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Roma città aperta

film del 1945 diretto da Roberto Rossellini
Roma città aperta
Roma città aperta titolo.jpg
Titolo di testa del film
Titolo originaleRoma città aperta
Lingua originaleitaliano, tedesco
Paese di produzioneItalia
Anno1945
Durata100 min
Dati tecniciB/N
rapporto: 1,37:1
Generedrammatico, guerra
RegiaRoberto Rossellini
SoggettoSergio Amidei, Alberto Consiglio
SceneggiaturaSergio Amidei, Federico Fellini, Ferruccio Disnan, Celeste Negarville, Roberto Rossellini
ProduttoreFerruccio De Martino
Casa di produzioneExcelsa Film
Distribuzione in italianoMinerva Film
FotografiaUbaldo Arata
MontaggioEraldo Da Roma
MusicheRenzo Rossellini
ScenografiaRosario Megna
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali

«La storia del cinema si divide in due ere: una prima e una dopo Roma città aperta

(Otto Preminger[1])

Roma città aperta è un film del 1945 diretto da Roberto Rossellini.

È una delle opere più celebri e rappresentative del neorealismo cinematografico italiano. È il film che fece acquisire notorietà internazionale ad Anna Magnani, co-protagonista insieme ad Aldo Fabrizi, qui in una delle sue interpretazioni più famose.

È il primo film della Trilogia della guerra antifascista diretto da Rossellini - seguiranno Paisà (1946) e Germania anno zero (1948). In virtù del suo grande successo, il film ha a lungo definito l'immagine dell'occupazione tedesca di Roma e della Resistenza romana nell'immaginario collettivo.

La pellicola venne presentata in concorso al Festival di Cannes 1946, dove ottenne il Grand Prix come miglior film.[2] Ricevette inoltre una candidatura al Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e vinse due Nastri d'argento, per la miglior regia e la migliore attrice non protagonista (Anna Magnani). È stata in seguito inserita nella lista dei 100 film italiani da salvare, nata con lo scopo di segnalare "100 pellicole che hanno cambiato la memoria collettiva del Paese tra il 1942 e il 1978".[3][4][5][6]

Il film in versione restaurata dal "Progetto Rossellini" (formato dall'Istituto Luce Cinecittà, la Fondazione Cineteca di Bologna e la Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia) è stato proiettato in oltre 70 cinema nel mese di aprile 2014 per la Festa della Liberazione[7].

TramaModifica

 
Don Pietro (Aldo Fabrizi) e il piccolo Marcello (Vito Annichiarico)

La vicenda inizia dopo l'armistizio di Cassibile: gli Alleati sono sbarcati in Italia e avanzano verso nord ma ancora non sono giunti nella capitale, dove la resistenza è già attiva. Giorgio Manfredi, militante comunista e uomo di spicco della resistenza, sfugge a una retata della polizia e si rifugia presso Francesco, un tipografo antifascista, il quale, il giorno seguente, dovrebbe sposare Pina, una vedova madre d'un bambino.

La sorella di Pina, Lauretta, fa l'artista in un locale insieme a un'altra giovane, Marina, legata sentimentalmente in passato a Manfredi; don Pietro, il parroco locale, non nega mai aiuto ai perseguitati politici e fa da portavoce dei partigiani. Egli è benvoluto e rispettato da tutti, compreso Manfredi e la sua banda di piccoli sabotatori, e riesce a passare facilmente attraverso i controlli dei soldati tedeschi e delle SS senza destare sospetti.

Manfredi sfugge a un'altra retata tedesca mentre Francesco viene arrestato e, nel momento in cui viene caricato sul camion che lo porterà via, Pina grida tutta la sua protesta cercando di raggiungerlo ma cade sotto il fuoco dei mitra davanti a don Pietro e al figlioletto. Più tardi Francesco riesce a scappare e si nasconde, con Manfredi, nell'abitazione di Marina. Scoppiano i dissapori e cresce il risentimento della ragazza per Manfredi, tanto che Marina, per ottenere una dose di droga, tradisce l'uomo denunciandolo a Ingrid, agente della Gestapo al servizio del comandante Bergmann. Manfredi viene così arrestato durante un incontro con don Pietro ed entrambi sono fatti prigionieri. Manfredi muore dopo aver subito numerose torture mentre don Pietro viene fucilato. Marina e Lauretta cadono sempre più nell'abiezione morale mentre Francesco, Marcello e i suoi ragazzi continueranno la lotta.

