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Procida (famiglia)

Riproduzione del profilo di Giovanni (III) da Procida presente nel Duomo di Salerno

I Procida o Da Procida sono un'antica famiglia nobile di origine probabilmente salernitana o napoletana, di fede ghibellina.

Capostipite fu un conte Azone (XI secolo); ottennero, tra i diversi possedimenti, la signoria dell'isola di Procida, da cui trassero il cognome[1][2][3].

StoriaModifica

L'origine della famiglia non è univocamente definita; i più la vedono di origine salernitana e quindi longobarda[1][3], ma secondo il De Renzi potrebbe anche essere di origine napoletana e greca, sebbene con diversi possedimenti a Salerno[2][4][5]. Verosimilmente, nel caso dell'ipotesi di origine salernitana non avrebbero potuto ottenere l'isola di Procida (e quindi il nome) prima della caduta del Ducato di Napoli, nel 1137. Sempre secondo il De Renzi invece, il possesso dell'isola potrebbe essere anche precedente alla caduta del Principato di Salerno, avvenuta nel 1077[6]. Tale ipotesi parrebbe rafforzata anche dal fatto che né nel Catalogo dei Baroni redatto durante il regno di Ruggero II, né nell'elenco ricostruito sotto Guglielmo il buono, Procida viene mai menzionata, potendo quindi essere di assegnazione anteriore alla conquista normanna[6].

Al capostipite Azone successe un figlio di nome Pietro, a sua volta padre di un primo Giovanni, attestato al principio del XII secolo. Figlio di questi fu un secondo Pietro (II), padre di un Atinolfo o Atenulfo. Costui ebbe quattro figli, tra cui un secondo Giovanni (attestato alla fine del secolo), un altro Pietro, un Matteo e una Marotta[2][7]. Di certo sappiamo che nel 1194 Giovanni (II) possedeva l'isola di Procida più molti altri beni a Napoli, Salerno, Montecorvino e Aversa e veniva chiamato De Procida[5].

Giovanni (II) sposò Clemenza Logoteta figlia di Andrea, gran protonotario del regno. Nacque quindi il terzo Giovanni (III), generalmente noto solo come Giovanni da Procida (Salerno, 1210 – Roma, 1298), diplomatico, medico e consigliere di Federico II di Svevia e quindi di Manfredi, ispiratore della rivolta dei Vespri Siciliani e che fu nominato da Pietro III d'Aragona Gran Cancelliere di Sicilia il 31 gennaio 1284. Il fratello minore di Giovanni, Andrea da Procida, combatté anch'egli in Sicilia durante la rivolta del Vespro, trasferendosi infine nel Regno d'Aragona, al servizio di Giacomo il giusto[8].

Dei figli di Giovanni, il primogenito Francesco seguì il padre a Roma e alla sua morte si trasferì in Aragona, mentre il secondo, Tommaso, riuscì a riottenere[9] il feudo di Procida, Monte di Procida, Ischia e Capri passando nel campo guelfo-angioino nel 1299 e distinguendosi nelle guerre di Carlo II d'Angiò e del figlio Roberto in Sicilia, Albania e in Italia settentrionale[10][11]; la concessione, siglata il 28 settembre 1300, avvenne inoltre in seguito al pagamento di cento once d'oro e all'obbligo di fornitura di cinque soldati[12]. Tommaso riuscì inoltre nel 1306 ad ottenere il permesso di far ritornare i membri della famiglia che si erano rifugiati in Sicilia durante le guerre del Vespro[13]. Un ramo rimase tuttavia a Messina: un Olfo ottenne infatti da Federico IV di Sicilia la signoria dell'isola di Lipari.

Nel 1321, a Tommaso da Procida succedette il figlio Giovanni (IV), con l'obbligo, per il feudo, del pagamento di quarante once e due soldati[12] e che combatté al fianco di Roberto d'Angiò nelle sue guerre contro la Sicilia (1326) e la lega di Giovanni I di Boemia (1328)[13]. Nel 1334 gli subentrò il figlio, Atenulfo (II), che vendette infine il feudo all'ammiraglio francese Marino Cossa nel 1340, trasferendosi anch'egli nel Regno d'Aragona, dove acquistò la contea di Almenar[14][15].

Nel novembre 1360 Costanza d'Aragona, figlia del re Pietro IV (1336-1387) promessa in matrimonio al re Federico IV di Sicilia (1355-1377), cognato di Pietro, partiva da Barcellona per raggiungere il suo sposo in quell'isola e vi era portata da uno stuolo (squadra navale) composto da due navi e da otto galere di scorta, sotto il comando del capitano messer Elfo da Procida, il quale, per avergli il re affidato l'incolumità della figlia, doveva certamente essere tra i navigatori e comandanti marittimi allora al suo servizio quello di cui più si fidava[16].

