Religione ittita

Resti del grande tempio ittita di Ḫattuša.

«È purtroppo vero che l'uomo è peccatore. Mio padre ha peccato (...) Io però non ho peccato in nulla. Tuttavia è così il peccato del padre viene al figlio (...) Ora che ho confessato. È vero noi abbiamo fatto questo (...) E poiché ho confessato il peccato di mio padre l'animo del dio della Tempesta e gli Dèi siano placati. Pietà di me! Scacciate la peste dalla terra di Hatti»

(Preghiera del re Muršiliš II agli Dèi in occasione della peste)

Gli Ittiti furono un popolo indoeuropeo che fondò nel XVII secolo a.C. un'organizzata forma statale in Asia Minore. Questo popolo venerava, come divinità suprema, la dea del sole Wurušemu. Tra le altre divinità, gli Ittiti veneravano: Teshub, dio del tuono; Telipinu dio dei boschi e della pioggia; Kumarbi, padre di tutti gli dèi[1]. Il re degli Ittiti svolgeva anche la funzione di sommo sacerdote e presiedeva i culti, questi praticati sia in luoghi chiusi che in luoghi aperti. Gli scavi archeologici effettuati in Turchia, nei pressi dell'attuale città di Bogazköi, hanno portato alla luce l'antica capitale ittita Ḫattuša con i suoi templi e l'archivio di stato composto da ventimila tavole in terracotta scritte in cuneiforme e riportanti notizie di carattere sia storico che religioso. In ittita il termine šaklai[2] indica sia una abitudine "profana", sia un rito "sacro". Nella stessa lingua il termine "sacro" è reso anche con šuppi, che indica ciò che appartiene al "divino" (reso in ittito con il termine Šiu che richiama la radice indoeuropea Dyu e che significa "luce bianca ed accecante"). Le pratiche rituali di purificazione per rendere šuppi un oggetto o una persona sono indicate con il termine parkui. René Lebrun[3] evidenzia come per gli Ittiti la nozione di sacro e di "sacralizzato" sia connesso al concetto di purità inteso come pulizia ovvero di parkui. Solo se un oggetto o una persona sono in quello stato, il "sacro" ( šuppi) e il "divino" (Šiu) possono manifestarsi nel mondo degli uomini. Oltre alla estrema pulizia, la presenza degli uomini nei luoghi resi sacri deve essere impeccabile in termini di condotta e linguaggio. Unitamente ai templi principali (eretti sulle rocche) si situano negli spazi aperti, i betili consistenti in pietre o in abitacoli per questi riti eseguiti anche negli accampamenti degli eserciti. Le statue delle divinità erano "sacralizzate" in quanto luogo dell'anima (zi) degli Dèi[4].

NoteModifica

  1. ^ Cfr. per una disamina delle credenze religiose hittite ad esempio: Mircea Eliade. Storia delle credenze e delle idee religiose vol.I. Milano, Rizzoli, 2006, pagg. 157 e segg.
  2. ^ Questo termine deriva dalla radice indoeuropea sak
  3. ^ René Lebrun.Les Hittites et le sacré in L'expression du sacré dans les grandes Religions. 1978, 155-202.
  4. ^ René Lebrun. Op.cit. pagg. 174-179.

BibliografiaModifica

  • F. Pecchioli Daddi, A. M. Polvani (a cura di), La mitiologia Ittita, Brescia, Piadeia 2000.
  • Giuseppe Furlani, La religione degli Hittiti, Roma, Libreria Editrice Aseq, 2014 (ristampa anastatica dell'edizione originale del 1944).