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Politica interna italiana alla fine del XIX secolo

La politica interna italiana alla fine del XIX secolo è stata influenzata da quelle contraddizioni socio-politiche che fino ad allora non erano state superate. Gli attori politici di questo scorcio di secolo furono principalmente Antonio di Rudinì, Luigi Pelloux e Giuseppe Saracco.

Di RudinìModifica

 
Antonio di Rudinì

L'azione politica del di Rudinì si svolse in un contesto difficile in cui i suoi governi, tra alterne vicende dal 6 febbraio 1891 al 29 giugno 1898, operarono per gestire una eredità quanto mai pesante.

Il fallimento della politica di Crispi lo indusse a cercare di attenuare la tensione politica interna, concedendo un'amnistia che liberò i condannati appartenenti ai Fasci siciliani.

In politica estera avviò un processo di distensione con la Francia.

Le difficoltà della situazione interna dovevano, tuttavia, aggravarsi gettando lo Stato unitario in una crisi che non aveva precedenti.

Conservatorismo e regime liberaleModifica

Le forze che avevano sostenuto Crispi desideravano il proseguimento della politica autoritaria[1]. Lo stesso Sonnino voleva che il regime liberale spostasse il proprio baricentro dal parlamentarismo ad un rafforzamento dell'esecutivo e del ruolo regio, secondo l'esempio prussiano.

Il successo conseguito dai socialisti e dall'opposizione radicale e repubblicana nelle elezioni del marzo 1897 non fece che accrescere l'irritazione dei conservatori.

La situazione precipitò nel corso del 1898, scoppiarono agitazioni nel Sud, a Milano, Parma, Firenze e in altre località.

Furono operati centinaia di arresti, le organizzazioni sindacali e socialiste vennero sciolte, si ebbe, a Milano, l'eccidio di dimostranti ad opera delle truppe comandate dal generale Bava Beccaris il 6 - 7 maggio 1898.

La situazione si era talmente deteriorata che all'interno del Ministero scoppiarono sempre nuovi contrasti.

Di Rudinì chiese al re Umberto I di sciogliere la Camera dei deputati ed indire nuove elezioni, ma il re rifiutò, determinando le dimissioni del di Rudinì nel giugno 1898, ed incaricò il generale Luigi Pelloux di formare il governo.

PellouxModifica

 
Luigi Pelloux

Pelloux dapprima operò in modo da ricreare una certa condizione di normalità togliendo lo stato d'assedio. Ben presto, però, divenne lo strumento di quella corrente reazionaria che desiderava porre fine al regime parlamentare ed instaurare un regime alla prussiana.

Per riuscire in questo piano era necessario limitare le opposizioni e a questo scopo vennero proposti una serie di progetti di legge che ponevano sotto controllo la stampa, limitavano strettamente il diritto di riunione, colpivano il diritto di associazione, vietavano lo sciopero nei servizi pubblici.

Di fronte a questa svolta reazionaria si determinò una opposizione che andava dai socialisti fino a quella borghesia liberale che, ad una politica di conservatorismo autoritario, preferiva una politica di apertura democratica e riformista.

Nella discussione parlamentare dei progetti di legge, i socialisti ricorsero all'ostruzionismo. Pelloux tentò, allora, di dare valore esecutivo ai suoi decreti senza l'approvazione del Parlamento, ma la Corte di Cassazione dichiarò illegittima tale prassi.

La grande industria milanese, giudicato troppo pericoloso il tentativo reazionario di fronte alle resistenze emerse, finì per abbandonarlo.

Pelloux chiese nuove elezioni, ma i risultati delle elezioni portarono ad un notevole rafforzamento dei socialisti, dei radicali, dei repubblicani e della nuova opposizione liberale: Pelloux rassegnò le dimissioni.

SaraccoModifica

 
Giuseppe Saracco

Il Re Umberto I diede l'incarico del governo al vecchio Senatore Giuseppe Saracco e questo fu il suo ultimo atto, poiché un anarchico, Gaetano Bresci, lo assassinò a Monza, il 29 luglio 1900, per vendicare i morti causati dalla repressione di Bava Beccaris durante i moti di Milano.

L'episodio più rilevante del ministero Saracco fu uno sciopero generale proclamato a Genova dopo che il prefetto aveva decretato, nel dicembre 1900, lo scioglimento della Camera del Lavoro.

Saracco, fra molte incertezze, finì per revocare tale scioglimento e dare le dimissioni.

Il nuovo Re, Vittorio Emanuele III, nominò Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli, il quale scelse come Ministro dell'interno Giovanni Giolitti.

BibliografiaModifica

Fonti primarieModifica

Fonti secondarie e approfondimentiModifica

NoteModifica

  1. ^ "Le norme dello Stato liberale in materia di libertà di associazione erano ancor più esili di quelle in materia di stampa. Il codice penale sardo del 1839 assoggettava tutte le associazioni ad autorizzazioni. Lo Statuto albertino non menzionava la libertà di associazione, secondo i contemporanei perché lo Stato liberale aveva sempre guardato l’associazionismo con sospetto. In mancanza di un’espressa menzione, la libertà di associazione si traeva per alcuni dai principi, discendeva, per altri, da norma consuetudinaria. Era prevalente, comunque, l’idea che ci si potesse associare senza bisogno di comunicazione all’autorità o di autorizzazione di quest’ultima. In queste condizioni, la libertà di associazione era molto fragile. Essa era un fatto, e poteva essere limitata. Si ammetteva che potessero essere sciolte le associazioni pericolose per la sicurezza dello Stato. Molte associazioni «sovversive» furono effettivamente sciolte. Il r.d. (Pelloux) del 22 giugno 1899, n. 227, consentiva al ministro dell’Interno di sciogliere le associazioni «dirette a sovvertire per vie di fatto gli ordinamenti sociali o la costituzione dello Stato» (art. 3)": Sabino Cassese, Lo Stato fascista, Bologna, Il Mulino, 2016, pp. 52-53.

Voci correlateModifica