ProduzioneModifica

Genesi del filmModifica

 
La sequenza più famosa del film: la corsa disperata di Pina (Anna Magnani), poco prima della sua morte

La genesi del film iniziò nel 1944, pochi mesi dopo la liberazione di Roma e a guerra ancora in corso, quando il regista Roberto Rossellini e gli sceneggiatori Sergio Amidei e Alberto Consiglio (autore del soggetto, La disfatta di Satana) si incontravano e discutevano in alcuni ristoranti del centro, tra cui "Nino" a via Rasella, a pochi passi dal luogo dell'attentato gappista del 23 marzo 1944.

In seguito si aggiunsero al gruppo degli sceneggiatori Federico Fellini e Ferruccio Disnan. Rossellini dovette esercitare un'insistente opera di persuasione per ottenere la partecipazione di Fellini, poco interessato al soggetto anche perché – come ricorda Ugo Pirro – «non aveva mai fatto mistero del giudizio negativo che aveva dato e dava della lotta partigiana a Roma. Secondo lui, dal momento che i nazisti erano destinati alla sconfitta, era inutile attaccarli per provocare le loro rappresaglie, bastava attendere tranquillamente l'arrivo degli alleati e vivere in pace»[8].

Il film, che doveva intitolarsi Storie di ieri, nasceva come documentario su don Giuseppe Morosini, sacerdote realmente vissuto a Roma e ucciso dai nazisti nel 1944. Ben presto, anche grazie agli apporti di Fellini, aggiuntosi agli altri autori in fase di sceneggiatura, il film si arricchì di storie e di personaggi e prese l'aspetto di un lungometraggio a soggetto, cosicché il finale (la fucilazione del prete), che doveva costituire il tema principale del documentario, divenne la conclusione drammatica di un racconto corale sulla vita quotidiana in una città dominata dalla paura, dalla miseria, dalla delazione e dal degrado.

È necessario nominare Aldo Venturini, un personaggio chiave nella storia della produzione del film: Venturini non era un uomo di cinema, era un commerciante di lana che nell'immediato dopoguerra romano aveva forti disponibilità economiche ed era stato subito coinvolto nel finanziamento del film da parte della società produttrice, la Cis Nettunio. Quando poi, dopo qualche giorno di riprese, il film si era fermato per mancanza di liquidità, fu Rossellini a convincere il commerciante, nell'aprile del 1945, a completare il film come produttore, facendogli capire che quello era l'unico modo per recuperare i soldi anticipati. In quel momento il suo intervento, ad alto rischio finanziario, era finalizzato alla continuazione del lavoro nel tentativo di salvare il suo investimento, come avrebbe fatto un vero produttore cinematografico[9].

Le riprese del film iniziarono nel gennaio del 1945 e furono fatte in condizioni precarie, sia per il periodo - i tedeschi erano da poco andati via - sia per la scarsa disponibilità del materiale tecnico, compresa la pellicola. Non essendo disponibili gli studi di Cinecittà, già spogliata dalle attrezzature e ridotta a un grande rifugio per gli sfollati che non potevano essere accolti altrove, Rossellini e la troupe improvvisarono le riprese di alcuni interni nel vecchio teatro Capitani, in via degli Avignonesi 32, dietro via del Tritone.

 
Una scena del film con il personaggio di Marina Mari, interpretato da Maria Michi

La scena centrale del film, con la corsa e l'uccisione di Pina (Anna Magnani) dietro al camion che porta via il marito catturato dai tedeschi, fu girata in via Raimondo Montecuccoli, al quartiere Prenestino-Labicano, ed è forse la sequenza più celebre del neorealismo nonché una delle più famose della storia del cinema italiano. Da ricordare che in questa scena (ripresa naturalmente da due inquadrature) Anna Magnani cadde troppo presto rispetto a quanto era previsto, quindi si decise di sfruttare sia l'inquadratura laterale sia quella frontale, in modo che la sequenza sembrasse più lunga.

