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San Marzano di San Giuseppe
comune
(IT) Comune di
San Marzano di San Giuseppe
(AAE) Bashkia e Shën Marcanit
San Marzano di San Giuseppe – Stemma San Marzano di San Giuseppe – Bandiera
San Marzano di San Giuseppe – Veduta
Localizzazione
StatoItalia Italia
RegioneCoat of Arms of Apulia.svg Puglia
ProvinciaProvincia di Taranto-Stemma.png Taranto
Amministrazione
SindacoGiuseppe Tarantino (lista civica Per San Marzano) dal 10-6-2018
Territorio
Coordinate40°27′N 17°30′E / 40.45°N 17.5°E40.45; 17.5 (San Marzano di San Giuseppe)Coordinate: 40°27′N 17°30′E / 40.45°N 17.5°E40.45; 17.5 (San Marzano di San Giuseppe)
Altitudine134 m s.l.m.
Superficie19,19 km²
Abitanti9 148[1] (31-10-2018)
Densità476,71 ab./km²
Comuni confinantiFragagnano, Francavilla Fontana (BR), Grottaglie, Sava, Taranto
Altre informazioni
Cod. postale74020
Prefisso099
Fuso orarioUTC+1
Codice ISTAT073025
Cod. catastaleI018
TargaTA
Cl. sismicazona 4 (sismicità molto bassa)
Cl. climaticazona C, 1 247 GG[2]
Nome abitantisammarzanesi
PatronoSan Giuseppe
Giorno festivo19 marzo
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
San Marzano di San Giuseppe
San Marzano di San Giuseppe
San Marzano di San Giuseppe – Mappa
Posizione del comune di San Marzano di San Giuseppe all'interno della provincia di Taranto
Sito istituzionale

San Marzano di San Giuseppe (Shën Marcani in Arbëreshë, AFI: [ar'bəreʃ], Sa'Mmarzanu nel dialetto locale di Brindisi) è un comune italiano di 9 148 abitanti[1] della provincia di Taranto in Puglia. San Marzano di San Giuseppe, insieme a Casalvecchio di Puglia (in arbëresh: Kazallveqi) e Chieuti (in arbëresh: Qefti), è un antico centro arbëreshë della regione.

San Marzano di San Giuseppe è stato quasi sempre di proprietà di famiglie albanesi che hanno cercato di preservare la memoria degli antenati. Oggi il paese è l'unico tra i 14 paesi fondati o rifondati da albanesi [(Belvedere estinto), Carosino, Civitella (oggi: masseria Civitella), Faggiano, Fragagnano, Monteiasi, Montemesola, Monteparano, Roccaforzata, San Crispieri (oggi una frazione di Faggiano), San Giorgio Ionico, San Martino (estinto) e Santuario Santa Maria della Camera (oggi parte di Roccaforzata)] nell'Albania Tarantina che oltre alla lingua albanese pre-ottomana (Gjuha Arbëreshe) hanno conservato alcuni usi e costumi del paese di origine.[3]

San Marzano di San Giuseppe appartiene ai circa 50 paesi di origine albanesi che sono tutelati dalla legge nazionale nº 482 del 1999 della tutela delle minoranze linguistiche storiche.[4]

Indice

Geografia fisicaModifica

San Marzano di San Giuseppe, ad un'altitudine di 134 m sul livello del mare, si trova sull'altopiano di una collina calcarea delle Murge Tarantine. Il comune è situato tra i comuni limitrofi di Grottaglie, Sava, Fragagnano, Francavilla Fontana; si trova a circa 23 chilometri a est di Taranto, a 20 chilometri a nord del Mar Ionio, a 56 chilometri a ovest di Lecce e immediatamente adiacente alla provincia di Brindisi.

Origini del nomeModifica

 
Masseria Casa Rossa con il tipico comignolo arbëresh

Sull'origine del toponimo non esiste una chiara spiegazione. Studi recenti sostengono che il nome Marzano deriva dal clan romano Marcia, che, al momento dell'Impero Romano si era stabilito nella zona dove possedeva praedia (proprietà) nei pressi della Masseria Casa Rossa. Un'altra ipotesi è che (San) Marzano deriva da Marcus della famiglia Marcia, che viene testimoniato in Terra d'Otranto anche da altri nomi di luogo e iscrizioni di lapidi.San Marzano di San Giuseppe appartiene ai circa 50 paesi di origine albanesi che sono tutelati dalla legge nazionale nº 482 del 1999 della tutela delle minoranze linguistiche storiche.

