Piersanti Mattarella

politico italiano
Piersanti Mattarella
Piersantimattarella.jpg

Presidente della Regione Siciliana
Durata mandato 20 marzo 1978 –
6 gennaio 1980
Predecessore Angelo Bonfiglio
Successore Gaetano Giuliano (f.f.)

Dati generali
Partito politico Democrazia Cristiana
Titolo di studio laurea in Giurisprudenza
Università Università degli Studi di Palermo e Università degli Studi di Roma "La Sapienza"
Professione avvocato

Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico italiano, assassinato da Cosa nostra durante il mandato di presidente della Regione Siciliana.[1]

BiografiaModifica

 
Piersanti con alle spalle Castellammare del Golfo, paese di origine della famiglia Mattarella

Secondogenito di Bernardo Mattarella,[2] uomo politico della Democrazia Cristiana, e Maria Buccellato, venne battezzato dal padrino Pietro Mignosi, nella Chiesa di Sant'Antonio di Padova a Castellammare del Golfo, con cui il padre aveva un rapporto profondo.[2] Nel 1941 nacque il fratello minore Sergio, divenuto in seguito, il 3 febbraio 2015, Presidente della Repubblica.

Crebbe con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l'attività nell'Azione Cattolica (associazione in cui ricoprì anche incarichi nazionali[3]), si dedicò alla carriera politica nella Democrazia Cristiana avendo fra i suoi ispiratori Giorgio La Pira e avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro. Divenne assistente ordinario di diritto privato all'Università di Palermo.

Aveva due figli: Maria e Bernardo. Quest'ultimo è stato deputato all'Assemblea regionale siciliana nel corso della XIV e della XV legislatura: dal 2006 al 2012.[4]

Attività politicaModifica

Consigliere comunale a PalermoModifica

Nel novembre del 1964 si candida nella lista DC alle elezioni comunali di Palermo ottenendo più di undicimila preferenze (quarto dopo Salvo Lima, Vito Ciancimino e Giuseppe Cerami)[5] e divenendo consigliere comunale di Palermo nel pieno dello scandalo del Sacco di Palermo.

Deputato regionaleModifica

Alle elezioni regionali del 1967 fu eletto deputato all'Assemblea regionale siciliana,l nel collegio di Palermo, con più di trentaquattromila preferenze, nonostante molti dubitassero delle sue possibilità visto che negli stessi anni il padre Bernardo stava venendo coinvolto in un acceso scontro giudiziario con il sociologo Danilo Dolci che lo aveva accusato di collusioni mafiose.

Durante i quattro anni successivi fece parte della Commissione Legislativa regionale, della Giunta per il Regolamento e della Giunta per il Bilancio venendo nominato, cosa inusuale per un deputato di prima nomina, relatore della legge sul bilancio di previsione della regione per l'anno 1970. Fu inoltre membro della Commissione speciale incaricata di riformare la burocrazia regionale, divenendo relatore della legge di riforma.[5]

Sulle pagine del giornale Sicilia Domani, nel giugno 1970, Piersanti denunciò diverse criticità dell'Assemblea regionale. Il primo punto riguardava le pratiche clientelari dei consiglieri regionali con una prassi che denominò "provincializzazione" dell'attività della Regione: i deputati regionali, troppo legati al territorio dove venivano eletti, risultavano incapaci di perseguire una linea politica organica per tutta la Sicilia in quanto troppo impegnati nel cercare di ottenere leggi e provvedimenti di spesa a favore dei propri collegi. A questo Mattarella cercava di porre rimedio proponendo una riforma elettorale con collegi più ampi di quelli provinciali. Il secondo punto critico riguardava l'eccessivo numero di incarichi in Assemblea e Giunta regionale che riducevano l'efficacia dell'azione di governo: per questo Mattarella proponeva una soluzione con il taglio degli assessorati da dodici ad otto e delle commissioni legislative da sette a cinque, chiedendo di prevedere per l'ufficio di presidenza la nomina di due soli vice, un segretario e un questore. Mattarella chiedeva inoltre l'introduzione di criteri di rotazione degli incarichi a cui fossero posti anche dei limiti temporali. Terzo punto debole della regione riguardava la scelta degli assessori regionali, al tempo eletti dall'ARS in una votazione differente da quella del presidente di Regione, generando così un sistema che favoriva gli accordi sottobanco. Per il politico di Castellamare occorreva dunque che fosse il presidente a nominare la giunta, così da poter attingere anche a esterni, lasciando all'Assemblea un unico voto di fiducia da dare a tutta la giunta.[5]

In quegli stessi anni Piersanti Mattarella si fa largo nella DC provinciale e regionale, grazie al sostegno di Aldo Moro e della sua corrente, favorendo l'elezione di Giuseppe D'Angelo alla segreteria regionale del partito. L'azione moralizzatrice di D'Angelo farà approvare al congresso regionale due ordini del giorno: il primo in merito al contrasto degli esattori privati dei tributi pubblici (i potenti cugini Salvo in primis) e il secondo riguardante un impegno più duro contro la mafia.[5]

Sempre in questo periodo Mattarella contribuisce a fondare l'Asael (Associazione siciliana amministratori enti locali).

Assessore regionaleModifica

Mattarella verrà rieletto per due legislature (1971, con più di quarantamila preferenze, e 1976, con quasi sessantamila preferenze). Dal 1971 al 1978 è assessore regionale alla Presidenza con delega al Bilancio nelle diverse giunte presiedute da Mario Fasino, Vincenzo Giummarra e Angelo Bonfiglio.

L'azione di Mattarella come assessore al Bilancio è subito incisiva: nel 1971 vengono approvati otto rendiconti arretrati e negli anni successivi presenta e fa votare entro i termini di legge i bilanci di previsione evitando la prassi consolidata del ricorso all'esercizio provvisorio. Nella primavera del 1975 su suo impulso viene approvato a larghissima maggioranza, con i voti del PCI, il Piano regionale d'interventi per gli anni 1975-1980 (legge regionale n. 18 del 12 maggio 1975), primo tentativo di programmazione a lungo termine delle risorse regionali.[6]

Presidente della Regione SicilianaModifica

 
Piersanti Mattarella (a destra) in compagnia del presidente della Repubblica Sandro Pertini

Fu eletto dall'Ars presidente della Regione Siciliana il 9 febbraio 1978 con 77 voti su 100, il risultato più alto della storia dell'Assemblea,[7] alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l'appoggio esterno del Partito Comunista Italiano[8].

