Riforma liturgica

Con riforma liturgica si intende particolarmente ma non esclusivamente il rinnovamento della liturgia cattolica di rito latino avviato dal Concilio Vaticano II e portato a termine inizialmente da papa Paolo VI, e successivamente, in misura minore, da papa Giovanni Paolo II.

La liturgia del rito romano fino al Concilio di TrentoModifica

La liturgia della Chiesa non è sorta come qualcosa di predefinito, ma è il risultato di uno sviluppo nel tempo. Anzi, vi è chi sostiene che si può guardare all'intera storia della liturgia come alla storia di una riforma incessantemente in corso. Lo sviluppo della liturgia cristiana naturalmente parte da alcuni elementi neotestamentari (a loro volta debitori dell'Antico Testamento e del giudaismo): l'eucaristia istituita da Cristo, il battesimo amministrato nel nome del "Padre, del Figlio e dello Spirito Santo", la festa domenicale della resurrezione del Crocifisso. Fino al VII secolo, la liturgia conosce un graduale sviluppo, durante il quale si arricchisce soprattutto delle parti mobili che sono differenti per ogni giorno liturgico.

Si svilupparono dunque, sia in oriente sia in occidente, una moltitudine di particolarità liturgiche, alcune delle quali ancora in uso: il rito ambrosiano, il rito gallicano, il rito mozarabico. Per il rito romano s'impose sotto l'influsso dei Franchi una variante del canone romano risalente a papa Gregorio I.

La riforma protestante criticò le forme della liturgia latina allora in uso e ne compose di nuove. Il concilio di Trento confermò invece la liturgia tradizionale romana, come garanzia della validità dei sacramenti. Fu pubblicata sotto papa Pio V nel 1570 una nuova versione del Missale Romanum e ne promosse l'uso in tutta la Chiesa latina. Per la sua redazione – così si scrisse nella bolla Quo primum tempore - furono utilizzati i più antichi manoscritti e messali a disposizione, al fine di eliminare errori e falsità e giungere a una redazione secondo la norma dei Padri della Chiesa e rispettosa dei portati dei più rilevanti teologi. Le modifiche rispetto al Missale curiale del 1474 furono minime. Il nuovo messale fu reso obbligatorio per tutta la Chiesa latina, ma le diocesi che godevano di una propria liturgia da almeno duecento anni furono esentate dall'applicare la nuova liturgia romana, in segno di rispetto per le tradizioni più antiche.

Le riforme liturgiche nel XX secolo precedenti il Concilio Vaticano IIModifica

Dopo il Concilio di Trento, la liturgia fu modificata soltanto marginalmente. L'unico cambiamento di un qualche rilievo, prima del Concilio Vaticano II, fu la nuova disciplina della Liturgia della notte di Pasqua e della Settimana santa disposta sotto papa Pio XII.

Le spinte verso una riforma della liturgia risalivano peraltro all'epoca illuminista. Una loro prima, timidissima accoglienza si nota con il pontificato di papa Pio X. Quelle istanze furono però rafforzate dal cosiddetto movimento liturgico, avviatosi con l'inizio del XX secolo. Fra gli altri, Romano Guardini aveva posto all'interno di questo movimento i presupposti della riforma con la sua opera del 1918 Vom Geist der Liturgie (Lo spirito della liturgia).

Il movimento liturgico, con il suo bagaglio di esperienze pratiche con i movimenti giovanili cattolici, stimolò la redazione dell'enciclica di papa Pio XII Mediator Dei, tutta dedicata alla liturgia e alla correzione di alcune deviazioni del movimento liturgico stesso. Pio XII istituì inoltre nel 1946 una commissione per la riforma generale della liturgia, che iniziò i propri lavori nel 1948 e che, nel 1959, venne fatta confluire nella commissione preparatoria del Concilio Vaticano II per la liturgia.

La costituzione sulla liturgia del Concilio Vaticano II cominciò così ad essere predisposta fin dal 1948. Fu forse proprio per l'approfondito lavoro preparatorio che il progetto di costituzione del 1962, firmato dal cardinale competente Gaetano Cicognani (fratello del Cardinal Segretario di Stato Amleto) pochi giorni prima della sua morte, sfuggì al destino di tutti gli altri progetti preparati dalla curia, che erano stati tutti respinti dal plenum conciliare.

