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Piccolomini Todeschini

Le originiModifica

Questa linea discende da Laudomia, una delle due sorelle di Enea Silvio Piccolomini. Il pontefice, accolse nella consorteria della famiglia, il marito di Laudomia, Nanni Todeschini di Sarteano, il quale assunse lo stemma piccolomineo, anteponendo al proprio, il cognome Piccolomini. Questi divenne nel 1460 Governatore dell'Umbria per conto della chiesa[1]. Ebbe oltre Francesco, divenuto poi, Papa Pio III, altri tre figli, di cui Andrea, generò il ramo dei Piccolomini Todeschini, (signori del Giglio e di Castiglione della Pescaia), Giacomo, quello dei Piccolomini di Castiglia e d'Aragona ed Antonio, quello dei Piccolomini d'Aragona.

Piccolomini Todeschini (Signori del Giglio e Castiglione della Pescaia) - Ramo di AndreaModifica

Questo ramo è il meno noto, fra quelli generati da Laudomia. Gli appartenenti furono Signori dell'Isola del Giglio e di Castiglione della Pescaia. Comunemente vengono individuati, insieme a Pio III, come i Piccolomini Todeschini, per antonomasia.

Personaggi principaliModifica

  • Andrea (1445 ca. - † 1505). Ebbe un'indole diversa dai due fratelli Giacomo e Antonio. Non fu uomo d'armi ed è probabile avesse un'inclinazione per lettere[2]. Insieme al fratello Giacomo volle e costruì il Palazzo Piccolomini nella sua città, diventato nel XIX secolo, sede del Archivio di Stato di Siena. Lo zio papa Pio II ottenne per lui, da parte del re di Napoli, Ferrante d'Aragona, la signoria del Giglio e di Castiglion della Pescaia, con il titolo di marchese di quelle terre[3].
     
    Andrea Todeschini Piccolomini e Agnese Farnese con la figlia Montanina nell'affresco del Pinturicchio
    Dal re Ferdinando di Spagna fu fatto Cavaliere dell'Ordine di San Jago[3]. Nel1460 sposò Agnese Farnese, che sarebbe divenuta poi, cugina del papa Paolo III[4]. La sua discendenza, poteva vantare, con ogni probabilità, la più alta concentrazione di caratteri ereditari legati a pontefici.
    Andrea dovette affrontare uno dei periodi più difficili della Repubblica. Ascritto al Monte dei Gentiluomini, come il resto della famiglia, si trovò ad affrontare lo strapotere dei Noveschi, che avevano a capo Pandolfo Petrucci, il quale aspirava a diventare, come poi fu, Signore di Siena. Andrea ebbe con lui profondi contrasti ed al fine, fu costretto ad abbandonare Siena, per ritirarsi nella sua signoria. Da Agnese ebbe diversi figli, di cui Vittoria, contro il volere dei genitori, che però ormai erano morti, fu fatta sposare a forza da Pandolfo Petrucci a suo figlio Borghese[3]. Con questa azione il Petrucci volle sanzionare l'alleanza dei Noveschi con i Gentiluomini, cercando, così, di favorire la successione della sua famiglia nella signoria.
    Andrea tra l'altro fu, nella famiglia, uno dei finanziatori, degli affreschi del Pinturicchio nella Libreria Piccolomini[4]. L'artista ci ha tramandato, nella decorazione pittorica raffigurante Enea Silvio, vescovo di Siena, che presenta Eleonora d'Aragona all'imperatore Federico III, la sua immagine, che si scorge alle spalle della consorte Agnese, con il corpetto a righe bianche e nere[4] e della figlia maggiore Montanina, nelle vesti di damigella, che sorregge le vesti della principessa aragonese.
  • Giovanni (Siena 1475 – † Siena 1537). Nominato Cardinale da Papa Leone X, fu arcivescovo di Siena. Durante il Sacco di Roma, nel 1527, fu umiliato dai lanzichenecchi di Carlo V, che lo portarono in giro per la città, legato sul dorso di un mulo. Il suo palazzo fu completamente saccheggiato[3]. Quello che nelle aspirazioni della famiglia doveva essere il terzo papa Piccolomini, si ritirò, profondamente provato dalla vicenda e, da allora in poi, ebbe incarichi minori.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Giovanni Piccolomini.
  • Montanina (Siena 1476 - † ?). Ebbe dalla madre Agnese Farnese un'educazione colta e raffinata. Alla fine degli anni novanta del XVI secolo, sposò Sallustio Bandini, appartenente ad una delle più eminenti famiglie di Siena. Recava in sé il sangue di tre pontefici, Pio II, Pio III e Paolo III. Ebbe diversi figli, di cui i più importanti furono Mario e Francesco, che furono presi sotto la protezione dello zio cardinale Giovanni, fratello di Montanina. Adottati dai Piccolomini, assunsero il cognome di Bandini Piccolomini, fondando una famiglia che ebbe una breve discendenza, ma dalla vita intensa e storicamente ragguardevole.
     Lo stesso argomento in dettaglio: Bandini Piccolomini.
  • Pier Francesco (1478 - † 1525). Non si hanno molte notizie di questo componente della famiglia. Prese a differenza del padre, le parti dei Petrucci e fu grande amico e sostenitore del cognato Borghese. Nel 1513 fu capitano del Popolo a Siena. Con la sua morte, questo ramo dei Piccolomini Todeschini si estinse e la figlia Silvia portò in dote la signoria del Giglio e di Castiglione della Pescaia ad Inigo Piccolomini Todeschini d'Aragona.

