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Ilario Tabarri

partigiano e antifascista italiano
(Reindirizzamento da Pietro Mauri)

Ilario Tabarri (Cesena, 3 aprile 1917Brescia, 27 aprile 1970) è stato un partigiano e antifascista italiano. Garibaldino in Spagna, antifascista, confinato politico, partigiano. Sulla sua figura, a partire dagli anni settanta, si è aperto un dibattito, tra estimatori e critici, in particolare in relazione alle circostanze nelle quali, tra la fine di marzo e i primi di aprile del '44, sarebbe avvenuto l'avvicendamento con il suo predecessore al comando della Brigata Garibaldi Romagnola: Riccardo Fedel (Libero) ed in relazione alle stragi compiute per rappresaglia dai nazifascisti nella seconda metà del 1944 nella zona sotto il suo comando[1].

Giovinezza: 1917-1936Modifica

Figlio di Egisto, bracciante cesenate di idee repubblicane, ha appena un anno quando il padre emigra in Francia in coincidenza, probabilmente, con la morte della madre. Ilario viene così affidato alle cure di Aristide Medri, cugino della nonna, che "pur non essendo iscritto al PNF dimostra sentimenti favorevoli al Regime"[2]. Nel 1922 si ricongiunge col padre in Francia, e lì rimane fino al 1927 quando, all'età di dieci anni, è riaccompagnato dal padre in Romagna e affidato sempre ai Medri. Ilario "mantiene un'ottima condotta morale" (secondo l'espressione usata dalla polizia fascista), sinché nel 1936 frequenta un corso per ottenere il brevetto internazionale di radiotelegrafista a Spezia (per ottenere il quale era necessario, appunto, presentare un certificato di buona condotta e sostenere un esame a Roma, che Ilario effettivamente supera, ottenendo il brevetto di Radiotelegrafista di seconda classe).

All'estero: 1936-1941Modifica

Da La Spezia, Ilario, letteralmente, "scompare" nell'agosto del 1936, espatriando clandestinamente in Francia, ove raggiunge il padre, la sorella maggiore e la sorellastra e fratellastro minori a Bezons, a nord di Parigi. Espulso dalle autorità francesi quale clandestino, si reca in Spagna per arruolarsi nelle Brigate internazionali repubblicane, arrivando a destinazione nell'ottobre 1936[3] ad Albacete[senza fonte], quartier generale delle Brigate Internazionali e centro di reclutamento.
Arruolatosi nel Battaglione Garibaldi, formato da antifascisti italiani (comandato da Randolfo Pacciardi e successivamente da Ilio Barontini), combatte al Cerro Rojo, Casa del Campo, Pozuelo, Boadilla, Mirabueno, Majadahonda, Arganda, Guadalajara; in seguito alla trasformazione del Battaglione Garibaldi in Brigata (aprile 1937), Tabarri entra, col grado di sergente (mitragliere), nel I Battaglione della Brigata Garibaldi, partecipando ai combattimenti in Estremadura e alla prima fase di quelli sull'Ebro[4].
Rientra in Francia nel settembre del 1938 dove rimane fino al 19 dicembre 1941 quando, al suo rientro in Italia, viene arrestato dalla polizia doganale di Mentone perché iscritto nella Rubrica di Frontiera come antifascista e combattente antifranchista a seguito di una lettera inviata alla fidanzata in Italia da Bezons il 31 dicembre 1938 ed intercettata dalla censura fascista.[5]
In essa egli così raccontava la sua esperienza: “Ebbi occasione di trovarmi nella Spagna Repubblicana quando, nel marzo 1937, furono sconfitte quelle divisioni che Mussolini aveva mandato al traditore Generale Franco per lo strangolamento dell'eroica Madrid, parlai con dei prigionieri di quelle famose divisioni che furono annientate nei campi di Guadalajara ed ebbi la possibilità di rendermi conto per quale inganno furono condotti in Spagna coloro i quali non trovavano di che sfamarsi in Italia. Ma se il Popolo Italiano sapesse che la miseria nella quale si trova non è colpa del popolo spagnolo, i nostri soldati non partirebbero per farsi ammazzare e distruggere un popolo indifeso, ma rivolgerebbero le armi contro Mussolini e contro i grandi proprietari."[6]