La liturgia secondo il Concilio Vaticano IIModifica

 
Chiesa a Mogno, di Mario Botta

Il 4 dicembre 1963 la costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium fu approvata con soli quattro voti contrari sugli oltre 2000 vescovi partecipanti e pubblicata quale primo documento del Concilio Vaticano II. Oggetto della «riforma generale» della liturgia[1] sono tutti i riti della Chiesa: la celebrazione eucaristica, gli altri sacramenti, la liturgia delle ore, le feste e i tempi liturgici, la musica e l'arte sacra. La Sacrosanctum Concilium fissò alcuni punti per la riforma della liturgia, che poi venne ampliata dai Papi successivi, soprattutto durante il pontificato di papa Paolo VI. Nella suddetta costituzione, i padri tracciarono i principi generali della riforma: in essa si chiedeva che fossero tolte le duplicazioni presenti nei riti, fosse introdotto un numero maggiore di brani scritturali e una qualche forma di "preghiera dei fedeli"[2] e che la lingua latina fosse conservata nei riti latini, pur concedendo un "certo spazio alla lingua nazionale" nelle letture e nelle monizioni[3] e specificò che spetta alla conferenza episcopale "decidere circa l'ammissione e l'estensione della lingua nazionale"; inoltre, riguardo alla musica liturgica, furono espressamente indicate come forme di canto privilegiate per il rito romano il gregoriano e, secondariamente, la polifonia[4] Nel concetto di riforma rientrava, peraltro, anche un rinnovamento teologico profondo della scienza liturgica.

La riforma della liturgia dopo il Concilio Vaticano IIModifica

La preparazione della riforma postconciliareModifica

Il 25 gennaio 1964 papa Paolo VI emanò il motu proprio Sacram Liturgiam con cui stabiliva che molte delle novità introdotte dalla costituzione conciliare non sarebbero entrate in vigore prima della preparazione e pubblicazione dei nuovi libri liturgici[5]. Già nel 1964 fu istituito il Consilium per l'applicazione della costituzione liturgica (Consilium ad exsequendam Constitutionem de Sacra Liturgia), affinché adattasse i testi liturgici ai principi conciliari. La commissione fu, inizialmente, presieduta dall'arcivescovo di Bologna cardinale Giacomo Lercaro e, dal 1968, dal cardinale Benno Walter Gut. Da essa sorse poi la Congregazione del Culto Divino e della Disciplina dei Sacramenti, il cui segretario, e, secondo Andrea Torniello, vero regista della riforma[6], fu l'arcivescovo liturgista Annibale Bugnini (in seguito sospettato[da chi?] di appartenere alla Massoneria, sollevato da ogni incarico ed esiliato da Paolo VI[6][7]), il quale aveva funto pure da segretario della commissione di riforma istituita nel 1948 e di quella preparatoria al concilio.

Il Consilium ebbe fra i suoi obiettivi anche l'evidenziazione delle caratteristiche che differenziavano il rito romano sia da quello bizantino sia dalle altre tradizioni occidentali (ambrosiano, gallicano, mozarabico).

La riforma liturgica postconciliareModifica

Il concilio fissò alcuni principi generali, mentre la riforma concreta, con la redazione dei nuovi libri liturgici che sostituirono quelli esistenti avvenne negli anni successivi, quando il Concilio era terminato. Il messale romano riformato venne infatti promulgato da Paolo VI nel 1969, con la costituzione apostolica Missale Romanum del 3 aprile 1969 ed entrò in vigore il 30 novembre successivo (Prima Domenica di Avvento), all'inizio nel nuovo Anno liturgico.

