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Vittorio Pozzo, artefice del progetto di riforma del calcio italiano

Il progetto Pozzo fu il piano di riforma del campionato italiano di calcio preparato da Vittorio Pozzo nel 1921.

Indice

L'infinita crescita del campionatoModifica

Sin dalla sua origine il campionato italiano si era quasi sempre articolato su una fase eliminatoria a carattere regionale, seguita da un torneo finale a livello nazionale. Nel suo primo decennio il numero delle partecipanti al campionato si era mantenuto basso e abbastanza stabile soprattutto a causa dei notevoli costi per equipaggiamento, campi sportivi e spese di trasporto.

Con i primi successi delle squadre di provincia (come la Pro Vercelli) e la trasformazione dei campionati a doppio girone (andata e ritorno) nel 1909 per arginare le aumentate richieste di partecipazione la FIGC dovette porre dei limiti quali il possesso di un campo sportivo proprio, la solidità finanziaria e una prova che stabilisse il livello tecnico-sportivo acquisito dalla compagine richiedente l'ammissione alla massima serie.

Col passaggio della FIGC da Milano a Torino nel 1911 all'assemblea federale del luglio 1912 fu proposta la trasformazione della Seconda Categoria a campionato di Promozione istituendo i meccanismi di promozione e retrocessione. Il numero di squadre al campionato di Prima Categoria cominciò ad aumentare a dismisura perché di fatto non avvenivano mai retrocessioni: le retrocesse (salvo rinunce) venivano sempre riammesse e i gironi aumentavano.

Nella stagione 1920-1921 si arrivò a 88 squadre di cui 64 iscritte al torneo del Nord e la finalissima si dovette disputare il 24 luglio.

Stagione Fase regionale Fase nazionale Finalissima
1898 4
1899 4 2
1900 5 3
1901 5 3
1902 8 3
1903 6 3
1904 5 3
1905 6 3
1906 5 3
1907 6 3
1908 4 3
1909 9 4
1910 9
1911 9 Andata e ritorno
1912 10 Andata e ritorno
1913 18 6 A Genova
1914 29 6 Andata e ritorno
1915 36 16
1920 48 18 A Bologna
1921 64 16 A Torino
  • Il numero delle partecipanti

Nella tabella qui sopra si osserva l'incremento delle partecipanti al campionato nel corso degli anni dieci e nell'immediato primo dopoguerra. Il torneo era riservato alle squadre del «triangolo industriale» fino al 1912, ammettendo nelle ultime due edizioni una rappresentante del Nord-Est alla finalissima. In quell'anno le società occidentali e quelle orientali vennero integrate in un unico campionato del Nord, ammettendo quindi alla finalissima la migliore squadra dell'Italia del Centro-Sud.

I principi della riformaModifica

Il nodo principale che Pozzo affrontò fu quello delle eliminatorie regionali, che erano un possibile fastidio per le squadre che le vedevano come una perdita di tempo che sottraeva spazio alle più stimolanti e redditizie gare nazionali. La soluzione proposta fu drastica: la loro cancellazione e sostituzione con grandi gironi estesi all'intero Nord Italia. Ciò postulava ovviamente una decisa decurtazione delle partecipanti al campionato e ci si orientò verso la cifra di ventiquattro partecipanti divise in due gruppi, un livello leggermente superiore a quello delle sedici ammesse alle semifinali della stagione in via di conclusione, calcolato in modo da mantenere sostanzialmente invariato il numero di gare disputate dai futuri campioni d'Italia rispetto al recente passato.

Essenziale per non ripiombare nel caos precedente fu la formulazione di una rigorosa reintroduzione e applicazione della regola della retrocessione. A tal fine Pozzo propose che l'ultima classificata di ogni girone scendesse in Seconda Divisione, sostituita dalle vincitrici della stessa categoria cadetta. Tuttavia l'intero meccanismo era subito concepito come un periodo di transizione e la prospettiva finale era quello di allargare il torneo sul completo territorio nazionale fino ad arrivare a un campionato a girone unico sul modello del campionato inglese, già sperimentato in Italia nella stagione 1909-1910, ma poi inopinatamente accantonato.[1] Il progetto Pozzo prevedeva così:[2]

  1. Una Prima Divisione o Divisione A a 24 squadre, così suddivise: sette del Piemonte, cinque della Lombardia, tre della Liguria, quattro dell'Emilia, tre del Veneto e due della Toscana.
  2. Una Seconda Divisione o Divisione B a 48 squadre, a cui avrebbero partecipato le partecipanti al campionato Prima Categoria 1920-1921, ma non ammesse alla nuova Prima Divisione, più le vincenti delle finali di Promozione Regionale.
  3. Una Terza Divisione o Divisione C a livello regionale, a cui avrebbero partecipato le squadre di Promozione non ammesse alla Seconda Divisione, più le vincenti dei campionati di Terza Categoria Regionale.
  4. Una Quarta Divisione o Divisione D a livello regionale, corrispondente alla vecchia Terza Categoria Regionale.

L'assemblea del 24 luglio 1921Modifica

Le spinte delle grandi per l'approvazione del progetto Pozzo furono molto forti, anche per motivi contingenti. Il campionato che si stava concludendo aveva visto infatti numerose di esse in gravi difficoltà spesso a causa della lunghezza spossante del torneo. Le squadre milanesi fecero magre figure, come in parte il Genoa. Alla Juventus furono fatali le eliminatorie piemontesi e con gravi perdite di incassi. Il calcio italiano non era più quello puramente dilettantistico di fine Ottocento e i primi colpi di calciomercato, che avvenivano sotto gli occhi fintamente distratti dei dirigenti federali, richiedevano quei ritorni economici per gli investimenti fatti che solo gli incassi di botteghino in occasione dei grandi incontri potevano garantire.

Fu così che le ventiquattro maggiori società italiane approvando la riforma di Pozzo si riunirono a Milano firmando il cosiddetto patto di Milano, che stabiliva che le squadre ammesse alla nuova Prima Divisione ridotta a ventiquattro squadre sarebbero state solo loro.[3] Tale atto arbitrario generò alcune polemiche riguardo alla scelta delle ventiquattro elette perché se da un lato si ammettevano squadre che la stagione precedente avevano disputato campionati deludenti (come il Brescia processato per professionismo, eliminato nelle eliminatorie delle eliminatorie e con il campo squalificato per indisciplina, oppure l'Hellas Verona, eliminato nel girone veneto), dall'altra parte si escludevano squadre che per meriti sportivi avrebbero avuto pieno diritto a parteciparvi, come il Bentegodi semifinalista subnazionale e Saronno e Trevigliese finaliste lombarde.[3] I pochi guadagni delle eliminatorie che le grandi squadre disdegnavano per le piccole erano fonte di sussistenza. Le piccole società ritenevano inoltre che il numero di promozioni dalla Seconda alla Prima Divisione fosse troppo ridotto: solo la vincente della Seconda Divisione avrebbe sostituito una retrocessa dalla Prima Divisione, mentre le società minori pretendevano un numero maggiore di promozioni.[3]

Fu così che le società minori proposero un piano di riforma alternativo di quello Pozzo, il progetto delle società minori, concordato a Novi e a Milano:[3]

  1. Prima Categoria a 72 squadre, suddivise in otto gironi eliminatori.
  2. Promozione, senza cambiamenti e con le sei vincenti promosse.
  3. Terza Categoria, con l'esclusione delle terze squadre.

Il progetto prevedeva inoltre la disputa di una Coppa Italia, riservata per le eliminate dalla Prima Categoria e dalla Promozione. Tra le squadre che si opponevano vi era la neopromossa Novese, che era a capo del gruppo di oppositrici e che avrebbe poi vinto il campionato FIGC successivo: essa tramite il proprio organo di informazione Il biancoceleste dichiarò ironicamente di non essere del tutto contraria al progetto Pozzo, ma che sarebbe stato meglio rinviare tale riforma per la stagione 1922-1923 perché «l'anno venturo vi saremo anche noi, nel novero delle migliori 24 squadre italiane».[3] La predizione in un certo senso si avverò: dopo lo scudetto vinto nel 1922 nel campionato FIGC e l'ammissione alla provvisoria Prima Divisione a trentasei squadre nel 1922-1923 la Novese riuscì a essere ammessa nella ridotta Prima Divisione a ventiquattro squadre nella stagione 1923-1924. Tuttavia tutto ciò durò poco: dopo appena una stagione venne retrocessa nei campionati minori, non riuscendo più a risalire in massima serie e nemmeno in Serie B. Alcuni degli oppositori non erano del tutto contrari alla riduzione del numero di partecipanti alla Prima Categoria perché effettivamente il campionato era diventato «elefantiaco», ma trovavano il numero di ventiquattro squadre troppo ridotto e pretendevano un numero non inferiore a quaranta partecipanti, magari da suddividere in quattro gironi da dieci per avere le finaliste entro diciotto domeniche e la campione del Nord dopo ulteriori sei domeniche (le giornate del girone finale a quattro squadre).[2]

Fu così che Pozzo arrivò a presentare il suo progetto a Torino (sede della FIGC) in un clima di tensione la mattina di domenica 24 luglio, lo stesso giorno della finalissima tra Pro Vercelli e Pisa in programma nel pomeriggio a Vercelli e in occasione della quale il Consiglio federale era stato convocato. Le piccole società, ritrovatesi a loro volta a Novi Ligure il giorno prima, erano decise a dar battaglia e infatti il Consiglio federale con 113 voti contro 65 bocciò la riforma Pozzo.

La spaccatura della federazione calcisticaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Confederazione Calcistica Italiana.