Il mancato riferimento a via Rasella e alle Fosse ArdeatineModifica

A causa delle divisioni che l'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine avevano generato e continuavano a generare, a Rossellini, Amidei e Disnan sembrò inopportuno e sconveniente incentrare il soggetto del film su tali eventi, nonostante fossero i più significativi e drammatici dell'occupazione tedesca della città[10]. Il critico cinematografico Stefano Roncoroni, ammiratore e studioso del film di Rossellini, scrive:

«Roma città aperta nasce e cresce all'ombra di via Rasella e delle Fosse Ardeatine, ma nessuno lo ha mai rilevato o ha messo il film in una relazione pur minima con tali episodi. Gli autori hanno fatto di tutto per cancellare la traccia di questo 'peccato originale' del film, ma lavorando schizofrenicamente: mentre da una parte sostituiscono, occultano, provvedono ad allontanare ogni legame e riferimento del film all'episodio, dall'altra fanno come Pollicino, disseminano la strada di evidenti e precisi indizi. I documenti, quindi, sono qui a testimoniare che questo rapporto, invece, c'è stato e, proprio perché il collegamento era sin troppo chiaro e consequenziale, lo si è voluto cancellare – lasciando però delle tracce[11]

Sebbene le Fosse Ardeatine (ma non via Rasella) comparissero nel soggetto di Consiglio, La disfatta di Satana, incentrato sulla figura del sacerdote ucciso nel massacro don Pietro Pappagallo, la sceneggiatura finale risulta completamente priva di riferimenti a entrambi gli eventi. Il personaggio di don Pietro Pellegrini, pur originariamente ispirato a don Pappagallo (dal quale riprende l'attività clandestina: procurare documenti falsi e asilo ad antifascisti e perseguitati), muore fucilato a Forte Bravetta come un altro religioso impegnato nella resistenza romana, don Giuseppe Morosini. Secondo Roncoroni, fu una «sostituzione in corsa [...] sicuramente dovuta alla volontà di non evocare il luogo reale dov'era morto don Pappagallo, le Fosse Ardeatine, per non rievocare la causa che le aveva prodotte, ovvero l'attentato di via Rasella»[12].

I contrasti tra gli sceneggiatoriModifica

L'omissione di ogni accenno ai fatti del 23 e 24 marzo fu dovuta anche ai contrasti sulla valutazione dell'attentato sorti tra Sergio Amidei, militante comunista (la sua casa in piazza di Spagna era stata un luogo d'incontro clandestino dei dirigenti del PCI durante l'occupazione tedesca), e Ferruccio Disnan, di fede liberale (era allora capocronista di Risorgimento Liberale). A causa di tali divergenze Disnan si allontanò dai lavori del film.

Anni dopo Amidei, in un'intervista sulla realizzazione di Roma città aperta, ha ricordato «un giornalista liberale che credo si chiamasse Diena [sic], il quale però a un certo momento si allontanò perché lui in fondo il tema della Resistenza ai tedeschi non lo condivideva, pensava che fosse stato un errore quello di offrire ai tedeschi l'occasione di fare delle rappresaglie, aveva delle concezioni piuttosto diverse dalle nostre»[13].

Disnan invece ha così ricordato la vicenda:

«Il prete che era all'origine del soggetto di Consiglio era stato tenuto prigioniero a Regina Coeli e poi ucciso alle Fosse Ardeatine e noi passammo delle intere giornate a discutere di quell'episodio e della sua, diciamo così, causa, l'attentato di via Rasella. Personalmente io lo ritenevo un gesto inutile, un attentato, un'inutile dimostrazione di forza assolutamente non da compiere nella prospettiva di una liberazione imminente, come di fatto è stato, soprattutto sapendo quale sarebbe stata la reazione dei nazisti e, la stragrande maggioranza della popolazione, la pensava come me; Amidei, invece, lo considerava un episodio importante, insisteva nel definirlo un "fatto di guerra" che faceva onore a tutta la resistenza romana. Però, siccome c'era stato, per nostra fortuna, diciamo così, un altro sacerdote che era stato arrestato rinchiuso a via Tasso e poi fucilato al Forte Bravetta, dove avvenivano tutte le esecuzioni, trovammo, infine, una soluzione di compromesso e di due preti ne facemmo uno solo senza danno per la storia. Insomma non eravamo d'accordo su nulla tranne sul fatto che era inutile inserire un episodio così cruciale come le Fosse Ardeatine nel nostro film: io per motivi estetici, di struttura narrativa, Amidei, invece, perché assolutamente non voleva che si facesse riferimento a quell'episodio che era, oltre che estremamente impopolare anche politicamente variamente valutato dai differenti partiti che avevano aderito al Comitato di Liberazione Nazionale e che ora facevano tutti parte dell'allora primo Governo Bonomi, compreso il Partito Liberale cui avevamo aderito Consiglio ed io. Ricordo con chiarezza ancora oggi la mia impressione che quella più che una sua preoccupazione fosse dei suoi tanti amici che passavano durante le nostre riunioni e, soprattutto, anche dopo il nostro orario di lavoro, quando io non c'ero già più insomma; [...].»