Obiettivi della riforma e mutamenti introdottiModifica

Principio fondante della riforma liturgica è[8] una partecipazione cosciente, attiva e semplice dei fedeli (conscia, actuosa et facilis participatio fidelium) alle liturgie della Chiesa. Non una mera semplificazione dei riti, bensì di una «riforma generale»[9], condotta nello spirito della tradizione. La riforma doveva avvenire con prudenza e introducendo innovazioni solo quando richieste da una vera e accertata utilità[10], in modo che ai riti venisse dato nuovo vigore e che potessero esprimere in modo più chiaro e fedele le realtà che da essi vengono significate e rese presenti (SC 21). Le conferenze episcopali, alle quali il concilio aveva affidato la decisione sull'ammissione e sull'estensione della lingua nazionale, scelsero la quasi totale eliminazione) dell'utilizzo del latino, per quanto la costituzione Sacrosanctum Concilium indicasse la conservazione del suo uso.[11]. Soprattutto all'inizio si verificò una dinamica propria di mutamento e sperimentazione (anche con la composizione di nuove preghiere eucaristiche), contro la quale la curia romana scelse di intervenire rapidamente.

Riforma del calendarioModifica

Il concilio prevedeva che nella revisione del calendario liturgico fossero conservati o restaurati gli usi e gli ordinamenti tradizionali dei tempi sacri secondo le odierne condizioni.[12] Il Tempo di Settuagesima, che non mostrava elementi propri (la Liturgia delle ore restava quella ordinaria) fu abolito perché detraeva dalla novità del tempo penitenziale della Quaresima.[13]

MessaModifica

 
Chitarrista che suona durante una liturgia

Anafore o preghiere eucaristicheModifica

Il Canone della Messa, già ritoccato dal papa Giovanni XXIII con l'inserimento della menzione di san Giuseppe, venne conservato con qualche lieve modifica, e accanto ad esso vennero introdotte altre tre preghiere eucaristiche. Quella denominata Preghiera eucaristica II si ispira liberamente al testo della Tradizione apostolica di Ippolito di Roma (III secolo). La III riassume in modo nuovo i contenuti del canone romano con particolare considerazione per l'ecclesiologia cristocentrica del Concilio Vaticano II. La IV preghiera eucaristica si rifà alla tradizione bizantina, più precisamente a un'anafora della tradizione antiochena. Una quinta, vicina all'alessandrina di San Basilio, fu considerata ma fu accantonata per le remore evidenziate dalla Congregazione della Dottrina della Fede, che approvò nel 1967 gli altri tre nuovi testi. Lo stesso papa Paolo VI redasse il testo – identico in tutte le preghiere - delle parole dell'istituzione dell'eucaristia, adattando con cautela la tradizione biblica. Il cambiamento più evidente è lo spostamento della frase mysterium fidei (mistero della fede) dopo le parole dell'istituzione e l'uso a modo di annuncio ai fedeli, i quali rispondono con un'acclamazione, per la quale il Messale Romano prevede diverse varianti.

Papa Paolo VI desiderava che la nuova preghiera liturgica conservasse il tipico carattere romano, ciò si è riflesso in specie nelle singole epiclesi consacratorie immediatamente prima delle parole dell'istituzione.

Il nuovo Messale Romano fu promulgato nel 1969. Nell'edizione promulgata da Giovanni Paolo II nel 2000, pubblicata nel 2002, sono stati introdotte tre nuove preghiere eucaristiche per l'uso nelle messe con i bambini e quattro varianti di cui una per messe celebrate in particolari occasioni. Nella pratica il canone romano è poco usato, fuori dalle occasioni in cui ha varianti speciali: altrove vengono scelte preghiere eucaristiche più brevi.

Letture biblicheModifica

Prima della riforma nel rito romano, durante la Messa venivano cantati o letti di solito due brani biblici (epistola e vangelo) in un ciclo annuale; e alla fine della Messa veniva recitato Giovanni 1,1-14, detto l'ultimo vangelo. Il Concilio diede il mandato[14] di aumentare la selezione "in modo che, in un determinato numero di anni, si legga al popolo la maggior parte della sacra Scrittura". Si istituì un ciclo triennale scritturistico per le messe domenicali, nelle quali le letture vennero portate a tre: solitamente dall'Antico Testamento (eccetto nel tempo pasquale), dal Nuovo Testamento fuori dei Vangeli, e dai Vangeli stessi. Il ciclo delle letture bibliche nelle messe feriali è biennale. Inoltre, mentre nella messa tridentina si recitava o cantava qualche breve frase biblica nel graduale (eccetto nel tempo pasquale), nella messa del Vaticano II si canta o si recita in forma responsoriale un brano sostanziale del Libro dei Salmi.

