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Pinzone
UniversoIl fu Mattia Pascal
Lingua orig.Italiano
AutoreLuigi Pirandello
SessoMaschio
Professioneprecettore

Francesco o Giovanni Del Cinque, detto Pinzone dagli amici e ormai abituatosi anch'egli a quel nome fino al punto di presentarsi così, è un personaggio de Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello. È il precettore assunto dalla madre di Mattia, la quale voleva fornire un'istruzione minima ai figli pur senza mandarli a scuola. Il personaggio di Pinzone è maggiormente definito nel capitolo 3.

Indice

Descrizione fisicaModifica

Dal punto di vista fisico, il personaggio è così descritto nel terzo capitolo:

«Era d'una magrezza che incuteva ribrezzo; altissimo di statura; e più alto, Dio mio, sarebbe stato, se il busto, tutt'a un tratto quasi stanco di tallir gracile in sù, non gli si fosse curvato sotto la nuca in una discreta gobbetta, da cui il collo pareva uscisse penosamente, come quel d'un pollo spennato, con un grosso nottolino protuberante, che gli andava sù e giù. Pinzone si sforzava spesso di tener tra i denti le labbra, come per mordere, castigare e nascondere un risolino tagliente, che gli era proprio; ma lo sforzo in parte era vano, perché questo risolino, non potendo per le labbra così imprigionate, gli scappava per gli occhi, più acuto e beffardo che mai. Molte cose con quegli occhietti egli doveva vedere nella nostra casa, che né la mamma né noi vedevamo. Non parlava, forse perché non stimava dover suo parlare, o perché - com'io ritengo più probabile - ne godeva in segreto, velenosamente.»

ComportamentoModifica

Il comportamento del Pinzone è bivalente nei confronti dei due pargoli: infatti, quando la datrice di lavoro non è presente, lascia fare ai due le loro marachelle, ed anzi vi si unisce; ma nel momento della verità tradisce Mattia e Berto di fronte a loro madre. Da cui le vendette dei due. Al proposito citiamo un passo estratto dal capitolo 3:

«Noi facevamo di lui tutto quello che volevamo; egli ci lasciava fare; ma poi, come se volesse stare in pace con la propria coscienza, quando meno ce lo saremmo aspettato, ci tradiva. Un giorno, per esempio, la mamma gli ordinò di condurci in chiesa; era prossima la Pasqua, e dovevamo confessarci. Dopo la confessione, una breve visitina alla moglie inferma del Malagna, e subito a casa. Figurarsi che divertimento! Ma, appena in istrada, noi due proponemmo a Pinzone una scappatella: gli avremmo pagato un buon litro di vino, purché lui, invece che in chiesa e dal Malagna, ci avesse lasciato andare alla Stìa in cerca di nidi. Pinzone accettò felicissimo, stropicciandosi le mani, con gli occhi sfavillanti. Bevve; andammo nel podere; fece il matto con noi per circa tre ore, ajutandoci ad arrampicarci su gli alberi, arrampicandocisi egli stesso. Ma alla sera, di ritorno a casa, appena la mamma gli domandò se avevamo fatto la nostra confessione e la visita al Malagna: - Ecco, le dirò... - rispose, con la faccia più tosta del mondo; e le narrò per filo e per segno quanto avevamo fatto. Non giovavano a nulla le vendette che di questi suoi tradimenti noi ci prendevamo. Eppure ricordo che non eran da burla. Una sera, per esempio, io e Berto, sapendo che egli soleva dormire, seduto su la cassapanca, nella saletta d'ingresso, in attesa della cena, saltammo furtivamente dal letto, in cui ci avevano messo per castigo prima dell'ora solita, riuscimmo a scovare una canna di stagno, da serviziale, lunga due palmi, la riempimmo d'acqua saponata nella vaschetta del bucato; e, così armati, andammo cautamente a lui, gli accostammo la canna alle nari - e zifff! -. Lo vedemmo balzare fin sotto al soffitto.»

CulturaModifica

La cultura del Pinzone è particolare: non una convenzionale, di stampo scolastico, ma piuttosto una creata da sé, alla ricerca delle particolarità e delle stranezze. È infatti estremamente interessato ad indovinelli, sonetti, Eco, enigmi, filastrocche; e l'interesse non si ferma alla lettura di altri strampalati poeti, ma sconfina nella creazione di proprie rime balzane. Un esempio è la Eco che egli stesso avrebbe composto e che è riportata nel capitolo 3:

«Ricordo a San Rocchino, un giorno, ci fece ripetere alla collina dirimpetto non so più quante volte questa sua Eco: <<In cuor di donna quanto dura amore? - (Ore). Ed ella non mi amò quant'io l'amai? - (Mai). Or chi sei tu che sì ti lagni meco? - (Eco).>>”»

Un'altra sua creazione la si trova nel capitolo 6, quando Mattia sta parlando ad un incallito giocatore a Montecarlo:

«“Ero già stanco di stare alla bada della Fortuna. La dea capricciosa dovea pure passar per la mia strada. E passò finalmente. Ma tignosa.»

Il suo metodo di insegnamento era particolare:

«egli anzi, pur di farci imparare qualche cosa, non badava a metodo né a disciplina, e ricorreva a mille espedienti per fermare in qualche modo la nostra attenzione. Spesso con me, ch'ero di natura molto impressionabile, ci riusciva.»

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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