Il suo staff comprende, tra gli altri, Maria Grazia Trizzino come capo di gabinetto, prima donna a ricoprire questo incarico, Rino La Placa, capo della segreteria e futuro deputato regionale, e Leoluca Orlando, successivamente sindaco di Palermo, come consigliere giuridico.

La presidenza di Mattarella si distingue per l'azione riformatrice portata avanti in regione.[7] All'inizio di aprile viene riformato il governo regionale accentuando la collegialità dell'azione della giunta dando la possibilità al presidente di avocare a sé decisioni spettanti ai singoli assessori e allargando le materie da sottoporre all'intero governo, razionalizzando le competenze degli assessorati, la previsione di tempi certi e rapidi per la pubblicazione degli atti approvati dall'Ars e nuovi criteri molto più severi per la nomina dei dirigenti pubblici. In ottobre viene creato il Comitato della programmazione, che unisce deputati regionali ed esperti della società civile, e rappresenta una nuova misura di razionalizzazione politico-amministrativa. Altri importanti risultati raggiunti in quell'anno furono il piano d'emergenza per la mobilitazione di risorse per l'occupazione, provvedimenti contro la disoccupazione, l'attuazione di un radicale decentramento a favore dei comuni, il piano di rifinanziamento degli asili nido e la legge sul settore agricolo e sui consultori familiari. Altri importanti provvedimenti furono la legge urbanistica (legge regionale n. 71 del 1978) che riduceva drasticamente gli indici di edificabilità dei terreni agricoli e portava sulle spalle dei costruttori alcuni degli oneri per le opere di urbanizzazione prima a carico degli enti pubblici rappresentando un duro colpo per speculatori e costruttori abusivi; e la legge sugli appalti che favoriva trasparenza e imparzialità nella pubblica amministrazione, riformando anche il sistema di collaudo delle opere pubbliche. Sotto quest'ultimo aspetto Mattarella avvalendosi dei poteri ispettivi del presidente della regione ordina inchieste sui beneficiari dei contributi regionali, sugli assessorati e sui comuni più grandi portando alla luce illeciti e abusi.

Nel 1979 dopo una breve crisi politica dovuta al Partito Comunista, formò un secondo governo.[9] Il programma di riforme continuò con l'attuazione del Piano di sviluppo per la Sicilia frutto del Comitato della programmazione, il nuovo piano di ammodernamento agricolo, l'istituzione delle unità sanitarie locali e una riforma degli enti economici siciliani (Esa, Ast, Crias, Ircac, Istituto Vitevino ed Eas) che introduceva criteri di efficienza e trasparenza oltre che norme che prevedono incompatibilità e limiti di durata degli incarichi dirigenziali.

 
Il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella in visita a Catenanuova, accolto dal sindaco Mario Mazzaglia e dal vescovo di Nicosia Salvatore Di Salvo - 23 settembre 1979

Lotta alla mafiaModifica

Poco dopo l'omicidio di Peppino Impastato, conduttore radiofonico candidato sindaco a Cinisi per Democrazia Proletaria, avvenuto per ordine di Tano Badalamenti, Mattarella si recò nella città per la campagna elettorale comunale pronunciando un durissimo discorso contro Cosa nostra che stupì gli stessi sostenitori di Impastato.

Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell'agricoltura, tenuta a Villa Igiea la prima settimana di febbraio del 1979.

Il deputato Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell'ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò con furore l'Assessorato dell'agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale e additando lo stesso assessore come colluso con la delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, Giuseppe Aleppo, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.

Sfidando il clima imposto, un solo periodico, Terra e Vita, pubblicò il resoconto, sottolineando come fosse generale lo sconcerto e come fosse comune la percezione che quel giorno, a Palermo, si fosse aperto un confronto che non avrebbe potuto non conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto, esposti alle pesanti reazioni della mafia.[10] Il mese successivo comunque Mattarella confermò Aleppo alla guida dell'assessorato[11].

Il Procuratore Gian Carlo Caselli, in un'intervista a Repubblica del 12 agosto 1997, ha affermato: “Piersanti Mattarella un democristiano onesto e coraggioso ucciso proprio perché onesto e coraggioso”.

Il Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, nel libro Per non morire di mafia, ha scritto che Piersanti Mattarella «stava provando a realizzare un nuovo progetto politico-amministrativo, un'autentica rivoluzione. La sua politica di radicale moralizzazione della vita pubblica, secondo lo slogan che la Sicilia doveva mostrarsi 'con le carte in regola', aveva turbato il sistema degli appalti pubblici con gesti clamorosi, mai attuati nell'isola»[12].

AssassinioModifica

 
Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica, mentre sorregge il cadavere del fratello Piersanti, appena assassinato
 
Tomba di Piersanti Mattarella nel Cimitero di Castellammare del Golfo

La mattina di domenica 6 gennaio 1980, in Via della Libertà a Palermo, non appena Mattarella entrò in una Fiat 132 insieme alla moglie, ai due figli e alla suocera per andare a messa, un sicario si avvicinò al finestrino e lo freddò a colpi di pistola.

In seguito alla sua morte, il vice presidente, il socialista Gaetano Giuliano, guidò la giunta regionale fino al termine della legislatura, avvenuta cinque mesi dopo. Nel luogo dove è avvenuto l'omicidio è stata posta una targa in suo ricordo.