CollettaModifica

Le collette, cioè le orazioni specifiche per le celebrazioni liturgiche sono state rese molto più numerose, prese o dall'edizione 1962 del Messale o da antichi libri liturgici o in diversi casi di nuova composizione.[15]

Orientamento del celebranteModifica

Un mutamento molto visibile fu l'adozione generale della postura del sacerdote che celebra la messa rivolto verso i fedeli (versus populum). Le prime chiese romane avevano la facciata ad est e l'abside con l'altare ad ovest; il sacerdote che celebrava la Messa all'altare stava rivolto verso est e così verso il popolo.[16] in imitazione del posizione del sommo sacerdote che, stando nella parte occidentale del Tempio di Gerusalemme guardava verso est.[17] Nell'VIII o nel IX secolo si introdusse a Roma l'uso di costruire le chiese con l'abside verso oriente, come nel Regno Franco e nell'Oriente e divenne normale che il sacerdote nel guardare verso est stesse dalla stessa parte dell'altare come il popolo.[18] Il Messale Romano tridentino, anche nell'edizione 1972, riconosceva la possibilità di celebrare la Messa "versus populum" (rivolto al popolo) e a denominare tale postura "ad orientem".[19] Inoltre, in diverse chiese romane era sempre fisicamente impossibile per il sacerdote celebrare la messa se non con la faccia rivolta verso popolo a causa della presenza della confessione semianulare davanti all'altare. Nelle edizioni del Messale Romano successive al Concilio Vaticano II, come in quelle anteriori, non si impone alcuna posizione particolare.[20] Si afferma solo: "L’altare sia costruito staccato dalla parete, per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo: la qual cosa è conveniente realizzare ovunque sia possibile".[21] Continuano ad esistere chiese e cappelle dove la postura "verso il popolo" è impossibile.

ComunioneModifica

La comunione è amministrata dai sacerdoti e dai diaconi come ministri ordinari, mentre ministri straordinari possono essere, in mancanza di un numero sufficiente di ministri ordinari, gli accoliti istituiti e altri fedeli laici deputati, secondo le norme fissate dalla conferenza episcopale, dal vescovo, su richiesta dei parroci.[22]

MusicaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Musica liturgica cattolica contemporanea.

Il passaggio dal latino alle lingue nazionali ha comportato la riduzione dell'utilizzo della tradizione musicale usata per secoli dalla Chiesa cattolica (il canto gregoriano e la polifonia sacra). Sebbene il concilio prevedesse che l'organo a canne venisse tenuto in grande onore, che il gregoriano avesse il posto principale nelle celebrazioni e che, fra le altre forme ammesse, la polifonia tenesse una posizione speciale, e prescrivesse il mantenimento del graduale romano, tuttavia, in gran parte delle diocesi, le indicazioni conciliari sono state disattese. Alcune volte sono stati ammessi canti di musica folk eventualmente con l'accompagnamento di chitarre, tastiere elettroniche e piccoli strumenti a percussione.

LinguaModifica

La celebrazione eucaristica ordinaria viene compiuta utilizzando le lingue parlate e comprese dai fedeli, a seconda delle loro diocesi. Sono ammesse, oltre alle ufficiali lingue nazionali, anche lingue indigene.[23].

Sono rimasti disattesi e vani i desideri del Concilio Vaticano II che nei riti latini i fedeli imparassero anche in latino le parti dell'ordinario della messa.[11]

SalterioModifica

Il Concilio diede mandato di semplificare la struttura delle ore canoniche della liturgia delle ore. Soppresse l'ora di prima. Distribuì i salmi in uno spazio più lungo di una settimana (nella pratica in quattro settimane). Ridusse il numero di salmi nelle ore principali di lodi e vespri (nella pratica da cinque a tre). Tale diminuzione del numero dei salmi è stata compensata dall'introduzione di variabili preghiere di intercessione al posto di quelle fisse e brevi di prima. La recita di un cantico invece di un salmo, tradizionale nelle lodi, venne estesa anche ai vespri.[24]

CriticheModifica

 
Adeguamento liturgico del duomo di Pisa. Gli scranni del clero hanno preso il posto dell'altare maggiore

Diversi cattolici tradizionalisti hanno criticato l'applicazione pratica dei principi enunciati dal Concilio Vaticano II, spesso attribuendola a un'ermeneutica della discontinuità e alla cultura pop degli anni 60 e 70. Altri ritengono scorretti i testi stessi del concilio.