Il confino: 1942-1943Modifica

Tradotto a Forlì viene condannato a cinque anni di confino [7] da scontarsi a Ventotene (LT), ove incontra Sandro Pertini, Eugenio Curiel[senza fonte], Pietro Secchia e numerose altre figure politiche politiche di primo piano, anch'esse confinate a Ventotene. È un confino duro, durante il quale gli vengono negate anche le visite dei parenti più vicini, ma durante il quale assumerà un ruolo di rilievo nella "scuola militare" del gruppo dirigente del PCI, sempre più nell'ottica di avviare una ribellione armata al nazifascismo in Italia[8].

La Resistenza: 1943-1944Modifica

Nei comitati di pianura: settembre '43-marzo '44Modifica

Liberato a seguito della caduta del Fascismo, torna a Cesena dove diventa membro del Fronte Nazionale (un organismo unitario che precedette il CLN cui aderivano il PCI, l'Unione Lavoratori Italiani (ULI) e, a titolo personale, alcuni militanti di partiti che ancora non si erano ricostituiti) quale rappresentante del Partito Comunista, al quale era iscritto. Alla fine del settembre 1943 Ilario viene incaricato dal Comitato locale del PCI di ricercare una zona montana, prospiciente la pianura di Cesena, in grado di accogliere una base partigiana: essa viene individuata nei pressi di Pieve di Rivoschio. Assume il nome di battaglia di Pietro Mauri. Ai primi di ottobre 1943, Ilario diventa membro del Comitato Militare Romagnolo (poi Comando Militare) facente formalmente capo al FN e poi al CLN (il FN, formalmente, esiste ancora, ma l'ULI -costituito in gran parte da repubblicani, per non dare l'impressione di appoggiare il governo Badoglio e, con esso, la Monarchia, si "chiama fuori" dagli aspetti militari, lasciando, di fatto, in mano al solo Pci il comando della Resistenza armata). Dalla fine di ottobre 1943 al 20 marzo 1944 è responsabile delle formazioni partigiane di pianura (GAP) nella Provincia di Forlì[9].

Al comando dell'8ª Brigata Garibaldi: aprile-novembre '44Modifica

Il 22 marzo 1944 viene inviato alla formazione, con poteri discrezionali[10] raggiungendo il comando di Brigata in montagna il 27 marzo (secondo quanto da Tabarri riferito nel suo "rapporto generale", una dettagliata relazione inviata nell'agosto del '44 al Partito Comunista di Forlì e al CUMER). Considerata la conduzione della Brigata da parte di Libero non rispondente alle nuove direttive, Tabarri lo spodesta nel corso di un confronto piuttosto drammatico, convinto della necessità di ricostituire la formazione partigiana dei “ribelli” su nuove regole. La Brigata Garibaldi Romagnola viene trasformata in una divisione di tre brigate denominata "Gruppo Brigate Garibaldi Romagnole" posta sotto il suo comando dal 1º di aprile (secondo fonti tedesche), con Libero Riccardi, comandante e fondatore della Brigata, Capo di Stato Maggiore della divisione.
Pochi giorni dopo questi avvenimenti, nell'aprile 1944, la costituenda Divisione subisce un pesante rastrellamento che fa sbandare la formazione, che si riduce da quasi duemila uomini a un'ottantina. Il mese successivo la formazione viene ricostituita assumendo la denominazione di 8ª Brigata Garibaldi Romagna: Tabarri ne riprende il comando, affiancato da Marconi, comandante della II zona (e da partigiani quali Tom, Jader, Villy, Villa, Curpet, Gianni ed altri) e con la fondamentale assistenza dell'istruttore in sabotaggio e tattica paracadutato dagli Alleati Italo Morandi, proseguendo nella lotta in stretta collaborazione con gli Alleati, fino alla liberazione di Forlì, avvenuta nel novembre del 1944. Nello stesso mese l'8ª Brigata viene disarmata e sciolta su ordine degli Alleati.

