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Rivoluzione passiva è un termine che si riferisce al mutamento significativo ma non brusco di un sistema politico, sociale e economico. Si tratta di una trasformazione lenta e graduale che può necessitare anni o generazioni per effettuarsi. È una espressione coniata dal politico e filosofo Antonio Gramsci durante il periodo interbellico in Italia.[1][2]

Gramsci utilizza il termine rivoluzione passiva in vari contesti con significati leggermente differenti. Nella sua opera, l'uso principale si centra nel contrasto della trasformazione passiva della società borghese diciannovesima italiana con l'attivo processo rivoluzionario della borghesia in Francia. Identifica anche l'ascesa del fascismo in Italia come un processo di rivoluzione passiva.[3][4]

La rivoluzione passiva è una trasformazione delle strutture politiche e istituzionali attuata al fine di evitare un processo sociale forte o veramente rivoluzionario. Gramsci usa il termine anche per riferirsi alle mutazioni delle strutture dell'economia capitalista, specialmente nell'analizzare lo sviluppo del sistema di fabbrica statunitense degli anni 1920 e 1930.[3][4]

Oltre ad utilizzare il termine rivoluzione passiva come un strumento descrittivo dell'analisi storica, Gramsci lo impiega come una possibile via della lotta dei lavoratori. In una società sussunta nel capitale, Gramsci considera che l'unica via per conseguire una rivoluzione è quella relativamente passiva attraverso degli istituti della società civile.[4]

NoteModifica

  1. ^ A. Gramsci, Quaderni del carcere, Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino, 1977, vol.I, p.41.
  2. ^ (ES) Revolución pasiva, revolución permanente y hegemonía. La Izquierda Diario. 24 settembre 2014.
  3. ^ a b (ES) Errejón y la “revolución pasiva” del 78. La Izquierda Diario. 9 maggio 2015.
  4. ^ a b c (EN) The Antonio Gramsci Reader. Selected Writings 1916-1935, NYU Press, 2000.

Voci correlateModifica