Riforma dell'XI secolo

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La Riforma dell'XI secolo consistette in una serie di riforme della Chiesa cattolica (più precisamente, della Chiesa latina), attuate in Europa nel corso dell'XI secolo. Con questi interventi di riforma diversi soggetti tentarono di affrontare problemi che venivano ritenuti tra i più gravi, soprattutto nell'ambito dei rapporti del clero con le autorità politiche e con il resto della società. L'esito principale di questa Riforma fu la crescita del potere e del prestigio del papato e l'imposizione di una struttura teocratica alla cristianità medievale.

Papa Gregorio VII celebra la messa. Gregorio VII fu protagonista indiscusso della riforma che coinvolse la Chiesa nel corso dell'XI secolo in cui si cercò di ripristinare la moralità combattendo il nicolaismo e renderla maggiormente indipendente dal potere temporale condannando la compravendita delle alte cariche ecclesiastiche (simonia). L'intervento di Gregorio VII fu talmente importante che talvolta la Riforma prende il nome di "gregoriana"

Fin dall'epoca carolingia i vescovi e gli abati erano stati coinvolti nella gestione del potere pubblico, un coinvolgimento cresciuto a seguito della disgregazione dell'autorità centrale avvenuta nel corso della prima metà del X secolo. Tale situazione aveva inciso profondamente sulla moralità degli ecclesiastici mentre il papato appariva pesantemente indebolito e succube della nobiltà romana. Fenomeni quali la simonia o il nicolaismo erano divenuti oramai consuetudinari. Come risposta, nacquero alcuni movimenti che miravano al ripristino del prestigio della Chiesa: le prime avvisaglie si ebbero nel mondo monastico con la fondazione, intorno al 909, dell'abbazia di Cluny che dette vita alla cosiddetta Riforma cluniacense.

Tra i sostenitori della Riforma vi fu l'imperatore Enrico III il Nero. Intervenuto al sinodo di Sutri del 1045, durante una situazione di forte crisi del papato, fece nominare come nuovo pontefice il tedesco Suidgero a cui seguirono altri papi provenienti d'Oltralpe. Con tale politica venne sottratta l'elezione papale al controllo dell'aristocrazia romana preferendo la nomina di personalità di alto valore morale appartenenti alla Chiesa imperiale tedesca permettendo così di propagare la Riforma. Con la morte di Enrico, l'influenza della corte tedesca sul papato venne messa in crisi, tuttavia negli anni successivi si assistette ad una intensificazione del processo di Riforma: venne affermato il primato della Santa Sede sui vescovi e sul clero, rivendicate le prerogative della Chiesa nei confronti delle autorità civili, combattuta la simonia e il nicolaismo. Il pontificato di papa Gregorio VII, fervente sostenitore della Riforma e del primato papale fu caratterizzato da uno scontro, conosciuto come "lotta per le investiture", contro il giovane Enrico IV. Per il ruolo di primo piano giocato da Gregorio VII nella Riforma, questa venne conosciuta anche come Riforma gregoriana, un termine spesso utilizzato, con una specie di sineddoche, per designare tutti gli interventi di questa azione riformatrice dell'XI secolo.

A seguito della Riforma La Chiesa mutò sostanzialmente dalla Riforma assumendo un modello monarchico gerarchicamente strutturato in modo verticistico. Dalla Riforma derivò anche una nuova organizzazione del clero ancora in vigore agli inizi del XXI secolo, basata sul celibato e sulla netta separazione tra laici ed ecclesiastici. Oltre ai papi e agli imperatori, la Riforma dell'XI secolo ebbe come protagonisti anche diversi teologi che fornirono le giustificazioni dottrinali al movimento e al rafforzamento della figura del pontefice.

Premessa: il contesto prima della RiformaModifica

Rapporti tra Impero e Chiesa tra IX e XI secoloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Saeculum obscurum.
 
Il re franco Dagoberto I nomina Audomaro di Thérouanne come vescovo di Thérouanne. Miniatura tratta da Vita di saint Omer, XI secolo. Fino al XI secolo era consuetudine consolidata che i re o l'imperatore potessero nominare i vescovi.

A seguito dell'instabilità politica conseguente alla disgregazione dell'impero carolingio la Chiesa latina, ed in particolare l'istituzione del papato, attraversò un momento di grave decadenza conosciuto come saeculum obscurum. Già nella prima metà del IX secolo, a seguito dei grandi concili riformatori promossi da Carlo Magno e dal figlio Ludovico il Pio, si erano raggiunti alcuni compromessi tra il potere laico e quello ecclesiastico in merito alle nomine del clero all'interno della Chiesa cristiana: ai primi era fatto divieto di nominare o destituire preti senza l'assenso del vescovo locale, ma quest'ultimo non poteva rifiutare una nomina proposta da un signore a meno che non ravvisasse una condotta morale o una preparazione culturale insufficienti.[1] A quel tempo, e lo saranno per i due secoli successivi, chiese e monasteri erano inoltre di proprietà laica così che fossero difesi dall'intervento dei nobili ma, in questo modo, venivano coinvolti nelle controversie per la successione al trono.[2]

I successori di Ludovico si trovarono ad affrontare chierici molto combattivi, come Incmaro di Reims, che si impegnarono a limitare l'influenza laica sulla Chiesa. Complice anche la frammentazione dei propri possedimenti, gli imperatori non furono più in grado di mantenere fedeli i propri vassalli e quindi di frenare le naturali inclinazioni all'indipendenza delle istituzioni che componevano il Regno. Il sistema politico dell'epoca era il feudalesimo fondato su di un reciproco rapporto tra un signore (senior) che attribuiva un bene materiale (beneficium) ad un proprio vassallo, in cambio di fedeltà e aiuto.[3]

I primi decenni di regno di Ottone I di Sassonia, re di Germania dal 936 e imperatore nel 962,[4] furono contraddistinti da diverse ribellioni dei suoi feudatari, spesso suoi stessi famigliari. Per fronteggiare ciò egli rafforzò i rapporti con la Chiesa delegando alcuni poteri sovrani ai prelati, conscio del fatto che i vescovi non potevano avere nessun erede a cui lasciare i propri diritti acquisiti e quindi il concedergli privilegi instaurava una situazione solamente temporanea, poiché alla loro morte la corona li avrebbe recuperati. Sebbene questo sistema amministrativo fosse peculiare in Germania, anche in Francia, Inghilterra e Spagna si instaurarono stretti legami tra il potere spirituale e temporale.[5]

Così, andò a consolidarsi la consuetudine del re di nominare vescovi e abati; una pratica che comunque veniva ampiamente accettata dalla società in quanto il monarca non era visto come un semplice laico ma come un signore scelto da Dio e quindi pienamente legittimato nell'intervenire nella società ecclesiastica.[6]

Pertanto, sotto Ottone I e i suoi successori della dinastia ottoniana, i vescovi della Reichskirche (letteralmente "la Chiesa imperiale") rappresentarono le fondamenta del sistema amministrativo imperiale. La loro investitura veniva simboleggiata dalla consegna dell'anello e del bastone pastorale da parte dell'imperatore al vescovo nominato. Questa pratica non riguardò solamente le diocesi ma anche i monasteri reali e i grandi capitoli secolari.[7] L'avvento al potere della dinastia salica, nel 1024, con l'elezione di Corrado II non cambiò nulla in questa organizzazione che perdurò fino al regno di Enrico III (1039-1056).[8] Tuttavia, tale situazione comportò una profonda decadenza della vita monastica tanto che tra la fine del IX e l'inizio del X secolo non esistevano praticamente più monasteri ove si vivesse secondo la regola benedettina che prevedeva un'esistenza votata alla spiritualità e all'abbandono delle cose terrene.[9]

Decadenza della Chiesa in Europa occidentale all'inizio dell'XI secoloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Nicolaismo e Simonia.

Negli ultimi secoli del primo millennio il clero latino attraversava una gravissima crisi.

Al primo diffondersi del cristianesimo nelle campagne, il clero di una pieve viveva insieme presso la chiesa battesimale (o "matrice"), dove si incentrava la vita liturgica di tutta la zona; in seguito i signori locali avevano iniziato a far costruire delle "cappelle" anche nella campagna, assegnandole in cura a preti scelti da loro, spesso dei servi che nell'ordinazione trovavano un modo per affrancarsi dalla schiavitù ed evitare i pesanti lavori della terra. Senza adeguata preparazione, isolati, abbandonati a sé stessi, questi preti conducevano frequentemente una vita indegna, dediti al gioco, alla caccia e al vino, e spesso a relazioni sessuali del tutto disordinate. Talvolta questi preti erano uomini sposati, altre volte solo formalmente celibi, incorrendo in entrambi i casi nel cosiddetto "nicolaismo". Le origini di tale termine non sono chiare, sembra derivi da Nicola di Antiochia il quale, secondo il racconto di sant'Ireneo di Lione fu a capo di una setta dedita ad una condotta immorale. Durante il XI secolo nicolaismo assunse il significato di "corruzione dei costumi del clero ed in particolare venne applicato a tutti coloro che si opponevano al celibato ecclesiastico.[10]

L'altro grande male che si riteneva affliggesse la Chiesa era la simonia, ovvero la pratica della compravendita delle cariche ecclesiastiche, una consuetudine criticata fin dall'epoca merovingia da Gregorio di Tours. Il termine deriva dal nome di Simon Mago, il quale, volendo aumentare i suoi poteri, offrì a san Pietro apostolo del denaro, chiedendo di ricevere in cambio le facoltà taumaturgiche concesse dallo Spirito Santo. Tale pratica può essere direttamente connessa al modello feudale in quanto alla nomina ad una importante carica ecclesiale corrispondeva anche l'acquisizione di poteri temporali. la reazione a ciò si manifesterà in diversi modi, dai movimenti pauperistici sorti in seno alla Chiesa (si ricorda, in particolare, la pataria a Milano) che proponevano una completa rinuncia ai beni terreni da parte degli uomini consacrati, ai papi riformatori che tenteranno di sottrarre la Chiesa al controllo del potere laico arrivando poi a scontrarsi con l'impero in quella che sarà definita come "lotta per le investiture".[11]

Storia della RiformaModifica

Le origini: la riforma monastica del X e XI secoloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Riforma cluniacense.
 