Pio III - Francesco TodeschiniModifica

  Pio III 215º papa della Chiesa cattolica (1503 - 1503) 

  • Francesco (Siena o Sarteano 1439 – Roma 1503). La sua educazione, fin dai primi anni, fu curata con particolare attenzione dallo zio materno. Questi, nei suoi viaggi in Europa, portò con sé il nipote, appena adolescente, che già a quattordici anni cominciò a frequentare l'università di Vienna.
     
    Incoronazione di Pio III

    Continuò i suoi studi, umanistici e giuridici, a Ferrara e a Roma, con insegnanti di prim'ordine, come Giacomo Tolomei e Andrea Benzi, per poi conseguire il dottorato a Perugia[5]. Subito dopo l'ascesa dello zio al soglio pontificio, a soli ventitré anni, nel 1460, quando già era amministratore della diocesi arcivescovile di Siena, fu nominato Cardinale e, caso assai inconsueto, non essendo stato ordinato sacerdote, intraprese la sua carriera ecclesiastica come diacono[6]. Successivamente ebbe l'investitura di numerose prepositure e diaconati, in Italia e all'estero, con la successiva nomina a legato pontificio nella Marca di Ancona[7]. In realtà in questi anni risiedette quasi sempre a Roma, dove aveva un palazzo, di recente acquisizione, che divenne una sede sontuosa dotata di una ricchissima biblioteca e ornata di diverse opere d'arte, in particolare da una ricchissima collezione di statue antiche[5]. Nel 1464, quando lo zio lasciò Roma, per preparare la crociata contro i Turchi, fu nominato vicario generale "in temporalibus", in un primo tempo di Roma e successivamente di tutto lo Stato Pontificio[5]. Tutte queste prerogative facevano intravedere una minuziosa preparazione ad una probabile successione di Francesco allo zio, sul soglio pontificio.
    L'improvvisa e prematura morte di Pio II colsero, il cardinale ed il partito piesco, di sorpresa. La politica nepotistica e la simonia, sempre praticate dallo zio, avevano creato non pochi malumori nella curia. Di fatto, dopo l'elezione del nuovo pontefice, Francesco fu allontanato dal potere e relegato nella sua città natale[5].
     
    Libreria Piccolomini nel Duomo di Siena, voluta da Pio III - Un affresco

    La sua fama di uomo probo, la sua cultura giuridica ed ecclesiastica, la sua fine diplomazia gli consentirono di tornare gradualmente in gioco, guadagnandogli una posizione da protagonista nella composizione degli scismi religiosi che scuotevano l'Europa centrale. La sua buona conoscenza della lingua e delle problematiche tedesche, svolsero un ruolo di primo piano nel conseguimento di indiscutibili successi. Dopo la morte di Pio II, nei quaranta anni che seguirono, salirono sul trono di Pietro quattro pontefici e ad ogni conclave il nome del cardinale senese fu sempre tra i papabili. Si seppe destreggiare tra le numerose insidie che scuotevano le fazioni capitoline, appoggiate da una parte dagli Spagnoli e dall'altra dai Francesi. Fu inviso a questi ultimi e da sempre simpatizzante dei sovrani spagnoli e della dinastia aragonese del regno di Napoli. In considerazione della sua comprovata rettitudine, nel 1503, nonostante le divergenze e dopo un periodo di gravi turbolenze fu eletto papa con il nome di Pio III. Le sue precarie condizione di salute, favorirono la sua nomina, in previsione di un pontificato di transizione,[5] che, in effetti, sebbene inaspettatamente, durò solo pochi giorni.
    Visse in fama di uomo mite e di pietà, ricordato per la sua onestà di vita e per amore dell'arte, scevro da tentazioni nepotistiche e simonia[7]. Nei suoi ultimi anni diede inizio alla costruzione della Libreria Piccolomini, affrescata dal Pinturicchio[8], dove avrebbe conservato oltre gli importanti codici ereditati dallo zio, la sua importante biblioteca a cui si aggiunsero altre acquisite in seguito. Grazie al suo intervento, il duomo di Siena fu arricchito delle statue degli apostoli, commissionate a Michelangelo[9] e impreziosita dall'Altare Piccolomini, commissionato ad Andrea Bregno. Frutto del suo mecenatismo furono altre opere commissionate a Siena, Pienza e Roma.
     Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Pio III.

Piccolomini di Castiglia e d'Aragona - Ramo di Giacomo TodeschiniModifica

Piccolomini di Castiglia e d'Aragona
Et Deo et hominibus
Inquartato, nel primo e nel quarto, di Castiglia e d'Aragona; nel secondo e nel terzo di Piccolomini
StatoRepubblica di Siena, Stato Pontificio, Granducato di Toscana.
TitoliPatrizi di Siena, Conti del Sacro Romano Impero, Conti Palatini,Duchi di Montemarciano
FondatoreGiacomo Todeschini
Data di fondazioneXV secolo
EtniaItaliana

  Duchi di Montemarciano e Signori di Camporsevoli

Questo ramo beneficiò, nel nome di Giacomo, del dono da parte dello zio Pio II, del Ducato di Montemarciano nelle Marche e della signoria di Camporsevoli nei pressi di Chiusi[3]. L'avvento sul soglio pontificio di Sisto IV, dei della Rovere, rese, per gli interessi contrapposti di questa famiglia, quantomai problematica la gestione, da parte dei Piccolomini, del feudo di Montemarciano.