Questa volta però le grandi società non accettarono la vittoria numerica delle piccole: riunitesi tra loro decisero di dare vita privatamente al nuovo campionato e nel giro di poche settimane le ventiquattro migliori squadre con l'intento secondo i loro propositi «di migliorare il livello del gioco», lasciarono la FIGC in massa. Le squadre provenivano sia dal Nord sia dalla Toscana, la regione che aveva dato prova anche nella finalissima appena disputata di avere raggiunto un tasso tecnico sufficiente per potere dignitosamente competere con le formazioni settentrionali. Le ventiquattro società ribelli fondarono una nuova organizzazione, la Confederazione Calcistica Italiana (CCI) con sede a Milano. Il nuovo torneo, denominato Prima Divisione in omaggio alla Prima Divisione inglese, fu organizzato dalla Lega Nord, un organismo unitario che avrebbe sovrinteso all'organizzazione dei campionati anche laddove non fosse stato possibile organizzare dei comitati regionali. Le risolute azioni della neocostituita CCI e la disponibilità economica che l'accompagnava causò altri problemi alla FIGC, che perse numerose squadre di Promozione e Terza Categoria che furono inquadrate nella Seconda e Terza Divisione della CCI, oltre all'intero movimento calcistico meridionale, che fu organizzato dalla CCI nella Lega Sud, sebbene il numero dei comitati regionali costituiti fu molto limitato.[4] La Lega Nord comunque adottò il Progetto Pozzo per intero, tranne che per un particolare: si stabilì infatti che le ultime classificate dei due gironi non sarebbero retrocesse direttamente, ma avrebbero dovuto disputare uno spareggio salvezza con le due prime classificate della Seconda Divisione.[5] Alla FIGC non rimasero che le squadre minori: se ne andarono tutte e sei le società ex vincitrici del titolo (compresi i campioni in carica), tutte le prime classificate degli ultimi campionati regionali di Prima Categoria, quattordici delle sedici semifinaliste dell'ultimo torneo, tutte le squadre storiche ancora attive che avevano dato corpo alla FIGC nel pionieristico primo decennio del XX secolo. Le società rimaste non avrebbero potuto mettere in scena se non una stagione di bassissimo profilo sportivo in un torneo composto da poche società di calcio, molte di ginnastica, alcuni circoli ricreativi e una squadra di frati cappuccini che si narra lodassero il cielo a ogni fallo subito.[4]

Quadro della società secessionisteModifica

Sono qui elencate le formazioni del concluso campionato del 1921.

Sono evidenziate in bianco le società secessioniste. Un tricolore segnala le squadre ex-campioni d'Italia. In grassetto le posizioni che diedero accesso alla fase nazionale dell'ultimo torneo. In corsivo, infine, le società retrocesse, fallite o disciolte nel corso dell'estate in oggetto.

Liguria

Andrea Doria
 Genoa
Spezia
Savona
Sampierdarenese
Spes Genova
Sestrese
Rivarolese

Piemonte

Novara
Alessandria
Torino
 Pro Vercelli
US Torinese
 Casale
 Juventus
Biellese
Valenzana
10° Pastore Torino
11° Amatori G.C.
12° Carignano

Lombardia

Legnano
 Inter
US Milanese
 Milan
Saronno
Trevigliese
Pavia
Italia Juventus
Como
10° Pro Patria
11° Casteggio
12° Racing Libertas
13° Brescia
14° Cremonese
15° G.C. Legnanesi
16° Naz. Lombardia
17° Chiasso
18° Varese
19° Atalanta
20° Stelvio
21° Enotria Goliardo
22° Pro Sesto
23° Monza
24° Ausonia

Veneto

Padova
Bentegodi Ver.
Verona
Petrarca Padova
Vicenza
Venezia
Udinese
Schio
Treviso
10° Dolo

Emilia

Bologna
Modena
Mantova
Parma
Piacenza
SPAL
Virtus Bologna
Reggiana
Carpi
10° Naz. Emilia

Toscana

Pisa
Livorno
Lucchese
Prato
Firenze
Libertas Firenze
Viareggio
G. Gerbi Pisa

La ricomposizione dello scismaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Compromesso Colombo.

Fu così che nel 1922 l'Italia ebbe due campionati di calcio concorrenti. I dirigenti erano però consci dell'insostenibilità della situazione, e dopo mesi di contatti, affidarono ad Emilio Colombo, direttore de La Gazzetta dello Sport, il compito di stendere un piano per la riunificazione delle due associazioni. Il cosiddetto compromesso Colombo che ne risultò, fu di fatto la vittoria definitiva delle grandi società, dato che la FIGC accettò in pratica il progetto Pozzo e si avviò sulla strada che la condurrà nel 1929 ad istituire la Serie A.

NoteModifica

  1. ^ Stefano Olivari, Le grandi se ne vogliono andare, in blog.guerinsportivo.it, 1º febbraio 2011. URL consultato il 14 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2013).
  2. ^ a b La Cronaca sportiva del lodigiano e del cremasco (08/lug/1921, Fasc. 25), p. 1.
  3. ^ a b c d e La Cronaca sportiva del lodigiano e del cremasco (15/lug/1921, Fasc. 26), p. 1.
  4. ^ a b Stefano Olivari, La lunga estate della scissione, in blog.guerinsportivo.it, 5 febbraio 2011. URL consultato il 14 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2013).
  5. ^ Stefano Olivari, Lo stile di Rosetta, in blog.guerinsportivo.it, 15 febbraio 2011. URL consultato il 13 gennaio 2012 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2013).
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