Benedetto d'Aniane, la sua interpretazione della regola benedettina fu alla base della riforma monastica

Questa situazione andò inevitabilmente a scontrarsi con gli ideali religiosi di alcuni uomini che proponevano, invece, una Chiesa più vicina agli ideali cristiani e distaccata dalle influenze dei poteri secolari, prefiggendosi di ripristinare l'antico prestigio morale. Così iniziarono i primi movimenti di riforma che traevano ispirazione dal pensiero di Benedetto d'Aniane e dalla riscoperta della vita eremitica; i luoghi di origine di questo rinnovato modo di vivere il monachesimo furono i monasteri della Lotaringia ed in particolare l'abbazia di Brogne, di Gorze e in quelli della Borgogna.[12] La riforma proposta non contestava la ricchezza della Chiesa o puntava ad un cambiamento nell'ordine sociale, come invece facevano alcuni movimenti pauperistici, ma mirava ad estendere a tutta la cristianità il modello monastico.[13]

Per i monaci e per gli abati protagonisti del movimento fu usuale spostarsi tra i diversi luoghi al fine di fondare nuove abbazie o per riformare quelle già esistenti e in questo modo si riuscì a diffondere lo spirito della riforma praticamente in tutta Europa.[9] Emblematico è il caso di Gerardo di Brogne, un ricco nobile avvicinatosi all'ideale monastico, che dopo aver fondato un'abbazia riformata, girò per tutte le Fiandre dove avvicinò al nuovo movimento tutte le più importanti.[14]

Ma la vera protagonista della Riforma fu senz'altro la celebre abbazia di Cluny. Fondata nel 910 (o nel 909) per volere di Guglielmo I di Aquitania con lo scopo di far vivere i monaci secondo una stretta osservanza della regola benedettina, secondo l'interpretazione di Benedetto d'Aniane. L'atto di istituzione fu particolare poiché con esso all'abbazia si concedette un'ampia autonomia, anche sui propri beni, da qualsiasi potere temporale, assicurando che l'abate fosse eletto esclusivamente dai monaci e che egli doveva obbedienza esclusivamente alla Santa Sede, eliminando la possibilità di qualsiasi legame feudale. Inoltre, queste prerogative venivano estese anche a tutte le altre abbazie associate, rette da priori sottoposti al controllo della casa madre, che dettero vita alla congregazione cluniacense.[15][16] Grazie ad una tale indipendenza e alle forti personalità dei primi abati, come Oddone, Maiolo e Odilone, ben presto Cluny crebbe sia nel numero di appartenenti, che come ricchezza, che come potere di influenza: In breve tempo la cosiddetta Riforma cluniacense si diffuse a largo raggio, fino ad arrivare in Italia.[17][18]

Una volta che l'ideale della riforma monastica arrivò a Roma anche il papato ne fu coinvolto anche se inizialmente in maniera indiretta e piuttosto flebile: si dovrà aspettare la metà del XI secolo perché la Santa Sede venga pienamente investita dallo spirito riformatore. Diversamente, il mondo monastico italiano si dimostrò permeabile agli ideali cluniacensi, tra i tanti esempi si possono citare quelli di San Romualdo che dette vita alla congregazione camaldolese di stretta osservanza della regola benedettina o quello della congregazione vallombrosana fondata nel 1036 da San Giovanni Gualberto, un monaco che aveva combattuto contro la simonia arrivando a scontrarsi con il vescovo di Firenze Atto I.[19]

La Riforma imperiale: il regno di Enrico IIIModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Enrico III di Franconia.
 
L'imperatore Enrico III di Franconia, portò nell'Impero gli ideali della riforma

Accanto ai riformatori del mondo monastico, anche nella società secolare iniziarono alcuni flebili tentativi di cambiamento. Già nel X secolo vi furono alcuni vescovi riformatori, come Attone di Vercelli, Raterio di Verona o Alberico di Como e dall'anno mille il miglioramento delle condizioni economiche portò anche ad a un nuovo spirito di iniziativa da parte dei laici. La loro reazione all'immoralità del clero e alla concentrazione di grandi ricchezze intorno ad abbazie e vescovadi si espresse talora in modo violento, come nella pataria milanese. Tutti questi sforzi di rinnovamento ebbero, tuttavia, il grande limite di essere isolati e senza continuità. Mancava ancora, infatti, una forza che desse coordinamento e continuità a questi tentativi frammentari, avviando una riforma su vasta scala.[N 1][20][21]

Come detto, il sistema di rapporti tra la Chiesa e l'Impero iniziò a mutare solamente quando salì sul trono di Germania Enrico III di Franconia, detto il Nero, considerato uno dei più grandi imperatori tedeschi. Con Enrico si andò a configurare un impero teocratico dove il sovrano rappresentava la guida sia della società temporale sia di quella religiosa in quanto considerato scelto e unto da Dio e quindi suo rappresentante sulla Terra.[22]

Riconoscendo appieno la funzione sacra del suo ruolo, Enrico III si circondò di consiglieri appartenenti al mondo ecclesiastico e grandi promotori della riforma nata nei monasteri, come Odilone di Cluny, Riccardo di Saint-Vanne e Brunone di Toul futuro papa Leone IX. Anche grazie a questa cerchia di riformatori Enrico si rivelò molto sensibile ai temi del movimento ed in particolare venne influenzato dallo spirito cluniacense, sicuramente anche per via del suo secondo matrimonio con Agnese di Poitou. Così per tutto il suo regno accolse i nuovi ideali, si dimostrò tollerante verso i suoi nemici, proclamò più volte la pace di Dio, combatté il nicolaismo cercando di imporre l'obbligo del celibato ai membri del clero, concesse ampie autonomie ai monasteri talvolta perfino il diritto di potersi scegliere autonomamente il proprio abate.[23]

Tuttavia, Enrico aderì alla Riforma senza rinunciare alla sua prerogativa consuetudinaria di investire vescovi e abati di sua scelta con tanto di bastone pastorale e l'anello episcopale. Tale pratica continuò pertanto a essere praticata per tutto il suo regno senza suscitare particolare opposizioni, perlomeno nella Chiesa secolare[24] mentre negli ambienti monastici iniziarono a sollevarsi alcune critiche al tradizionale giuramento di fedeltà all'imperatore a cui erano obbligati gli abati.[25] Tale potere di investitura si dimostrò uno dei capisaldi della politica di Enrico; infatti, una volta consolidato il suo potere in Germania, egli guardò all'Italia, dove per rafforzare la propria autorità procedette a nominare moltissimi ecclesiastici tedeschi a lui fedeli a capo delle diocesi sparse per tutta la penisola.[26]

Crisi del papato e intervento di Enrico III a SutriModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Concilio di Sutri.

Nel frattempo, a Roma, il papato stava attraversando una grave crisi che portò all'elezione di ben tre papi. Nel 1033 era salito al trono pontificio, con il nome di papa Benedetto IX, il nobile Teofilatto III della potente famiglia romana dei conti di Tuscolo. Tra la fine del 1044 e l'inizio del 1045 Benedetto dovette affrontare una rivolta popolare che lo costrinse alla fuga da Roma trovando rifugio nella rocca tuscolana di Monte Cavo. Le cause della rivolta possono essere probabilmente rintracciate nello scontro tra le fazioni tuscolane e quelle anti-tuscolane guidate dai Crescenzi,[27][N 2] i quali poi posero sul trono pontificio il vescovo di Sabina, Giovanni Crescenzi Ottaviani, che venne eletto ufficialmente papa il 13 gennaio 1045 e consacrato sette giorni dopo col nome di papa Silvestro III.[28]

Il pontificato di Silvestro III durò assai poco: i fratelli di Benedetto IX, Gregorio e Pietro di Tuscolo, con l'accordo dei Crescenzi e l'unanime consenso dei cittadini di Roma, lo espulsero, il 10 febbraio 1045, e rimisero Benedetto al suo posto.[29] Ma anche il secondo pontificato di Benedetto IX non ebbe vita lunga. Forse spinto dai suoi consiglieri che contavano di mettere a tacere il malcontento che il comportamento dissoluto del pontefice attirava sull'intera Chiesa, il papa decise di vendere il 1º maggio la dignità pontificale al presbitero e suo padrino Giovanni dei Graziani, che fu eletto col nome di Gregorio VI il 5 maggio 1045.[30]

Graziano aveva fama di uomo pio e la sua elezione venne accolta con favore, tanto che il teologo San Pier Damiani, probabilmente ignorando com'egli avesse ottenuto il papato, lo salutò dicendo di lui che « [...] finalmente la colomba era tornata all'arca con il ramo d'ulivo»,[31] e che con la sua elezione finalmente era stato inferto un duro colpo alla simonia.[32] A dimostrazione di questa sua buona fede, Gregorio aveva come cappellano personale Ildebrando di Soana, un giovane monaco già famoso per la sua volontà riformatrice e che in futuro diverrà papa con il nome di Gregorio VII. Nonostante tutto ciò, l'acquisto della dignità pontificale, forse un atto ritenuto necessario per liberarsi dell'indegno Benedetto IX,[31] indeboliva in partenza il prestigio del nuovo papa.

 
Gregorio VI rinuncia al papato davanti all'imperatore Enrico III durante il concilio di Sutri

Tale situazione fu inaccettabile per l'imperatore Enrico III, il quale era desideroso di porre in atto una severa riforma della Chiesa e, nel contempo, di essere incoronato imperatore da un papa legittimo. Così approfittò della situazione per scendere in Italia dove riunì, nell'autunno del 1046, un concilio a Sutri, invitando i tre papi a rispondere dell'accusa di simonia. Benedetto non si presentò al Concilio, come pure Silvestro III che già da tempo si era ritirato dalla vita pubblica, mentre Gregorio VI ammise le sue colpe e venne deposto. Al posto di Benedetto IX, che nel frattempo era tornato a rivendicare i suoi diritti sul Soglio pontificio, venne eletto un nuovo papa, Suidger vescovo di Bamberga, che prese il nome di Clemente II e che nel Natale seguente incoronò lo stesso Enrico come imperatore del Sacro Romano Impero.[30]

L'intervento di Enrico a Sutri trovò molti consensi all'interno dello stesso movimento riformatore della Chiesa, in quanto gli alti ecclesiastici accusavano Gregorio VI di non aver fatto abbastanza per la Riforma e di essersi macchiato di simonia, ma si levarono anche voci contrarie, come quella del vescovo Wazone di Liegi che riteneva che non spettasse ad Enrico il potere di deporre un papa, anche se simoniaco. In ogni caso, oltre che imperatore, Enrico si era fatto anche nominare patrizio romano, una carica che gli consentiva di influire direttamente sulle future elezioni del romano pontefice. A ogni modo fu l'occasione perché la Riforma uscisse definitivamente dall'ambiente monastico per riversarsi sul papato, e da lì nel mondo secolare.[33]

La Riforma sotto i papi tedeschi (1046-1057)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Leone IX.
 