Critiche alle applicazioni praticheModifica

ArcheologismoModifica

Una critica agli esperti della riforma liturgica contemporanea è quella di archeologismo, tendenza già condannata da Pio XII nell'enciclica Mediator Dei (n.51). Secondo Joseph Ratzinger:

«il punto problematico di gran parte della moderna scienza liturgica consiste proprio nella pretesa di riconoscere soltanto l'antico come corrispondente all'originale e quindi autorevole, considerando tutto ciò che è successivo, che è stato elaborato in seguito, nel Medioevo e dopo Trento, come spazzatura. Si arriva così a delle discutibili ricostruzioni di ciò che è più antico, a dei criteri mutevoli e, quindi, a delle continue proposte di forme sempre nuove che, alla fine, finiscono per dissolvere la liturgia cresciuta con la vita.»

(Joseph Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia)

ClericalismoModifica

 
Fedeli in Argentina seguono in diretta la messa celebrata da papa Francesco tramite video

Si afferma che il centro della celebrazione liturgica è stato trasferito al sacerdote, accentuato dall'uso di strumenti tecnologici come impianti di amplificazione e in alcuni casi anche video, e si enfatizza notevolmente la sede del celebrante. Allo stesso tempo si mette in evidenza la presenza nel presbiterio di altri (cantore, lettori) e si dà spazio a dei gruppi che preparano la liturgia.

«Si è così introdotta una clericalizzazione quale non si era mai data in precedenza. Ora, infatti, il sacerdote – o, il "presidente", come si preferisce chiamarlo – diventa il vero e proprio punto di riferimento di tutta la celebrazione. Tutto termina su di lui. È lui cui bisogna guardare, è alla sua azione che si prende parte, è a lui che si risponde; è la sua creatività a sostenere l'insieme della celebrazione. È altresì comprensibile che si cerchi poi di ridurre questo ruolo attribuitogli, distribuendo numerose attività e affidandosi alla "creatività" dei gruppi che preparano la liturgia, i quali vogliono e devono anzitutto "portare se stessi". L'attenzione è sempre meno rivolta a Dio ed è sempre più importante quello che fanno le persone che qui si incontrano e che non vogliono affatto sottomettersi a uno "schema predisposto". Il sacerdote rivolto al popolo dà alla comunità l'aspetto di un tutto chiuso in se stesso.»

(J. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia)

EsteticaModifica

Si critica l'arte religiosa contemporanea.[25][26]

MusicaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Musica liturgica cattolica contemporanea.

Si lamenta l'abbandono quasi totale del grande patrimonio musicale precedente. Così Riccardo Muti scrive:

«Ora io non capisco le chiese, tra l'altro quasi tutte fornite di organi strepitosi, dove invece si suonano le canzonette. Probabilmente questo è stato apprezzato all'inizio come un modo di avvicinare i giovani, ma è un modo semplicistico e senza rispetto del livello di intelligenza delle persone.»

(dichiarazione del 3 maggio 2011)

Critici radicaliModifica

Intervento OttavianiModifica

Fece clamore il cosiddetto Intervento Ottaviani, ossia il Breve esame critico del Novus ordo Missae, scritto da Padre Guerard Des Lauriers e altri sacerdoti, che fu sottoscritto e inviato a papa Paolo VI dai cardinali Alfredo Ottaviani (già Prefetto del Sant'Uffizio ossia della Congregazione per la Dottrina della Fede) e Antonio Bacci il 25 settembre 1969[27]. Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Franjo Šeper, respinse il 12 novembre 1969 questo scritto, ritenendolo superficiale ed errato. Paolo VI integrò il Missale Romanum del 1970 con una prefazione, nella quale esponeva le ragioni, in base alle quali egli riteneva che la riforma liturgica fosse fedele alla tradizione.