Inizialmente fu considerato un attentato terroristico, poiché subito dopo il delitto arrivarono rivendicazioni da parte di un sedicente gruppo neofascista.[13]

Impressioni sull'omicidioModifica

Pur nel disorientamento del momento, il delitto apparve anomalo per le sue modalità, portando il giorno stesso lo scrittore Leonardo Sciascia ad alludere a "confortevoli ipotesi" che avrebbero potuto ricondurre l'omicidio alla mafia siciliana.[14]

Francesco Cossiga ha sostenuto che la mafia volle la morte di Piersanti Mattarella perché questi non era disponibile a concederle contropartite per quell'appoggio elettorale che essa aveva concesso alla DC proprio su richiesta del padre della vittima, Bernardo; questi infatti, grazie alla moglie "appartenente a famiglia non mafiosa ma rispettata dalla mafia", aveva potuto avvicinare Cosa Nostra nel Trapanese e dissuaderla dal votare per le sinistre.[15].

L'agente segreto francese Pierre de Villemarest, appaiandosi alle ricordate impressioni di Sciascia, ha suggerito che mafia e P2, quest'ultima presumibilmente tramite l'eversione di destra, abbiano collaborato sin dal 1970 per sorvegliare e poi uccidere Mattarella per conto del KGB, in quanto il politico siciliano sosteneva il compromesso storico per snaturare il PCI e sottrarlo all'influenza sovietica.[16]

Le indaginiModifica

 
Valerio Fioravanti, leader dei NAR, processato e poi assolto come esecutore materiale dell'omicidio Mattarella.

Le indagini giudiziarie procedettero con difficoltà e lentezza; il primo a fornire un rilevante contributo investigativo fu Tommaso Buscetta, il quale nell'interrogatorio del 25.7.1984 davanti al giudice Giovanni Falcone affermò:

«Per quanto concerne gli omicidi di Boris Giuliano, di Cesare Terranova, di Pier Santi Mattarella so per certo, per averlo appreso da Salvatore Inzerillo, che trattasi di omicidi decisi dalla "Commissione" di Palermo, all'insaputa di esso Inzerillo e di Stefano Bontate ed anche di Rosario Riccobono. Anche questi omicidi hanno determinato l'allargamento del solco esistente tra Bontate ed Inzerillo, da un lato, ed il resto della "Commissione" dall'altro»[17][18].

L'inchiesta sul delitto Mattarella doveva confluire nel procedimento penale "Abbate Giovanni + 706" (il cosiddetto "maxiprocesso di Palermo" derivato dalle dichiarazioni di Buscetta) ma venne stralciata per consentire un approfondimento istruttorio[19]. Ulteriori dichiarazioni vennero fatte da Francesco Marino Mannoia nel corso dell'interrogatorio dell'8.10.1989 sempre dinanzi al giudice Falcone:

«Per quanto riguarda l'omicidio di Mattarella Piersanti, tralascio qualsiasi considerazione e mi limito ai fatti. Io ero tra gli uomini più fidati di Bontate Stefano e, insieme con pochi altri, dipendevo direttamente da lui senza intermediazione di capo decina, sottocapo e consigliere. Quindi, ero in grado di sapere se la nostra famiglia, e Bontate Stefano in particolare, vi fosse coinvolta. Ebbene, a meno che il Bontate mi avesse taciuto fatti di questa rilevanza, e ciò mi sembra assolutamente improbabile, debbo dire che egli non solo non era al corrente degli autori e dei motivi dell'uccisione, ma anzi appariva particolarmente contrariato. E' certo che, a dire del Bontate, in sua presenza questo omicidio non venne discusso in commissione; tuttavia era certo a tutti noi appartenenti a "Cosa Nostra" che si trattasse di omicidio di mafia, anche se ne ignoravamo, almeno io, i veri motivi. Solo in via di ipotesi, si supponeva che potesse essere stato o Inzerillo Santo o Prestifilippo Mario ma, ripeto, nessuno sapeva nulla di concreto su tale omicidio. Non mi risulta che Bontate Stefano avesse rapporti con l'on. Mattarella Piersanti»[17].

Una chiara linea interpretativa del delitto si rileva negli atti giudiziari che portarono la Procura di Palermo a quella corposa requisitoria[20] sui "delitti politici" siciliani (le uccisioni di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana, dello stesso Mattarella, di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo) che, depositata il 9 marzo 1991, costituì l'ultimo atto investigativo di Giovanni Falcone[21]. Questi, che la sottoscrisse nella qualità di procuratore aggiunto, puntava fermamente sulla colpevolezza dei terroristi di estrema destra Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, membri dei NAR, quali esecutori materiali del delitto, in un contesto di cooperazione tra movimenti eversivi e Cosa Nostra.[22]

Giovanni Falcone, che nel 1988 ricopriva il ruolo di giudice istruttore, dichiarò: "È un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se, e in quale misura, la pista nera sia alternativa a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa" come è emerso dalla pubblicazione dell'audio integrale dell'audizione tenutasi in data 3 novembre 1988 davanti alla commissione dell'epoca.

 
Gilberto Cavallini, terrorista dei NAR, indicato come secondo killer di Mattarella.

L'ipotesi accusatoria di Falcone e della Procura della Repubblica, di cui risultava la presenza a Palermo di Fioravanti nel gennaio 1980, era fondata in particolare sulle dichiarazioni di Cristiano Fioravanti e sul riconoscimento di Valerio Fioravanti sia da parte di Irma Chiazzese (moglie di Piersanti Mattarella), che da parte di Marina Pipitone (moglie di Michele Reina)[23]. Queste le dichiarazioni di Cristiano Fioravanti davanti al giudice Falcone del 29.3.1986, che lega il delitto di Mattarella con la necessità di eliminare anche Francesco Mangiameli, dirigente siciliano di Terza posizione poi ucciso dallo stesso Fioravanti il 9 settembre del 1980:

«Io non capivo quell’insistenza nell’agire contro la moglie e la figlia del Mangiameli... e allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi dal Mangiameli e relativi sempre all’evasione di Concutelli oltre ad appoggi di tipo logistico in Sicilia»[24].

