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Pasquino Cappelli

politico e umanista italiano

Pasquino de' Cappelli o Capelli[1] (Cremona, 1340 circa – Pavia, 1398) è stato un politico e umanista italiano al servizio del duca di Milano Gian Galeazzo Visconti. Fu anche amico di Petrarca e fautore della diffusione dell'umanesimo in Lombardia[senza fonte].

BiografiaModifica

Attività politicaModifica

Cancelliere di MilanoModifica

Membro di una ricca famiglia cremonese, Pasquino de Capelli nacque presumibilmente in quella città intorno al 1340, figlio di un tal Baldassarre[2]. Non si sa nulla della giovinezza del Cappelli, e la prima testimonianza della sua attività politica risale al 1373, quando figura come cancelliere del signore di Milano Galeazzo II Visconti[2]. Dopo la morte del suo patrono, nel 1378, il Cappelli divenne secretarius del figlio di quest'ultimo, Gian Galeazzo, destinato a diventare primo duca di Milano. Tra il 1378 e il 1385 il Cappelli figurò quale principale ambasciatore dell'ambizioso signore, rivestendo ora i panni del diplomatico sia all'estero (Francia, Venezia, Napoli), sia in patria (per mantenere buoni i rapporti tra Gian Galeazzo e lo zio di questi, Barnabò Visconti). Dal 1385 (anno in cui Gian Galeazzo prese il potere, spodestando Barnabò) fino al 1398 (anno della caduta in disgrazia del Cappelli), il politico cremonese fu cancelliere di Gian Galeazzo, mantenendo i contatti con i principali signori dell'epoca e tessendo le fila della diplomazia meneghina.

La caduta in disgraziaModifica

La parabola politica del Cappelli terminò bruscamente nel 1398, quando fu accusato di tradimento da Gian Galeazzo per intellighenzia col nemico. Secondo lo storico Bernardino Corio avrebbe venduto delle informazioni militari al marchese di Mantova[3], ma la ricchezza patrimoniale dello statista milanese e il suo ruolo nel coordinare i dispacci diplomatici con i belligeranti poterono essere delle scusanti per eliminare un potente rivale e rubarne i beni[4]. Gian Galeazzo riservò al presunto traditore una pena terribile, che il Corio ci narra:

«In pena pertanto di tanta scelleraggine fu posto in una gabbia di travi fabbricata in una torre di un castello di pavia detto la lunga dimora; e quivi in grandissima miseria finì i suoi giorni.»

(Corio, p. 415)

Cappelli e l'umanesimoModifica

Pasquino de' Cappelli ebbe profondi interessi nei confronti della cultura umanistica lanciata da Francesco Petrarca, il quale aveva risieduto a Milano tra il 1352 e il 1360 quale ospite dell'arcivescovo Giovanni II Visconti[5]. Non si sa se Petrarca e il Cappelli si conobbero durante la quasi decennale permanenza dell'Aretino in Lombardia[6], però nel corso degli anni '80 e '90 il cancelliere ducale fu il principale promotore della diffusione dell'umanesimo in Lombardia, rivestendo un ruolo simile a quello di Coluccio Salutati a Firenze. Vero e proprio ponte tra gli insegnamenti del Petrarca e la prima generazione umanistica di Antonio Loschi e Uberto Decembrio[1], Cappelli era solito riunire il gruppo dei suoi discepoli (tra i quali figuravano Moggio de' Moggi e Giovanni Manzini) a Pavia[7].

Oltre a rivestire il ruolo di promotore dell'umanesimo in Lombardia, il Cappelli fu anche scopritore di codici e appassionato bibliofilo: oltre a collezionare, in preciosi codici miniati, opere del Petrarca e del Boccaccio[2], scoprì a Vercelli un codice delle Familiares di Petrarca[1].

NoteModifica

  1. ^ a b c Cappelli, p. 228.
  2. ^ a b c De Mesquita.
  3. ^ Corio, p. 415:

    «Nel seguente luglio fu al duca fatta palese la congiura di certo Pasquino Capello cremonese, uomo d'acutissimo ingegno, sagace ed astuto, che per il corso di venticinque anni era stato segretario di Galeazzo secondo, e poscia del duca suo figliuolo, per cui conoscendo tutti i loro segreti con lettere li palesava alla lega, per cui il duca, non poté nella impresa di Manova conseguire il desiderato scopo.»

  4. ^ De Mesquita:

    «Il C[appelli] era ricco: a detta del Corio la sua "possanza", che gli venne confiscata, ammontava a più di 50.000 fiorini. I compensi ricevuti per i suoi servizi e i guadagni del suo ufficio, accumulati durante un quarto di secolo, possono avergli consentito benissimo di accumulare una tale ricchezza. E inoltre i vantaggi che egli avrebbe potuto ricavare mantenendo la sua fedeltà al Visconti avrebbero potuto essere decisamente superiori ai profitti, aleatori del tradimento. Si può allora concludere che l'accusa contro il C[appelli], vera o falsa che sia stata, deriva dagli avvenimenti della guerra del 1397. Il sospetto di un tradimento da lui compiuto potrebbe essere sorto nel corso dei negoziati per la tregua conclusa un mese prima del suo arresto. Alla corte pavese vi erano certamente alcuni che, se non crearono il sospetto, sarebbero stati ben lieti di fomentarlo.»

  5. ^ Wilkins, p. 157.
  6. ^ De Mesquita: «È possibile che il C[appelli] abbia conosciuto il Petrarca, in una delle ultime visite del poeta a Pavia.»
  7. ^ De Mesquita: «Un circolo di umanisti si formò a Pavia...»

BibliografiaModifica

  • Guido Capelli, L'Umanesimo italiano da Petrarca a Valla, Roma, Carocci editore, 2013, ISBN 978-88-430-5405-3.
  • Bernardino Corio, Storia di Milano, a cura di Egidio De Magri, Angelo Butti e Luigi Ferrario, vol. 2, Milano, Francesco Colombo, 1856, SBN IT\ICCU\LO1\0619498. URL consultato il 24 dicembre 2015.
  • D. M. Bueno De Mesquita, Cappelli, Pasquino de', in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1975, SBN IT\ICCU\RAV\0018896. URL consultato il 7 settembre 2015.
  • Ernest Hatch Wilkins, Vita del Petrarca, a cura di Luca Carlo Rossi e Remo Ceserani, Milano, Feltrinelli, 2012 [1964], ISBN 978-88-07-72364-3.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica