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1leftarrow blue.svgVoce principale: Religione dell'antica Grecia.

La figura del "saggio" di Samo, Pitagora, è una delle più controverse della storia del pensiero, non solo religioso, della Grecia antica. La ragione di questa problematicità risiede sostanzialmente nella scarsa decifrabilità – quando non attendibilità – delle testimonianze che lo riguardano[1][2].

Il Pitagora "storico"Modifica

Approfondimento
Il bíos pythagorikós
Le 39 regole pitagoriche riportate da Giamblico nel Protrettico (XXI)[3]
  1. avviandoti al tempio inchinati, né t'occupare, con parole e con atti, d'altra faccenda lungo il cammino.
  2. non devi entrare nel tempio e nemmeno solo inchinarti occasionalmente nel tuo cammino, neppure se ti trovi a passare proprio davanti alle sue porte.
  3. sacrifica e inchinati scalzo.
  4. evita le vie maestre, cammina per i sentieri.
  5. astieniti dal melanuro: è sacro agli dèi sotterranei.
  6. frena la lingua davanti agli altri, per deferenza verso gli dèi.
  7. quando i venti spirano, venera Eco.
  8. non attizzare il fuoco col coltello.
  9. allontana da te ogni ampolla d'aceto.
  10. aiuta l'uomo che si carica un fardello, non aiutare chi lo depone.
  11. per calzarti avanza prima il piede destro, per il pediluvio il sinistro.
  12. non parlare di cose pitagoriche al buio.
  13. non squilibrare la bilancia.
  14. partendo dalla patria non voltarti indietro, perché le Erinni ti seguono.
  15. non orinare rivolto al sole.
  16. non nettare la latrina con la fiaccola.
  17. alleva il gallo, ma non ucciderlo; perché è sacro al Mese e al sole.
  18. non sedere sul moggio.
  19. non allevare animali con artigli ricurvi.
  20. per strada, non dividere.
  21. non accogliere rondini in casa.
  22. non portare anello.
  23. non incidere l'immagine di un dio in un anello.
  24. non specchiarti a lume di lucerna.
  25. non negar fede a cosa anche strana riguardo agli dèi e alle divine sentenze.
  26. non abbandonarti a riso incontenibile.
  27. durante un sacrificio non tagliarti le unghie.
  28. non porgere con facilità la destra a chiunque.
  29. quando ti alzi arrotola le coperte e riordina il luogo.
  30. non masticar cuore.
  31. non mangiare cervello.
  32. sui tuoi capelli e unghie tagliate, sputa.
  33. non cibarti di eritino.
  34. cancella l'impronta della pentola dalla cenere.
  35. per aver figli non unirti a donna ricca.
  36. preferisci il motto: "una figura e un passo" al motto: "una figura e un triobolo".
  37. astieniti dalle fave.
  38. coltiva la malva, ma non mangiarne.
  39. astieniti dal cibarti di esseri animati.

La tradizione vuole che gli insegnamenti di Pitagora, esclusivamente orali, risalgano al Neopitagorismo, nel III secolo a.C. Non vi sono quindi evidenze contemporanee a Pitagora[4]. Gli akousmata (ἄκουσμα, "cose ascoltate; anche symbola, "parole di riconoscimento") contengono gli insegnamenti pitagorici, tradizionalmente fatti risalire al saggio di Samo.

La più antica testimonianza su Pitagora risale a un detto canzonatorio di Senofane (VI secolo a.C.), dove Pitagora si sarebbe lamentato con un tale perché picchiava un cane in cui egli aveva riconosciuto l'anima di un suo amico[5]. Nel IV secolo, lo scettico Timone di Fliunte accusa Pitagora di essere stato un ciarlatano; altrettanto Cratino, poeta comico ateniese, accusa i pitagorici di usare la retorica per ingannare i loro uditori. Anche Eraclito ha sostenuto che Pitagora, figlio di Menarco, fosse un erudito, ma di "artificiosa astuzia"[6] e incapace di comprendere cosa caratterizzasse la sua erudizione[7].

Sembra accertato il rapporto tra Pitagora e le conoscenze misteriche orfico-dionisiache, rapporto testimoniato da numerose coincidenze tra le regole pitagoriche e il bios proprio dei misteri. Ione di Chio testimonierebbe la vicinanza di Pitagora agli orfici [8], e collegherebbe il saggio di Samo a Ferecide, successivamente indicato come suo allievo.

Erodoto si richiama esplicitamente a Pitagora in un passo celebre, quando, riferendosi al costume egiziano di indossare abiti di lana su gonne di lino, proibendo però l'ingresso della lana nei santuari o nelle sepolture, ne evidenzia l'influenza anche pitagorica[9]. Al contempo Erodoto cita la dottrina della metensōmátōsis ovvero il trasferimento della psiché da un corpo a un altro, attribuendola agli Egizi, e diffusa da innominati Greci che la presentarono però come propria. È evidente in questo passo il riferimento alle dottrine orfiche, pitagoriche e alla "filosofia" di Empedocle. Tuttavia il riferimento agli Egizi è ritenuto errato dato che è escluso che tale cultura fosse in possesso di nozioni inerenti o equivalenti alla metensōmátōsis greca[10][11].

L'influenza di Pitagora si ritrova in un altro racconto di Erodoto[12], nel quale riferisce dei costumi dei Geti, un popolo tracio, che adorando il dio di nome Sálmoxis e che crede nell'immortalità, in quanto chi muore andrebbe a vivere con lui. Erodoto prosegue il racconto riferendo di alcune dicerie dei Greci dell'Ellesponto e del Ponto, secondo i quali tale Sálmoxis altri non sarebbe che un ex schiavo tracio di Pitagora che una volta reso libero e tornato alle sue terre, lì avrebbe trasferito usi e credenze greche, per poi costruirsi una stanza sotterranea, dichiarare di essere morto e ripresentarsi dopo tre anni come un redivivo. Ma Erodoto precisa anche di non credere a tale racconto e che probabilmente tale Sálmoxis sia vissuto ben prima di Pitagora.

Con Democrito, che titola una delle sue opere Pitagora (opera non giunta a noi), e che un contemporaneo, Glauco di Reggio, indica come discepolo di un pitagorico, terminano le testimonianze antiche sulla figura del "saggio" di Samo. Agli inizi IV secolo le testimonianze su Pitagora si fanno viepiù positive (cfr. ad esempio Antistene, Aristippo e Androne di Efeso) fino alla progressiva "monopolizzazione" della figura all'interno dell'Accademia platonica.

Per Platone[13], Pitagora è un esempio di maestro che insegna uno stile di vita; mentre Isocrate nella sua orazione su Busiride (XI) sostiene anche che «Pitagora di Samo, andato in Egitto e fattosi loro discepolo, portò in Grecia per primo lo studio di ogni genere di filosofia», ottennendo così l'ammirazione dei suoi contemporanei.

La figura di Pitagora ha esercitato una forte influenza polarizzatrice[14]: da una parte i suoi estimatori (ad esempio Empedocle) dall'altra i suoi critici (ad esempio Senofane o Eraclito)[15]. Viste le testimonianze, è probabile che l'erudito Pitagora, giunto a Crotone da Samo intorno al 530 a.C., abbia impressionato le élite locali e, guadagnando presto la loro fiducia, le abbia infine spinte ad adottare costumi più sobri e a cercare l'armonia all'interno della propria comunità. Tuttavia Pitagora entrò presto in conflitto con alcuni importanti notabili locali, condizione che lo indusse, forse verso la fine del secolo, a trasferirsi a Metaponto dove morì.

Le dottrine proprie di Pitagora e il bíos pythagorikósModifica

 
Rappresentazione del famoso "teorema" detto di Pitagora. Tale teorema è inserito alla proposizione 47 del I libro degli Elementi di Euclide (IV-III sec. a.C.). [16].

Intorno alla figura di Pitagora si è presto costituita una scuola che seguiva le indicazioni di vita proprie del maestro. A tal proposito si possono ricostruire alcuni fondamentali insegnamenti.

La dottrina della sopravvivenza della psyché alla morte e il suo trasferimento in altro corpo fisico In genere tale dottrina viene indicata con il termine "metempsicosi", resa del termine greco metempsicosis (μετεμψύχωσις da μετά o ἐμψύχωσις "rianimazione del corpo")[17], che tuttavia è tardo. Ione di Chio parla di metempsicosi, citando a Ferecide, dove tratta degli insegnamenti di Pitagora su un al di là felice se si conduce una vita moralmente adeguata[18].

L'importanza fondamentale della figura di Pitagora per la storia religiosa e filosofica dell'umanità è legata a regole proprie della vita, del bíos pythagorikós[19]. La condotta di vita pitagorica contiene numerose regole, per lo più centrate sulla condizione di "purezza", molte delle quali risultano nelle loro motivazioni a noi incomprensibili, già in antichità si era tentato di fornirne una spiegazione[20]. A queste regole verranno affiancate, in epoca tarda, spiegazioni simboliche. Oltre alle regole di "purezza", fondamentali per il bíos pythagorikós, risultano le regole alimentari: la più nota consiste nella proibizione di cibarsi di essere animati, nel contempo tuttavia vi sono delle prescrizioni che consentono sia i sacrifici sia la consumazione di carne (solo alcuni tagli e solo di alcuni animali) il che fa sostenere a Riedweg[21] che «il vegetarismo più rigoroso rimase probabilmente limitato alla cerchia più interna della comunità pitagorica, in cui non erano più in vigore i "criteri di socialità" normale, tra l'altro anche a motivo della comunione dei beni.» Altra regola fondamentale per i pitagorici riguardava l'astensione del consumo delle fave[22].

Nel bíos pythagorikós compare per la prima volta anche il divieto di avere relazioni extraconiugali[23].

La dottrina pitagorica dei "numeri"Modifica

Nella dottrina pitagorica, la base della realtà e di ogni cosa in essa contenuta è composta dai numeri. Così, non solo gli elementi corporei sono composti da numeri, ma anche il cosmo e i suoi astri, gli dèi, i concetti, la musica con la sua harmonia[24].

Particolare riguardo i pitagorici riservavano per la serie dei primi quattro numeri, indicati con il termine di "tetrade" (τετρακτύς - tetraktýs) su cui giuravano e che consideravano la chiave per comprendere l'intero cosmo.

La comunità pitagorica e il pitagorismo dopo PitagoraModifica

La setta pitagorica[25] si distingueva in due rami più tardi indicati come "pitagorici" e "pitagoristi". I primi rappresentavano il nucleo più vicino all'insegnamento del maestro, mentre i secondi consistevano in coloro che si limitavano a seguirne gli insegnamenti essenziali: è probabile che la maggioranza degli abitanti di Crotone del VI secolo a.C. abbia appartenuto a questa seconda categoria.

L'ingresso nella "setta" pitagorica era rigidamente regolato, innanzitutto su una preselezione di tipo fisiognomico, riguardante sia l'aspetto che il portamento, per poi sottostare ad un periodo di valutazione di tre anni, seguiti da cinque anni di silenzio per imparare l'autocontrollo. Una volta ammessi, gli adepti entravano nella comunità come "esoterici" (esoterikoi), lasciando ogni bene materiale, che veniva messo in comune, e anche la loro vita precedente all'ammissione come discepoli[26].