TradizionalistiModifica

Nei confronti della riforma liturgica, e in particolare del Messale promulgato da papa Paolo VI, diversi cattolici tradizionalisti, alcuni addirittura sedevacantisti,[28], esprimono un rifiuto totale, mentre altri, pur non mettendo in discussione la validità sacramentale, non le risparmiano critiche di metodo e di merito.

Alcuni hanno sostenuto che la riforma ha un carattere modernista, che rimuove il carattere di sacrificio dell'eucaristia. Ciò si evidenzierebbe in particolare dal confronto fra il canone romano (pur nella versione ripresa dalla prima preghiera eucaristica) e la seconda preghiera eucaristica.

Altri tradizionaisti attribuiscono alla riforma il proposito di avvicinare la liturgia cattolica a quella protestante, con l'intento di favorire l'unità dei cristiani.[29] A tal proposito il padre Annibale Bugnini, segretario della riforma della liturgia, così si espresse:

«per facilitare ai nostri fratelli separati il cammino dell’unione, scartando ogni ostacolo che avrebbe potuto costituire anche solo l’ombra del rischio di una pietra d’inciampo o di un dispiacere.»

(Annibale Bugnini, DC n. 1445 (1965), col. 604.)

Allo stesso modo papa Paolo VI rivelò la propria intenzione di "riformare la liturgia cattolica in modo tale che potesse coincidere con la liturgia protestante", e di "togliere, o almeno di correggere, o almeno di affievolire, ciò che era troppo cattolico in senso tradizionale nella Messa"[30].

Alcuni obiettano che la revisione del Messale Romano contraddica la bolla Quo primum tempore di papa Pio V, in cui si vieta, in perpetuo, di apportare modifiche al Missale Romanum.[31]

Lungo i secoli molti Papi, fra i quali Urbano VIII, Clemente VIII, Leone XIII, Pio X, Pio XII e Giovanni XXIII, apportarono modifiche al Messale, modifiche che, a giudizio dei tradizionalisti, erano di lieve entità in comparazione a quelle che seguirono il Concilio Vaticano II.

LefebvrianiModifica

Ancora durante i lavori della commissione liturgica era sorto un movimento di opposizione, dal quale sarebbero poi nati successivamente dei movimenti tradizionalisti. Fra di essi è in specie nota la Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata dall'arcivescovo Marcel Lefebvre nel 1970, la quale ha respinto le edizioni post-Vaticano II del Messale Romano e ha continuato a celebrare con l'edizione 1962.

In ciò alcuni hanno intravisto:

(FR)

«En apparence cette différend porte sur une subtilité. Mais cette messe dite de Saint Pie V., comme on le voit à Ecône, devient le symbole de la condamnation du Concile. Or, je n'accepterai en aucune circonstance que l'on condamne le Concile par uns symbole. Si cette exception était acceptée, le Concile entier sera ébranlée. Et par voie de conséquence l'autorité apostolique du Concile»

(IT)

«Apparentemente la differenza sembra sottile. Ma la messa detta di San Pio V, come si vede a Ecône, diviene il simbolo della condanna del Concilio. Ora, non accetterò in alcun modo che si condanni il Concilio mediante un simbolo. Se si accettasse questa eccezione l'intero Concilio sarebbe scosso e, conseguentemente, pure la sua autorità apostolica»

(cfr. Jean Guitton, Paul VI secret, Paris 1979, p. 159.)

Crfiticano in particolare il divieto di celebrare la messa tridentina, ciò che sarebbe stato illegittimo in virtù della costituzione Quo primum tempore di papa Pio V così come le misure punitive nei confronti dei preti che celebravano secondo il vecchio rito. Inoltre, sulla base di un mal compreso ecumenismo, la Chiesa cattolica avrebbe - a loro parere - fatto troppe concessioni al protestantesimo.

Il Vaticano ritenne che i vertici della Fraternità Sacerdotale San Pio X fossero vicini allo scisma. I sacerdoti della Fraternità, validamente ordinati, furono quindi sospesi dalle loro funzioni, impedendo così loro di celebrare la messa e di distribuire i sacramenti nelle chiese cattoliche.

