977–1978) Maine
John C. White (1978–1981) Texas
Charles T. Manatt (1981–1985) California
Paul G. Kirk (1985–1989) Massachusetts
Ron Brown (1989–1993) New York
David Wilhelm (1993–1994) Ohio
Debra DeLee (1994–1995) Massachusetts
Christopher J. Dodd1 (1995–1997) Connecticut
Donald Fowler (1995–1997) Carolina del Sud
Roy Romer1 (1997–1999) Colorado
Steven Grossman (1997–1999) Massachusetts
Edward G. Rendell1 (1999–2001) Pennsylvania
Joseph Andrew (1999–2001) Indiana
Terrence R. McAuliffe (2001–2005) Virginia
Howard Dean (2005–2009) Vermont
Tim Kaine (2009–2011) Virginia
Debbie Wasserman Schultz (2011–2016)[18] Florida
Donna Brazile (2016–2017) Louisiana
Tom Perez (2017–) Maryland

NoteModifica

  1. ^ "Hale, John (1995). The Making of the New Democrats. New York City: Political Science Quarterly. p. 229. "Second, insofar as Democrats in Congress are roughly split into liberal and centrist wings".
  2. ^ "CNN. (2000). Exit Poll".
  3. ^ (EN) Ellen Grigsby, Analyzing Politics: An Introduction to Political Science, Cengage Learning, 2008, pp. 106–107, ISBN 0-495-50112-3.
    «In the United States, the Democratic Party represents itself as the liberal alternative to the Republicans, but its liberalism is for the most the later version of liberalism—modern liberalism».
  4. ^ (EN) President Obama, the Democratic Party, and Socialism: A Political Science Perspective, The Huffington Post, 29 giugno 2012. URL consultato il 9 gennaio 2015.
  5. ^ (EN) N. Scott Arnold, Imposing values: an essay on liberalism and regulation., Oxford University Press, 2009, ISBN 0-495-50112-3.
  6. ^ (EN) Amitai Etzioni, The Left's Unpopular Populism, in The Atlantic, 8 gennaio 2015.
  7. ^ (EN) Zachary A. Goldfarb, Politics More liberal, populist movement emerging in Democratic Party ahead of 2016 elections, in The Washington Post, 30 novembre 2013.
  8. ^ (EN) Waleed Shahid, America in Populist Times: An Interview With Chantal Mouffe, in The Nation, 15 dicembre 2013.
  9. ^ "Democratic Leadership Council. (June 1, 1998). About the Third Way".
  10. ^ (EN) Roger Chapman, Culture Wars: An Encyclopedia, 2010, p. 136.
  11. ^ (EN) Shaila Dewan e Anne E. Kornblut, In Key House Races, Democrats Run to the Right, in The New York Times, 30 ottobre 2006.
  12. ^ (EN) Arthur M. Schlesinger Jr., The Age of Jackson, Little Brown, 1953.
  13. ^ (EN) Jonah Levy, The state after statism: new state activities in the age of liberalization, Florence, Harvard University Press, 2006, p. 198, ISBN 0-495-50112-3.
    «In the corporate governance area, the center-left repositioned itself to press for reform. The Democratic Party in the United States used the postbubble scandals and the collapse of share prices to attack the Republican Party...Corporate governance reform fit surprisingly well within the contours of the center-left ideology. The Democratic Party and the SPD have both been committed to the development of the regulatory state as a counterweight to managerial authority, corporate power, and market failure».
  14. ^ (EN) Molly Ball, The Battle Within the Democratic Party, in The Atlantic, 28 gennaio 2017.
  15. ^ Witcover (2003), Ch. 1, p. 3.
  16. ^ Kenneth Janda, Jeffrey Berry, Jerry Goldman, The Challenge of Democracy: American Government in Global Politics, Cengage Learning, 2011.
  17. ^ Bruce Bartlett, Wrong on Race (Palgrave Macmillan, 2008).
  18. ^ Breaking News: Debbie Wasserman Schultz Elected DNC Chair | Democrats.org

Voci correlateModifica

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