Tale selettività, unita a una distanza dalla comunità pitagorica dal resto della cittadinanza e al fatto che i pitagorici detenessoro la guida politica di molte città dell'Italia meridionale, alla lunga non poteva che generare conflitti con la circostante comunità cittadina. Una prima rivolta contro i pitagorici fu guidata da un aristocratico crotonese, Cilone, escluso per ragioni fisiognomiche dalla cerchia stretta degli "iniziati". Tale ribellione avrebbe costretto Pitagora e i pitagorici ad abbandonare Crotone per Metaponto. Ristabilito il controllo "pitagorico" sulla città, i seguaci di Cilone tornarono all'attacco incendiando l'abitazione di uno di questi in cui si erano riuniti. Nell'incendio sopravvissero solo due pitagorici, Archippo e Liside, che riuscirono a fuggire. Le fonti non sono tuttavia molto chiare, ma sembra emergere che intorno alla prima metà del V secolo a.C. presso alcune colonie della Magna Grecia si sia scatenato un vero e proprio pogrom contro le comunità pitagoriche che per questa ragione si dispersero e, infine, scomparvero:[27].

Un ulteriore elemento di conflitto che emerge dalle fonti[28], questa volta interno alla comunità pitagorica, è quello che oppose i cosiddetti "acusmatici" (da "insegnamento orale" ἄκουσμα) dai "matematici" (da "scienza" μάθημα). I secondi consideravano i primi come anch'essi "pitagorici" mentre i primi non riconoscevano tale statuto ai secondi, considerandoli alla stregua di "apostati"[29]. I "matematici" anche se considerati negativamente dagli acusmatici consideravano loro stessi superiori in quanto se gli "acusmatici" rivolgevano la loro attenzione agli aspetti prescrittivi e cultuali della dottrina di Pitagora, finendo per condurre una vita pienamente ascetica, mentre i "matematici" erano invece intenzionati a penetrarne le profondità senza soffermarsi sulle "esteriorità". I pogrom antipitagorici del V secolo marcheranno ulteriormente la distanza tra i due gruppi e, nel IV secolo, tale distinzione risulta decisamente sottolineata. Tra i "matematici" si possono annoverare figure come quella di Archita di Taranto, Filolao ed Eurito, mentre tra i loro oppositori si collocano Diodoro di Aspendos e Licone[30].

NoteModifica

  1. ^ Ad esempio nella raccolta Diels-Kranz non vengono previste per Pitagora le sezioni B e C.
  2. ^ Gli scritti Vita di Pitagora riferibili rispettivamente a Diogene Laerzio, Porfirio e Giamblico sono tutte del III secolo d.C. anche se attingevano a fonti del IV secolo a.C., oggi perdute, come due libri di Aristotele dedicati ai pitagorici e alle opere dei suoi allievi, Dicearco e Aristosseno, sempre dedicate al pitagorismo, oltre che alle opere del platonico Eraclide Pontico e di Timeo di Tauromenio.
  3. ^ Traduzione di Maria Timpanaro Cardini in Pitagorici antichi, Milano, Bompiani, 2010, pp.919 e sgg.
  4. ^ Diversamente, altri autori come Carl Huffman ritengono che «Pitagora non scrisse nulla.» (Carl Huffman, Pitagorismo in Il sapere greco- dizionario critico, vol. II p. 475.
  5. ^ Diogene Laerzio, Vite... VIII, 36; D-K 21 B 7
  6. ^ D-K 22 B 129.
  7. ^ D-K 22 B 40.
  8. ^ Avrebbe attribuito agli orfici poesie composte da lui, cfr. D-K 36 B 2; su eventuali scritti di Pitagora, anche Eraclito in D-K 22 B 129
  9. ^ Erodoto. Historìai, II, 81, 2 traduzione di Piero Sgroj, in Erodoto Storie, Roma, Newton Compton, versione Mobi
  10. ^ Riedweg,  p.114.
  11. ^ Erodoto. Historìai, II, 123, 2-3, traduzione di Piero Sgroj, in Erodoto Storie, Roma, Newton Compton, versione Mobi.
  12. ^ Erodoto, IV, 94
  13. ^ Repubblica 600 A B.
  14. ^

    «Surely he was an extraordinary personality and a charismatic chief, venerated by his followers and desecrated by his opponents.»