Il prefisso San deriverebbe dal greco e significa "agricoltore", che sarebbe stato usato nei nomi dei casali per indicare il mestiere di colui che viveva in quel luogo.[5] Un'altra ipotesi è che il prefisso San starebbe a indicare la cristianizzazione del primo centro romano dedicato ad una divinità pagana, cioè Marte.[6]

Nel Medioevo, appare il nome della località Sancti Marzanus o Sanctus Marzanus, indicando il nome originale Martianum e non Marcianum.[6]

Dopo l'Unità d'Italia, con un regio decreto, i sindaci dei comuni del Regno d'Italia con lo stesso nome, vennero invitati ad aggiungere al nome del paese un suffisso che identificasse la vita della popolazione. Il 7 settembre 1866, il sindaco di San Marzano, Francesco Paolo Cavallo, decretò che al nome medioevale Sanctus Marzanus si aggiungesse di San Giuseppe, dovuto al culto di San Giuseppe, affinché si potesse distinguere da San Marzano sul Sarno e da San Marzano Oliveto.[6]

StoriaModifica

Dal Neolitico all'AntichitàModifica

Il territorio intorno a San Marzano era già abitato nel Neolitico (V millennio a. C.), come confermano numerosi reperti. Ci sono tre aree distinte in cui sono attestate le prime forme di presenza umana; queste sono le contrade la Grotte e la Neviera e l'area intorno alla Masseria Casa Rossa. Nella prima contrada, lungo la lama a forma di Y, è stato rinvenuto materiale litico preistorico, come schegge di ossidiana e numerose lame (coltelli) di selce, mentre nelle pareti della gravina, nei pressi del santuario rupestre della Madonna delle Grazie, si osservano delle grotte scavate ad uso di tombe, risalenti alla tarda età del bronzo (1300–800 a. C.) e poi riutilizzate in età altomedievale (500 bis 1050 d. C.) come abitazioni ipogee.[7]

 
Trozzella del IV secolo a.C.

Nella Contrada Neviera (vicino al santuario rupestre) sono stati scoperti resti di un muro massiccio che potrebbe essere stato la linea di confine tra l'area greca (Chora Tarantina) e quella indigena (messapica) di Oria.[8]

Lungo la Strada Provinciale San Marzano-Grottaglie, a circa due chilometri da San Marzano, nel 1897 furono scoperti gli avanzi di un muro monumentale, chiari indizi di un insediamento fortificato, ben strutturato e risalente probabilmente al V sec. a. C., come testimoniano i corredi tombali in materiale attico, una trozzella messapica e resti di ossa umane.[9]

Meglio documentata è la presenza di capannicoli nei pressi della Masseria Casa Rossa, dove, nel 1990, vennero ritrovati i segni di un villaggio del Neolitico. La zona, disseminata di grumi di intonaco di capanna e di frammenti di ceramica di vario tipo, sembra essere stata intensamente frequentata.[7]

Nel periodo romano (VIII secolo a. C.-VII secolo d. C.), il territorio di San Marzano si trovava al confine con l'Oria messapica e si trovava sotto la giurisdizione del territorio di Taranto. Nell'area della Masseria Casa Rossa c'era un insediamento indipendente (Pagus). Inoltre esistevano in Contrada Pezza Padula numerosi reperti archeologici, come monete e resti di una villa rustica, forse di un patrizio.[9]

Sono conservati nel Museo Archeologico Nazionale di Taranto ritrovamenti occasionali di tombe del alto medioevo (476 d. C.-1000 n. C.) con arredi funebri di una fibula e un prezioso anello bronzeo, entrambi databili al V-VI sec. d. C. oltre ad alcune monete bizantine.[8]

San Marzano nel MedioevoModifica

È noto che l'area di San Marzano di San Giuseppe era abitata nel Medioevo. A causa delle continue incursioni dei saraceni, che durarono dal secolo VIII secolo fino all'anno 1000 ca., gli abitanti si ritirarono nelle vicine grotte sparse e nelle comunità vicine nell'entroterra, dove potevano vivere più tranquilli.[10]

Nei secoli precedenti all'arrivo degli albanesi, non c'è quasi nessuna informazione sulla successione feudale di San Marzano.[11] Il documento più antico che menziona questa zona è del 1196, quando l'antico Castrum Carrellum (struttura fortificata) era associato all'adiacente area di Caprarica[12] Un altro documento è un atto di donazione di tale Andrea, soldato e proprietario della struttura fortificata di Castrum Carrellum, al clero di Taranto dell'anno 1281. Nel 1304 Egidio de Fallosa, proprietario del Tenimentum Sancti Marzani, venne sollecitato dalla cancelleria angioina a pagare le decime al clero di Oria.[11]

Nel 1329, il casale venne infeudato a Giovanni Nicola De Tremblaio;[5] da un documento degli archivi di Napoli del 1378 si evince che il feudatario di San Marzano era Guglielmo de Vicecomite che possedeva anche i casali di Lizzano, San Paolo, Mandurino e Sant'Erasmo.[13]