Il Dopoguerra: 1945-1970Modifica

Sull'onda della vittoria e del prestigio è nominato dal CLN provinciale primo Presidente dell'Amministrazione Provinciale. Dal 1949 al 1952 diventa Segretario della Federazione Riminese del PCI; farà anche parte del Comitato Centrale del PCI. Passato al sindacato regge la Camera del Lavoro di Brescia, per diventare poi Dirigente del Centro Studi della Federazione Internazionale Sindacale a Bruxelles.

Concluderà la vita politica a Bruxelles al Centro studi europeo del sindacato ed in questo ambito tiene un intervento assieme a Francesco Pistolese su “Aspetti internazionali dei problemi dell'energia in Italia e nella CEE” pubblicato negli atti del convegno internazionale tenutosi a Roma il 23 - 25 marzo 1962, organizzato dall'Istituto Gramsci sulle “Tendenze del capitalismo italiano”. Sebbene ancora giovane, negli anni sessanta si ritira dalla vita politica, dedicandosi alla professione di commerciante in provincia di Brescia.

Il dibattito attorno a TabarriModifica

Sin dagli anni settanta, la figura di Tabarri come comandante delle formazioni partigiane è stata messa in discussione, soprattutto per quel che riguarda l'avvicendamento con "Libero" (Riccardo Fedel). Prima da isolate iniziative di ex partigiani (quali ad esempio il comandante Umberto Fusaroli Casadei) e poi da altre interpretazioni storiografiche che, contrariamente a quanto fatto da Flamigni-Marzocchi nel 1969[11], hanno riletto il rapporto generale di Tabarri in maniera critica. Per esempio, nel 1984 Lorenzo Bedeschi indicava tra le "problematiche ormai apertamente dibattute nelle sedi scientifiche [...] il peso da attribuirsi nel consuntivo del partigianato locale al ritardato ordine di sganciamento dal parte del comando Tabarri durante il massiccio rastrellamento tedesco di aprile nell'illusione, almeno inizialmente, che gli uomini della brigata potessero resistere sul posto anziché filtrare tra le maglie dei reparti nemici senza accettare il combattimento. Oppure l'altra questione, altrettanto controversa, riguardante non tanto la incerta fine di Libero quanto invece il significato e il valore della sua opera di primo comandante dei ribelli in questa zona dell'Appennino se si pensa che la struttura fondamentale della futura 8ª brigata coi suoi quadri militari migliori risulta essere la stessa costituita a suo tempo [dallo stesso Libero] e che le basi principali a cui la brigata continuerà a far riferimento resteranno quelle individuate dall'esecutivo militare di Tolloy fin dal dicembre '43."[12] Dal 2004, il dibattito è stato ravvivato da un lavoro di Natale Graziani poi ripreso nel 2008 da Giampaolo Pansa che nel suo "I gendarmi della memoria" dedicò alla vicenda un intero capitolo: "Libero e lo spagnolo". Al dibattito si sono poi aggiunti anche la figlia di Ilario, Bruna Tabarri, e i familiari di Riccardo Fedel, con due diversi articoli pubblicati entrambi sulla rivista dell'ANPI "Patria Indipendente".
Altra questione ampiamente dibattuta è quella delle rappresaglie che i tedeschi compirono contro le popolazioni civili della zona in risposta alle azioni dei partigiani romagnoli comandati da Tabarri. Va ricordato che, all'epoca, ben una cinquantina di partigiani si dimisero dalla Brigata in polemica con la politica seguita da Tabarri e, soprattutto, dal comandante della II zona Guglielmo Marconi. Naturalmente, la discussione non verte sulla responsabilità degli eccidi, ma sulla opportunità di alcune scelte tattiche operate dal comandante Pietro Mauri in quel periodo e sulla presunta mancata adozione di contromisure adeguate per difendere la popolazione civile.