Disnan ha aggiunto di ritenere pretestuose la motivazione addotta da Amidei per non inserire nella sceneggiatura via Rasella e nemmeno le Fosse Ardeatine, ossia che le scene sarebbero state troppo impegnative e costose, dal momento che lo stesso Amidei spingeva per inserire «una scena di guerra ancora più complessa e costosa, produttivamente, di via Rasella, e che sarebbe stata inopportuna come e più di via Rasella»[14].

La scena della liberazione degli ostaggiModifica

Sorta l'esigenza, condivisa da entrambi gli sceneggiatori, di una scena di riscossa dopo tante angherie degli occupanti, si pensò a un attacco per la liberazione di ostaggi razziati, condotto da un gruppo di partigiani guidati dall'ingegnere comunista Giorgio Manfredi. Tale scena, non prevista neanche nella seconda versione del soggetto (Storie di ieri), fu l'ultima ad essere girata, agli inizi del giugno 1945. Essa rispondeva anche alla necessità, sentita soprattutto da Amidei, di controbilanciare la forte presenza cattolica del film, rappresentata da don Pellegrini, con la valorizzazione dell'apporto dei comunisti alla lotta partigiana e l'esaltazione delle loro capacità organizzative e operative. Inizialmente intenzionato ad ambientare la scena nel centro di Roma (dove era stata effettuata l'azione del 23 marzo), in modo da riflettere l'ideologia gappista della guerriglia ad oltranza in piena città con il coinvolgimento popolare, Amidei pensò a «un'azione di guerra ben più vasta e complessa di quella che effettivamente ebbe luogo a via Rasella, un'azione che coinvolgeva una larga parte di Trastevere all'altezza dell'isola Tiberina»[15]. Disnan proponeva invece di ambientare la scena ai Castelli Romani (luogo di una notevole attività partigiana), cosicché tra i due sceneggiatori vi furono altre animate discussioni. Infine, Amidei scelse autonomamente di spostare la scena nel periferico E42. Disnan ha commentato:

«ho sempre pensato che a convincere quell'uomo così testardo a fare quei cambiamenti dev'essere intervenuto qualcuno molto autorevole più di quanto per lui lo fossero Disnan, Rossellini, Fellini e la produzione. E dico questo perché quando ho visto il film ho notato che erano spariti tutti i riferimenti più diretti alla realtà ed alla tematica partigiana, ai Gap [...]. Infine un giorno, alle mie osservazioni di dialogo o per cos'altro, Amidei mi disse: "Tu vuoi fare un film liberale e io, invece, voglio fare un film comunista". [...] quell'affermazione, che non rispondeva assolutamente a verità [...], mi offese moltissimo e ne nacque una discussione durissima[14]

Roncoroni attribuisce la modifica, la quale recideva ogni legame con via Rasella spostando l'ambientazione dal centro alla periferia, all'intervento presso Amidei del «nucleo comunista che aveva contribuito alla nascita del film, e in parte anche all'azione di via Rasella, ovvero Negarville, Amendola, Pellegrini e gli altri, Guttuso, Franchina...»; quindi conclude: «Se Roma città aperta 'non' ha voluto parlare di via Rasella [...] è perché già allora i comunisti avevano capito che quell'azione in sostanza era stata un errore politico di cui era meglio non parlare più, altro che nelle sedi in cui si era costretti a farlo, come i libri di storia e le aule dei tribunali: e che, quindi, non fosse il caso di rievocare un episodio così inviso alla popolazione romana e non, soprattutto in un film dove uno dei protagonisti era un comunista»[16].