Secondo la testimonianza del fratello, Valerio Fioravanti avrebbe goduto dell'appoggio di esponenti dell'estrema destra palermitana: oltre a Mangiameli, fornì un supporto anche Gabriele De Francisci, militante del FUAN, che avrebbe messo a disposizione un appartamento nei pressi dell'abitazione della vittima, e la contropartita dell'omicidio sarebbe stata l'evasione del leader ordinovista Pierluigi Concutelli, all'epoca detenuto nel Carcere dell'Ucciardone.[25]

Angelo Izzo, pluriomicida ed ex militante di estrema destra, interrogato dal giudice istruttore di Bologna (che indagava sulla strage del 2 agosto 1980) l'8.4.1986 e poi da Falcone stesso, descrisse nei dettagli l'omicidio:

«Fioravanti mi aveva raccontato di essersi vestito elegantemente per non dare nell'occhio, indossava un impermeabile bianco. Si è avvicinato e ha fatto fuoco con una 7,65 silenziata. Si spostava saltellando, aveva paura di colpire la moglie a fianco, forse l'ha presa di striscio. (Massimo) Carminati fungeva da copertura. Eseguito l'omicidio, hanno raggiunto Cristiano Fioravanti che aspettava nei pressi con una macchina»[26].

Nel giugno 1991 il giudice istruttore Gioacchino Natoli rinviò a giudizio per il delitto Mattarella i membri della "Commissione" o "Cupola" di Cosa Nostra (Michele Greco, Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Antonino Geraci) sulla base del cosiddetto "teorema Buscetta" (secondo cui gli omicidi di un certo rilievo non potevano avvenire senza l'assenso del vertice mafioso)[27]. Furono rinviati a giudizio anche i falsi pentiti Giuseppe Pellegriti e Angelo Izzo, accusati di calunnia: infatti Pellegriti, interrogato da Falcone, dichiarò di essere venuto a conoscenza, tramite il boss Nitto Santapaola, di fatti inediti sul ruolo dell'onorevole Salvo Lima negli omicidi Mattarella e La Torre, circostanza confermata dal suo compagno di cella Izzo; dopo due mesi di indagini, Falcone lo incriminò insieme ad Izzo, spiccando nei loro confronti due mandati di cattura per calunnia (poi annullati dal Tribunale della libertà in quanto essi erano già in carcere). Pellegriti, dopo l'incriminazione, ritrattò, attribuendo a Izzo di essere l'ispiratore delle accuse[13].

Nel maggio 1990 l'allora sindaco di Palermo Leoluca Orlando intervenne durante una puntata della seguitissima trasmissione televisiva di Rai 3 Samarcanda, scagliandosi contro Falcone, ospite in studio, che, a suo dire, avrebbe "tenuto chiusi nei cassetti" una serie di documenti scottanti riguardanti le indagini sui "delitti politici" Mattarella, Reina e La Torre per occultare le responsabilità politiche negli omicidi in questione (il cosiddetto "terzo livello") ma Falcone, rivolto direttamente a Orlando, dirà: "Questo è un modo di far politica attraverso il sistema giudiziario che noi rifiutiamo. Se il sindaco di Palermo sa qualcosa, faccia nomi e cognomi, citi i fatti, si assuma le responsabilità di quel che ha detto. Altrimenti taccia: non è lecito parlare in assenza degli interessati"[28].

Solo dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci, Buscetta e Marino Mannoia resero nuove dichiarazioni sul caso Mattarella perché avevano deciso di rompere il silenzio sui rapporti tra mafia e politica che avevano mantenuto nei loro precedenti interrogatorii[29]: infatti in un nuovo interrogatorio reso l’11.9.1992, in località protetta, a Washington, e promosso in sede di rogatoria internazionale dagli Uffici della Procura di Palermo, Buscetta affermò che

«Bontate e i suoi alleati non erano favorevoli all'uccisione di Mattarella, ma non potevano dire a Riina (o alla maggioranza che Riina era riuscito a formare) che non si doveva ammazzarlo. Non erano favorevoli per il semplice fatto che sia Stefano, sia Inzerillo, sia Pizzuto Gigino non avevano interessi negli appalti, per cui cercavano di «affievolire» il discorso su Mattarella. Va, poi, detto che nel passato Mattarella era stato vicino a «Cosa Nostra», soprattutto del trapanese. Mattarella era molto vicino a «Cosa Nostra» (pur senza essere uomo d’onore) anche perché “discendeva” dal padre. In un primo tempo tenne una condotta di «condiscendenza», anche se non proprio di corruzione. Successivamente, dopo l’omicidio di Michele Reina, Mattarella divenne rigoroso, severo, disse “punto e basta”. [...] In ogni caso [...] fu certamente un omicidio voluto dalla "Commissione"».[30]

Lo stesso Buscetta, sentito dalla Commissione Parlamentare Antimafia presieduta dall'on. Luciano Violante il 12.11.1992, affermò:

«Le garantisco che i fascisti in questo omicidio non c’entrano. Quei due sono innocenti. Glielo garantisco. E chi vivrà, vedrà. Credo che Mattarella in special modo volesse fare della pulizia in questi appalti. Se andate a vedere a chi sono andati gli appalti in tutti questi anni, con facilità voi andrete a scoprire cose inaudite. Non avevano bisogno di due fascisti. La Cosa nostra non fa agire due fascisti per ammazzare un presidente della Regione. È un controsenso».[31]

Nel corso dell’interrogatorio reso il 3.4.1993 e promosso in sede di rogatoria internazionale dagli Uffici della Procura di Palermo, Marino Mannoia – a quel tempo testimone di giustizia sotto la protezione dell’F.B.I. – rese anch'egli nuove dichiarazioni sui retroscena del delitto Mattarella:

