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Prajāpati (devanāgarī: प्रजापति) è un sostantivo maschile sanscrito con cui viene indicato il teonimo e l'appellativo di numerose divinità, nonché il fondamentale principio cosmogonico proprio del periodo tardo vedico.

Significato di PrajāpatiModifica

Prajāpati è composto dal sostantivo femminile sanscrito prajā qui inteso come "creatura" a anche "procreazione" e il sostantivo maschile páti qui inteso come "signore", "sovrano": quindi Prajāpati, "Signore delle creature, della procreazione".

Prajāpati nei VedaModifica

Nella più antica letteratura vedica, il Ṛgveda, Prajāpati compare solo quattro volte in uno dei libri (maṇḍala) recenziori, il X. In passi più antichi compare come epiteto di Soma e Savitṛ.

Nel celebre inno X,121 del Ṛgveda, noto come Ka (sanscrito, in italiano: "Chi?"), egli compare nella strofa 10 (ma forse è un'aggiunta posteriore[1]) a dare un nome alla divinità, unica e sconosciuta, da cui tutto proviene.

(SA)

«hiraṇyagharbhaḥ samavartatāghre bhūtasya jātaḥ patirekaāsīt sa dādhāra pṛthivīṃ dyāmutemāṃ kasmai devāyahaviṣā vidhema»

(IT)

«In principio si sviluppò come un embrione d'oro. Fin dalla sua nascita l'Uno fu il signore di ciò che era venuto in essere. Egli è diventato il sostenitore della terra e di questo cielo: al quale mai altro dio dovremmo noi offrire la nostra adorazione per mezzo dell'oblazione»

(Ṛgveda, X,121,1. Traduzione di Saverio Sani in Ṛgveda. Venezia, Marsilio, 2000 pag.68-9)
(SA)

«prajāpate na tvadetānyanyo viśvā jātāni pari tābabhūva yatkāmāste juhumastan no astu vayaṃ syāma patayorayīṇām»

(IT)

«O Prajāpati, non altri che te ha concepito tutte queste creature. Ciò per il cui desiderio noi ti invochiamo possa essere nostro! Possiamo noi essere padroni di ricchezze!»

(Ṛgveda, X,121,10. Traduzione di Philippe Swennen in Hinduismo antico (a cura di Francesco Sferra). Milano, Mondadori, 2010, pag.50)

NoteModifica

  1. ^ Cfr. nota 33 di Saverio Sani
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