Sempre in Spagna, nel 1560 un Pietro da Procida ottenne da Filippo II il titolo di marchese, e suo figlio Giuseppe fu commendatore di Montesa[17][18].

LetteraturaModifica

Un Da Procida è protagonista della sesta novella della quinta giornata del Decamerone di Boccaccio, in cui, sullo sfondo della guerra del Vespro, si narra l'amore di Gian di Procida, figlio di Landolfo da Procida (fratello di Giovanni da Procida[19]), per la giovane Restituta.

Nella novella i due giovani amanti stanno per esser bruciati sul rogo a Palermo, quando vengono riconosciuti da Ruggiero di Lauria, che così li descrive al re Federico III di Sicilia:

«Il giovane è figliuolo di Landolfo di Procida, fratel carnale di messer Gian di Procida, per l'opera del quale tu sé re e signor di questa isola. La giovane è figliuola di Marin Bolgaro, la cui potenza fa oggi che la tua signoria non sia cacciata d'Ischia. [...] Perché dunque gli vuoi tu far morire, dove con grandissimi piaceri e doni gli dovresti onorare?»

(Decamerone, Sesta novella, quinta giornata)

ArmaModifica

D'azzurro, alla torre merlata di quattro pezzi d'oro, aperta e finestrata del campo, sormontata da un leone leopardito dello stesso, tenente con le zampe una bandiera di rosso svolazzante a destra e la campagna dello stesso, caricata da uno squadro d'oro, accostato da due rotelle dello stesso[20]. Alias: bandato d'oro e d'azzurro, al capo del primo[20].

PersoneModifica

NoteModifica

  1. ^ a b Niccolò Maggiore, Compendio della storia di Sicilia pagina 215, G. Pedone, 1840.
    «Era costui Giovanni de Procida, così detto dall'isola di tal nome presso Napoli, della quale era signore. Apparteneva ad una famiglia illustre di Salerno».
  2. ^ a b c Deputazione di Storia Patria per la Toscana, Archivio storico italiano: periodico trimestriale: ossia raccolta di opere e documenti finora inediti o divenuti rarissimi risguardanti la storia d'Italia, volume 17, pagina 38, Olschki, 1863.
    «I Procida erano ghibellini, ed ebbero questo nome dall'isola Procida, che dagli Svevi ottennero in feudo per loro fedeltà all'impero ed al regno».
  3. ^ a b Salvatore de Renzi, Secolo decimoterzo e Giovanni da Procida libri dodici: Studi storico morali pagina 503, Dalla Stamperia del Vaglio, 1860.
    «La Famiglia Procida sedeva nel seggio di Portanova della città di Salerno. È famiglia antichissima di detta città denominata dal dominio avuto dell'isola di Procida».
  4. ^ De Renzo, p. 83, 89-90.
  5. ^ a b Parascandolo, p. 152.
  6. ^ a b Parascandolo, p. 153.
  7. ^ De Renzo, p. 83-84.
  8. ^ De Renzo, p. 279, 313, 414.
  9. ^ Il feudo era stato tolto ai Da Procida dopo l'inizio della guerra del Vespro, occupato dalla flotta siciliana di Ruggiero di Lauria tra il 1286 e il 1299 e assegnato formalmente da Carlo II d'Angiò all'ammiraglio genovese Arrigo De Mari (Parascandolo, p. 178-183 - Zazzera, p. 31)
  10. ^ Parascandolo, p. 188-194.
  11. ^ De Renzo, p. 485.
  12. ^ a b Zazzera, p. 32.
  13. ^ a b Parascandolo, p. 194.
  14. ^ Zazzera, p. 32, 35.
  15. ^ De Renzo, p. 486-487.
  16. ^ Crònica del rey de Aragòn D. Pedro IV el Ceremonioso etc., p. 348., Barcellona, 1850.
  17. ^ Parascandolo, p. 195.
  18. ^ De Renzo, p. 487.
  19. ^ In realtà, secondo il De Renzi, l'uinico Landolfo da Procida sarebbe un prozio di Giovanni (III), fratello di Atinolfo e figlio di Pietro (II) da Procida (De Renzo, p. 487)
  20. ^ a b Mango di Casalgerardo, Nobiliario di Sicilia, A. Reber, 1912.

BibliografiaModifica

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