Personaggi principaliModifica

  Giacomo - Conte del Sacro Romano Impero (1458)

  • Giacomo (1441 - † 1507). Con decreto imperiale di Federico III nel 1458 fu nominato conte del S.R.I. Successivamente, nel 1478 ebbe la facoltà di aggiungere i cognomi di Castiglia e d'Aragona da Re Enrico IV di Castiglia. In precedenza, nel 1472, cercò di riprendere, con un colpo di mano e l'aiuto di fuoriusciti, la signoria di Senigallia[10], dalla quale, il fratello Antonio Piccolomini d'Aragona, che n'era il legittimo signore, fu scacciato subito dopo la morte di papa Pio II[11]. In queste contese, intervenne infine papa Sisto IV, concedendo il feudo rivendicato, al nipote diciassettenne, Giovanni della Rovere, contro il volere dell'allora cardinale Francesco Piccolomini (poi Pio III)[5]. Giacomo, riuscì, a stento ad evitare la condanna a morte inflittagli dal pontefice. A torto o a ragione, a differenza del fratello Antonio, preso dai suoi copiosi interessi nel regno di Napoli, questo ramo della famiglia, si sentì defraudato e non sopì mai il desiderio di riconquistare quella signoria, senza la quale, in effetti, Montemarciano si trovava ad essere una roccaforte isolata in territorio ostile.
    A questo Giacomo, inoltre, si deve l'ultimazione dell'austero e grandioso Palazzo Piccolomini di Siena[3].
  • Antonio Maria (1490 - † ?). Figlio di Enea di Giacomo, alla morte del cugino cardinale Giovanni, del ramo dei Signori di Castiglione della Pescaia, entrò in conflitto, anche lui, con lo Stato della Chiesa, occupando i territori di giurisdizione del prelato. Si rinnovò un'aspra contesa ed alla fine papa Paolo III ne ingiunse ed ottenne la restituzione. Suo figlio Scipione morto nel 1608, fondò il Priorato di Pisa nell'Ordine di Santo Stefano. Fu l'ultimo signore di Camporsevoli[3].
  • Alfonso (1550 ca. - † Firenze 1591). Figlio di Giacomo e nipote di Antonio Maria fu l'ultimo duca di Montemarciano. È passato alla storia come famigerato bandito.
 
La foresta della Faiola - Luogo dell'ultima schermaglia di Alfonso Todeschini Piccolomini
 
Palazzo Piccolomini a Siena, voluto da Giacomo e Andrea

Sembra che l'abbandono della tranquilla e onorata vita nella repubblica di Siena sia stato originato da un omicidio avvenuto ai danni di un componente della famiglia Baglioni, di Perugia. In un primo periodo si limitò, dalla sua signoria, a dare asilo ad avventurieri del territorio di Senigallia e della Romagna, nella rocca di Montermarciano[12]. Dopo una serie di alterne vicende, durate fino al 1579, dovette desistere, per l'intervento massiccio di forze militari inviate da Papa Gregorio XIII. I suoi beni furono confiscati ed i familiari arrestati. Solo con l'intervento di Francesco I de' Medici, Granduca di Toscana, ottenne, nel 1584, il perdono papale ed il reintegro nel suo stato[3]. Per un certo periodo, militò al servizio della Repubblica di Venezia, nella guerra contro gli Uscocchi. La sua indole turbolenta, però porto a dei contrasti insanabili con quella Repubblica[13]. Successivamente, forse, spinto da promesse politiche ricevute da francesi e spagnoli, si mise a capo del malcontento che agitava le campagne dei territori laziali e senesi, a causa della grande carestia del 1590. Formò un esercito, composto per lo più di contadini mal addestrati, e stretto tra papalini e medicei, fu facilmente sbaragliato. Riuscì a sfuggire all'arresto e continuò nelle sue scorribande, unendosi al bandito Marco Sciarra e con lui continuò ad imperversare, infestando un territorio che andava dalle Marche fino alle e pendici del Vesuvio. La mossa sbagliata del Piccolomini si consumò nella foresta della Faiola, poco distante da Roma e sulla strada per Napoli. Era qui giunto in soccorso dell'alleato Sciarra, che in questo frangente riuscì a salvarsi. Non fu così per il Piccolomini, che ebbe il suo manipolo decimato. Braccato e in fuga, fu, alla fine, catturato in una casa di coloni a Forlì. Di lì fu condotto a Firenze, dove il 2 gennaio 1591, fu giustiziato.
Con Alfonso, i Piccolomini Todeschini di Castiglia e d'Aragona si estinsero ed il ducato di Montemarciano uscì dalla consorteria, divenendo feudo degli Sfondrati, famiglia dell'allora Papa Gregorio XIV[3].

Piccolomini d'Aragona - Ramo di Antonio TodeschiniModifica

Piccolomini d'Aragona
Et Deo et hominibus
Inquartato, nel primo e nel quarto, Aragona; nel secondo e nel terzo di Piccolomini
StatoRepubblica di Siena, Granducato di Toscana, Regno di Napoli, Regno delle due Sicilie, Austria, Boemia
TitoliPatrizi di Siena, Conti del Sacro Romano Impero, Conti Palatini, Grandi di Spagna, Principi del Sacro Romano Impero e di Nachod, Duchi di Amalfi, Marchesi di Deliceto e Capestrano, Conti di Celano e Gagliano, Baroni di Balsorano, Pescina, Scafati e Carapelle, Principi di Valle e di Maida, Duchi di Laconia, Marchesi di Montesoro, Duchi di Montemarciano.
FondatoreAntonio Todeschini
Data di fondazioneXV secolo
EtniaItaliana

  Duchi di Amalfi,   Marchesi di Deliceto e Capestrano,   Conti di Celano e Gagliano,   Baroni di Balsorano, Pescina, Scafati e CarapelleModifica