PersonaggiModifica

  • Il personaggio di don Pietro riassume le figure di don Pietro Pappagallo e don Giuseppe Morosini.
  • Quello di Pina invece è ispirato a Teresa Gullace, una donna italiana uccisa dai soldati nazisti mentre tentava di parlare al marito prigioniero dei tedeschi: episodio che ispirò in maniera determinante la famosa scena del film.

Dati tecniciModifica

  • Laboratorio: Tecnostampa, Roma, Italia
  • Formato negativo (mm/video pollici): 35 mm
  • Processo cinematografico: Spherical
  • Formato stampa film: 35 mm[17]

DistribuzioneModifica

Date di uscitaModifica

 
La targa in memoria delle riprese a via degli Avignonesi (15 gennaio 1995)

Il film uscì nelle sale italiane il 27 settembre 1945, venne in seguito esportato nelle seguenti nazioni:[18]

DoppiaggioModifica

Un giovanissimo Ferruccio Amendola fece il suo esordio come doppiatore in questo film, prestando la propria voce a Vito Annichiarico (Marcello).

Il giornalista e scrittore Giancarlo Governi notò, per primo, come il personaggio della Gullace fosse stato omaggiato anche in fase di doppiaggio: nella scena della corsa verso la camionetta, infatti, dapprima si sente Francesco urlare "Pina!" e successivamente, attraverso un non chiaro "tenetela" il grido sembra dire "Teresa!".[senza fonte]

AccoglienzaModifica

Il film fu visionato in privato dal regista Roberto Rossellini presso il Cinema Moretti di Ladispoli e presentato successivamente al pubblico nel settembre del 1945 senza alcun'anteprima, ebbe inizialmente uno scarso successo; solo successivamente, dopo aver ricevuto vari premi e riconoscimenti, fu apprezzato unanimemente da pubblico e critica. Inizialmente la pellicola è stata vietata in alcuni paesi, come in Germania e in Argentina. Uscì negli Stati Uniti il 25 febbraio 1946, a New York; dove all'inizio furono censurate alcune scene, della durata complessiva di circa 15 minuti.

Nel 1946 a Milano, molti cartelloni promozionali del film furono dati alle fiamme dai militanti del Partito Democratico Fascista.

IncassiModifica

L'incasso accertato a tutto il 31 dicembre 1952, ammontante a 124.500.000 lire dell'epoca, rappresentò il maggior incasso cinematografico in Italia della stagione 1945-46.[1][19]

CriticaModifica

«È un film che rievoca il tragico periodo dell'occupazione tedesca di Roma e ne dà un quadro e un giudizio così giusto da suscitare immediatamente in tutto il pubblico il più vivo consenso e, per il ricordo della recente tragedia, anche commozione profonda. Lo squallore delle vie cittadine nelle notti di coprifuoco e gli arresti, le torture, i delitti, le bieche figure di Caruso e di Dollmann, tutto qui è ricordato, con oggettività priva di retorica e con implicita valutazione politica così assennata ed equa che il film merita indubbiamente il plauso di tutti gli onesti. Valendosi intelligentemente dell'abilità di due attori popolari come la Magnani e Fabrizi, il regista ha sorretto la semplicità della trama drammatica su sequenze alternanti abilmente note comiche e addirittura grottesche alle scene più forti e strazianti.»

(Umberto Barbaro, l'Unità, 26-11-1945)

«La Magnani è immensa. Attrice sensibile, intelligentissima. E non venitemi a parlare di volgarità. La Magnani va collocata, studiata e criticata sul piano del romanesco. Allora si vedrà che, nella sua virulenza plebea, l'attrice deriva proprio dalla tradizione popolare più pura e quindi più nobile. Giovacchino Belli scenderebbe dal suo piedistallo e s'inchinerebbe, con la tuba in mano davanti a lei. C'è un momento nel film in cui il Vammoriammazzato! di Anna Magnani, rivolta a un tedesco, toglie il respiro e rimane nell'aria, tragicamente come una condanna definitiva.»