    (Bruno Centrone. Pythagoras in Encyclopedia of religion, vol.11 New York, Macmillan, 2005, pp.7528 e sgg.)
  15. ^ Riedweg,  p. 119.
  16. ^ L'attribuzione a Pitagora di detto "teorema" la si deve tuttavia esclusivamente al "commento" che Proclo (V secolo d.C.) compose per questa opera; a sua volta tale attribuzione riposerebbe sulla testimonianza di un oscuro Apollodoro il quale avrebbe sostenuto che Pitagora, dopo la scoperta del "teorema" avrebbe sacrificato un bue. Anche se è probabile che il "saggio" di Samo si sia interessato ad argomenti matematici e di filosofia della natura occorre ricordare Carl Huffman quando sostiene che «fino a Platone e Aristotele inclusi, non esiste ombra di prova diretta che permetta di qualificare Pitagora come filosofo della natura o come matematico». (Carl Huffman, Pitagorismo in Il sapere greco- dizionario critico, vol. II p. 483)
  17. ^ Alessandro d'Afrodisia, L'anima, XXVII, 18; Porfirio, Sull'astinenza dalle carni degli animali, IV, 16; Proclo Diadoco, Commento alla Repubblica di Platone, II, 340;
  18. ^ D-K (Ione di Chio) 36, B, 4 «ὣς ὁ μὲν ἠνορέηι τε κεκασμένος ἠδὲ καὶ αἰδοι καὶ φθίμενος ψυχῆι τερπνὸν ἔχει βίοτον, εἴπερ Πυθαγόρης ἐτύμως ὁ σοφὸς περὶ πάντων ἀνθρώπων γνώμας εἶδε καὶ ἐξέμαθεν.»
  19. ^ Carl Huffman, Pitagorismo, in Il sapere greco- dizionario critico, vol. II, p. 487.
  20. ^ Ad esempio Anassimandro il giovane, contemporaneo di Aristotele, nel suo Συμβόλων Πυθαγορείων έζήγεσις.
  21. ^ Riedweg, p.130.
  22. ^ Acusmi e simboli, 3; in Pitagorici antichi. Traduzione di Maria Timpanaro Cardini, Milano, Bompiani, 2010, pp.903-5
  23. ^ Giamblico, Vita di Pitagora: al 50 per quanto attiene le condotte degli uomini ("lasciarono andare le concubine"); mentre al 55 per quanto attiene le indicazioni alle donne. Anche Walter Burkert, La religione greca.
  24. ^ Aristotele, Metafisica, A 5 985 b; Traduzione di Antonio Russo, in Aristotele Opere vol.1 a cura di Gabriele Giannantoni, Milano, Mondadori, 2008, pp. 676-7.
  25. ^ Riedweg, pp. 166 e sgg.
  26. ^ Giamblico, Vita pitagorica, 72-3, traduzione di Maurizio Giangiulio, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 205-6.
  27. ^ Giamblico, ''Vita pitagorica'', 251, traduzione di Maurizio Giangiulio, Milano, Rizzoli, 2008, pp. 423-4.
  28. ^ Giamblico Vita di Pitagora, 81.
  29. ^ Di discendere non da Pitagora ma da Ippaso, ovvero di colui (cfr. Giamblico, Vita di Pitagora, 247) che fu messo a morte per aver svelato la costruzione del "dodecaedro".
  30. ^ Riedweg, p. 176.

BibliografiaModifica

  • Christoph Riedweg, Pythagoras: Leben–Lehre–Nachwirkung, In italiano: Pitagora. Vita, dottrina e influenza, presentazione, traduzione e apparati a cura di Maria Luisa Gatti, Milano, Vita e Pensiero, 2007. L'opera è significativamente dedicata a Walter Burkert, Monaco di Baviera, 2002.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

  • (EN) Carl Huffman, Pythagoras, su Stanford Encyclopedia of Philosophy.