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Il sacrificio umano nella cultura araba preislamica (in arabo: ﻭﺍﺩ ﺍﻟﺒﻨﺎﺕ‎, waʾd al-banāt, ossia "seppellimento delle figlie") è stata una pratica sacrificale umana, diffusa, anche se non generalizzata, nell'ambiente arabo peninsulare preislamico, cui l'Islam pose drasticamente fine.

Essa prevedeva che - per motivi ora del tutto ignoti - un padre seppellisse viva una propria figlia finché non fosse sopraggiunta la morte.

Il waʾd al-banāt è stato interpretato dai vari studiosi dando spazio alle più svariate ipotesi. Alcuni infatti hanno attribuito l'infanticidio a una grossolana, quanto crudele volontà di operare un controllo delle nascite, oppure alla pretesa necessità di far fronte a un'improvvisa e grave carestia, oppure ancora alla volontà di eliminare il frutto di un eventuale adulterio.

Le informazioni di provenienza islamica sono del tutto inutilizzabili, probabilmente perché redatte in forma scritta in un'epoca ormai lontana dal fenomeno narrato o perché animate dall'intenzione di provocare una reazione fortemente negativa nel lettore musulmano, nella descrizione di fenomeni tipici di un'età non solo di "Ignoranza"[1] del messaggio coranico di salvezza ma anche di obbrobriosa barbarie.

Il fatto, ad esempio, che Hisham ibn al-Kalbi si limiti a parlare di pratica "ignominiosa", ci testimonia certamente un preciso atteggiamento morale espresso unanimemente dalla cultura islamica, ma tace in modo assolutamente insoddisfacente qualsiasi motivazione retrostante. Resta ad esempio senza alcuna risposta l'episodio che vede protagonista il capo dei Banū Muqāʿis, Qays b. ʿĀṣim al-Minqarī, detto Sayyid Ahl al-wabar, "Signore della gente del deserto" (ossia i beduini) che raccontò, piangendo, al Profeta musulmano Maometto la sua "necessità" di sopprimere per seppellimento la figlioletta, ormai abbastanza grande tanto da saper parlare, mentre costei rivolgeva al padre accorati appelli sul suo averla sepolta (evidentemente non interamente, ma in modo da rendere impossibile liberarsi da quella costrizione) affinché non la seppellisse viva. Appello, occorre dire, caduto nel vuoto.

L'episodio sembra dunque dettato da qualche insopprimibile necessità religiosa, in grado di far superare perfino le pur forti remore dovute ai naturali affetti parentali.

Il waʾd al-banāt, in definitiva, sembra quindi riferibile a quei "sacrifici cultuali" che Angelo Brelich inserisce nelle cosiddette "uccisioni rituali".[2]

NoteModifica

  1. ^ La parola araba jāhiliyya, che indica il periodo precedente all'apostolato di Maometto, significa infatti "ignoranza".
  2. ^ Si veda Marcello Massenzio nella sua Prefazione al libro di Brelich Presupposti del sacrificio umano, Roma, Editori Riuniti, 2006, p. 26.

BibliografiaModifica

  • Angelo Brelich, Presupposti del sacrificio umano, Roma, Editori Riuniti, 2006.
  • Tawfiq Fahd, Le Panthéon de l'Arabie Centrale à la veille de l'Hégire, Parigi, Geuthner, 1968.
  • Claudio Lo Jacono, "La religiosità in Arabia nel VII secolo", in: Islàm. Storia e civiltà, Roma, XI (1992), 3, n. 40, pp. 149-169
  • Claudio Lo Jacono, "Le religioni dell'Arabia preislamica e Muḥammad", in (a cura di Giovanni Filoramo) Islam, Storia delle religioni, Roma-Bari, Edizioni Laterza, 1999, pp, 37-38.

Voci correlateModifica