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Ruggero Tracchia

generale italiano

BiografiaModifica

Intrapresa la carriera militare fu inizialmente destinato in Eritrea nel 1909[1]. Nel 1916 prese parte alle operazioni di polizia coloniale in Libia contro i ribelli. Nel 1935 al comando della II brigata indigeni dell'Eritrea prese parte alla guerra d'Etiopia[1]. Per il valore dimostrato nel corso della campagna ottenne la promozione a generale di brigata[1].

Le operazioni di polizia coloniale nel ScioaModifica

Dopo l'occupazione di Addis Abeba, destinato alla guida del commissariato di Debre Berhan, fu impegnato nelle operazioni di polizia coloniale nello Scioa contro i ras abissini che non avevano deposto le armi[1]. Dal Selalè due fratelli Cassa, figli di ras Cassa Darghiè, avevano continuato a fornire rifornimenti a tutti i ras che non avevano deposto le armi, tra questi anche il balambaras Abebe Aregai[1].

La resistenza etiopica, sviluppatasi nei pressi della camionabile che collegava Addis Abeba con il Goggiam pose in una situazione critica i rifornimenti con la capitale[2]. L'intensificarsi delle azioni degli uomini di Aregai pose il comando italiano nella situazione di dover predisporre entro dicembre l'operazione F con l'obiettivo di occupare Ficcè per ripristinare i collegamenti ma a dicembre ancora nulla era stato fatto, pertanto Tracchia il mattino del 9 dicembre, dopo aver richiesto l'appoggio del colonnello Tosti, avviò autonomamente le operazioni con le sole forze di cui disponeva[2]. Alla sera Tracchia occupò Mendida che trovò deserta ma procedette egualmente ad incendiare le abitazioni e i raccolti dei familiari di Aregai e dei suoi sostenitori. Subito dopo occupò Dannebò dove fu raggiunto dalla colonna di Tosti. Durante il consolidamento delle posizioni iniziarono numerosi atti di sottomissioni delle popolazioni locali e la consegna delle armi che dai resoconti di Tracchia erano "per lo più in ottimo stato". Il 13 dicembre dei reparti italiani occuparono anche Abdellà e Dirmà dove avvennero degli scontri con gli arbegnoch di cui 88 caddero durante gli scontri e 23 furono giustiziati. I due villaggi furono rasi al suolo. Fino al 15 dicembre complessivamente erano caduti in battaglia 126 arbegnuoc mentre 72 erano stati fucilati. Furono inoltre catturate una mitragliatrice pesante, 9 leggere e 1557 fucili mentre le perdite italiane furono di 10 àscari[3].

Il 16 dicembre i reparti italiani ripartirono in direzione di Ficcè cercando di raggiungere il più rapidamente possibile l'insediamento in modo da impedire la fuga del nemico. Nei primi due giorni la colonna Tracchia ottenne la sottomissione della chiesa di Debre Libanos ma quasi tutti i villaggi raggiunti erano stati già incendiati da Abebe Aregai[4]. I pochi che si erano salvati, quando sospettati di nascondere armi, furono distrutti dagli italiani e gli uomini fucilati[5]. A partire dal 18 dicembre la situazione mutò e furono numerosi i villaggi che accolsero festosamente gli italiani. Il 19 Tracchia raggiunse Sciungurt dove catturò il ghebì di Averrà Cassa e il giorno seguente raggiunse Salalè, il centro politico del feudo dei Cassa. La colonna guidata da ras Hailu Tekle Haymanot fu invece posta da Tracchia a chiusura delle possibili vie di fuga. Il giorno seguente entrambi i fratelli Cassa Averrà e Asfauossen furono presi prigionieri e fucilati sulla piazza principale di Ficcè[6].

«Sapendo per esperienza quanto fosse difficile catturare capi di tale importanza e che la loro fuga avrebbe significato dover riprendere ogni cosa da capo, non tenni mai conto delle loro false proteste di amicizia, strinsi inesorabilmente la cerchia che doveva loro precludere ogni via di scampo, li catturai e subito dopo, alle ore 18.35 del 21 dicembre, sulla piazza di Ficcè, culla della loro famiglia, sede della loro reggia e noto covo di rivolta da cui partirono gli ordini per la capitale e gli agguati alle nostre colonne, Averrà e il fratello Asfauossen cadevano sotto il piombo giustiziatore.»