Papa Leone IX, di origine tedesca, con lui la Riforma iniziò a imporsi sulla cristianità europea

Dopo l'intervento di Enrico III e l'abdicazione di Gregorio VI, i quattro papi che si succedettero dal 1046 furono di nazionalità tedesca, scelti direttamente dall'imperatore ed estranei agli ambienti romani. Essi erano vescovi della Reichskirche e importarono a Roma la cultura della Chiesa imperiale germanica e in pochi anni contribuirono a mutare la situazione. Infatti, c'è da considerare che per via dell'importante ruolo che avevano i vescovi in Germania, coloro che venivano investiti di tale carica erano generalmente persone di alto valore morale in grado di garantire la dovuta fedeltà. I nomi che questi papi assunsero quando salivano al soglio pontificio furono particolarmente inconsueti, in quanto presero il nome dei primi papi, a cui Enrico III stesso si rifaceva, come segno del recupero della realtà ecclesiale primitiva. Clemente II, Damaso II, Vittore II, anche se non riuscirono ad arrivare ad un'azione concreta di riforma (dato che morirono in fretta), vollero ritornare alla purezza primitiva.[34][35]

Clemente II procedette contro la simonia, accompagnò l'Imperatore in Sicilia ma, tornato a Roma, si ammalò di malaria (o probabilmente fu avvelenato) e morì il 9 agosto 1048. Gli succedette Popone, vescovo di Bressanone, con il nome di Damaso II, il cui pontificato durò soltanto 23 giorni. Un'attuazione concreta si ebbe con Brunone di Tull, in passato consigliere di Enrico III, uomo molto dotato che diventò papa con il nome di Leone IX, regnando per cinque anni. Egli, pur essendo stato designato dall'Imperatore, sottopose la sua nomina all'accettazione del popolo e del clero romano, come previsto dal diritto canonico, presentandosi a loro in abiti da pellegrino.[36] A differenza dei due suoi predecessori, Lene IX fu il primo papa che ebbe il tempo di mettere in pratica le idee riformiste, tanto che la storiografia tradizionale spesso indica nel suo pontificato il vero inizio della riforma.[37]

Leone IX si circondò di un gruppo di validi collaboratori (è in questo momento, probabilmente, che il collegio dei cardinali passa dall'essere semplicemente l'assemblea dei parroci e dei diaconi della città di Roma al ricoprire la funzione di "gran consiglio" del papa con incarichi di rilievo[38]), tra questi: Alinardo, Umberto di Silva Candida (giurista e storico grazie al quale ci sono giunte molte notizie del periodo), Federico Gozzelon, fratello di Goffredo il Barbuto e futuro papa Stefano IX, Ildebrando di Soana già segretario di Gregorio VI e futuro Gregorio VII. Questa sua decisione fu gravida di conseguenze, in quanto mise forti personalità sostenitrici della Riforma in condizione di incidere più direttamente nella riorganizzazione della Chiesa.[39][40] Questi teologi ebbero anche un ruolo decisivo nel fornire giustificazioni dottrinali ad un rafforzamento del papato a cui si andava ad attribuire l'esclusivo potere di nominare e deporre le alte cariche ecclesiastiche.[41]

 
Il cardinale Umberto di Silva Candida fervente sostenitore della Riforma e consigliere di papa Leone IX

Il papa non risiedette a Roma, ma viaggiò instancabilmente tra l'Italia, la Francia e la Germania, sull'esempio dei sovrani secolari della sua epoca. Dal 1050 scese in Italia meridionale, attraversando le Alpi e indicendo sinodi di vescovi. Questi suoi viaggi portarono un grande vantaggio all'autorità pontificia: la mentalità/coscienza del potere del papa nella Chiesa universale, oscurata dal secolo di ferro, venne rivitalizzata e illuminata nel suo valore universale.[42] Tra i sinodi più importanti presieduti da Leone si ricordano quelli del 1049 e del 1050 in cui venne ribadito il divieto per i presbiteri di congiungersi con le proprie mogli o concubine; si andava a riformare lo stile di vita dei consacrati differenziandolo da quello della popolazione laica e avvicinandolo a quello dei monaci.[43]

Fu proprio con Leone che la Riforma iniziò a imporsi anche nella capitale della cristianità e di conseguenza influenzare tutto il mondo cristiano.[44] C'è però da rilevare una grande differenza tra la Riforma monastica e quella dalla Chiesa secolare: se la prima aveva come obiettivo un rinnovamento della vita monastica secondo le regole di Benedetto d'Aniane che si sovrapponevano a quelle già esistenti, per la seconda si mirava ad un ritorno della Chiesa della origini, spesso intesa come quella che traspariva dalle lettere di papa Gregorio Magno (VII secolo) e dalle antiche raccolte di diritto canonico, e alla rivalorizzazione delle vita consacrata. La finalità essenziale era però comune: tendere alla realizzazione del Regno di Dio.[45]

Quando la Riforma arrivò a coinvolgere anche la Chiesa secolare, ed in particolar modo i canonici, fu l'occasione affinché anche la grande maggioranza dei laici potessero venire a conoscenza dello spirito di rinnovamento. Con il sinodo lateranense del 1059 si dispose, seguendo le indicazioni formulate da Crodegango di Metz, che i canonici delle cattedrali dovevano fare vita in comune, come già previsto dal Concilio di Aquisgrana dell'816 ed inoltre ad essi venne proibito di avere proprietà private, dando origine agli ordini dei canonici regolari i quali seguivano la Regola di sant'Agostino.[46] Uno dei metodi più utilizzati per diffondere la Riforma a tutti i livelli della Chiesa fu quello di porre a capo delle diocesi monaci particolarmente sensibili ed esperti del nuovo movimento; fu dunque frequente nel corso del XI secolo una contaminazione dei monaci nel clero secolare.[47]

Leone IX si spese molto nel tentativo di riformare la Chiesa e per questo compì lunghi viaggi in Francia, in Germania, in Italia e in Ungheria, come era consuetudine nella corte imperiale-regia; indisse numerosi sinodi, rafforzò l'autorità papale. Lotto, inoltre, per affermare il celibato dei preti, contrastò la pratica della simonia, cercò di contrastare il diffuso lassismo morale del clero e combatté a favore del primato papale.[34][42] Nel perseguimento di tali obiettivi Leone poté contare anche sui teologi del tempo, tra cui il celebre Pier Damiani che si spese a favore del primato papale affermando il diritto del romano pontefice di legiferare in quanto successore di Pietro e che nessuno poteva contraddire od opporsi a tali leggi e chi lo avesse fatto sarebbe dovuto ritenersi eretico, in quanto "haereticus est qui cum Romana ecclesia non concordat".[48]

Il pontificato di Leone IX è ricordato anche perché durante esso andò a consumarsi la parte finale di un processo già iniziato da secoli di allontanamento della Chiesa cattolica dalla Chiesa ortodossa orientale di Costantinopoli. Normalmente si indica come data per questo "grande scisma" il 1054, ossia quando papa Leone IX, attraverso i suoi legati, lanciò la scomunica al patriarca Michele I Cerulario e quest'ultimo, a sua volta, rispose con un proprio anatema scomunicando i legati.[41][49] A seguito di ciò le due Chiese presero strade diverse: la Chiesa ortodossa non accetterà mai di stabilire il celibato per il proprio clero.[50]

La riforma sotto i due papi tosco-lorenesi e sotto Alessandro II (1057-1073)Modifica

Rapporti tra Chiesa e Impero durante la reggenza di AgneseModifica

 
Agnese di Poitou, reggente dell'Impero dopo la morte del marito Enrico III sulla Chronica Sancti Pantaleonis.

Il 16 giugno 1053 a Civitate i Normanni, insediatisi dopo il 1000 nell'Italia meridionale, attaccarono l'esercito papale, infliggendogli una grave sconfitta (battaglia di Civitate) e facendo prigioniero Leone IX.[51] Dopo sei mesi, il papa venne liberato ma, colpito duramente e sfibrato dalla guerra, il 19 aprile 1054 morì a Roma.[52] A lui succedette Gebehard di Eichstatt con il nome di papa Vittore II, il quale si impegnò fortemente nella Riforma ancora prettamente morale. Egli mantenne gli stessi collaboratori di Leone IX e indisse sinodi in Francia e in Italia. La sua azione di riforma fu, però, condizionata dalla morte di Enrico III (5 ottobre 1056), il quale lasciò la moglie Agnese di Poitou reggente e il figlioletto (il futuro Enrico IV) ancora minorenne.[53]

L'imperatrice Agnese si dimostrò fin da subito una regnante insicura e incapace di preservare l'autorità imperiale, mettendo così in crisi il sistema di alleanza tra impero e Chiesa costringendo, quest'ultima a ricercare altrove il sostegno di cui necessitava. Alla morte di Vittore II avvenuta il 23 giugno 1057 a causa della malaria mentre si apprestava a indire un sinodo, finì il periodo della Riforma imperiale messa in atto dai papi tedeschi, aprendo un periodo di instabilità e di conflittualià.[54][55]

Infatti, i cardinali riformatori e collaboratori del defunto papa, ponendosi il problema di un eventuale ritorno dei Tuscolani al potere, cercarono appoggio militare chiamando l'esercito del margravio di Toscana e duca di Lorena Goffredo il Barbuto; in cambio del suo servizio essi elessero papa Federico di Lorena, fratello dello stesso Goffredo, con il nome di Stefano IX. Questa fu la prima elezione papale dal 1046 avvenuta senza che vi fosse stata la partecipazione dell'Imperatore.[56] Il nuovo papa e i suoi successori, Niccolò II (eletto nel 1058) e Alessandro II (eletto nel 1061) fossero tutti papi lotaringi-tusci che trovarono nella casata di Lotaringia e nella potente famiglia dei Canossa l'appoggio necessario per affermare la propria autorità e per accelerare il processo di riforma della Chiesa, affrancandosi, nello stesso tempo, dalle ingerenze imperiali.[54]

Stefano IX, che si era formato alla scuola di Leone IX, rafforzò il gruppo dei propri collaboratori, scegliendo tra di loro anche alcuni monaci, tra cui Pier Damiani, priore di Fonte Avellana, che nominò cardinale di Ostia, assumendo e valorizzando la riforma monastica che era già avviata in Italia centrale. Il pontificato di Stefano IX non durò molto e non fu particolarmente determinante; il papa lorenese, infatti, morì già nel 1058. Egli, prevedendo la sua imminente morte, fece giurare al popolo e alla nobiltà romana che non avrebbero eletto il suo successore prima che Ildebrando da Soana non fosse rientrato a Roma, trovandosi in quel momento in Germania dove era andato ad annunciare l'elezione di papa Stefano IX.[55][57]

In questa situazione di attesa, i Tuscolani intervennero con una sommossa, eleggendo Giovanni di Velletri, con il nome di Benedetto X. Gli altri cardinali non riconobbero questa elezione e, a loro volta, elessero Gerardo di Firenze, originario della Borgogna, che divenne papa con il nome di Niccolò II. Accompagnato da Goffredo di Lorena, questi si diresse verso Roma, scomunicò l'antipapa Benedetto e fu intronizzato il 24 gennaio 1059.[58][59]

Il pontificato di Niccolò IIModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Niccolò II e Decretum in electione papae.

Con Niccolò II si delineò una nuova fase della riforma della struttura ecclesiastica: egli diede vita, infatti, a una riforma non soltanto morale, ma anche istituzionale, seguendo il consiglio di Umberto di Silva Candida, secondo il quale non sarebbe mai stato possibile riformare la Chiesa finché l'investitura del potere episcopale non fosse stato portato esclusivamente in mano del papa. Niccolò II, quindi, non colpì soltanto gli abusi della simonia e il matrimonio dei preti, ma identificò le cause, le radici, di questi abusi proprio nella concessione da parte dei laici dell'investitura delle maggiori cariche ecclesiastiche. Egli, perciò, rivendicava la "libertà della Chiesa" e il diritto esclusivo di conferire le cariche, liberandosi del consuetudinario potere giuridico dei laici: cominciava così a delinearsi la cosiddetta lotta per le investiture.[60]

Nel settembre del 1059 Niccolò II indisse un sinodo romano in venne promulgata, con la collaborazione di Umberto di Silva Candida, Ildebrando di Soana e Pier Damiani, la bolla pontificia In nomine Domini (conosciuta anche come Decretum in electione papae), che, convalidando la sua stessa elezione alla sede romana, imponeva la procedura da seguire per l'elezione dei suoi successori. Si scindeva così l'elezione del papa da ogni legame (che non fosse soltanto formale, come l'applauso di conferma) con il popolo romano e con l'imperatore stesso, riservandola esclusivamente ai cardinali. In poco più di un decennio, dunque, cambiava radicalmente il sistema di elezione del papa: nel 1046, l'imperatore Enrico III, dopo aver deposto tutti i contendenti al papato, poneva di fatto l'elezione sotto la decisione dell'Imperatore, sottraendola al controllo delle famiglie nobili romane e dallo stesso clero di Roma; nel 1059 la nomina veniva sottratta non solo alla nobiltà romana, ma anche all'autorità dell'imperatore, nonostante questi continuasse a essere considerato il sovrano di Roma e del mondo intero.[59][61][62][63]

Niccolò II si rese conto della portata rivoluzionaria di questa sua decisione, e cercò di assicurarsi una forza politico-militare capace di farla rispettare. Egli trovò un valido alleato nel popolo normanno: messosi in viaggio verso l'Italia meridionale nel settembre del 1059, stipulò con i signori normanni, Roberto il Guiscardo e Riccardo I di Aversa, il trattato di Melfi, secondo cui, in una logica tipicamente feudale, i Normanni facevano al papa omaggio di sottomissione e giuramento di fedeltà, riconoscendosi suoi sudditi, mentre la Chiesa romana, nella figura del papa, concedeva loro l'investitura su tutti i territori da loro conquistati i quali erano però rivendicati dall'impero fin dai tempi di Ottone II di Sassonia. In tal modo i Normanni non erano più considerati invasori stranieri della penisola italiana, ma ricevevano il diritto di governare, promettendo di prestare fedelmente aiuto militare al papa. Con una sola mossa papa Niccolò II aveva conquistato la sovranità feudale su gran parte dell'Italia, ma, allo stesso tempo, aveva violato il diritto imperiale di Enrico IV, con il quale cominciarono rapporti tesi e difficili.[64][65][66]

La diffusione della Riforma sotto papa Alessandro IIModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Alessandro II.

Alla morte di Niccolò II, il gruppo dei cardinali riformatori, tra i quali Umberto di Silva Candida e Ildebrando di Soana, procedette all'elezione di Anselmo di Lucca, originario di Milano, il quale fu insediato nel 1061 con il nome di Alessandro II con le modalità espresse nel Decretum in electione Papae emanato dal predecessore senza intraprendere alcuna azione di coinvolgimento della corte imeperiale che non poté né ratificare l'elezione né proporre un nome.[67] Si deve però rilevare che, la scelta di un papa che era vescovo di Lucca, una diocesi legata all'impero, doveva intendersi come un tentativo di distensione con la corte tedesca dopo le recenti frizioni.[68] Nonostante ciò, la nobiltà romana cercò di opporsi a questa elezione, sollecitando l'intervento dell'Impero che non riconobbe la sua elezione. Pertanto, in contrapposizione ad Alessandro III, a Basilea venne eletto il vescovo di Parma, Pietro Cadalo, con il nome di Onorio II. La sua elezione ottenne però ben pochi consensi e si rivelò un passo falso anche per la reggente Agnese.[69][70][71] Grazie all'intervento dei Normanni e di Goffredo il Barbuto, papa Alessandro II poté entrare a Roma sconfiggendo e deponendo l'antipapa Onorio II che non gli rimase altro che fare ritorno a Parma dove si ritirò fino alla morte senza però rinunciare mai formalmente.[72][73]

Poco dopo, nel 1062, al fine di ristabilire l'autorità dell'Impero minata dalla debolezza dimostrata da Agnese, i principi tedeschi, guidati dall'arcivescovo di Colonia Annone, rapirono il principe ereditario, ancora minorenne, portandolo a Colonia ed affidandogli formalmente il potere imperiale con il nome di Enrico IV ("colpo di Stato" di Kaiserswerth).[74][75]

Nel frattempo, con il pontificato di Alessandro II andò a diffondersi sempre di più l'idea di un rafforzamento della teoria del primato papale, soprattutto per quanto riguarda l'esclusiva prerogativa del pontefice nell'indire concili e nell'investire le più alte cariche ecclesiastiche; una tesi già da tempo stato ribadito da teologi quali Wazone di Liegi prima, Pier Damiani e Sigrfrido di Gorze poi.[76]

La riforma gregoriana (1073-1085)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Papa Gregorio VII, Lotta per le investiture e Umiliazione di Canossa.
 
Papa Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Soana

Nel 1073 Ildebrando di Soana venne eletto papa per acclamazione della folla, cui fece seguito l'elezione canonica da parte dei cardinali. Tale modalità fu aspramente contestata dagli avversari di Ildebrando, in particolare da Guiberto di Ravenna (futuro antipapa) poiché non era in accordo con il Decretum in electione papae emanato pochi anni prima da Papa Niccolò II.[71] Ildebrando era un monaco istruito ai valori della riforma; egli aveva accompagnato in Germania l'ex-papa Gregorio VI, quando quest'ultimo, deposto dall'imperatore Enrico III al Concilio di Sutri, era fuggito a nord delle Alpi. Ritornato a Roma al seguito di papa Leone IX (Brunone di Toul), Ildebrando era entrato a far parte dei cardinali riformatori, divenendo ben presto una delle personalità di spicco della curia romana esercitando un'influenza sui pontefici così intensa da meritarsi l'appellativo di "dominus pape" da parte di Pier Damiani.[77]

Appena eletto, Gregorio VII, questo fu il nome pontificale scelto da Ildebrando, intraprese azioni contro la simonia e il concubinato del clero, promulgate soprattutto in occasione di un sinodo romano convocato nella Quaresima del 1074. Ma ancora più importare fu il perseguimento dell'obiettivo di "imporre alla Chiesa un modello organizzativo di stampo monarchico e sulla desacralizzazione della carica imperiale".[78] A tal proposito, decise di affrontare una questione di diritto canonico con re Enrico riguardante il fatto che cinque dei suoi consiglieri erano scomunicati, ma continuavano a essere presenti alla sua corte. Così il giovane imperatore decise di sciogliere i rapporti con essi ed inoltre prestò un giuramento di obbedienza al papa promettendo di appoggiare l'opera di riforma della Chiesa.[79] Questo atteggiamento, che all'inizio gli fece ottenere la fiducia di Gregorio VII, venne abbandonato non appena riuscì a sconfiggere i sassoni con la vittoria nella battaglia Langensalza combattuta il 9 giugno 1075.[80] Enrico infatti cercò subito di riaffermare il suo potere come e, nel settembre dello stesso anno, a seguito dell'omicidio di Erlembaldo Cotta, investì (contrariamente agli impegni presi) il chierico Tedaldo, arcivescovo di Milano, nonché i vescovi delle diocesi di Fermo e Spoleto.[81][82] Con questo atto iniziò un conflitto tra papato ed impero che passerà alla storia come "lotta per le investiture". Al di là della questione delle investiture, fu in gioco il destino del dominium mundi, la lotta tra potere sacerdotale e potere imperiale. Gli storici del XII secolo chiamarono questo litigio Discidium inter sacerdotium et regnum.[83]

Nel 1075, molto probabilmente,[N 3] compose il Dictatus papae,[N 4] una raccolta (o forse soltanto un indice) di varie affermazioni sul primato del vescovo di Roma.[84][85] Con questo documento Gregorio VII inaugurava una "nuova ecclesiologia" (come affermò il teologo cattolico Yves Congar nella sua opera Sentire ecclesiam): il papa diventava "vescovo dei vescovi", Roma era "caput ecclesiae" (centralismo romano) e ogni singolo credente diventava un suddito del vescovo di Roma. Si andava così a delinearsi sempre di più il processo di trasformazione di fatto della Chiesa in una monarchia dotata di un forte potere centralizzato e che metteva fine all'autonomia delle diocesi.[86]

Affermando il potere del papa al di sopra di ogni altra autorità (oggi si direbbe sia "laica" sia religiosa), Gregorio provocò una profonda rottura proprio con l'imperatore romano-germanico (si ricordi che la Riforma dell'XI secolo era iniziata proprio per l'intervento degli imperatori, che avevano tentato di risanare il papato corrotto).[N 5]

 
Enrico IV penitente di fronte alla contessa Matilde di Canossa e ad Ugo di Cluny

Nell'anno seguente, il 1076, l'imperatore Enrico IV convocò a Worms un sinodo dei vescovi del Sacro Romano Impero Germanico (Dieta di Worms del 1076): i vescovi chiesero le dimissioni di Gregorio VII. Poco dopo, Enrico IV invitò i sudditi dell'Impero Romano alla disobbedienza nei confronti di Gregorio, e lo proclamò deposto. In reazione, nel febbraio del 1076 Gregorio VII scomunicò Enrico sciogliendo tutti i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà verso di lui. Così, dopo la scomunica Enrico venne abbandonato dai principi tedeschi, che gli contrapposero Rodolfo di Svevia e minacciavano di non riconoscerlo più come imperatore se non si fosse liberato dalla scomunica. Gli stessi principi invitarono il papa ad Augusta perché questi emettesse una sua decisione nella loro controversia con Enrico. Con mossa abilissima, mentre Gregorio VII era già in viaggio verso Augusta, Enrico lo anticipò, incontrandolo a Canossa dove era ospite della contessa Matilde. In un primo momento Gregorio, combattuto tra opportunità politica (istituire un processo contro Enrico in Germania, con grande prestigio per il papato) e dovere pastorale (perdonare chi gli si presentava come peccatore pentito), scelse la seconda via e assolse Enrico dalla scomunica anche grazie all'intercessione di Ugo di Cluny e della stessa contessa Matilde.[87]

Pochi anni più tardi, però, Gregorio si mostrò molto più spregiudicato e nel 1080 dichiarò pubblicamente il suo appoggio per Rodolfo di Svevia, rinnovando la scomunica e deposizione di Enrico IV, il quale, a questo punto, fece eleggere un nuovo papa nella persona dell'arcivescovo di Ravenna, Guiberto (noto come antipapa Clemente III). Nel 1081 Enrico marciò su Roma e la conquistò nel 1084: a Roma ricevette la solenne incoronazione imperiale da Clemente III, mentre Gregorio, fuggiva a Salerno, dove morirà nel 1085.[88]

Gregorio VII aveva riaffermato vigorosamente l'autonomia della Chiesa e la suprema autorità di Roma su tutte le Chiese locali. In particolare, come è risaputo, Gregorio si oppose nettamente a ogni ingerenza laica nella scelta dei vescovi e degli abati. Questo, inevitabilmente, provocò uno scontro feroce con l'imperatore, perché di fatto i vescovi e gli abati erano anche detentori di un'autorità civile, caso in realtà non frequentissimo, ma perché normalmente esercitavano una giurisdizione su coloro che risiedevano nelle loro diocesi e amministravano patrimoni terrieri vastissimi), e ovviamente l'imperatore voleva intervenire nella selezione di questi suoi funzionari.[89][90]

