Peste del 1656

Peste del 1656
epidemia
Nazione coinvoltaRegno di Napoli
Periodo1656 -
1656
Dati statistici[1]
Numero di morti240 000
Il medico della peste, acquaforte di Paulus Fürst, 1656 (da J. Columbina). I medici ritenevano che questo abbigliamento proteggesse dal contagio. Indossavano un mantello cerato, una sorta di occhiali e guanti protettivi, e adoperavano un bastone per il contatto col malato. Nel becco si trovavano sostanze aromatiche.

«Il terribile flagello coi suoi centocinquantamila cadaveri mise davvero in ginocchio la capitale. Dove non erano riusciti il Vesuvio né l'anno di rivolta, riuscì invece il morbo pestilenziale...»

(Nino Leone, La vita quotidiana a Napoli ai tempi di Masaniello[2])

L'epidemia di peste del 1656 colpì parte della penisola italiana, in particolare il viceregno di Napoli. A Napoli la peste arrivò dalla Sardegna, dove era giunta nel 1652 dalla Spagna[3], provocando circa 200 000 morti[4] su un totale di 450 000 abitanti[5]; anche nel resto del regno il tasso di mortalità oscillava fra il 50 e il 60% della popolazione[6].

Cenni storiciModifica

Il XVII secolo, a Napoli, portò con sé sciagure di vario genere: nel 1631 si verificò un'eruzione del Vesuvio di tipo subpliniano che investì molti casali non lontani dalle mura della città. Tale avvenimento spinse buona parte della popolazione di quei paesi a trovar rifugio nella capitale; una decisione che, proprio durante la grande peste, ebbe il risultato di aumentare ulteriormente la già elevata densità abitativa di alcuni rioni storici, rendendoli maggiormente esposti a gravi rischi igienico-sanitari, e dunque di contagio. Le fonti indicano che furono più di 44.000 i senzatetto che cercarono rifugio a Napoli, mentre i restanti vennero accolti a Nola, Avellino ed in altri paesi del circondario.

La grande densità abitativa dei rioni storici, generalmente parlando, derivava soprattutto dall'inadeguato perimetro della città che da tempo non riusciva più a contenere il numero dei suoi abitanti. Tale situazione è imputabile soprattutto ai governanti spagnoli che per molto tempo impedirono alla città di crescere al di fuori delle mura, per meglio controllarne "gli umori" a seguito delle continue ribellioni. Oltre all'eruzione, è da ricordare anche la grande rivolta di Masaniello del 1647 che attraversò momenti molto intensi e drammatici. In questo clima, già di per sé molto difficile, il morbo pestilenziale rappresentò il colpo di grazia. La città non possedeva ancora un adeguato sistema fognario e non poteva contare su riserve sufficienti d'acqua (soprattutto i suoi casali che non erano serviti adeguatamente dagli acquedotti), le precarie condizioni igieniche unite a fattori quali l'elevato numero di animali e il cattivo stato delle strade contribuirono a facilitare la diffusione del contagio portato dalle navi sarde.

 
Micco Spadaro, Piazza Mercatello durante la peste del 1656, 1656, Napoli, Museo nazionale di San Martino

Anche nel resto del viceregno l'evoluzione dell'epidemia non fu molto diversa: si contarono infatti circa 600.000 perdite umane oltre alla scomparsa di interi villaggi. Un esempio davvero cospicuo è dato dal borgo di Corsano, la cui popolazione (che pure ascendeva a diverse centinaia di abitanti) fu completamente sterminata e anche in seguito il villaggio non venne più ripopolato[7].

Ma anche nella capitale la situazione non appariva meno grave. Molti narratori dell'epoca si mostrarono seriamente preoccupati per ciò che stava accadendo, la capitale era letteralmente in ginocchio. Alla fine dell'epidemia la città appariva quasi spopolata; molte generazioni di intellettuali, politici, artisti, furono del tutto cancellate. La città però riuscì a riprendersi quasi completamente già a fine secolo, come ci è dato sapere da L. De Rosa:

«La crescita demografica riprese vivace nei primi decenni del Seicento. Ed anche se la peste del 1656 decimò la sua popolazione alla fine del Seicento Napoli presentava un numero di abitanti maggiore che agli inizi del Cinquecento. Se Londra non fosse cresciuta nel corso del Seicento, nonostante l'incendio che l'aveva devastata, Napoli sarebbe stata, agli inizi del Settecento, non la terza, ma ancora dopo Parigi, la seconda città d'Europa per popolazione.»