(Ricostruzione della cattura dei fratelli Cassa scritta da Ruggero Tracchia[7])

Il colonnello Arduino Garelli fu nominato da Tracchia residente di Ficcè. Tracchia con i propri reparti costituì un presidio da lasciare fisso a difesa di Ficcè e un altro nucleo mobile per proseguire la sottomissione della regione. Nel frattempo si sottomise agli italiani tutto il clero di Ficcè e di Debre Libanos[8]. Tracchia dispose la riapertura della scuola amarica, l'apertura di un ambulatorio civile più numerosi sussidi distribuiti al clero e ai civili[8]. Complessivamente furono sequestrati 6073 fucili, 1 cannone, 61 mitragliatrici e un carro armato[8]. 221 furono i caduti etiopici in battaglia e 162 i fucilati. Gli italiani ebbero 101 caduti[8].

Il 4 gennaio 1937, lasciato un presidio a Ficcè, i reparti guidati da Tracchia si mosse in direzione del Nilo Azzurro allo scopo di sottomettere l'intera regione in cui operavano ancora diversi ras ostili alcuni dei quali, come il balambaras Ilmà Uoldeiesus e il fitaurari Ailé Selassiè Zerrofù furono catturati e fucilati[9]. Dopo quest'ultima puntata militare Tracchia rientrò a Debra Berhane convinto di aver pacificato l'intera regione ma la pace durò solo per un breve periodo[10].

L'8 marzo Tracchia fu sostituito dal console della MVSN Ferruccio Gatti al comando del presidio di Debre Berhan per assumere quello del presidio di Gur Sellassiè[11].

A seguito dell'attentato del 19 febbraio 1937 avvenuto ad Addis Abeba contro il viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani Tracchia ricevette l'ordine di muovere contro il monastero di Debre Libanos ma per tutta una serie di motivi l'azione fu poi condotta nel maggio dal generale Pietro Maletti che nel frattempo lo aveva sostituito[12].

La seconda guerra mondialeModifica

Il 25 febbraio 1939 Tracchia assunse il comando della 59ª Divisione fanteria "Cagliari" di stanza a Vercelli che mantenne fino al 28 maggio 1940[13] per assumere il comando della 62ª Divisione fanteria "Marmarica" in Libia.

Nel 1940 prese parte alla campagna del Nordafrica cadendo però prigioniero degli Alleati il 5 gennaio 1941 durante la battaglia di Bardia. Trattenuto in prigionia fu poi liberato nel 1944[14].

Nel 1950 fu accusato dal governo etiopico di crimini di guerra[15].

OpereModifica

  • Coloniali ed ascari, Ceschina, Milano, 1940[16]

OnorificenzeModifica

  Medaglia d'argento al valor militare
  Medaglia d'argento al valor militare
  Medaglia d'argento al valor militare
«Valoroso generale, già distintosi nella campagna, nelle azioni del Tembien e Mai Ceu, ha ripetutamente dimostrato superbe qualità di comandante, organizzatore e trascinatore di uomini. Maestro nell'impiego di truppe indigene, dopo aver all'avanguardia della colonna autocarrata, aperta la via di Addis Abeba, ha assunto il comsando militare della direzione politica della regione di Debra Brehan, infestata dai ribelli. Vi è rimasto isolato per l'intera stagione delle piogge, combattendo continuamente contro le insidie del terreno, alleatosi ai ribelli ed alle ostilità atmosferiche. Riusciva con sagace opera di comandante e di politico a tenere a bada prima, a sconfiggere poi i ribelli, pacificando gran parte della regione, dando sicurezza alle comunicazioni.»
— Scioa. Maggio-novembre 1936
  Medaglia d'argento al valor militare
«Comandante di brigata coloniale insigne, dopo aver occupato e consolidato i terreni di Debra Berehan, Ancober, Sciannò e Dehanna, con azione politico militare degna della sua competenza di vecchio coloniale, affrontava e debellava i ribelli comandati dai fratelli Cassa e da ostinati briganti, procedendo all'occupazione di Ficcè, a quella del Selalè e del Tegulet e sottraendo ai ribelli stessi ingenti quantitativi di fucili, mitragliatrici e munizioni. Esempio costante di elevata concezione del dovere, slancio animatore e completa dedizione»
— Scioa, dicembre 1936
  Cavaliere dell'Ordine Militare di Savoia
— 24 agosto 1936[17]

NoteModifica

BibliografiaModifica

  • Federica Saini Fasanotti, Etiopia 1936-1940 le operazioni di polizia coloniale nelle fonti dell'esercito italiano, Stato maggiore dell'esercito, Ufficio storico, Roma, 2010
  • B.P. Boschesi, Il chi è della Seconda Guerra Mondiale, vol. 2, Mondadori, 1975, p. 220.