«La ragione di questo delitto risiede nel fatto che Mattarella Piersanti – dopo avere intrattenuto rapporti amichevoli con i cugini Salvo e con Bontate Stefano, ai quali non lesinava i favori – successivamente aveva mutato la propria linea di condotta. Egli, entrando in violento contrasto ad esempio con l’onorevole Rosario Nicoletti, voleva rompere con la mafia, dare "uno schiaffo" a tutte le amicizie mafiose e intendeva intraprendere una azione di rinnovamento del partito della Democrazia Cristiana in Sicilia, andando contro gli interessi di Cosa Nostra e dei vari cugini Salvo, ingegner Lo Presti, Maniglia e così via. Rosario Nicoletti riferì a Bontate. Attraverso l’onorevole Lima, del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche l’onorevole Giulio Andreotti. Andreotti scese a Palermo, e si incontrò con Bontate Stefano, i cugini Salvo, l’onorevole Lima, l’onorevole Nicoletti, Fiore Gaetano ed altri. L’incontro avvenne in una riserva di caccia sita in una località della Sicilia che non ricordo. Si trattava però della stessa riserva di caccia in cui altre volte si erano recati Bontate Stefano, i cugini Salvo, Calderone Giuseppe e Pizzuto Gigino. Ho appreso di questo incontro dallo stesso Bontate Stefano, il quale me ne parlò poco tempo dopo che si era svolto, in periodo tra la primavera e l’estate del 1979 e comunque in epoca sicuramente posteriore all’omicidio di Michele Reina. Il Bontate non mi disse quale fosse stato in dettaglio il tenore dei colloqui intercorsi tra i presenti, nè quale fosse stato l’atteggiamento assunto dall’onorevole Andreotti. Egli mi disse soltanto che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: "Staremo a vedere". Alcuni mesi dopo fu deciso l’omicidio del Mattarella. La decisione fu presa da tutti i componenti della commissione provinciale di Palermo, e su ciò erano perfettamente concordi il Riina, il Calò, l’Inzerillo ed il Bontate. Erano perfettamente d’accordo, anche se formalmente estranei alla decisione, i cugini Salvo Antonino e Salvo Ignazio»[32].

Il processoModifica

Il processo di primo grado per i "delitti politici" Mattarella-Reina-La Torre si aprì il 12 aprile 1992 nell'Aula bunker del carcere dell'Ucciardone, di fronte alla I Sezione Penale del Tribunale di Palermo, presieduta dal dott. Gioacchino Agnello con giudice a latere la dott.ssa Silvana Saguto[33].

Nel 1995 vennero condannati all'ergastolo i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci[34] come mandanti dell'omicidio Mattarella, mentre furono assolti i terroristi neri Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini dall'accusa di essere gli esecutori materiali; furono invece condannati a quattro anni ciascuno di reclusione per calunnia i falsi pentiti Izzo e Pellegriti[35]. Durante il processo, la moglie di Mattarella, testimone oculare, dichiarò inoltre di riconoscere l'esecutore materiale dell'omicidio nella persona di Giuseppe Valerio Fioravanti,[36] ma la testimonianza della signora Mattarella e le altre testimonianze contro di lui (quella del fratello Cristiano Fioravanti[37] e di Angelo Izzo) non furono ritenute abbastanza attendibili.[36][38][25]

Nelle motivazioni della sentenza è scritto che «l'istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l'azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi» e si aggiunge che da anni aveva «caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola». Sempre secondo la sentenza, a ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra perché Mattarella voleva portare avanti un'opera di modernizzazione dell'amministrazione regionale e per questo aveva incominciato a contrastare l'ex sindaco Vito Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi, come sostenuto dai "pentiti" Gaspare Mutolo e Giuseppe Marchese;[35] Ciancimino infatti era il referente politico dei Corleonesi.[39] Per queste ragioni, alla fine del 1979 Mattarella aveva deciso di chiedere al segretario nazionale del partito, Benigno Zaccagnini, il commissariamento del Comitato Provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana, perché aveva visto «ritornare con forte influenza Ciancimino», il quale aveva siglato un patto di collaborazione con la corrente andreottiana, in particolare con l'onorevole Salvo Lima.[40]

Gli esecutori materialiModifica

Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza poichè le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia provenienti dalle fila di Cosa Nostra furono spesso contraddittorie. Francesco Marino Mannoia sostenne, sempre nell'interrogatorio del 3.4.1993, di aver appreso da Bontate che all'omicidio Mattarella

«parteciparono Federico Salvatore (il quale era a bordo di un’autovettura), Davì Francesco (uomo d’onore di una famiglia che in questo momento non ricordo, e di mestiere pasticcere), Rotolo Antonino, Inzerillo Santino ed altri che in questo momento non ricordo»[32].

Buscetta e Marino Mannoia fecero il nome di Calogero Ganci e Francesco Paolo Anselmo, della Famiglia della Noce, come possibili partecipanti ma quando nel 1996 iniziarono pure loro a collaborare con la giustizia, negarono qualsiasi coinvolgimento[41].

Gaspare Mutolo sostenne che Francesco Davì (già indicato da Mannoia) partecipò al delitto per rimediare ad uno "sgarro" che aveva commesso in passato nei confronti di altri "uomini d'onore"[42].

Giovanni Brusca affermò che nell'omicidio Mattarella era coinvolto Giuseppe Leggio, parente del famigerato boss corleonese Luciano, che rimase vittima della "lupara bianca" nel 1989[43].

Sentito nel processo d'appello per i "delitti politici", Francesco Di Carlo affermò che il boss Bernardo Brusca (padre di Giovanni) gli avrebbe confidato che l'assassino di Mattarella era Antonino Madonia e che la "pista nera" sarebbe stata imboccata dagli inquirenti dell'epoca poichè il terrorista Valerio Fioravanti era molto somigliante a Madonia[44]. Lo stesso Fioravanti, intervistato dal giornale online IlSicilia.it nel gennaio 2020, disse: "Esiste un colpevole, ne è stato individuato un altro. Credo che si chiami Madonia. Ne parlavo con una suora amica proprio ieri che mi diceva di averlo incontrato. Sostiene che proprio Madonia si vantava di aver ucciso Mattarella e secondo questa suora poi ad un certo punto avrebbe pure collaborato"[45].

L'omicidio Mattarella nel processo AndreottiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Processo Andreotti.
 
Giulio Andreotti, che nel 1979 e nel 1980 partecipò ad almeno due incontri con boss mafiosi aventi ad oggetto le azioni politiche di Piersanti Mattarella.

Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, oggetto di diverse valutazioni nel corso del processo Andreotti perché ritenuto in primo grado non attendibile ma in secondo grado - confermato dalla Cassazione - attendibile[46], Giulio Andreotti era consapevole dell'insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l'interessato né la magistratura,[47] pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio le azioni politiche di Piersanti Mattarella.[48]

In seguito, al termine di un lungo iter giudiziario terminato nel 2004, venne emessa una sentenza per cui all'epoca (più precisamente fino alla primavera del 1980) Giulio Andreotti aveva rapporti stabili con la mafia.[49] L'omicidio Mattarella è in effetti un punto critico del processo Andreotti. I due presunti incontri tra il Presidente democristiano e Bontate sarebbero avvenuti solo per i problemi creati alla mafia dal segretario della DC siciliana. Di quello summenzionato Mannoia ha dato una testimonianza di seconda mano ma ha indicato la data, mentre di uno successivo al delitto, in cui si sarebbe consumata la rottura tra Andreotti e la Cupola, Mannoia sarebbe stato testimone oculare ma non sapeva dare indicazione temporale. Per questo la difesa di Andreotti poté per il primo incontro dimostrare che il suo assistito era altrove e per il secondo no. Il primo grado di giudizio ritenne insufficiente la testimonianza di Mannoia e decisiva la smentita della difesa, onde dedurre che nessuno dei due incontri fosse mai accaduto. Il secondo grado capovolse la sentenza ritenendo Mannoia credibile e affermando che egli aveva solo ricordato una data sbagliata, per cui considerò i due meeting realmente avvenuti. La Cassazione confermò questa sentenza non avendo essa difetti formali da correggere[50][51][52]:

«Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade della scelta di sopprimere il presidente della Regione.»

La nuova indagineModifica

Nel 2018 quotidiani nazionali hanno diffuso la notizia di una riapertura delle indagini sull'omicidio, anche con riferimento ai rapporti tra Cosa nostra palermitana e l'eversione del terrorismo di destra: l'indagine della Procura di Palermo è affidata al Procuratore Francesco Lo Voi, all'Aggiunto Salvatore De Luca e al Sostituto Roberto Tartaglia.

CommemorazioniModifica

  • La città di Castellammare del Golfo, in occasione del quarantennale dell'uccisione (6 Gennaio 2020), ha ricordato il presidente castellammarese, ucciso dalla mafia, con una solenne messa svoltasi nella Chiesa Madre. Successivamente alla Santa Messa è stata deposta una corona d'alloro sulla tomba di Piersanti, nel cimitero comunale. Alle celebrazioni erano presenti il vice prefetto di Trapani, i sindaci (con i gonfaloni) delle città di Alcamo, Mazara del Vallo, Calatafimi Segesta, Buseto Palizzolo e Custonaci. Erano anche presenti il comandante provinciale dei carabinieri di Trapani, il dirigente del commissariato di polizia di Castellammare, il comandante della tenenza di Alcamo della Guardia di Finanza, il comandante dei carabinieri di Alcamo, il presidente di SicindustriaTrapani e tutto il consiglio comunale di Castellammare [53].
  • La Rai, nel trentennale della scomparsa, ha dedicato alla figura e al delitto Mattarella uno speciale prodotto da La grande storia di Rai 3. Nel documentario di Giovanni Grasso, collaborazione di Emanuela Andreani, regia di Alessandro Varchetta, parlano i testimoni dell'epoca e i familiari del politico assassinato.