(Silvano Castellabeppe, Star, 6-10-1945)

«Roma città aperta è il primo film a riprendere il cammino in direzione di un orizzonte nuovamente umanizzato, a immaginare la riconquista di un'armonia entro uno spazio distrutto e sconvolto»

(Gian Piero Brunetta[20])

«Rappresenta la grande sorpresa italiana del dopoguerra, l'inaugurazione (o meglio, la consacrazione) del neorealismo. Rossellini si propone come il suo corifeo. Non ha alle spalle un'ideologia salda o nuova, al massimo si richiama ai valori del cattolicesimo, e forse neppure a quelli. La forza del film risiede nella trasgressione di ogni regola, di ogni consuetudine, di ogni luogo comune culturale.»

(Fernaldo Starnazza, 'Dizionario del cinema[21])

Critica storicaModifica

Lo storico Aurelio Lepre ha criticato la rappresentazione della Resistenza romana offerta dal film di Rossellini, ritenendo che abbia trasformato la lotta di una ristretta minoranza di resistenti in un'inverosimile lotta dell'intera cittadinanza, così da «consegn[are] alla memoria collettiva non la Roma spaventata e tutta chiusa nei problemi della sopravvivenza che fu nella realtà, ma una Roma tragica ed eroica»[22]. Secondo Lepre, la celebrazione di un'epopea resistenziale in Roma città aperta contribuì alla rimozione delle responsabilità del popolo italiano per aver sostenuto il regime fascista e aver combattuto al fianco dei tedeschi fino al 1943; rimozione che comprendeva il passato degli stessi Rossellini e Fabrizi:

«Il Rossellini di Roma città aperta faceva dimenticare il regista dell'Uomo della Croce[23], prodotto nel 1942 e presentato nel gennaio 1943 a Roma, in una solenne manifestazione, alla presenza dei dirigenti del clero castrense e delle organizzazioni d'arma. Il Fabrizi che interpretava don Pietro faceva dimenticare l'attore che, appena due anni prima, recitava sui palcoscenici del varietà scenette irridenti agli inglesi o bonariamente scherzose sulle difficoltà del fronte interno.

Il protagonista dell'Uomo della Croce era stato un sacerdote, un cappellano militare sul fronte russo, simbolo dell'ideale cristiano contrapposto alla barbarie comunista. Anche il protagonista di Roma città aperta era un sacerdote, un parroco di un rione popolare, ma la continuità era data soltanto dall'abito; per il resto il capovolgimento era completo. Nell'Uomo della Croce, i comunisti erano i malvagi da uccidere o da convertire (ed effettivamente il cappellano riusciva a convertire un commissario del popolo e una miliziana); in Roma città aperta erano eroi, che morivano combattendo per la libertà. Anche i cattivi erano cambiati: al posto del truce commissario del popolo sovietico che conduceva gli interrogatori nell'Uomo della Croce, c'era, a interrogare i prigionieri, il comandante tedesco di via Tasso[24]

RiconoscimentiModifica

Manifesti e locandineModifica

La realizzazione dei manifesti e delle locandine del film furono affidati al pittore e cartellonista Anselmo Ballester di Roma. Alcune serie di manifesti risulta priva di firma forse perché Ballester – che nel ventennio fu autore anche di manifesti politici – nel 1945, a guerra appena terminata, ritenne conveniente mantenersi ancora anonimo.

Altri mediaModifica

Su Roma città aperta e sulle difficoltà incontrate dal regista e dalla troupe prima e durante le riprese, nel 1996 è stato girato il film Celluloide di Carlo Lizzani, in cui Massimo Ghini interpreta il ruolo di Rossellini.

CuriositàModifica

Nel 1988 le Poste italiane hanno emesso, nella serie di quattro valori dedicata al "Cinema italiano neorealista", un francobollo da Lire 2400 per il film Roma città aperta[25].

Inoltre, le Poste italiane hanno emesso nel 1995, nella serie di nove valori dedicata agli "Avvenimenti storici della II guerra mondiale - 3ª emissione", un francobollo da Lire 750 sulla vicenda di Teresa Gullace[26][27] e nel 1997 un francobollo da Lire 800 dedicato alla figura di don Giuseppe Morosini[28].

