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Per pessimismo letterario nel Novecento si intende quello stato d'animo e quella concezione della vita espressa nelle opere in prosa e in poesia da tutti quegli scrittori di quel secolo che, pur senza un sistematico impianto filosofico, dichiarano la loro sfiducia nella compatibilità fra esistenza e felicità, che sentono l'ostilità della natura nei confronti dell'uomo, che avvertono la casualità degli eventi naturali, l'inevitabilità del dolore e l'intrinseca negatività della vita.

CaratteristicheModifica

In questi autori è possibile notare una visione della vita che non contempla al suo interno la felicità: l'unica possibile è l'attesa della sua realizzazione o il nulla.

Le cause di questa situazioni sono principalmente il cambiamento radicale della società, rispetto a quella dell'Ottocento, e le guerre mondiali.

Tra gli autori italiani ci sono Giuseppe Ungaretti non si identificava nella società dell'epoca, disprezzandola e disprezzando le guerre mondiali che aveva direttamente vissuto. Anche Eugenio Montale a causa della seconda guerra mondiale e della persecuzione degli ebrei.

Altri autori come Salvatore Quasimodo o Giacomo Leopardi hanno invece vissuto un pessimismo più personale, e cosmico.

Autore invece diverso è stato Giovanni Pascoli che, seppur avvicinandosi molto al pessimismo dell'epoca, è invece appartenuto al decadentismo.

Voci correlateModifica

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