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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la patologia comunemente chiamata "R moscia", vedi Rotacismo (medicina).

Il rotacismo (parola che deriva dal greco ῥῶ rhô, « la lettera r ») è una modificazione fonetica consistente nella trasformazione di una consonante di classe rotica, In genere si tratta della conversione di una consonante alveolare sonora (/z/, /d/, /l/, oppure /n/) in r ([r]): il caso più frequente è da z a r[1]

La parola rotacismo deriva dalla lettera greca aspirata rho.

Questo fenomeno è particolarmente consistente nella storia della lingua latina, è documentato nel dialetto milanese in alcuni dialetti del ligure, del sardo, del corso, del napoletano e del siciliano (in particolare nella zona dei Monti Iblei, Sicilia sud-orientale), nel dialetto reggino e in alcune lingue germaniche antiche. Nel dialetto romanesco e in alcune zone della Toscana è riscontrabile il rotacismo di l davanti a consonante.

Indice

Il rotacismo nella lingua latinaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua latina.
(LA)

«In multis verbis, in quo antiqui dicebant s, postea dicunt r... foedesum foederum, plusima plurima, meliorem meliosem, asenam arenam»

(IT)

«In molte parole in cui gli antichi dicevano s, in seguito dicono r... foedesum foederum, plusima plurima, meliorem meliosem, asenam arenam»

(Varr. De lingua Latina, VII, 26)

Nella lingua latina la flessione e la derivazione ci testimoniano numerose tracce del fenomeno. Tra le più evidenti

  • declinazione nominale: i nominativi flos, aes, opus, ("fiore, bronzo, opera") rispetto ai genitivi floris, aeris, operis ("del fiore, del bronzo, dell'opera")
  • coniugazione verbale: gli infiniti presenti attivi in -re derivano dal rotacismo di un arcaico -se, si confronti amare, delere, legere, audire, capere con gli atematici esse, velle (velle <-- *velse)
  • composizione: il prefisso separativo dis- si trova sia nel verbo dis-cedo, "me ne vado", sia in dir-imo (<-- *dis-emo), "io separo"

Ad esempio il nomen Valesius, testimoniato da epigrafi del VI secolo a.C., si trasforma in Valerius o ausosa cambia in aurora.

La linguistica storica tramite indizi nelle fonti letterarie ha permesso di delimitare cronologicamente il fenomeno: Cicerone ci riferisce infatti che Papirio Crasso, console nel 336 e 330 a.C. primus Papisius est vocari desitus ("per primo smise di farsi chiamare Papisius"), mentre il Digesto (I, 2, 2, 36) ci riporta la notizia che Appio Claudio Cieco (censore nel 312, console nel 307 e nel 296 a.C. r litteram invenit, ut pro Valesiis Valerii essent, pro Fusiis Furii ("inventò la lettera r cosicché si scrivesse Valerii invece di Valesii e Furii invece di Fusii"): tenendo conto della maggiore conservazione fonetica tipica di nomi propri se ne può dedurre che entro la fine del IV secolo a.C. il fenomeno dovesse essere ampiamente compiuto.

Il rotacismo nella lingua lombardaModifica

Nella variante milanese della lingua lombarda, la -L- intervocalica era comunemente sostituita da -R-, mentre nel dialetto moderno questa caratteristica tende a scomparire[2]. Nei dialetti della Lombardia occidentale il rotacismo è in generale arretramento, in particolare nella città di Milano: qui sopravvivono comunque forme come vorè (volere), varè (valere), dorì (dolere), cortèll (coltello), scarogna (scalogna), pures (pulce), sciresa (ciliegia), carisna (caligine), regolizia o regorizia (liquirizia)[2], mentre risultano scomparse forme come ara (ala), candira (candela), sprendor (splendore), gorà (volare), gora (gola), Miran (Milano) e scœura (scuola)[2]; queste ultime forme sono ancora rintracciabili nella periferia milanese e nelle altre province lombarde, in particolare nelle aree montane e rurali.

Il rotacismo nella lingua sardaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua Sarda.