In seguito, il 2 luglio 1988, papa Giovanni Paolo II pubblicò il motu proprio Ecclesia Dei, nel quale egli si rivolse a tutti quelli che erano legati al movimento di Marcel Lefebvre, invitandoli ad adempiere seriamente i propri doveri rimanendo fedeli al Vicario di Cristo nell'unità della Chiesa cattolica e cessando di sostenere quel movimento. Egli invitava tuttavia la Chiesa e le comunità a venire incontro con le necessarie misure alle esigenze di quei fedeli cattolici, che si sentivano legati alle precedenti forme della liturgia e disciplina della tradizione cattolica.

D'altronde papa Giovanni Paolo II aveva dato la possibilità ai vescovi diocesani di rilasciare a favore di gruppi che "in nessun modo condividano le posizioni di coloro che mettono in dubbio la legittimità e l'esattezza dottrinale del Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970" un'autorizzazione alla celebrazione della messa secondo il messale romano del 1962.[32] Oggi vi sono una ventina di gruppi tradizionalisti che hanno ottenuto tale autorizzazione.

Con la Fraternità Sacerdotale San Pio X non si è, invece, finora trovato accordo.

Il motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVIModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Summorum Pontificum.

Benedetto XVI concedendo il motu proprio Summorum Pontificum ha dato seguito ai rilievi già espressi da cardinale. Nella propria Autobiografia, contestava il divieto del Messale precedente come espressione di una perniciosa ermeneutica della discontinuità. Nella sua Introduzione allo spirito della liturgia, il futuro Pontefice criticava anche l'archeologismo liturgico e molte delle riforme scaturite. Il motu proprio Summorum Pontificum sottolinea la continuità con la tradizione liturgica precedente il Concilio e permette l'uso dei libri liturgici in uso nel 1962.

Questo motu proprio fu criticato da esponenti della parte più progressista del clero, come il cardinale Carlo Maria Martini, secondo il quale ritornare ai vecchi riti significherebbe prendere le distanze dall'apertura sociale decisa da papa Paolo VI, che «ha costituito una fonte di ringiovanimento interiore e di nutrimento spirituale» per i fedeli, permettendo loro anche un migliore e maggior comprensione della liturgia e della Parola di Dio e facendoli «trovare quel respiro di libertà e di responsabilità da vivere in prima persona di cui parla san Paolo», affermando quindi che non avrebbe celebrato in latino[33].