Questa linea originata da Antonio, fratello di Papa Pio III e nipote di Papa Pio II, lasciò un'importante traccia nella storia della famiglia. "... il suo destino, nel tempo, si differenziò nettamente da quello del ceppo senese per uniformarsi alle caratteristiche tipiche delle altre famiglie nobili napoletane di cui gli esponenti di questa casata condivisero stili di vita, modalità di gestione patrimoniale e sorti politiche."[14]. I Piccolomini, come evidenziato da Berardo Candida Gonzaga, nella sua opera Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia sono ricordati tra le più importanti casate del Regno di Napoli[15]

Personaggi principaliModifica
 Lo stesso argomento in dettaglio: Antonio Piccolomini d'Aragona.
  • Antonio (Sarteano 1437 - Napoli 1493). Dopo i primi anni dedicati agli studi a Sarteano, si rivolse al mestiere delle armi, come molti altri componenti della sua famiglia.
     
    Antonio P. d'Aragona

Antonio ebbe diversi figli di cui:

  • Francesco (1460 ca. - † 1530). Fu Vescovo di Bisignano dal 1498 fino alla sua morte. Di fatto, fino al 1518, in assenza dei Sanseverino, signori del territorio, gestì il principato in autonomia, con saggezza e lungimiranza. Viene ricordato tra le altre cose, per la difficile mediazione tra gli abitanti del luogo ed i flussi migratori dei cristiani albanesi in fuga dall'occupazione musulmana[16].
  • Alfonso I (1462 ca. - † 1503). Condusse una vita, all'ombra della grandezza del padre, non riuscendo mai ad esprimere la sua personalità. Compare spesso negli eventi legati alla vita di corte e nelle cerimonie più importanti, come il matrimonio di Eleonora d'Aragona con Ercole I d'Este o l'incoronazione di Federico I re di Napoli, a testimonianza di come la famiglia fosse considerata nei più alti ranghi della nomenclatura aragonese. Subito dopo la morte del padre, si vide togliere il ducato di Amalfi[17] e la gran parte dei feudi caduti sotto il controllo transalpino, durante la disastrosa conquista di Napoli, da parte di Carlo VIII di Francia. Conquista che cercò di contrastare, militando nelle file dell'esercito aragonese. Feudi che comunque riebbe, subito dopo la ritirata delle truppe francesi nel 1495. Morì giovane nel 1503, seguito a poca distanza dalla moglie Giovanna d'Aragona, non riuscendo a trasmettere, ai suoi figli l'educazione e quella tradizione familiare, che avrebbe voluto.
  • Giambattista (1464 ca. - † 1530). Secondogenito di Antonio, divenne Marchese di Deliceto acquisendone il feudo, con a capo lo storico castello. Ebbe in moglie Costanza Caracciolo, appartenente ad una delle più illustri famiglie di Napoli. Personaggio storicamente non importante, si dedicò essenzialmente alla gestione delle sue proprietà.
     
    Castello di Deliceto
    Di indole mite e religiosa, volle ristrutturare e dotare, di cospicue rendite, la cappella di Santa Maria dell'Olmitello, nei pressi del castello, dove la tradizione narra il ritrovamento, dopo l'apparizione della madonna, di una statuetta lignea tra i rami di un olmo. Statuetta che anche in età moderna si conserva all'interno della chiesa[18]. Inoltre donò un vasto terreno per la costruzione da parte dell'ordine dei frati francescani del convento e chiesa di Sant'Antonio da dove l'occhio spazia su un vastissimo territorio, dal Tavoliere delle Puglie e dal Gargano fino alle alture della Basilicata[19].
  • Alfonso II (1500 ca. - † Nisida 1563). Figlio di Alfonso I. Con l'uscita di scena degli Aragona, cominciò un lento, quanto inarrestabile declino della famiglia, nella gestione del potere. L'avvento degli spagnoli, non comportò tuttavia, un'inversione di tendenza nei rapporti con i sovrani.
     
    Stampa dell'isola di Nisida (1700) con il castello di Alfonso Piccolomini
    La tradizionale fedeltà dei Piccolomini alla Casa d'Asburgo, vide confermare i rapporti di stima e fiducia da parte di Carlo V d'Asburgo, che era subentrato al posto dello sconfitto Federico I. Divenne generale imperiale e Giustiziere del regno[17]. Elesse a sua abitazione, la grande torre sulla sommità dell'isola di Nisida, già nel feudo dei Duchi di Amalfi, che trasformò in palazzo, dove tenne feste, ricordate per il grande sfarzo e grande profusione di denari[20]. Non riuscì a dimenticare le sue origini senesi e in quel periodo (1528), in cui la repubblica era agitata da gravi scontri tra le diverse fazioni, non seppe rinunciare all'offerta ricevuta, grazie alla sua riconosciuta autorevolezza, di divenire Capitano del Popolo, super partes a Siena[17].
    Questa posizione gli creò non pochi problemi, in quanto la repubblica toscana, sempre di più, contesa, nei giochi di potere della politica europea, per assicurare la propria sopravvivenza, tenne sempre più le parti della monarchia francese.
    In questa tentazione venne coinvolto anche l'irreprensibile Duca di Amalfi, che perse i favori di Carlo V, il quale lo costrinse a lasciare la Repubblica, esautorandolo, anche degli incarichi ricoperti nel Regno di Napoli.
    Si ritirò a Nisida dove condusse una vita ritirata, estraniandosi progressivamente, dalla vita sociale ed anche da quella familiare, abbandonando, di fatto, a se stessi la moglie Costanza d'Avalos e i suoi figli. Tra questi, Iñigo e Giovanni continuarono la discendenza[21].
  • Iñigo (1523 - † Roma 1566). Le notizie su questo componente della famiglia non sono numerose. Divenne Duca di Amalfi per rinuncia del fratello Giovanni alla primogenitura. Sposò una Piccolomini, Sivia, ultima rampolla del ramo di Andrea ed ultima signora del Giglio e di Castiglion della Pescaia. La vita di Iñigo fu segnata da un infausto episodio che lo vide accusato dell'omicidio di un uomo nel reame di Napoli. Fu costretto a rifugiarsi, esule, nello Stato Pontificio. Nel corso della sua permanenza a Roma, decise di vendere a Cosimo dei Medici, il feudo toscano portatogli dalla moglie. È sepolto nella chiesa di Santa Maria del Popolo, dove la sua lastra tombale fu ricavata da una cornice delle Terme di Agrippa[22].