NoteModifica

  1. ^ In particolare l'eccidio di Tavolicci
  2. ^ Archivio Centrale dello Stato, Casellario Politico Centrale, b. 4994, fasc. Tabarri Egisto, Riservatissima-Raccomandata della R. Prefettura di Forlì del 31 maggio 1937
  3. ^ Pansa ne "I gendarmi della memoria", cit., p. 435 parla erroneamente del settembre
  4. ^ Berto Alberti (a cura di), I forlivesi garibaldini in Spagna, mensile dell'Amministrazione provinciale di Forlì, n.4/1973, edito in collaborazione con l'AICVAS (Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna). Indicazioni più generali sulla partecipazione di Tabarri alla guerra di Spagna appaiono anche nelle sue schede bibliografiche in S. Flamigni - L. Marzocchi, Resistenza in Romagna, La Pietra, Milano, 1969 (indicato con il ruolo di "aiutante di Compagnia" su alcuni fronti), in P. Secchia, Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, La Pietra, Milano, 1968, e numerosi altri testi.
  5. ^ Le autorità fasciste non credettero al racconto di Tabarri il quale sosteneva di non essersi mai mosso dai dintorni di Parigi fino al 1940, dove svolgeva il lavoro di meccanico. C'è da notare che il nome di Tabarri non compare nella lista dei garibaldini italiani arruolati nelle Brigate Internazionali compilata -a guerra di Spagna conclusa- dai servizi segreti del governo franchista ed inviata a quello italiano nel 1939: egli sarà quindi condannato al confino sulla base degli indizi forniti dalla sua lettera.
  6. ^ Nel corso degli interrogatori subiti alla questura di Forlì, Ilario Tabarri dichiarò di aver scritto quelle cose solo per giustificare agli occhi della fidanzata, che ne reclamava il rientro per il matrimonio, la sua permanenza all'estero. Spiegazione cui, ovviamente, la polizia fascista non prestò fede.
  7. ^ Commissione di Forlì, ordinanza del 25.2.1942 contro Ilario Tabarri e altri (“Combattenti antifranchisti in Spagna”). In: Adriano Dal Pont, Simonetta Carolini, L'Italia al confino 1926-1943. Le ordinanze di assegnazione al confino emesse dalle Commissioni provinciali dal novembre 1926 al luglio 1943, Milano 1983 (ANPPIA/La Pietra), vol. III, p. 944
  8. ^ "Dopo l'occupazione tedesca della Francia, negli anni 1940-41 ed ancora nel 1942, giunsero a gruppi a Ventotene numerosi garibaldini di Spagna. Tra essi ricordiamo […] Ilario Tabarri […]. […] essi diedero un efficace e concreto contributo alla nostra scuola militare.“ (cfr. Pietro Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943–1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Feltrinelli, Milano, 1973, p. 47).
  9. ^ Attuale territorio delle Province di Forlì-Cesena e di Rimini. Formazioni che assumeranno la denominazione di 29º GAP. Le Squadre di Azione Patriottica (SAP) saranno costituite solo nell'estate del '44 (quindi le poche fonti che riferiscono che Tabarri ne era il comandante, fanno confusione tra GAP e SAP). Fino al luglio del '44 i GAP forlivesi, forse per oggettive difficoltà, non compirono azioni di rilievo
  10. ^ Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza, La Pietra, 1968, vol. V, p. 240
  11. ^ Flamigni-Marzocchi, La Resistenza in Romagna, La Pietra, 1969
  12. ^ Dalla prefazione di Bedeschi al libro di Guglielmo Marconi (Paolo) "Vita e Ricordi sull'8ª brigata romagnola", p. 11 e ss.