NoteModifica

  1. ^ Sacrosanctum Concilium, 21
  2. ^ Sacrosanctum Concilium, 53
  3. ^ "L'uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini. Dato però che, sia nella messa che nell'amministrazione dei sacramenti, sia in altre parti della liturgia, non di rado l'uso della lingua nazionale può riuscire di grande utilità per il popolo, si conceda alla lingua nazionale una parte più ampia", Sacrosanctum Concilium, 36
  4. ^ Sacrosanctum Concilium, 116
  5. ^ Lettera apostolica motu proprio data Sacram Liturgiam, AAS 56 (1964), p. 139
  6. ^ a b Tra il papa e il massone non c'è comunione
  7. ^ Andrea Tornielli, Paolo VI - L'audacia di un Papa, Mondadori, Milano (2009), cap. XVII, pp. 586-588
  8. ^ Sacrosanctum Concilium, 79
  9. ^ Sacrosanctum Concilium, 3 e 21
  10. ^ Sacrosanctum Concilium, 23
  11. ^ a b Sacrosanctum Concilium, 36 e 54
  12. ^ Sacrosanctum Concilium, 107
  13. ^ Calendarium Romanum ex decreto Sacrosancti Oecumenici Concilii Vaticani II instauratum auctoritate Pauli PP. VI promulgatum (Typis Polyglottis Vaticani 1969), p. 58
  14. ^ Sacrosanctum Concilium, 51
  15. ^ (EN) Lauren Pristas, Collects of the Roman Missals: A Comparative Study of the Sundays in Proper Seasons Before and After the Second Vatican Council, A&C Black, 1º agosto 2013, pp. 4 e passim, ISBN 978-0-567-03384-0.
  16. ^ The Oxford Dictionary of the Christian Church (Oxford University Press 2005 ISBN: 978-0-19-280290-3), voce "orientation", p. 1200
  17. ^ Helen Dietz, "The Biblical Roots of Church Orientation"
  18. ^ Frank Leslie Cross e Elizabeth A. Livingstone, westward position, in The Oxford Dictionary of the Christian Church, Oxford University Press, 2005, p. 1746, ISBN 978-0-19-280290-3.
  19. ^ Ritus servandus in celebratione Missae, V, 3
  20. ^ Responsum della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, Prot.N.604/09/L, con commento
  21. ^ Ordinamento generale del Messale Romano, 299
  22. ^ Istruzione Redemptionis sacramentum del 25 marzo 2004
  23. ^ Claudio Ferlan, La Chiesa parlerà anche Tzotzil e Tzeltal, Rivista il Mulino, 30 ottobre 2013 online
  24. ^ Sacrosanctum Concilium, 89-91
  25. ^ - Capitolo VI, in La "Nuova Chiesa" di Paolo VI, Editrice Civiltà - Brescia, 2003, p. 268.: «Esempi di scandalose chiese post-conciliari. La chiesa di Emmaus di Wöls, in Tirolo. La nuova chiesa, che è vicina a quella vecchia, manca di un qualsiasi segno di riconoscimento del sacro».
  26. ^ si veda voce "Chiese postconciliari"
  27. ^ Testo completo dell'intervento qui
  28. ^ Contro-rivoluzione liturgica – Il caso “silenziato” di Padre Calmel | Concilio Vaticano II, su conciliovaticanosecondo.it. URL consultato il 3 febbraio 2014 (archiviato dall'url originale il 20 febbraio 2014).
  29. ^ 1517-2017: 500 anni di sovversione protestante - Dalla messa di Lutero alla messa di Paolo VI - Pubblicato su Le Sel de la terre n° 99, su www.unavox.it. URL consultato il 28 giugno 2020.
  30. ^ Jean Guitton, al dibattito organizzato da Lumière 101, giornale radio della domenica di Radio Courtoisie, 19 dicembre 1993, sul libro di Yves Chiron, Paul VI, le pape ècartelé. Citato in 1517-2017: 500 anni di sovversione protestante - Dalla messa di Lutero alla messa di Paolo VI - Pubblicato su Le Sel de la terre n° 99, su www.unavox.it.
  31. ^ «...Con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, priviamo tutte le summenzionate Chiese dell’uso dei loro Messali, che ripudiamo in modo totale e assoluto, stabiliamo e comandiamo, sotto pena della Nostra indignazione, che a questo Nostro Messale, recentemente pubblicato, nulla mai possa venir aggiunto, detratto, cambiato. ...»[§ VI]
    «Anzi, in virtù dell’Autorità Apostolica, Noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui dunque avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente: così che Prelati, Amministratori, Canonici, Cappellani e tutti gli altri Sacerdoti secolari, qualunque sia il loro grado, o i Regolari, a qualunque Ordine appartengano, non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che Noi abbiamo prescritta, né, d’altra parte, possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale.» [§ VII]
    «...Similmente decretiamo e dichiariamo che le presenti Lettere in nessun tempo potranno venir revocate o diminuite, ma sempre stabili e valide dovranno perseverare nel loro vigore. E ciò, non ostanti: precedenti costituzioni e decreti Apostolici; costituzioni e decreti, tanto generali che particolari, pubblicati in Concilii sia Provinciali che Sinodali; qualunque statuto e consuetudine in contrario, nonché l’uso delle predette Chiese, fosse pur sostenuto da prescrizione lunghissima e immemorabile, ma non superiore ai duecento anni.» [§ VIII]
    «Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l'audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell'indignazione di Dio Onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo». Nota: Traduzione italiana di Una Voce Italiana.
  32. ^ Quattuor abhinc annos del 3 ottobre 1984
  33. ^ Luca Saitta, Martini: Non celebrerò la messa in latino, in La Repubblica, 30 luglio 2007. URL consultato il 15 novembre 2009.

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