Subito dopo la città partenopea la peste raggiunse Roma, dove arrivò proprio a causa di un marinaio napoletano che prese alloggio in un albergo di Montefiore, a Trastevere; caso in un primo momento erroneamente sottovalutato. Su una cittadinanza di poco meno di 100.000 persone, i morti furono 14 473: 11 373 alla sinistra del Tevere e 1 600 a Trastevere.

L'impatto sulla vita religiosaModifica

 
Micco Spadaro, Rendimento di grazie dopo la peste, 1657, Museo di San Martino, Napoli. Tra i religiosi che pregano è visibile il cardinale Ascanio Filomarino.

Padre Bernardo Banfi così descrisse la situazione che si era venuta a creare nel Mezzogiorno tra il XVII e il XVIII secolo, a seguito della pesteː[8]

«Dove con tanto zelo e divozione coltivavasi il culto Divino, e nelle Chiese, e ne Monisteri, insalvatichite, ed abbandonate, si videro solo ripiene di ortiche, e gramaglie, onde per raccogliere in un sol fascio tante miserie, e calamità, dirò solo, che per ritrovare in quel tempo un Uomo vivente, era duopo (correndo più giornate di buon camino) incontrar prima un Infinità di Uomini morti»

(Bernardo Banfi, Relazioni di alcuni Religiosi stranieri, i quali dopo il Contaggio del Regno di Napoli, accaduto l'anno 1656, presero l'Abito nella Riformata Provinzia, 1730)

Per rimpinguare alcuni vuoti lasciati nelle istituzioni religiose, il Sud Italia chiese aiuto ad altri regni.

«[...] venendo a mancare la coltura spirituale nelle Chiese, Cori, ed Altari, erano divenuti li Conventi abbandonate Spelonche, senza poter trovare Giovani nazionali, che vestissero il Serafico Abito, e cresciuti in numero riparassero a tante rovine. Per un’avvertita ripresa della vita religiosa, si fece appello ai vari conventi riformati del Lazio, Toscana, Romagna, Liguria, Lombardia ecc… perché inviassero nel Sud religiosi a riaprire le case abbandonate e deserte. La risposta più spontanea venne dalla Versilia e ne fu iniziatore padre Giovanni Benedetto di Seravezza.»

(Bernardo Banfi, Relazioni, 1730)

Molti religiosi inviati al sud provenivano dai paesi montanari di Retignano e Terrinca.

NoteModifica

  1. ^ Numero complessivo di casi confermati e sospetti.
  2. ^ Nino Leone, La vita quotidiana a Napoli ai tempi di Masaniello, Milano, 1994 p.300
  3. ^ Iststudiatell.org
  4. ^ Istituto di Studi Atellani, Raccolta Rassegna Storica dei Comuni, Vol.22, anno 2008 p.251
  5. ^ Fondazionebanconapoli.it p.10
  6. ^ Zweilawyer.com
  7. ^ Tommaso Vitale, Storia della regia città di Ariano e sua diocesi, Roma, Stamperia Salomoni, 1794, pp. 355-357. URL consultato il 6 gennaio 2017.
  8. ^ Bernardo Banfi, Relazioni di alcuni Religiosi stranieri, i quali dopo il Contaggio del Regno di Napoli, accaduto l'anno 1656, presero l'Abito nella Riformata Provinzia, a cura di Giovanni Giordano, Edizioni Auxiliatrix, 1981 [1730].

BibliografiaModifica

  • Massimo Rosi, Napoli Entro e Fuori le Mura, Roma, Newton & Compton Editori, 2004, ISBN 978-8854101043.
  • Annibale Laudato, Una comunita dell'alto tammaro durante la peste del 1656 : Campolattaro, Studi e documenti per la storia del Sannio no. 3 (1985).
  • Stefano Vannozzi, Morcone dopo la peste: Breve contributo sugli effetti della peste del 1656 a Morcone e nei centri vicini, Biblioteca Comunale “Enrico Sannia”, Archivio Storico Comunale di Morcone, Morcone (BN), 2009.
  • Salvatore De Renzi, Napoli nell'anno 1656, ovvero documenti della pestilenza che desolò Napoli nell'anno 1656, preceduti dalla storia di quella tremenda sventura, Napoli, Tipografia di Domenico De Pascale, 1867.

Voci correlateModifica

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