L'iniziativa riformatrice di Gregorio VII non fu, comunque, la prima mossa della Riforma dell'XI secolo, bensì l'ultima. La riforma gregoriana fu generata dalla riforma imperiale la quale, a sua volta, aveva assunto e coordinato la riforma che si era sviluppata dal basso (monaci, clero e laici). D'altro canto, lo scontro con l'Impero non fu il contenuto centrale della Riforma gregoriana, anche se ne costituì un passaggio obbligato: se la Riforma dell'XI secolo era stata caratterizzata soprattutto da una spinta unificatrice, è chiaro che già due centri unificatori (papato e Impero) erano troppi.[N 6]

La riforma da papa Vittore III a papa Callisto II (1086-1122)Modifica

 
Papa Urbano II, illustrazione del XII secolo, autore anonimo

La morte di Gregorio VII e la situazione, difficilmente superabile, che ne conseguì, colpirono fortemente il partito riformatore. Passò infatti un anno prima che fosse eletto il successore di Gregorio VII. Desiderio, abate di Montecassino, eletto papa nel 1086, diede il proprio assenso soltanto l'anno successivo, e fu intronizzato il 21 marzo 1087 con il nome di Vittore III. Accettata la nomina, tuttavia, gli mancò il tempo per continuare il programma di riforma del papato: il 16 settembre di quello stesso anno, infatti, morì.[91][92]

Dopo di lui venne eletto papa il cardinale di Ostia, Ottone di Lagery, con il nome di Urbano II (1088). Egli si adattò alle circostanze, condividendo il programma riformatore di Gregorio VII ma utilizzando spesso la dispensa papale per quei vescovi (anche eletti con simonia) che si dimostravano disposti a piegarsi alle linee imposte della Sede romana (e spesso venivano nuovamente ordinati). Durante il pontificato di Urbano II era ancora in vita l'antipapa Clemente III (Viberto di Ravenna), il quale fu neutralizzato, anche grazie al cambio di mentalità di molti vescovi, prima favorevoli a Clemente III ed ora ad Urbano II.[93] Enrico IV, pur avendo sconfitto il rivale Rodolfo di Svevia, fu quasi abbandonato dai propri sostenitori e si ritrovò a dover affrontare due rivolte: la prima scoppiata in Baviera nel 1086 e una seconda guidata dal figlio Corrado di Lorena, eletto re di Germania nel 1087, ma istigata dalla contessa Matilde di Canossa. Tra il 1093 e il 1097 Corrado, occupando i passi delle Alpi, riuscì a privare il padre bloccato in Italia tra Padova e Verona di qualsiasi possibilità di far ritorno in Germania.[74][94]

Nel frattempo papa Urbano II intraprese un viaggio che, nel giro di due anni, lo portò in Francia, passando per la Toscana, durante il quale convocò concili provinciali a Piacenza, in cui decretò l'invalidità delle nomine episcopali fatte dall'antipapa Clemente e dai suoi sostenitori, e a Clermont nel 1095, nel quale cercò di incitare i monaci perché imprimessero la Riforma nel Paese. Durante questo concilio, Urbano indisse la prima crociata, invitando i cavalieri cristiani a combattere per la liberazione della Terra Santa. Urbano II morì il 29 luglio 1099, due settimane dopo la presa di Gerusalemme da parte dei crociati.[95]

Alla sua morte gli succedette papa Pasquale II, del quale non abbiamo molte informazioni. Certamente italiano, monaco anche se non cluniacense, fu descritto dagli storici come persona semplice e, a volte, ingenua. Nel 1105 Pasquale II appoggiò una congiura ordita contro l'imperatore Enrico IV e organizzata dall'imperatrice Adelaide di Kiev e dal suo secondo figlio, il futuro Enrico V. Quest'ultimo, dopo aver fatto deporre cinque anni prima il fratello Corrado, era riuscito a prendere il comando della nobiltà tedesca. La congiura ebbe successo ed Enrico IV, fato prigioniero, venne costretto ad abdicare in favore del figlio in occasione della dieta di Magonza. Enrico IV morirà nel 1106 a Liegi, ancora scomunicato e senza poter ricevere una sepoltura religiosa fino al 1111 quando troverà riposo nella cattedrale di Spira.[74][96][97] Nel frattempo, la Chiesa germanica, stanca del conflitto, si era lasciata convincere degli effetti negativi prodotti dalla simonia e così i vescovi avevano iniziato ad abbandonare gli affari politici per dedicarsi sempre di più agli aspetti religiosi propri del loro ministero. Nonostante l'ostinata resistenza in cui Enrico IV si era impegnato per tutta la vita, la Riforma gregoriana si era oramai diffusa in Germania.[98]

Sotto il pontificato di Pasquale si continuò a combattere contro le investiture concesse dal potere civile, argomento maggiormente interessante e scottante in questo periodo. Questa questione si risolse innanzi tutto in Inghilterra ed in Francia. In Inghilterra il problema fu risolto giuridicamente alla presenza del re e di Anselmo di Canterbury nell'agosto del 1107, con la dieta di Londra: Enrico I d'Inghilterra, figlio di Guglielmo il Conquistatore, rinunciò all'investitura alle cariche ecclesiastiche tramite la consegna dell'anello e dello scettro (segni dell'investitura spirituale e temporale), ma si riservò il diritto di ricevere dai vescovi, prima che fossero ordinati, l'omaggio feudale. Prima dell'ordinazione, infatti, il vescovo eletto doveva fornire al re una truppa di fanti e di cavalieri armati che si mettessero al servizio del re stesso, quale segno di vassallaggio. Anche in Francia la situazione fu simile.[99] Il re rinunciò a dare l'investitura con l'anello e il pastorale, ma si accontentò di chiedere al vescovo, a differenza dell'Inghilterra, soltanto un giuramento di fedeltà.[100]

 
Papa Callisto II, con lui venne raggiunto un accordo con l'Imperatore Enrico V nel Concordato di Worms (1122)

Il problema, superato per Francia ed Inghilterra, rimase però irrisolto per le regioni dell'Impero (Germania, Italia e Lotaringia). Pasquale II tentò una linea di soluzione nel 1111, invitando i vescovi a rinunciare all'investitura temporale per le proprietà affidate loro dall'Imperatore. Questa soluzione non portò alcun successo, anzi creò ribellioni di molti vescovi all'autorità papale (sebbene fosse una soluzione che piaceva all'Imperatore, in quanto vedeva tornare a sé tutti i donativi e le proprietà affidata ai vescovi dagli Ottoni già dal IX secolo).[101]

Pasquale II morì nel 1118. Gli succedette papa Gelasio II, il quale venne imprigionato e fuggì a Gaeta dove morì nel 1119. Alla sua morte gli succedette Callisto II, un monaco cluniacense francese, con il quale si giunse a una sistemazione giuridica della questione: Callisto II, infatti, raggiunse un accordo con l'Imperatore Enrico V nel Concordato di Worms (1122), durante il quale fu cambiata la modalità di elezione del vescovo.[102] Secondo il concordato, l'imperatore rinunciava al potere di investitura con bastone e anello pastorale, tuttavia a lui o a un suo rappresentante veniva concesso di presenziare alla nomina e di intervenire nel caso di controversie. Inoltre, l'imperatore aveva il diritto di investitura temporale del vescovo con la consegna di uno scettro, un simbolo privo di connotazione spirituale ma che rappresentava il trasferimento di non meglio definite regalie che corrispondevano ad alcuni doveri giuridici. Questo in Germania doveva avvenire prima dell'investitura spirituale, mentre in Italia ed in Borgogna solamente dopo che era avvenuta l'ordinazione, segno che qui l'influenza dell'impero nella nomina di vescovi e abati era oramai scemata. L'accordo pose fine alla lotta per le investiture e segnò l'inizio del tramonto del cesaropapismo in Occidente.[103][104]

La riforma fuori RomaModifica

La riforma in Normandia e in InghilterraModifica

 
Lanfranco di Pavia, arcivescovo di Canterbury dal 1070. Su mandato di Guglielmo il Conquistatore portò la Riforma nella Chiesa di Inghilterra

Nel 911, con il trattato di Saint-Clair-sur-Epte, il re di Francia Carlo III, detto il Semplice concesse ai normanni come feudo una vasta area della Neustria dove dettero origine ad una potente dinastia che fin da subito si dimostrò molto sensibile verso la riforma del monachesimo. Il duca Guglielmo I di Normandia affidò, infatti, ad un allievo di Gerardo di Brogne l'incarico di riformare i monasteri dei propri possedimenti, come le abbazie di Saint-Wandrille de Fontenelle, di Mont-Saint-Michel e di Saint-Ouen.[105] Il successore, Riccardo II, chiamò il monaco cluniacense Guglielmo da Volpiano a riformare l'Abbazia della Santissima Trinità di Fécamp che grazie a lui divenne un centro propulsore della nuova vita monastica attirando giovani monaci perfino dall'Itala, come Lanfranco di Pavia e Anselmo d'Aosta.[106]

Nel 1066 il duca normanno Guglielmo il Conquistatore, dopo aver ottenuto il permesso da papa Gregorio VII nonostante l'opposizione della curia, invase l'Inghilterra strappandola agli anglosassoni. Completata la conquista dell'isola, impose sui suoi nuovi territori la Riforma della Chiesa con non poca energia, riforma che fino ad allora aveva avuto uno scarso impatto per via dell'isolamento geografico. In un sinodo del 1070 vennero deposti, ad eccezione di pochi, tutti i vescovi anglosassoni e sostituiti con normanni o lotaringi; a Lanfranco di Pavia venne assegnata l'arcidiocesi di Canterbury così da avere la possibilità di plasmare la Chiesa inglese su modello di quella riformata normanna.[107] Guglielmo la fece instradare verso un modello di tipo feudale in cui i vescovi e gli abati erano obbligati a fornire, alla stregua dei baroni del regno, una quota di armati per i bisogni della corona. Allo stesso modo venne restaurato il diritto canonico per regolare le questioni ecclesiastiche e ai tribunali laici venne tolta la giurisdizione su di esse che venne, invece, affidata a tribunali diocesani istituiti per la prima volta sull'isola.[108]

Nonostante le iniziative intraprese a favore della riforma, il forte controllo esercitato dal duca Guglielmo I sulla Chiesa di Inghilterra finì per raffreddare i rapporti con papa Gregorio VII, complice anche la disubbidienza di Lanfranco all'invito del papa di presentarsi a Roma. Guglielmo, inoltre, si era rifiutato di prestare il giuramento feudale nei confronti del papato e poté mantenersi neutrale nella complicata lotta per le investiture tra il papa e l'imperatore Enrico IV. La situazione si mantenne invariata con il successore di Guglielmo, il figlio Guglielmo II il Rosso.[109]

