Repulsione

film del 1965 diretto da Roman Polanski
Repulsione
Repulsion-Deneuve.png
Catherine Deneuve in una scena del film
Titolo originaleRepulsion
Lingua originaleinglese
Paese di produzioneRegno Unito
Anno1965
Durata104 min
Dati tecniciB/N
Genereorrore, thriller
RegiaRoman Polański
SoggettoRoman Polański, Gérard Brach
SceneggiaturaRoman Polański, Gérard Brach
ProduttoreGene Gutowski
FotografiaGilbert Taylor
MontaggioAlastair McIntyre
MusicheChico Hamilton
ScenografiaSeamus Flannery
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

Repulsione è un film del 1965 diretto da Roman Polański, con Catherine Deneuve.

TramaModifica

Carol, giovane manicure belga, vive a Londra con la sorella Hélène. Timida, impacciata e androfoba, Carol avverte con disagio e ripugnanza la costante presenza dell'amante di Hélène nell'appartamento dove abita, tanto da non sopportare neppure la vista dei suoi oggetti personali. Le attenzioni di Colin (un ragazzo che la corteggia senza successo) e il lavoro in un grande salone di bellezza non riescono a smuoverla dalla sua morbosa ritrosia e dal suo continuo ricadere in uno stato di allucinata separazione dal mondo.

Quando Hélène e il suo compagno partono per una breve vacanza lasciandola completamente sola, il fragile equilibrio psichico di Carol si spezza definitivamente. Nel lavoro diventa sempre più distratta e inaffidabile, inventandosi scuse poco plausibili per giustificare le prolungate assenze, mentre in casa è perseguitata dagli incubi che riempiono le sue lunghe ore di solitudine.

Ormai del tutto dissociata, Carol ucciderà Colin (entrato di forza nell'appartamento) e quindi il padrone di casa, dopo che avrà tentato di abusare di lei.

ProduzioneModifica

Primo lungometraggio in lingua inglese del regista, è la sua opera più spaventosa e angosciante, non solo per l'evocazione della sessuofobia ma anche per l'accorto e stimolante uso dei suoni. Si tratta anche di uno dei suoi film in bianco e nero più espressionisti: l'uso del grandangolo, della profondità di campo e di altre tecniche crea un flusso emotivo in cui la realtà quotidiana trasfigura in sogno e immaginazione. Così l'appartamento in cui si svolge la maggior parte dell'azione diviene gradualmente simbolo di una coscienza tormentata.[1]

RiconoscimentiModifica

Presentato in concorso al Festival di Berlino, ha vinto il gran premio della giuria e il Premio FIPRESCI.

Collegamenti con altre pellicoleModifica

Quando appaiono ormai evidenti allo spettatore i segni di squilibrio mentale della donna, in un dialogo tra Carole e una sua collega si fa riferimento al film La febbre dell'oro: la collega, infatti, le consiglia di andare a vedere questo film (senza citare il titolo), dicendole che si era divertita molto a vedere Charlot, che era tanto affamato da mangiarsi una scarpa o che veniva scambiato per una gallina da un omone.

NoteModifica

  1. ^ Steven Jay Schneider, 1001 film da non perdere, Monteveglio (Bologna), Atlante, 2006, p. 45o, ISBN 88-7455-019-7.

Collegamenti esterniModifica

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