BibliografiaModifica

  • AA.VV., Tendenze del capitalismo italiano, Atti del convegno economico dell'Istituto Gramsci, Editori Riuniti, 1962
  • Adamo Zanelli, La guerra di Liberazione Nazionale e la Resistenza nel forlivese, Edizioni Galileo, 1966
  • Berto Alberti (a cura di), I forlivesi garibaldini in Spagna, mensile della Amministrazione provinciale di Forlì, n.4/1973 (PDF), su parridigit.istitutoparri.eu.
  • Pietro Secchia, Il Partito comunista italiano e la guerra di Liberazione 1943-1945, Milano, Feltrinelli Editore, 1973
  • Walter Zanotti, Cesena libera: note e documenti per una storia della Resistenza nel cesenate, SILA, Cesena, 1975
  • Luigi Arbizzani, Azione operaia contadina di massa, L'Emilia-Romagna nella Guerra di liberazione, Vol. III, Bari, De Donato, 1976
  • Istituto Storico Provinciale della Resistenza - Forlì, a cura di Dino Mengozzi, L'8.a Brigata Garibaldi nella Resistenza, II vol., La Pierta, Milano, 1981
  • Guglielmo Marconi ("Paolo"), Vita e ricordi sull'8ª brigata romagnola, Maggioli Editore, Collana di Storia e storie, 1984
  • Luciano Foglietta - Boris Lotti, Tra "Bande" e "Bandi", Guerra sulla "Linea Gotica", a cura della Cooperativa Culturale Reduci - Combattenti e Partigiani, Santa Sofia, 1995
  • Luciano Casali, CUMER, Il "Bollettino militare" del Comando unico militare Emilia-Romagna (giugno 1944 - aprile 1945), Pàtron Editore, Bologna, 1997
  • Tigre (Terzo Larice), a cura di Maurizio Balestra, "Diario e ricordi del II Battaglione". - tosca, 1997
  • Paolo Zaghini, La Federazione Comunista Riminese (1949-1951), Petroneno Capitani Editore, 1999
  • Gianni Donno, La Gladio Rossa del PCI (1945-1967), Rubettino, 2001
  • Orio Teodorani, Comunisti a Cesena, Storie, personaggi ed eventi del Partito Comunista cesenate 1920-1975, Società Editrice "Il Ponte Vecchio", Cesena, 2002
  • Antonio Mambelli, Diario degli avvenimenti in Forlì e Romagna dal 1939 al 1945, a cura di Dino Mengozzi, Piero Lacaita Editore, 2004
  • Maurizio Balestra, "Il passaggio del fronte e la resistenza a Cesena e dintorni", tosca, 2005
  • Maurizio Balestra, "L'8ª Brigata garibaldi «Romagna»", in Studi Romagnoli, 2005
  • Natale Graziani, Il comandante Libero Riccardi capo della Resistenza armata nella Romagna appenninica, in Studi Romagnoli, 2006
  • Maurizio Balestra, "Tigre. Diario e ricordi di Terzo Larice partigiano dell'8ª brigata Garibaldi", Stampa alternativa, 2007
  • Giampaolo Pansa, I gendarmi della memoria, chi imprigiona la verità sulla guerra civile, Sperling & Kupfer, 2007
  • Giorgio Fedel, Storia del Comandante Libero, Fondazione Comandante Libero, Milano, 2013.
  • Nicola Fedel-Rita Piccoli, Saggio introduttivo all'edizione critica del Rapporto Tabarri, Fondazione Comandante Libero, Milano, 2013 (e-book [1])
  • Giampaolo Pansa, Bella ciao. Controstoria della Resistenza, Rizzoli, Milano, 2014, pp. 207–217.
  • Giorgio Fedel, La prima Resistenza in Italia alla luce delle fonti d'archivio britanniche e tedesche, prefazione di Antonio Varsori, Fondazione Comandante Libero, Milano, 2014
  • Luca Madrignani, Il caso Facio, Il Mulino, Bologna, 2014, p. 115.
  • Nicola Fedel - Rita Piccoli, Edizione critica del Rapporto Tabarri, prefazione di Marcello Flores, Fondazione Comandante Libero, Milano, 2014

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