NoteModifica

  1. ^ Ucciso Piersanti Mattarela, politico della DC e Presidente della Regione Sicilia, su vittimemafia.it, 6 gennaio 1980. URL consultato il 6 gennaio 2020 (archiviato il 30 aprile 2019).
  2. ^ a b Giovanni Bolignani, Bernardo Mattarella: biografia politica di un cattolico siciliano, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore, 2001, p. 123.
  3. ^ Sergio Mattarella, Ricordo di Piersanti Mattarella, msacchino, Movi 100, 24 febbraio 2010. URL consultato il 6 giugno 2018 (archiviato il 20 settembre 2017).
  4. ^ Profilo Deputato Mattarella Bernardo, Assemblea regionale siciliana. URL consultato il 6 giugno 2018 (archiviato il 22 aprile 2017).
  5. ^ a b c d Grasso 2014, Cap. 5.
  6. ^ Grasso, 2014, Cap. 6.
  7. ^ a b Grasso, 2014, Cap. 7.
  8. ^ Nicola Tranfaglia, La solitudine di Piersanti Mattarella, ANTIMAFIADuemila, 19 ottobre 2014. URL consultato il 6 giugno 2018 (archiviato il 6 giugno 2018).
  9. ^ Profilo Deputato Mattarella Santi, Assemblea Regionale Siciliana. URL consultato il 7 giugno 2018 (archiviato il 16 novembre 2017).
  10. ^ Antonio Saltini e Francesco Marino, A Palermo la conferenza agricola regionale: agricoltura pomo della discordia tra i partiti, in Terra e Vita, n. 7, 17 febbraio 1979 (archiviato il 12 giugno 2018).
  11. ^ Governo della VIII Legislatura, Assemblea Regionale Siciliana. URL consultato il 7 giugno 2018 (archiviato il 1º giugno 2016).
  12. ^ Piero Grasso-Alberto La Volpe, Per non morire di mafia, Sperling & Kupfer 2009, pag. 7
  13. ^ a b Sentenza di primo grado per gli omicidi Reina-Mattarella-La Torre (PDF), Corte di Assise (archiviato il 15 luglio 2018).
  14. ^ Leonardo Sciascia, Quella confortevole ipotesi, Notizie Radicali, 7 gennaio 1980. URL consultato l'8 novembre 2014 (archiviato dall'url originale il 3 giugno 2016).
  15. ^ F.Cossiga, La versione di k, Rizzoli Milano 2009, pp. 59-60
  16. ^ P.de Villemarest, Le Kgb au coeur du Vatican, Parigi 2011, pp. 212-213
  17. ^ a b Attilio Bolzoni, La Cupola sapeva e non sapeva..., su Mafie. URL consultato il 12 giugno 2021.
  18. ^ E LEGGIO SPACCO' IN DUE COSA NOSTRA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 12 giugno 2021.
  19. ^ COSI' LO STATO ABBANDONO' DALLA CHIESA - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 12 giugno 2021.
  20. ^ Sostituti procuratori: Giusto Sciacchitano, Guido Lo Forte, Giuseppe Pignatone, Roberto Scarpinato Procuratori della Repubblica aggiunti: Elio Spallitta e Giovanni Facone Procuratore della Repubblica: Pietro Giammanco, Procedimento penale contro Greco Michele e altri - Requisitoria - Procura della Repubblica di Palermo - (N. 3162/89 A P.M.). (PDF), Archivio Pio La Torre, 9 marzo 1991. URL consultato il 9 novembre 2014 (archiviato l'11 maggio 2018).
  21. ^ Giorgio Siepe, DELITTO MATTARELLA: l'ultimo processo di Falcone, Delitti (im)perfetti, 2013. URL consultato il 9 novembre 2014 (archiviato dall'url originale l'8 novembre 2014).
  22. ^ Umberto Rosso, COSI' IL NERO FIORAVANTI ASSASSINO' MATTARELLA, la Repubblica, 21 ottobre 1989. URL consultato il 7 giugno 2018 (archiviato il 3 febbraio 2015).
  23. ^ Luca Innocenti, La democrazia del piombo, Fuori|onda, 2021.
  24. ^ Luca Innocenti, La democrazia del piombo, Fuori|onda, 2021.
  25. ^ a b ORDINANZA-SENTENZA emessa nel procedinento penale CONTRO Greco Michele + 18 per gli omicidi: Reina-Mattarella-La Torre-Di Salvo (PDF), TRIBUNALE DI PALERMO – UFFICIO ISTRUZIONE PROCESSI PENALI. URL consultato il 6 gennaio 2020 (archiviato il 4 marzo 2016).
  26. ^ I "neri" Fioravanti e l’omicidio di Piersanti Mattarella: le ombre sul ruolo di Carminati, su la Repubblica, 6 febbraio 2015. URL consultato il 13 giugno 2021.
  27. ^ OMICIDI MATTARELLA, LA TORRE, REINA A GIUDIZIO LA CUPOLA E I KILLER 'N - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 12 giugno 2021.
  28. ^ Quando Cossiga convocò le toghe di sicilia, in La Repubblica, 21 ottobre 1993, p. 4. URL consultato il 24 gennaio 2010.
  29. ^ PARLA IL PENTITO MANNOIA ' ANDREOTTI INCONTRO' I BOSS' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 22 giugno 2020.
  30. ^ Interrogatorio di Tommaso Buscetta (PDF), in Archivio Pio la Torre (archiviato il 4 marzo 2016).
  31. ^ 'COSA NOSTRA È FINITA DATELE IL COLPO MORTALE' - La Repubblica, su ricerca.repubblica.it.
  32. ^ a b [http://web.tiscali.it/almanaccodeimisteri/andreotti29.htm Cap. XIII - L�OMICIDIO DEL PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIANA PIERSANTI MATTARELLA. GLI INCONTRI DEL SEN. ANDREOTTI CON STEFANO BONTATE ED ALTRI ESPONENTI DI COSA NOSTRA A CATANIA E PALERMO], su web.tiscali.it. URL consultato il 12 giugno 2021.
  33. ^ PER I DELITTI ECCELLENTI ALLA SBARRA BOSS E NERI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato l'11 giugno 2021.
  34. ^ Sportello Scuola e Università della Commissione Parlamentare Antimafia, Parlamento Italiano. URL consultato il 6 gennaio 2020 (archiviato dall'url originale il 14 dicembre 2007).
  35. ^ a b Francesco Viviano, DELITTI POLITICI, FU SOLO COSA NOSTRA, la Repubblica, 13 aprile 1995. URL consultato il 7 giugno 2018 (archiviato il 28 maggio 2017).
  36. ^ a b Piersanti Mattarella, la rimozione di un martirio, su europaquotidiano.it. URL consultato il 4 luglio 2014 (archiviato dall'url originale il 23 aprile 2015).
  37. ^ Testimonianza di Cristiano Fioravanti, pentito del gruppo NAR, al processo per la strage di Bologna: Dai discorsi fatti la mattina capii che avevano deciso di agire non solo nei confronti del Mangiameli ma anche nei confronti di sua moglie e perfino della bambina. Comunque le motivazioni delle azioni da compiere contro il Mangiameli erano sempre le solite e cioè la questione dei soldi, la questione della evasione di Concutelli. Il giorno dopo (l'omicidio, ndr) rividi Valerio e lui era fermo nel suo proposito di andare in Sicilia per eliminare anche la moglie e la bambina di Mangiameli e diceva che bisognava agire in fretta prima che venisse scoperto il cadavere e la donna potesse fuggire. Io non riuscivo a capire questa insistenza nell'agire contro la moglie e la figlia, una volta che questo (Mangiameli, ndr) era stato ormai ucciso e allora Valerio mi disse che avevano ucciso un politico siciliano in cambio di favori promessi dal (rectius: al) Mangiameli e relativi, sempre, all'evasione di Concutelli oltre ad appoggi di tipo logistico in Sicilia. Mi disse Valerio che per decidere l'omicidio del politico siciliano vi era stata una riunione in casa Mangiameli e in casa vi erano anche la moglie e la figlia, riunione cui aveva partecipato anche uno della Regione Siciliana che aveva dato le opportune indicazioni e, cioè, la dritta per commettere il fatto. Mi disse Valerio che all'omicidio (Mattarella) avevano partecipato lui e Cavallini e che Gabriele De Francisci aveva dato loro la casa. L'azione contro la moglie e la figlia di Mangiameli veniva allora motivata da Valerio col fatto che esse erano state presenti alla riunione: diceva Valerio che, una volta ucciso il marito, esse erano pericolose quanto lo stesso Mangiameli. Poi l'azione contro le due donne non avvenne in quanto il cadavere di Mangiameli fu poco dopo ritrovato.