 
Anselmo d'Aosta ritratto in una vetrata inglese. Anselmo fu protagonista della lotta per le investiture in Inghilterra

Il primato dei re inglesi sulla Chiesa locale si realizzava in particolare sul potere esercitato dei primi sui beni economici delle diocesi e delle abbazie che, nei periodi di mancanza del titolare, venivano sistematicamente incamerati dalla corona. La nomina ad arcivescovo di Canterbury di Anselmo d'Aosta mise un freno a tale situazione.[110] Egli, sentitosi intimamente legato ai suo obblighi verso la Chiesa, lottò a favore della Riforma e contro la simonia rifiutando di essere considerato un feudatario della corona inglese.[111] La sua iniziativa lo condusse ad un duro scontro con re Guglielmo II che finì con il suo esilio da cui poté far ritorno solamente alla morte del re quando salì al trono il successore Enrico I, di sincera fede religiosa e bisognoso di ogni supporto in quanto cadetto e non inizialmente destinato al trono.[112]

Enrico I promise solennemente di rispettare le libertà della Chiesa ma non arrivò ad accettare il divieto di investitura da parte dei laici e del giuramento feudale da parte degli ecclesiastici che gli chiedeva Anselmo a seguito di quanto era emerso nel concilio di Roma tenutosi agli inizi del 1099.[113] Nonostante questa contrapposizione, Anselmo ed Enrico cercarono una soluzione compromissoria mossi da “Anselmo per uno spontaneo desiderio di pace, il re per considerazioni di ordine politico, la curia perché non voleva metter in gioco l'obbedienza e l'unione con Roma dell'Inghilterra”.[114]

Nonostante l'accordo siglato nel 1107 il predominio della corona inglese sulla Chiesa rimase immutato subendo, tuttavia, un declino durante la contesa (conosciuta come "anarchia") tra Stefano di Blois e Matilde per la corona che favorì l'influenza di Roma. L'assassinio di Thomas Becket avvenuto nel 1170 durante il regno di Enrico II di Inghilterra fermò la svolta indipendentista della Chiesa inglese.[115]

La riforma in FranciaModifica

 
Il re di Francia Enrico I. Egli cercò di nominare vescovi sulla base dell'affidabilità politica per garantirsi il sostegno necessario

La situazione in Francia era profondamente differente rispetto a quella che si palesava in Germania o in Inghilterra. Il potere della dinastia capetingia, sul trono incontrastata dal 987, in realtà era esercitato su un territorio ancora assai modesto, rispetto a quello dei secoli successivi, comprendente solamente poche diocesi e su alcune delle quali l'influenza era comunque modesta; le restanti regioni erano sotto il controllo della nobiltà.[116]

Con il concilio di Reims del 1049, Papa Leone IX intervenne profondamente sulla Chiesa francese, in cui non poteva contare su di un regnante sensibile alla riforma, come era il caso della Germania dell'imperatore Enrico III: in Francia, per Enrico I era più importante affidarsi a a vescovi di comprovata affidabilità politica rispetto alle qualità religiose, in quanto necessitava del loro apporto economico e militare affinché potesse mantenere la supremazia feudale sui propri vassalli.[117]

I papi, quindi, dovettero agire personalmente affinché le alte cariche ecclesiastiche di Francia potessero essere attribuite secondo i canoni e affinché si potessero estirpare le frequenti situazioni di simonia e di matrimonio nel clero.[118] Per raggiungere questi scopi i pontefici ricorsero all'azione dei legati a cui veniva dato l'incarico di diffondere i decreti e sostenere la loro osservanza. Nonostante gli inevitabili sconti tra questi riformatori e i sovrani non si arrivò mai ad un grave conflitto preferendo optare per accordi e compromessi.[119]

La situazione divenne più tesa quando Gregorio VII nominò due vescovi francesi come suoi rappresentanti permanenti: Ugo di Die, per la Borgogna e la Francia settentrionale, e Amato d'Oleron per le regioni più meridionali.[119] Tra i due fu Ugo quello che agì con maggior decisione rimuovendo diversi vescovi considerati simoniaci.[120] Contestualmente nel sinodo di Autun venne dichiarato il divieto del potere temporale di intervenire sulle nomine ecclesiastiche.[121] L'azione di Ugo dovette far fronte all'ostilità di gran parte dell'episcopato francese che rifiutava energicamente il dover sottomettersi a lui. Il re Filippo I di Francia, invece, mantenne un profilo moderato pur continuando a dimostrare uno scarso interesse verso la diffusione della riforma.[122]

La Riforma in Italia settentrionaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Pataria.

Con l'elezione a vescovo di Milano di Guido da Velate iniziò un movimento popolare contrario alle pratiche simoniache che coinvolgevano la quasi totalità, almeno stando a quanto racconta Bonizone da Sutri, delle alte cariche ecclesiastiche cittadine. Questo movimento, detto "pataria" fu guidato da Arialdo da Cucciago e di Landolfo Cotta.[123]

Tale forte opposizione indusse papa Stefano IX a indire un concilio a cui, tuttavia, Arialdo e Landolfo non vollero presenziare venendo scomunicati. Il papa inviò, dunque, a Milano Ildebrando di Soana (futuro papa Gregorio VII) che non poté non rendersi conto della forza del movimento e della loro intenzione a rendere addirittura indipendente la diocesi se fosse stato necessario. Una successiva missione di Pier Damiani inviata da papa Niccolò II riuscì temporaneamente a riappacificare gli animi deponendo il clero simoniaco, arrivando a minacciare di scomunica lo stesso vescovo Guido. Tuttavia, la pace duro ben poco, tanto che si andò verso una guerra civile in cui Arialdo fu costretto ad abbandonare la città per poi essere assassinato. La situazione si volse a favore dei patarini quando il fratello di Landolfo, Erlembaldo, prese il comando del movimento scacciando l'arcivescovo e prendendo Milano.[123]

Quando l'imperatore Enrico IV nominò Goffredo come successore di Guido, deceduto nel 1071, si andò verso uno scisma in quanto i patarini nominarono a loro volta il chierico Attone, proclamato poi arcivescovo da papa Alessandro II. Il successore di Alessandro II, Gregorio VII, inizia a trattare con Enrico IV convincendolo, nel 1074, ad accettare la proclamazione di Attone ad arcivescovo. Un incendio scoppiato poco dopo, la cui causa venne attribuita ai patarini, portano a nuovi disordini in cui Erlembaldo viene ucciso, mettendo fine all'esperienza della pataria milanese. La successiva elezione di Tebaldo da parte di Enrico IV come nuovo arcivescovo sarà la scintilla che farà scoppiare la lotta per le investiture che lo vide contrapposto a papa Gregorio VII.[123]

Concilio lateranense IV e conseguenze della RiformaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Concilio Lateranense IV.
 
Il concilio Lateranense IV del 1215 fu la conclusione del processo di riforma della Chiesa iniziato secoli prima. Le decisioni conciliari si basarono su molti temi proposti dai riformatori

Solitamente si identifica il traguardo della Riforma nel concilio Lateranense IV, convocato da papa Innocenzo III nel 1215. Molte delle decisioni conciliari riguardarono i temi su cui si batterono i riformatori dei due secoli precedenti: fu stabilito il primato papale e l'ordine delle sedi patriarcali, venne data un'organizzazione più omogenea alla vita monastica, si impose una svolta moralizzatrice al clero proibendo il concubinato e ribadendo al celibato, si ribadì la condanna della simonia e venne ribadita l'impossibilità per un laico di assegnare cariche religiose.[124]

Dalla riforma, quindi, la Chiesa ne uscì profondamente trasformata arrivando ad assumere un assetto che, seppur con alcune modifiche, è rimasto fino a oggi (primi decenni del XXI secolo). Questa nuova Chiesa ebbe un'organizzazione improntata all'insegna del centralismo amministrativo e giuridico con al vertice il vescovo di Roma, dell'uniformazione all'esempio romano e dell'intransigenza verso le diversità di culto e liturgia, di opinione, cultura e religione. Da questo periodo si deve anche un "certo radicalizzarsi dell'intolleranza verso forme di dissenso religioso interne o esterne alla Chiesa romana".[103][125]

Nonostante questo modello verticistico, simile a quello monarchico tipico del potere laico, la Santa Sede non riuscì mai a imporre il suo dominium mundi come avrebbe auspicato, tuttavia è indubbio che riuscì a sottrarre al potere secolare l'autorità sulle questioni religiose e sull'organizzazione della Chiesa. Tale politica di centralizzazione si rifletté nell'affermazione della plenitudo potestatis, l'autorità sovrana del papato sulla Chiesa che si basa sul diritto canonico; l'azione pontificia viene trasmessa da tutti i concili, legati e ordini. Le controversie locali trovarono, da quel momento, rimedio in un appello a Roma che consentì al papato di moltiplicare gli interventi.[125][126][127] Anche l'attuale organizzazione del clero cattolico, fondata sul celibato e su una separazione tra vita laica e consacrata, si deve alla riforma.[103]

Il profondo rinnovamento del clero, e in particolare dell'alto clero, fu una delle maggiori conquiste della Riforma e coinvolse sia i loro costumi che l'azione pastorale e amministrativa. Infatti, dalla fine dell'XI secolo in avanti i vescovi appaiano sempre più istruiti, almeno per quanto riguarda la grammatica, la conoscenza della Bibbia e dei fondamenti del diritto canonico, conformandosi maggiormente al modello ideale delineato da San Bernardo di Chiaravalle. Tra di loro vi furono anche tenaci difensori delle libertà della Chiesa; la resistenza intrapresa da Thomas Becket e il suo successivo martirio ne è l'esempio più illustre.[128] Tutto ciò si rifletté anche sull'entourage dei vescovi: i canonici appartenenti ai capitoli delle cattedrali tornarono ad una vita in comune, una pratica frequentemente abbandonata al termine dell'età carolingia. Questi capitoli svilupparono sempre di più attività culturali, mantenendo una biblioteca e curando in generale una scuola sotto la direzione di un magister (maestro). Questo fu uno degli elementi alla base di quello che il medievista Charles Haskins chiamerà "rinascimento del XII secolo".[129]

La lotta contro la simonia portò ad una effettiva separazione tra temporale e spirituale, permettendo una graduale secolarizzazione del potere imperiale che andò verso un progressivo indebolimento. In effetti, scomuniche e deposizioni avevano iniziato a minare le strutture della società feudale. I prelati non furono più considerati come gli ufficiali del sovrano temporale, ma vassalli, alla apri di principi laici. Nel contempo la figura dell'imperatore aveva perso quasi totalmente quella connotazione di sacralità che l'aveva contraddistinta fin dall'epoca ottoniana, mentre si era rafforzato il primato papale, considerato vicario di Cristo e unica e suprema guida della Chiesa cattolica. La riforma ebbe sostanziale ripercussioni anche nel campo del diritto, contribuendo alla crisi del feudalesimo e del sistema giuridico basato sulle consuetudini.[125] È stato sottolineato come gli effetti delle riforma contribuirono alla trasformazione del potere temporale del tempo, dando origine a nuove forme politiche, al rafforzamento delle monarchie nazionali e alla nascita dei comuni medievali in Italia settentrionale.[130][131] Tuttavia, il successo così profondo e duraturo della Riforma dell'XI secolo fu dovuto non soltanto grazie a imperatori, energici papi e dotti teologi, ma e soprattutto dal "sostegno che in più occasione i fedeli diedero con la spinta verso una profonda rigenerazione religiosa e spirituale.[132]