In questo periodo della storia della famiglia, la società napoletana fu interessata da una vera e propria rivoluzione dei costumi. Alle lotte tra baroni che si contendevano feudi e territori, in quello, che era stato ormai il tramonto del medioevo, subentrava un periodo di stabilità sociale ed economica, obiettivo questo coincidente con gli interessi della snuova monarchia spagnola.

 
Riproduzione di un abito rinascimentale
 
La Corte Napoletana dei Viceré nel XVI secolo

Alcuni fenomeni nuovi, come la forte e fino ad allora sconosciuta spinta inflazionistica, che interessò parte del XVI e del XVII secolo, unita alla formazione di una classe operosa ed industriosa quale la borghesia, mostrarono l'inadeguatezza di una classe aristocratica, ingessata. Inadeguatezza dalla quale neanche i Piccolomini d'Aragona riuscirono ad essere immuni. L'amministrazione del nuovo regno, seppur fortemente accentrata a Napoli, lasciava tuttavia gli antichi diritti feudali, quasi inalterati. In questa fase di forti cambiamenti, i Piccolomini, non riuscirono a gestire il proprio patrimonio, composto da opifici, miniere e tenute fondiarie. Inoltre subentrò la consuetudine di dare in locazione le proprietà per non essere costretti ad effettuare controlli amministrativi, che in realtà non erano in grado di fare[14]. Così i Duchi di Amalfi si allontanarono sempre più dalle loro realtà produttive, parte delle quali, non potevano essere vendute, in quanto legate da vincoli giuridici alla famiglia. Nel contempo la corte spagnola, introdusse i fasti di un'eleganza e di una grandezza fino ad allora sconosciuti nell'aristocrazia napoletana, trasformando la partecipazione alla vita di corte in una necessità quasi imprescindibile e strettamente connessa alla propria posizione sociale[23]. Un elegante ed esclusivo abito cinquecentesco arrivava a costare quanto la rendita annuale di un fondo agricolo. Tutto questo, insieme alle cospicue donazione e atti di munificenza e prodigalità, strettamente legati al proprio rango, portarono ad un aumento vertiginoso delle spese di rappresentanza, con la necessità pressante e continua di nuova liquidità. Ben presto, nonostante la cessione diffusa delle mastrodattie[24] e dei diritti feudali in genere, i soli affitti non furono più sufficienti. Le ingenti spese profuse da Alfonso II da una parte e il suo figlio Iñigo dall'altra, portarono ad una stagione di indebitamento, di cui gli affittuari divennero, i principali finanziatori, con progressivo sgretolamento del patrimonio familiare. L'ultima erede del ramo primogenito, Costanza, si ritrovò, nel corso della sua vita, in condizioni economiche notevolmente diminuite[23] ed enormemente distanti da quelle fondate dal bisnonno Antonio, primo Duca di Amalfi.

  • Costanza (1553 - † 1610 Napoli) e Alessandro (1555 - † 1617). Nel 1566, alla morte del padre Iñigo, il patrimonio dell'ultima nata della linea primogenita, rimaneva comunque di grandissimo rilievo. Per tamponare le posizioni debitorie più urgenti, fu venduta allo zio Giovanni, il fratello del padre, l'isola di Nisida con il castello di famiglia. Inoltre sempre allo zio donò diversi e numerosi feudi, tra cui il castello di Ortucchio, quello di Pescina e quello di Balsorano[25][26].
    Quando ancora era in possesso di un larghissimo patrimonio, per volontà della famiglia, che era legata a quella politica di endogamia, tipica, della consorteria Piccolomini, fu costretta, non ancora ventenne, a sposare, nel 1572, il cugino Alessandro. Egli era l'ultimo discendente dei marchesi di Deliceto, linea secondogenita del bisnonno Antonio, fondatore della casata.
    Non fu questo un matrimonio fortunato. Alessandro infatti, conosciuto come VII marchese di Deliceto, non ebbe buona fama, dopo aver dilapidato tutto il suo cospicuo patrimonio, si diede a pratiche magiche e sortilegi, tanto da subire un processo per bestemmie ereticali da parte del Santo Officio. Aveva sofferto 12 anni di carcere a Castel dell'Ovo, condanna inflittagli dalla giustizia vicereale del Conte d'Olivares, a cui se ne dovevano aggiungere altri 10 nel Castello dell'Aquila[27].
 