NoteModifica

  1. ^ a b Massimo Bertarelli - Il cinema italiano in cento film, pag. 240-241
  2. ^ (EN) Awards 1946, festival-cannes.fr. URL consultato il 25 gennaio 2011 (archiviato dall'url originale il 4 marzo 2016).
  3. ^ Cento film e un'Italia da non dimenticare
  4. ^ Ecco i cento film italiani da salvare Corriere della Sera
  5. ^ Notizia Archiviato il 23 settembre 2015 in Internet Archive.
  6. ^ Rete degli Spettatori.
  7. ^ "Roma città aperta", il capolavoro di Rossellini torna restaurato nelle sale, su Il Fatto Quotidiano. URL consultato il 1º aprile 2014.
  8. ^ Pirro 1983, p. 123. Pirro continua: «Era stato questo un atteggiamento largamente diffuso nella cittadinanza, soprattutto dopo l'eccidio delle Fosse Ardeatine».
  9. ^ Roncoroni 2006.
  10. ^ Pirro 1983, p. 72.
    «Pensare a un film sull'attentato di via Rasella non osava nessuno dei tre. Quell'episodio della resistenza romana aveva diviso e divideva i romani. Bruciava troppo perché potesse diventare un film. [...] Né si poteva ripetere per finta quella tragedia. Nessuno se la sentiva. Il neorealismo, insomma, non poteva cominciare a via Rasella: lo impediva anche il pudore, la vaga vergogna di essere usciti indenni da quella notte durata nove mesi. C'era in più la sensazione che bisognasse cominciare più modestamente, appropriandosi di vicende meno clamorose.»
    .
  11. ^ Roncoroni 2006, p. 32.
  12. ^ Roncoroni 2006, p. 26.
  13. ^ Sergio Amidei, in L'avventurosa storia del cinema italiano 1935-1959, a cura di Franca Faldini e Goffredo Fofi, Feltrinelli, Milano, 1979, pp. 92-6, riprodotto integralmente in Roncoroni 2006, pp. 430-1.
  14. ^ a b Ferruccio Disnan, testimonianza in Roncoroni 2006, pp. 432-4.
  15. ^ Roncoroni 2006, p. 34.
  16. ^ Roncoroni 2006, p. 35.
  17. ^ Specifiche tecniche per Roma città aperta (1945), IMDb.
  18. ^ Date di uscita per Roma città aperta (1945), IMDb.
  19. ^ Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1945/1955
  20. ^ G. Brunetta, Cent'anni cinema italiano, Laterza, Bari 1991 - p. 341
  21. ^ Dizionario del cinema, di Fernaldo Di Giammatteo, Newton&Compton, Roma, 1995,pag.76
  22. ^ Lepre 1996, p. 13.
  23. ^ Lepre si riferisce a L'uomo dalla croce, parte con La nave bianca (1941) e Un pilota ritorna (1942) di una trilogia dedicata alla guerra fascista.
  24. ^ Lepre 1996, p. 14.
  25. ^ Il francobollo dedicato al film Roma città aperta.
  26. ^ Il francobollo dedicato a Teresa Gullace.
  27. ^ Cfr. l'articolo di Valerio Benelli, Filatelia. Per Teresa Gullace un solo francobollo, in Patria Indipendente, periodico ANPI del 21 settembre 2008
  28. ^ Il francobollo dedicato a don Giuseppe Morosini.

BibliografiaModifica

  • Aurelio Lepre, Via Rasella. Leggenda e realtà della Resistenza a Roma, Roma-Bari, Laterza, 1996, ISBN 88-420-5026-1.
  • Ugo Pirro, Celluloide, Milano, Rizzoli, 1983.
  • Stefano Roncoroni, La storia di Roma città aperta, Bologna-Recco, Cineteca di Bologna-Le Mani, 2006, ISBN 88-8012-324-6.
  • Gianni Rondolino: Roberto Rossellini. La Nuova Italia, Firenze 1977
  • Le attrici. Gremese editore, Roma 1999
  • Catalogo Bolaffi del Cinema italiano 1945/1955
  • Flaminio Di Biagi: La Roma di "Roma città aperta", Palombi, Roma, 2014

Voci correlateModifica

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