Sviluppi della storiografia recente: messa in discussione del concetto di "riforma gregoriana"Modifica

La categoria storiografica di "riforma gregoriana" fu sostenuta all'inizio del Novecento (soprattutto dallo storico del cristianesimo Augustin Fliche). In questa prospettiva, che trovò rapidamente un consenso quasi unanime tra gli studiosi cattolici, la "riforma gregoriana" era vista come un vasto movimento unitario che partì dal papato e raggiunse il suo culmine nell'opera di Gregorio VII, vero ispiratore dei papi suoi successori, ma anche migliore realizzatore degli intenti dei suoi diretti predecessori, di alcuni dei quali era stato anche collaboratore e consigliere. Quando si parlava di riforma gregoriana, dunque, il punto di vista si focalizzava notevolmente sul papato: sintetizzando molto, si può dire che la Riforma della Chiesa veniva presentata come "opera del papa", mentre il "nemico" che bloccava questa riforma e minacciava di corrompere la Chiesa era l'imperatore.[133]

Questa categoria, tuttavia, cominciò a essere posta in discussione poco dopo la seconda guerra mondiale:

  • Jean-François Lemarignier, studiando la riforma cluniacense, poté indicare già nella centralizzazione del monachesimo operata da Cluny il modello della Riforma (che Lemarignier chiamava ancora "gregoriana", ma che per ovvi motivi cronologici non poteva avere avuto in Gregorio VII il suo principale ideatore);
  • Cinzio Violante individuò e studiò l'ampio movimento riformatore attivo a Milano quando ancora il papato non aveva assunto alcun'opera di riforma (si delineava pertanto, una riforma "dal basso", che partiva dal laicato e non dalla gerarchia ecclesiastica).

Il culmine di questa revisione si ebbe, in Italia, con un famoso articolo di Ovidio Capitani del 1965 in cui scriveva:[134]

«Esiste un'"età gregoriana"? O, per lo meno, può giustificarsi, atteso i risultati più significativi della storiografia in questione, la scelta di un aggettivo così importante, a qualificare una periodizzazione? ... Molto c'era da tempo in via di realizzazione che trovò una sua completa manifestazione nel tempo di Gregorio VII, ma non ad opera sua... Il pontificato di Gregorio VII è la vera ed unica "età gregoriana", e sembra inequivocabilmente indicare il momento di massima fluidità polidirezionale della crisi. Da studiare, quindi, sempre: ma sempre meno nelle persone, sempre più nei problemi e nella dinamica delle forze.»

Ci si rese sempre più conto, in definitiva, che l'aggettivo "gregoriana" in qualche modo semplificava eccessivamente la complessità della Riforma dell'XI secolo, rimuovendo, o per lo meno mettendo in ombra, la riforma voluta proprio dagli imperatori romano-germanici, quella intrapresa da correnti monastiche e laicali, o quella di vescovi di parte imperiale (si pensi a Viberto di Ravenna o al primo Rainaldo di Como) che furono sicuramente dei riformatori, sebbene apertamente schierati contro Gregorio VII.[55]

Alcuni protagonisti della RiformaModifica

Congregazione cluniacenseModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Congregazione cluniacense, Oddone da Cluny, Maiolo di Cluny e Odilone di Cluny.

L'abbazia di Cluny venne fondata l'11 settembre 909 (o 910) per volere del potente duca Guglielmo I di Aquitania con l'intento di fare delle sue terre di Cluny un "venerabile asilo di preghiera con voti e suppliche" ove "si ricerchi e si brami con ogni desiderio ed intimo ardore la vita celeste". Perché ciò si realizzasse venne previsto che i monaci avrebbero osservato la regola di San Benedetto ma nella rilettura fatta da Benedetto d'Aniane in cui venivano sollevati dal lavoro manuale nei cambi, considerato una distrazione al loro scopo principale che era quello di pregare.[135] Inoltre, Guglielmo dispose che il monastero fosse sottratto dal controllo della diocesi locale ma sottoposto esclusivamente al controllo, e alla protezione, del papato. Questo permise al neonato monastero di godere di un'autonomia non comune per l'epoca, considerato anche che nella regione della Borgogna, ove si trovava Cluny, anche il potere imperiale era piuttosto debole.[136][137][138]

Tutto ciò, insieme all'elevato spessore morale ed intellettuale dei primi abati (tra cui i più rilevanti furono Oddone, Maiolo e Odilone) che fecero del monastero un luogo "specializzato nella liturgia" e dove "le preghiere dei monaci avevano un rapporto privilegiato con l'aldilà", fece sì che in breve tempo Cluny potesse vantare un grande prestigio che si tradusse in ingenti donazioni da parte dei potenti laici desiderosi di assicurarsi la salvezza dell'anima grazie alle orazioni dei monaci.[139][140] In un secolo dall'abbazia di Cluny nacque un rete di ulteriori abbazie, rette da un priore sottoposto all'abate della casa madre, che andarono a costituire la congregazione cluniacense. Questi priorati seguivano il modello originario, basato sulla spiritualità, su di un recupero dei valori morali proposti dai padri della Chiesa, come la castità, tanto che spesso si parla di "riforma cluniacense" e di "monasteri riformati".[141]

Enrico III di Franconia e la ReichskircheModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Enrico III di Franconia e Reichskirche.

Enrico nacque nel 1016, figlio di Corrado II il Salico e di Gisella di Svevia. Il 14 aprile 1028 venne fatto incoronare rex romanorum e nel 1039 succedette al padre sul trono imperiale. Enrico si sposò la seconda volta, la prima moglie era morta di malattia, nel 1043 con Agnese di Poitou, da cui ebbe sei figli tramite la quale ebbe contatti con il monachesimo cluniacense. Sotto il suo regno l'impero continuò a essere "il vero elemento di raccordo tra gli episcopati e le comunità locali". La "Chiesa imperiale" (o Reichskirche) promossa dai sali era struttura in una stretta connessione ideale, istituzionale e personale con il sistema politico di governo. Ai tempi di Enrico III, quindi, la Chiesa era subordinata all'autorità statale imperiale la cui legittimazione derivava dall'interpretazione della figura del sovrano visto come un signore scelto da Dio e quindi pienamente legittimato nell'intervenire nella società ecclesiastica.[6][142]

Il controllo dell'imperatore sulla Chiesa non "produceva degenerazione nell'apparato ecclesiastico, ma fungeva da potente fattore di omogeneizzazione culturale e liturgica dei vertici che alla corte imperiale attingeva un modello di vescovo molti impegnativo ed elevato".[143]

L'influenza che ebbe su Enrico la riforma cluniacense e il suo sostegno al modello della "Reichskirche" fecero sì che gli storici fanno riferimento ad una "riforma imperiale della Chiesa" avvenuta durante il suo regno. E fu proprio grazie all'intervento di Enrico nel concilio di Sutri del 1046, giunto a risolvere una situazione drammatica in cui vi erano tre papi a contendersi la cattedra di san Pietro, che la Riforma giunse nei palazzi pontifici di Roma per poi diffondersi in tutta la cristianità occidentale. Dopo aver deposto i tre papi contendenti, l'imperatore pose sul soglio pontificio il fidato Suidger von Morsleben, vescovo di Bamberga, primo di una serie di vescovi tedeschi, serie che durerà fino alla morte di Enrico III, che gettando le basi della Riforma della Chiesa.[142]

Enrico III morì improvvisamente nel 1056, lasciando sul trono il figlio di ancora sei anni e come reggente la moglie Agnese. Con la sua scomparsa l'autorità imperiale andò ad affievolirsi e, come osserva Ovidio Capitani, "le due strade dell'Impero e del Papato si trovarono oggettivamente, senza pensare anacronisticamente all'aprirsi di contrasti di fondo che non erano ancora stati nemmeno individuati, a divergere".[144]

Brunone di Toul (papa Leone IX)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Brunone di Toul.
 
Leone IX respinge il demonio. Passionario di Weissenau (XII secolo ca.)

Brunone dei conti di Egisheim-Dagsburg nacque a Eguisheim il 21 giugno 1002. Ricevette la sua istruzione presso Toul, dove successivamente divenne canonico e, nel 1026, vescovo. Nel periodo in cui rivestì questa carica rese un importante servizio politico a Corrado II e in seguito ad Enrico III, divenendo, al tempo stesso, molto conosciuto come ecclesiastico serio e riformatore, per lo zelo che mostrò nel diffondere la regola dell'ordine di Cluny. Alla morte di papa Damaso II, Brunone venne scelto dall'imperatore e dei delegati romani come suo successore ma come condizione per la sua accettazione chiese di poter andare a Roma per essere eletto canonicamente per voce del clero e del popolo. Fece, dunque, il suo arrivo a Roma in abiti da pellegrino nel febbraio del 1049, venendo accolto con molta cordialità, e alla sua consacrazione assunse il nome di Leone IX.[145]

Leone IX è ricordato per essere uno dei tre papi tedeschi, nominati dopo il concilio di Sutri, e quello tra essi che più ha influito sulla Riforma della Chiesa, tanto da consideralo un precursore di papa Gregorio VII. Caratteristica del suo pontificato furono i continui viaggi che fece per tutta l'Italia, la Francia e la Germania, nello stile della corte itinerante imperiale. Numerosi furono i sinodi da lui convocati nel mezzo dei quali si spese per ripristinare la moralità nella Chiesa ed in particolare lottò per confermare il celibato ecclesiastico e contrastare la simonia. in alcune missive indirizzate ad alcune abbazie dell'Alsazia e della Lorena, traspare il suo supporto alle antiche consuetudini tipiche del mondo monastico, come l'obbligo della confessione dei monaci e la scelta dei prelati nella ristretta cerchia della famiglia fondatrice a discapito della "libertas Ecclesiae".[145]

Negli ultimi anni di pontificato, Leone IX si trovò ad affrontare due gravi questioni gravide di conseguenze che ne offuscarono il suo prestigio: gli ultimi atti dello scontro con la Chiesa cristiana orientale di Costantinopoli che sfocerà nel Grande Scisma del 1054 e il dilagare dei Normanni in Italia meridionale a cui si contrapporrà lo stesso papa che tuttavia verrà sconfitto nella Battaglia di Civitate in cui addirittura cadde prigioniero. Morì nel 1054, venne fatto santo da papa Vittore III nel 1087.[145]

Ildebrando di Soana (papa Gregorio VII)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Ildebrando di Soana.
 