Castel dell'Ovo, Luogo di detenzione di Alessandro Piccolomini - Ultimo Marchese di Deliceto
 
Santa Maria alla Sapienza, nel cui monastero entrò Costanza Piccolomini d'Aragona, V Duchessa d'Amalfi

In quegli anni Costanza fu costretta a vendere, gran parte di quello che rimaneva dei suoi averi: il Castello di Capestrano e la sua signoria andò al Granduca di Toscana, la contea di Celano fu venduta ai Peretti, la famiglia del papa Sisto V[17]. Nel 1600 il marito Alessandro, con l'atto di abiura ottenne da papa Clemente VII la grazia che unita a quella ottenuta dal nuovo viceré, Conte di Lemos, gli restituì la libertà, con l'obbligo di condurre una vita militare. Questa fu spesa al servizio della Repubblica Veneta durò per molti anni a seguire[28]. Costanza ottenne con potestà pontificia, l'annullamento della sua unione. Fu costretta a mettere in piazza le miserie di un matrimonio fallito, ufficialmente non consumato e costellato di tradimenti, adulterio e umiliazioni. Riuscì ad affrancarsi dal marito a dure condizioni: dovette cedergli il Ducato di Amalfi e concedergli un vitalizio di 2400 ducati annui.[29]. Nel 1596, divenne monaca dell'Ordine delle Clarisse nel monastero di Santa Maria della Sapienza. Negli ultimi atti della sua vita mondana, fece molte donazioni, di notevole entità, ad opere pie situate sia a Napoli che a Siena. Inoltre donò, all'Ordine dei Teatini[30], il palazzo romano che era stato di Pio III, con all'interno, gli inestimabili arredi. L'Ordine, in ossequio alla volontà della duchessa, costruì una chiesa, adiacente al palazzo e dedicata a Sant'Andrea, santo protettore di Amalfi. Chiesa che poi fu chiamata Sant'Andrea della Valle[31].
Costanza morì nel 1610, seguita nel 1617 dal ex marito Alessandro, ultimo marchese di Deliceto ed ultimo duca napoletano di Amalfi.
Il ducato, infatti, benché, fortemente impoverito, fu donato dal re di Spagna, Filippo III, al principe Ottavio Piccolomini, della linea dei signori di Sticciano[32].

  Principi di Valle, Nachod e Maida   Grandi di Spagna   Duchi di Laconia   Marchesi di MontesoroModifica

Dopo le turbolenze che avevano caratterizzato la fine dei due rami principali della famiglia e cioè i Duchi di Amalfi e i Marchesi di Deliceto, terminati con Costanza e Alessandro, i Piccolomini d'Aragona continuarono la loro permanenza nel reame di Napoli, con la linea di Giovanni, fratello di Iñigo, di cui si è fatto cenno nella sezione precedente. Portavano con sé il titolo ed il feudo della baronia di Scafati e la signoria di Boscoreale, nonché le vaste proprietà pervenute dalla duchessa Costanza, che però vennero in parte vendute da Alfonso figlio di Giovanni. La famiglia continuò a ricoprire un ruolo di primo piano nell'aristocrazia napoletana, continuando una politica di intese matrimoniali che li vedeva uniti con le principali famiglie del regno, come i Caracciolo, i Carafa, i Pignatelli, i d'Avalos d'Aquino d'Aragona, i Ruffo di Calabria e altre.

Personaggi principaliModifica
  • Giovanni, figlio di Alfonso II, si sposò con Gerolama Loffredo uno dei nomi più illustri dell'epoca. Ebbe diversi figli, tra cui Pompeo ed Alfonso.
  • Pompeo (1520 ca. - † 1562). Vescovo di Lanciano e poi di Tropea. Morì in Spagna.

La linea continuò con un altro Alfonso che rinnovò il peso e la visibilità della famiglia.

  • Alfonso (1630 ca. - † 1694). Ottenne da Filippo III, re di Spagna e di Napoli, il titolo di Principe (del Casale) di Valle, grande signoria che dalle pendici del Vesuvio si estendeva nel territorio di Pompei. Inoltre sposò Eleonora Loffredo, che portò in casa Piccolomini, Il principato di Maida, feudo in Calabria, il Marchesato di Montesoro, feudo in Sicilia ed il ducato di Laconia. Si occupò essenzialmente dell'amministrazione delle sue proprietà, ricostituendo l'equilibrio economico perduto.
  • Ambrogio Maria (1625 - † 1682 ca.). Fratello del precedente Alfonso fu monaco Olivetano e divenne vescovo di Trivento. Successivamente ebbe la cattedra arcivescovile di Otranto.
  • Francesco (1654 - † 1686 Buda - Ungheria). Primogenito di Alfonso, fu generale Imperiale di Leopoldo I d'Asburgo. Partecipò a diverse battaglie contro i Turchi: dalla presa di Filippopoli alla difesa di Vienna. Trovò la morte in battaglia, nell'assedio di Buda[17].
     