  38. ^ PALERMO, 'FIORAVANTI UCCISE MATTARELLA', la Repubblica, 1º maggio 1992. URL consultato il 10 giugno 2018 (archiviato il 9 giugno 2016).
  39. ^ Attilio Bolzoni, è morto Vito Ciancimino la Dc ai tempi dei Corleonesi, la Repubblica, 20 novembre 2002. URL consultato il 7 giugno 2018 (archiviato il 23 ottobre 2009).
  40. ^ Documenti del Senato della Repubblica XIV LEGISLATURA (PDF). URL consultato il 7 giugno 2018 (archiviato dall'url originale il 24 aprile 2015).
  41. ^ Mattarella, tante piste ma restano i misteri - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 giugno 2021.
  42. ^ ' DAVI' , KILLER DOPO UNO SGARRO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 giugno 2021.
  43. ^ ' DI ANDREOTTI NON SO NIENTE' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 13 giugno 2021.
  44. ^ Interrogatorio di Francesco Di Carlo nel processo d'appello Mattarella-Reina-La Torre (PDF), su archiviopiolatorre.camera.it.
  45. ^ Fioravanti,quel giorno non ero a Palermo - Sicilia, su Agenzia ANSA, 6 gennaio 2020. URL consultato il 13 giugno 2021.
  46. ^ Salvo Palazzolo, Il dramma del superpentito Marino Mannoia tenta il suicidio: "Lo Stato ci ha abbandonati", in la Repubblica, 27 luglio 2011. URL consultato il 13 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 2 ottobre 2011).
  47. ^ Gli incontri tra Andreotti e i boss mafiosi al fine di discutere il delitto Mattarella sono trattati nella Sentenza Corte di Appello di Palermo 2 maggio 2003, Parte III cap. 2 pp. 1093-1185 Presidente Scaduti, Relatore Fontana. In particolare, nelle conclusioni si legge (pp. 1514-1515): «Del resto, ad ultimativo conforto dell'assunto, basta considerare proprio la, assolutamente indicativa, vicenda che ruota attorno all'assassinio dell'on. Pier Santi Mattarella. Anche ammettendo la prospettata possibilità che l'imputato sia personalmente intervenuto allo scopo di evitare una soluzione cruenta della questione Mattarella, alla quale era certamente e nettamente contrario, appare alla Corte evidente che egli nell'occasione non si è mosso secondo logiche istituzionali, che potevano suggerirgli di respingere la minaccia alla incolumità del Presidente della Regione facendo in modo che intervenissero per tutelarlo gli organi a ciò preposti e, per altro verso, allontanandosi definitivamente dai mafiosi, anche denunciando a chi di dovere le loro identità ed i loro disegni: il predetto, invece, ha, sì, agito per assumere il controllo della situazione critica e preservare la incolumità dell'on. Mattarella, che non era certo un suo sodale, ma lo ha fatto dialogando con i mafiosi e palesando, pertanto, la volontà di conservare le amichevoli, pregresse e fruttuose relazioni con costoro, che, in quel contesto, non possono interpretarsi come meramente fittizie e strumentali. A seguito del tragico epilogo della vicenda, poi, Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz'altro dagli stessi, ma è "sceso" in Sicilia per chiedere al boss Stefano Bontate conto della scelta di sopprimere il Presidente della Regione: anche tale atteggiamento deve considerarsi incompatibile con una pregressa disponibilità soltanto strumentale e fittizia e, come già si è evidenziato, non può che leggersi come espressione dell'intento (fallito per le ragioni già esposte in altra parte della sentenza) di verificare, sia pure attraverso un duro chiarimento, la possibilità di recuperare il controllo sull'azione dei mafiosi riportandola entro i tradizionali canali di rispetto per la istituzione pubblica e di salvaguardare le buone relazioni con gli stessi, nel quadro della aspirazione alla continuità delle stesse.»
  48. ^ il pentito: "nella villa urlavano", Corriere della Sera, 15 aprile 1993. URL consultato il 6 gennaio 2020 (archiviato dall'url originale il 10 novembre 2014).
  49. ^ a cura di Marco Travaglio, Il caso Andreotti: gli stralci della sentenza, Centomovimenti News, 26 luglio 2003. URL consultato il 7 gennaio 2020 (archiviato dall'url originale il 5 agosto 2003).
  50. ^ Sentenze: Giulio Andreotti, su marcotravaglio.it. URL consultato il 19 febbraio 2007 (archiviato il 17 giugno 2007).
  51. ^ Processo Andreotti, la Sentenza, Il Foro Penale. URL consultato il 13 febbraio 2015 (archiviato dall'url originale il 31 dicembre 2014).
  52. ^ Massimo Franco, Andreotti, Bur Milano 2013, pp. 268-269.
  53. ^ Emanuel Butticè, Castellammare ricorda Piersanti Mattarella.“Esempio di onestà e innovatore della politica”. FOTO | Alqamah, su alqamah.it. URL consultato il 6 gennaio 2021.

BibliografiaModifica

  • Pierluigi Basile, "Le carte in regola". Piersanti Mattarella. Un democristiano diverso, con saggio introduttivo di G.C. Marino, Centro Studi ed iniziative culturali Pio La Torre, Palermo 2007: 2ª edizione 2010
  • Achille Melchionda, Piombo contro la Giustizia. Mario Amato e i magistrati assassinati dai terroristi, Pendragon 2010.
  • Giovanni Grasso, Piersanti Mattarella. Da solo contro la mafia, Cinisello Balsamo, San Paolo editore, 2014, ISBN 978-88-215-9131-0.
  • Luca Innocenti, La democrazia del piombo, Fuori|onda, 2021.
  • Giuseppe Lo Bianco, Sandra Rizza, Ombre nere, Rizzoli, 2018.
  • Assemblea Regionale Siciliana, Piersanti Mattarella - Scritti e Discorsi, Introduzione di Leopoldo Elia, Quaderni del Servizio Studi Legislativi, due volumi, Palermo, 2005.
  • Parlamento Italiano - Archivio digitale Pio La Torre - raccoglie gli atti giudiziari relativi ai processi penali per gli omicidi di Reina, La Torre e Mattarella.

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