Papa Gregorio VII in una miniatura contenuta nel Vita Gregorii VII

Papa Gregorio VII, al secolo Ildebrando di Soana, fu certamente uno dei protagonisti indiscussi della Riforma della Chiesa, tanto che spesso è stata chiamata "riforma gregoriana". Educato fin da giovane ai valori proposti dai riformisti, fu fedele allievo e cappellano di papa Gregorio VI rimanendogli al fianco anche durante il suo esilio in Germania fino alla morte. Tornato a Roma, fu un influentissimo consigliere dei pontefici successivi indirizzando così tutto il processo di riforma intrapreso. Salito al soglio pontificio nel 1073 per acclamazione popolare e fin da subito si mise in luce per la sua visione intransigente riguardo alla lotta alla simonia e per la sua instancabile azioni a favore dell'indipendenza della Chiesa rispetto all'autorità imperiale.[146] Nel sinodo quaresimale del 1075 arriverà a stabilire che un presbitero, sia che fosse regolarmente sposato che concubinario, dovesse essere sollevato dallo svolgimento del suo ministero e privato di qualsiasi beneficio ecclesiastico fino a quando non avesse fatto penitenza e cambiato stile di vita accettando il celibato.[147]

A tal proposito, probabilmente, sempre nel 1075 redasse il "Dictatus papae", uno scritto di natura non del tutto chiara, in cui ribadiva energicamente il primato papale, la sua competenza esclusiva nella nomina dei vescovi e il potere dei papi di deporre i sovrani. Tutto ciò lo portò a scontrarsi con l'imperatore Enrico IV di Franconia, desideroso invece di ristabilire la sacralità della sua carica regale, in quella che gli storici chiamano "Lotta per le investiture". La lotta arrivò a tingersi di tinte drammatiche e alla fine vide Gregorio VII sconfitto e costretto a scappare in esilio a Salerno, salvato dai Normanni di Roberto il Guiscardo, sopraffatto da Enrico che nel frattempo aveva fatto eleggere l'antipapa Clemente III. Tuttavia, anche l'impero uscì dallo scontro profondamente indebolito e i successori di Gregorio, morto nel 1085, poterono continuare la sua opera riformatrice, seppur con maggior diplomazia, cogliendo duraturi successi che invece a lui erano mancati.[146][148][149][150]

Umberto di Silva CandidaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Umberto di Silva Candida.

Umberto di Silva Candida nacque in un anno imprecisato all'inizio del XI secolo. Nel 1028 è già monaco a Moyenmoutier, nella diocesi di Toul dove si distingue nelle discipline religiose e umanistiche. Nel 1049 viene nominato vescovo cardinale di Silva Candida da papa Leone IX e, giunto in Italia, assunse anche la carica di cancelliere e bibliotecario della Chiesa romana. Per via della sua profonda conoscenza della lingua greca e delle controversie tra Chiesa latina e Chiesa greca, gli venne affidato nel 1054 l'incarico di guidare una legazione pontificia a Costantinopoli. Qui, il 24 giugno, condannò il patriarca Michele Cerulario contribuendo così al grande scisma.[151]

Umberto da Silva Candida è ricordato per la sua posizione intransigente verso la simonia in un periodo in cui, nonostante la pressoché unanime condanna da parte della Chiesa, ancora non si aveva ben chiaro quali circostanze fossero da considerarsi simoniache o meno. Secondo Umberto, come lui stesso dichiara nella sua opera Adversus Simoniacos (1057-1060), i sacramenti impartiti dai simoniaci non potevano considerarsi validi in quanto eretici e dunque nemmeno le ordinazioni. Dal punto di vista teologico egli affermava che lo Spirito Santo non era presente nei simoniaci e quindi essi non potevano trasmetterlo ad altri.[152] Una tale, radicale, proposta trovò inizialmente sostenitori nei patarini lombardi e nei vallombrosiani, ma successivamente venne superata dalla visione più moderata di Pier Damiani, forse anche a causa della dispersione dei manoscritti di Umberto.[153] Morì probabilmente sotto il pontificato di papa Niccolò II, poiché il suo nome non compare in nessun atto successivo.[151] Con lui "se ne andava il perno ideologico del gruppo riformatore, il suo teorico più radicale, capace di trovare sempre i toni più adatti a provocare e a sostenere i conflitti".[67]

Pier DamianiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Pier Damiani.

Pier Damiani nacque a Ravenna nel 1007 in una famiglia indigente. Grazie ad un fratello arciprete, venne inviato a studiare a Faenza e a Parma dove apprese le arti liberali. Fattosi monaco abbracciò una vita estremamente austera dedicata all'apostolato. Sotto il pontificato di Leone IX si procurò non poche critiche a seguito della sua cruda denuncia dei vizi che affliggevano gran parte del clero secolare e regolare. Le cose cambiarono con papa Stefano IX che volle elevare Pier Damiani a cardinale-vescovo di Ostia nonostante l'iniziale rifiuto di questi più propenso a continuare la sua vita ritirata. La sua influenza sulla Chiesa romana fu comunque notevole non potendo negare che gli atti più significati adottati durante il pontificato del successore di Stefano, papa Niccolò II, riflettessero quasi sempre le idee di Pier Damiani.[154][155] Autore prolifico di sermoni, agiografie, lettere, servì spesso da legato apostolico effettuando diversi viaggi in Francia, a Firenze, a Milano e presso la corte imperiale.[156]

Sebbene Pier Damiani si fosse battuto per tutta la vita contro il clero simoniaco, la sua visione al riguardo fu più moderata rispetto a quella proposta da Umberto di Silva Candida. Per Pier Damiani il vero artefici del sacramento è Cristo e non chi lo amministrava che è invece un semplice strumento dello Spirito Santo. Così la validità dei sacramenti non prescindeva dalle doti morali di chi gli aveva impartiti e di conseguenza le ordinazioni gratuite effettuate da ecclesiastici simoniaci erano da considerarsi valide a tutti gli effetti. Tale posizione fu parzialmente accolta nel sinodo del 1061 in cui si decise che le ordinazioni gratuite fino ad allora impartite erano valide, indipendentemente da chi le aveva amministrate, ma quelle future provenienti da simoniaci sarebbero state nulle.[157]

Riguardo al nicolaismo la posizione di Pier Damiani dovette mutare nel tempo. Inizialmente egli accettava il matrimonio dei diaconi che avevano, prima dell'ordinazione, dichiarato di non voler attenersi al celibato ma, successivamente al sinodo del 1059 in cui papa Leone IX aveva vietato ai fedeli di partecipare alle liturgie officiate da chierici concubinari, Pier Damiani affermò il suo impegno affinché “nessuno ascoltasse la messa da un presbiterio, nessuno il Vangelo da un diacono, nessuno infine l'epistola da un suddiacono dei quali sappia che si mescolano con le donne”.[158]

Morì nel monastero di Santa Maria ad Nives a Faenza il 22 febbraio 1072 mentre faceva ritorno a Fonte Avellana. Secondo lo storico Nicolangelo D'Acunto, "Pier Damiani fu un personaggio di primo piano del gruppo riformatore, egli ne incarnava però un'anima moderata sul pian politico-ecclesiastico in netto contrasto con l'estremismo che ne caratterizzava l'esperienza monastica".[154][159]

NoteModifica

EsplicativeModifica

  1. ^ «La riforma episcopale, come era stata concepita ed attuata da Attone di Vercelli, da Raterio di Liegi e da altri prelati animati da medesimi intenti, non ha dato e non poteva dare che risultati insignificanti. [...] Il vescovo riformatore è frutto di un caso felice che presto o tardi non si rinnoverà; il più delle volte il suo successore non gli somiglia affatto e l'opera abbozzata è interrotta, compromessa, o anche completamente distrutta. ... Il papato nel X secolo perse l'autorità è il prestigio indispensabili per un'azione efficace. Da qui risulta, in fin dei conti, che l'iniziativa della riforma non può venire che dall'imperatore». In Fliche, vol. I, pp. 92-95.
  2. ^ Gli Annales Romani riferiscono della rivolta contro Benedetto e dei successivi scontri tra Romani, responsabili dei disordini che avrebbero portato alla fuga del Papa, e Trasteverini, scesi a difesa di Benedetto IX. In proposito cfr. Istituto della Enciclopedia Italiana 2000, Enciclopedia dei Papi, 2., p. 144.
  3. ^ Nella raccolta delle lettere pontificali di Gregorio VII, è inserito fra due missive datate marzo 1075. In Barbero e Frugoni, 2001, p. 99.
  4. ^ "Egli comprese ch'era giunto il momento di portare a fondo l'attacco. Nel 1075 vietò a tutti i laici, pena la scomunica, d'investire un qualunque ecclesiastico. Nel 1078 formulò, in 27 proposizioni stringate, il dictatus papae, la sua concezione secondo la quale il pontefice aveva in terra potere assoluto ed era in grado di deporre gli stessi sovrani laici." In Cardini e Montesano, 2006, p. 195.
  5. ^ "Dotato di forte personalità e di una concezione altissima della dignità papale, Gregorio introdusse un elemento di forte novità nel panorama del movimento di riforma, rivendicando il primato romano, cioè la suprema autorità del papa all'interno della Chiesa e nell'ambito della società cristiana. Nelle sue lettere, infatti, più che il concetto di "libertas Ecclesiae", che costituiva pur sempre la bandiera del movimento riformatore, è la contrapposizione tra "obbedienza" e "disobbedienza" a ricorrere più di frequente, identificandosi l'assoluta obbedienza a Dio con quella dovuta a lui in quanto papa, cioè successore dell'apostolo Pietro. Ne scaturì una profonda e violenta spaccatura del movimento riformatore, che portò ad un rimescolamento generale delle forze in campo. Dalla parte dell'imperatore, infatti, vennero a trovarsi non solo i vescovi ostili alla riforma, ma anche ecclesiastici di notevole levatura morale e non meno di Gregorio VII impegnati contro la simonia e il concubinato del clero, quali - per restare in Italia - Dionigi di Piacenza, Guido d'Acqui, Guiberto di Ravenna (futuro antipapa Clemente III), ma decisamente contrari alla concezione gregoriana del primato papale". In Vitolo, 2000, p. 253.
  6. ^ «Se Gregorio VII può essere assunto come simbolo di una riforma che, avviata per liberare la Chiesa dalla decadenza infiltratasi in essa a motivo dei soffocanti legami con i poteri locali, e anche di uno slancio spirituale che, come tale, risulta politicamente sconfitto, egli va tuttavia indicato anche come l'esponente massimo di una nuova concezione di Chiesa, non soltanto nei suoi rapporti con l'Impero, ma prima di tutto nella relazione tra Chiesa romana e Chiese locali. Nel Dictatus papae [...] si dichiara essenzialmente l'unicità della Chiesa di Roma (nel senso di essere l'unica Chiesa propriamente tale) e, di conseguenza, la sua autorità immediata su tutte le Chiese locali; d'altra parte si dà anche un'immagine inedita della cristianità, come presieduta non più da due autorità affiancate l'una all'altra - come era stato, pur con esiti alterni, lungo i secoli precedenti - ma da una sola autorità, quella papale, alla quale quella imperiale risulterà sempre più nettamente subordinata, nei secoli successivi, fino al tramonto del sistema medioevale». In Xeres, 2003, pp. 77-79.

BibliograficheModifica

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BibliografiaModifica

Voci correlateModifica