    L'assedio di Buda, dove morì Francesco Piccolomini d'Aragona
     
    Castello di Nachod - Residenza dei Pompeo Piccolomini d'Aragona
  • Giuseppe (1656 ca. - † 1733). Secondogenito di Alfonso, sposò Anna Colonna. Ben introdotto nella corte vicereale di Napoli, ben presto entrò nella considerazione della monarchia spagnola. Impegnato nella professione militare, divenne Maestro di campo del re di Spagna, comandante del Tercio di Napoli. Le sue indiscusse capacità ed il valore dimostrato nelle campagne militari gli fecero ottenere numerosi riconoscimenti e Filippo V, nel 1711, introdusse la famiglia tra i Grandi di Spagna[17].
  • Pompeo (1694 - † 1765 Náchod - Boemia).Figlio di Giuseppe, all'estinzione della linea dei Signori di Sticciano, fu depositario[17] di un vasto patrimonio, accumulato per secoli ed ingrandito da quel grande personaggio che fu Ottavio Piccolomini. Aggiunse ai suoi numerosi titoli e feudi, quelli toscani dei Piccolomini detti delle Papesse. Divenne principe del Sacro Romano Impero ed ereditò la prestigiosa signoria del principato di Náchod, con il maestoso palazzo, assimilabile, più ad una reggia che non ad una residenza privata. Lasciò definitivamente Napoli, per ritirarsi in Boemia dove morì.
    Con suo figlio Giuseppe, questa grande casata napoletana si estinse, in grandiosa opulenza, e tutti i titoli e signorie, passarono alla linea dei Piccolomini Salamoneschi, che da allora in poi (1807), subentrarono nei loro diritti, assumendone il cognome[17].


In questo modo ebbe storicamente fine la dinastia napoletana dei Piccolomini d'Aragona, iniziata da Antonio. E con essa ebbe termine anche la più ampia casata dei Piccolomini Todeschini.

Nel territorio campano, è, tuttavia, ancora presente la sua prosapia, in virtù di alcuni figli naturali legati alla discendenza di Antonio. Tra questi, vanno ricordati, come continuazione parallela dei Baroni di Scafati e Principi di Valle, Antonio e Vittoria, che cugini tra loro, si unirono in matrimonio, conservando il cognome Piccolomini d'Aragona. La loro discendenza, se pur non omologata, dalla memorialistica araldica tradizionale, rimane, comunque, l'unica depositaria dei ricordi storici e culturali di questo illustre ramo della famiglia.[17][33]

Tavole genealogicheModifica

NoteModifica

  1. ^ Vittorio Spreti - Op. cit. Vol. pag. 327
  2. ^ Manuela Doni Garfagnini, Il teatro della storia fra rappresentazione e realtà: storiografia e trattatistica fra Quattrocento e Seicento. Pag. 63 - Ed. di Storia e Letteratura, 2002 - 387 pagine - Roma - Fonte
  3. ^ a b c d e f g h i Vittorio Spreti - Op. cit. Vol. V, pag. 328
  4. ^ a b c Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani - Agnese Farnese - Volume 45 (1995) - Fonte
  5. ^ a b c d e f Treccani, Enciclopedia dei Papi Fonte
  6. ^ G. Treccani, Enciclopedia Italiana, Vol. XXVII pag. 313 - Istituto Poligrafico dello Stato - Roma - 1949
  7. ^ a b G. Treccani, Op. cit., pag. 313
  8. ^ Vittorio Spreti - Op. cit. Vol. V, pag. 327
  9. ^ G. Treccani, Op. cit., pag. 313 (in realtà la commissione restò incompiuta e le state realizzate furono solo quattro)
  10. ^ Avventura Marche, Il castello di Monterado - Fonte
  11. ^ Senigallia, città futura, Senigallia porto franco e signoria - Fonte Archiviato il 4 marzo 2016 in Internet Archive.
  12. ^ Antonio Leoni, Agostino Peruzzi, Ancona illustrata, colle risposte ai sigg. Peruzzi [on his Dissertazioni anconitane] Pighetti etc., e il compendio delle memorie storiche d'Ancona, pag. 299 - Tip. Baluzzi - Ancona - 1833 - Fonte
  13. ^ Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli: tomo 7. La polizia del regno sotto Austriaci. Pag. 306. Italia - 1821 - Fonte
  14. ^ a b Ilaria Puglia, I Piccolomini d’Aragona duchi di Amalfi (1461-1610). Storia di un patrimonio nobiliare, Napoli, Editoriale Scientifica, 2005, pp. 262 Accademia degli Intronati - Recensione di Barbara Gelli - Fonte Archiviato l'11 aprile 2015 in Internet Archive.
  15. ^ Berardo Candida-Gonzaga, Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d'Italia. Pag. 7 - Napoli, Stab. tip. del Cav. G. de Angelis e figlio, 1875-83.
  16. ^ Italo Costante Fortino, Insediamenti albanesi nella valle del Crati - Università di Napoli L’Orientale - Fonte
  17. ^ a b c d e f g h i Vittorio Spreti - Op. cit. Vol. V, pag. 329
  18. ^ Pro loco Deliceto, Cappella M. SS. Dell’Olmitello (Sec.XI),- Fonte
  19. ^ Portale istituzionale del comune di Deliceto Copia archiviata, su comune.deliceto.fg.it. URL consultato il 19 settembre 2017 (archiviato dall'url originale il 2 aprile 2016).,
  20. ^ Domenico Antonio Parrino, Di Napoli il seno Cratero Parte II, pag. 167 - Nella nuova stampa del Parrino à Strada Toledo - Napoli 1700, all'Insegna del Salvatore - Fonte
  21. ^ Dizionario Biografico degli Italiani - AVALOS, Costanza d', duchessa d'Amalfi - Volume 4 (1962) - Fonte
  22. ^ Rodolfo Lanciani, La distruzione dell’antica Roma - 1971 Pag. 8 - Fonte[collegamento interrotto]
  23. ^ a b Ilaria Puglia, Op, cit.- Fonte Archiviato l'11 aprile 2015 in Internet Archive.
  24. ^ Aurelio Musi, Mezzogiorno spagnolo: la via napoletana allo stato moderno. Pagg. 87, 104 - Guida Ed. - Napoli 1991.- Fonte
  25. ^ Elisa Novi Chavarria, Monache e gentildonne: un labile confine: poteri politici e identità religiose nei monasteri napoletani. Secoli XVI - XVII, pagg. 106 - 108 - Franco Angeli srl - Milano - 2004 -Fonte
  26. ^ Alcune fonti parlano di vendita
  27. ^ Luigi Amabile, Fra Tommaso Campanella: la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia. Volume secondo, narrazione, parte seconda pag. 266. 267 - Napoli - Cav. Antonio Morano Editore - Napoli 1888 - Fonte
  28. ^ Luigi Amabile op, cit., Volume secondo, narrazione, parte seconda pag. 266. 267 - Fonte
  29. ^ Elisa Novi Chavarria, Op. cit. pagg. 106 - 108 -Fonte
  30. ^ G. Treccani, Enciclopedia Italiana, Vol. XXXIII pag. 353 - Istituto Poligrafico dello Stato - Roma - 1937 pag.353 (1937)- Fonte
  31. ^ Basilica Sant'Andrea della Valle-Padri Teatini-- Fonte Archiviato il 20 maggio 2013 in Internet Archive.
  32. ^ Vittorio Spreti - Op. cit. Vol. V, pag. 330
  33. ^ Dinastia Piccolomini d'Aragona - Rami Piccolomini Todeschini - Piccolomini Pieri Fonte