Il fenomeno del rotacismo è molto diffuso anche in alcune varianti della lingua sarda, in particolare nelle zone limitrofe al Cagliaritano e nel Sulcis. In tali zone infatti, la -d- intervocalica viene sistematicamente pronunciata come -r-. Dunque, parole che normalmente in sardo suonano come "meda" (trad. "molto") o "pingiàda" (trad. "pentola"), vengono pronunciate come "mera" e "pingiàra". Non solo: anche la terza persona singolare dell'indicativo presente, che esce in -t, ma che viene normalmente pronunciata normalmente come "-d" in Campidano e in Logudoro in seguito alla posposizione di una vocale eufonica, subisce invece in aree quali il Cagliaritano e il Sulcis il fenomeno -d > -r. Dunque, "issu pappat" (trad. "egli mangia"), viene pronunciato nelle zone in cui si verifica il rotacismo come "issu pàppara" anziché "issu pàppada". Non è raro, in ultimo, osservare il rotacismo nelle parole che iniziano per "t+vocale" nel caso in cui esse siano precedute da una vocale. Per ragioni eufoniche infatti, normalmente tale "t" viene pronunciata come una "d" e subisce quindi la transmutazione in "r": ecco che "deu tengu" (trad. "io ho, io posseggo") viene pronunciato come "dèu rèngu" anziché "deu dèngu".

Il rotacismo nella lingua napoletanaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua napoletana.

Il fenomeno è frequente nel napoletano, interessando la consonante semplice "d" sia in posizione intervocalica, sia all'inizio della parola. La forma scritta, più conservatrice, tende a preservare la "d" piuttosto che adeguarsi al parlato. Ecco alcuni esempi:

napoletano italiano pronuncia
caruta caduta ka'rutə
dimane domani ri'manə
maronna madonna ma'rònnə
denare denari rə'narə
denucchio ginocchio rə'nukkjə
diebbete debiti 'rjébbətə
da 'a capa a ‘o pede dalla testa ai piedi ra,kapopèrə

La consonante forte -dd- non è soggetta al fenomeno:

napoletano italiano pronuncia
addenucchiato ginocchioni addənuk'kjatə
addore odore ad'dόrə
addurmuto addormentato addur'mutə
dduie due (m.) 'ddujə
ddoie due (f.) 'ddόjə

Nel caso di consonante scempia prevale la forma con rotacismo ('rujə); ad es.: “de' duie frati” (dei due fratelli) va pronunciato: ré rui' fratə. Nell'esempio si nota che la vocale "'e" dell'articolo determinativo maschile plurale (in italiano: i, gli; in napoletano 'e, 'i dalla forma non apocopata di li ancora presente, ad esempio, in Lo cunto de li cunti è elisa per non dare adito al dittongo di formarsi).[3]

Il rotacismo nella lingua sicilianaModifica

Un fenomeno analogo a quello che nel napoletano interessa la "d", sia in posizione intervocalica, sia all'inizio della parola, si riscontra anche nel siciliano. Per fare un esempio di trasformazione della "d" intervocalica può ricordarsi che alla parola italiana "adagio" corrisponde, in siciliano, "araciu". In alcuni casi la "d" si trasforma in "r" anche a inizio di parola, come in "avìa rittu", che corrisponde all'italiano "avevo detto".

NoteModifica

  1. ^ Catford, J.C., On Rs, rhotacism and paleophony, in Journal of the International Phonetic Association, vol. 31, nº 2, 2001, pp. 171–185, DOI:10.1017/S0025100301002018.
  2. ^ a b c Franco Nicoli, Grammatica Milanese, Bramante Editrice, 1983.
  3. ^ Apostrofo, su treccani.it.

BibliografiaModifica

  • Catford, J.C., On Rs, rhotacism and paleophony, in Journal of the International Phonetic Association, vol. 31, nº 2, 2001, pp. 171–185, DOI:10.1017/S0025100301002018.
  • Max Niedermann, Elementi di fonetica storica del latino, Bergamo, Istituto italiano d'Arti Grafiche, 1948.
  • Franco Nicoli: Grammatica Milanese, Busto Arsizio, Bramante Editrice, 1983

Voci correlateModifica

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