BibliografiaModifica

  • Vittorio Spreti - Enciclopedia Storico Nobiliare Italiana 1928-1936 (Ristampa anastatica) - Forni Editore Bologna - 1981
  • Roberta Mucciarelli - L'archivio Piccolomini:Alle origini di una famiglia magnatizia: discendenza fantastiche e architetture nobilitanti, (edito in “Bullettino Senese di Storia Patria”, CIV, 1997, pp. 357–376)
  • Roberta Mucciarelli - Piccolomini a Siena. XIII-XIV secolo. Ritratti possibili. 2005, 552 p. Pacini Editore (collana Dentro il Medioevo)
  • G. Treccani, Enciclopedia Italiana - Istituto Poligrafico dello Stato - Roma - 1949
  • Marco Pellegrini, Pio II - In Enciclopedia dei Papi - Ed. Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani - Roma 2000
  • Alan Ryder, Ferdinando I (Ferrante) d'Aragona, re di Napoli - In Dizionario Biografico degli Italiani - Ed. Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani - Roma 1996
  • Nobili Napoletani, Ovvero delle Famiglie Nobili e titolate del Napolitano, ascritte ai Sedili di Napoli, al Libro d'Oro Napolitano, appartenenti alle Piazze delle città del Napolitano dichiarate chiuse, all'Elenco Regionale Napolitano o che abbiano avuto un ruolo nelle vicende del Sud Italia. Famiglia Piccolomini - I Sedili di Napoli - 2007 (on line)
  • Eugenio Larosa, Biografia del Condottiero Roberto Sanseverino - Associazione Culturale Famaleonis (on line)
  • Ilaria Puglia, I Piccolomini d'Aragona duchi di Amalfi (1461-1610). Storia di un patrimonio nobiliare, Napoli, Editoriale Scientifica, 2005 - In Accademia degli Intronati - Recensione di Barbara Gelli -
  • Italo Costante Fortino, Insediamenti albanesi nella valle del Crati - Università di Napoli L'Orientale 2011 - In Arbitalia (on line)
  • Pro loco Deliceto, Cappella M. SS. Dell'Olmitello (Sec.XI). (On line)
  • Portale istituzionale del comune di Deliceto (on line)
  • Domenico Antonio Parrino, Di Napoli il seno Cratero - Nella nuova stampa del Parrino à Strada Toledo - Napoli 1700, all'Insegna del Salvatore
  • Claudio Mutini, Costanza d'Avalos, duchessa d'Amalfi
  • Dizionario Biografico degli Italiani - AVALOS, Costanza d', duchessa d'Amalfi - In Dizionario Biografico degli Italiani - Ed. Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani - Roma 1962
  • Rodolfo Lanciani, La distruzione dell'antica Roma - 1971
  • Aurelio Musi, Mezzogiorno spagnolo: la via napoletana allo stato moderno. Guida Ed. - Napoli 1991
  • Elisa Novi Chavarria, Monache e gentildonne: un labile confine: poteri politici e identità religiose nei monasteri napoletani. Secoli XVI - XVII. Franco Angeli srl - Milano - 2004
  • Luigi Amabile, Fra Tommaso Campanella: la sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia. Volume secondo, narrazione, parte seconda - Napoli - Cav. Antonio Morano Editore - Napoli 1888
  • Basilica Sant'Andrea della Valle-Padri Teatini - 2009 (on line)
  • Avventura Marche, Il castello di Monterado - 2008 (on line)
  • Maurizio Pasquini, Senigallia porto franco e signoria. In Senigallia, città futura (on line)
  • Antonio Leoni, Agostino Peruzzi, Ancona illustrata, colle risposte ai sigg. Peruzzi [on his Dissertazioni anconitane] Pighetti etc., e il compendio delle memorie storiche d'Ancona. Tip. Baluzzi - Ancona - 1833
  • Pietro Giannone, Istoria civile del regno di Napoli. La polizia del regno sotto Austriaci. Italia - 1821
  • Manuela Doni Garfagnini, Il teatro della storia fra rappresentazione e realtà: storiografia e trattatistica fra Quattrocento e Seicento. Ed. di Storia e Letteratura, 2002 - Roma
  • Carla Zarrilli, Agnese Farnese - In Dizionario Biografico degli Italiani - Ed. Istituto della Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani - Roma 1995

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