 
Posizione approssimativa dell'Albania Tarantina

Più tardi, quando il casale faceva parte del Principato di Taranto, si trovava ai confini del Principato ed era abbandonato cosicché il principe Giovanni Antonio Orsini del Balzo lo diede in feudo a Ruggero di Taurisano, affinché lo potesse ripopolare. Costui però non si occupò per niente di far riabitare il casale abbandonato, per cui era spopolato quando Roberto da Monterone sposò Delizia (anche: Adelizia), figlia di Ruggero, che lo portava in dote.[13] Il 31 gennaio 1461 Delizia, con consenso reale, donò il casale al figlio Raffaele.[11] Solo suo figlio Roberto ne curò il ripopolamento, fino a che, per le tristi condizioni del tempo in cui viveva, si trovò impigliato nella congiura dei baroni locali (1459-1462), attizzato dagli Angiò francesi contro il Re spagnolo di Napoli, Ferdinando I, per cui fu accusato di fellonia e il feudo gli venne tolto. Nel 1465, il feudo, insieme al Principato di Taranto fu inglobato nel Regno di Napoli, da parte di Giovanna d'Aragona, vedova di Ferdinando I ed erede del Principato[10][13] e parzialmente assegnato in piccoli feudi a famiglie di provata fede aragonese.[14]

Demetrio Capuzzimati e l'insediamento albanese (1530)Modifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Giorgio Castriota Scanderbeg § Le imprese militari in Italia.

Verso la fine del secolo XV e l'inizio del secolo XVI molti casali nell'Albania Tarantina, distrutti dai soldati albanesi di Giorgio Castriota Scanderbeg durante la rivolta dei baroni locali (1459-1462) furono ricostruiti e insediati dagli albanesi stessi.[5]

Il feudo di San Marzano disabitato venne acquistato da Francesco Antoglietta, 3º barone di Fragagnano nel 1504.[15] È storicamente provato che già intorno al 1508 si erano insediate nella parte bassa di San Marzano alcune famiglie corfiote ed epirote provenienti dal vicino villaggio di Fragagnano a causa della incompatibilità con la popolazione autoctona.[16] La presenza di questa prima piccola comunità potrebbe spiegare la natura del primo tessuto urbano del casale dopo il 1530.[17]

Ci sono poche prove del primo insediamento di San Marzano. Solo da un inventario dei beni del Università di Taranto del 1528 si evince che San Marzano per "servicio Cesareo" ha dovuto pagare dieci salme di paglia.[18]

Con disposizione del 24 aprile 1530, il re di Napoli, Carlo IV, incaricò il viceré di Napoli, Filiberto de Chalôns di mettere all'asta i beni appartenenti al regio demanio e quei feudi devoluti alla corona, per raggiungere la somma di 40.000 ducati d'oro. A sua volta, il principe de Chalôns delegò per tale operazione il luogotenente Pompeo Colonna, futuro viceré.[19]

Il 1° maggio di quell'anno, il viceré, con dispaccio personale, dispose la delega al Colonna di vendere città, terre, luoghi, castelli ecc.[20] Si avviò una serie di negozi che vide interessato anche il feudo di San Marzano, per il quale fece richiesta di acquisto un "caballero de armadura ligera" (cavaliere della cavalleria leggera),[21] Demetrio Capuzzimati (anche: Capuzomano; il cui cognome è stato italianizzato, in quanto letteralmente in lingua albanese significa “scarpa grande”)[22] che lo ebbe per 700 ducati insieme al titolo di barone con atto di compravendita, datata 27 luglio 1530.[16]

 
Palazzo Capuzzimati con la chiesa San Gennaro del XVI secolo

Con regio assenso di Carlo IV, la compravendita venne confermata al collocatore[23] Demetrio Capuzzimati († 17 febbraio 1557 a San Marzano di San Giuseppe), probabile figlio o fratello del capitano degli stradioti, Giorgio Capozimadi di Nauplia, il 5 febbraio del 1536 affinché "possit rehabitare de hominibus et incolis ibidem habitare volentibus de exteris lamen et non regnicolis hec numeratis in ulla numeratione" con il privilegio d'esenzione fiscale per dieci anni. Nello stesso anno, l’8 novembre, il Capuzzimati acquisì in enfiteusi dal clero di Taranto anche l'adiacente feudo Rizzi,[10][24] dove si trovava il medievale Castrum Carrellum.[12] Per questa concessione Capuzzimati avrebbe dovuto pagare al clero tarantino annualmente 50 ducati in carlini d'argento. La fusione dei due feudi creò l'attuale San Marzano.

Durante il dominio del Capuzzimati il contado si popolò di numerose famiglie albanesi che, oltre alla lingua di origine, portarono nella nuova patria gli usi, costumi e la propria fede orientale.[5] Le famiglie concorsero a riedificare il casale e a riportare alla coltura diverse zone del feudo.[25] Il Capuzzimati iniziò immediatamente la costruzione del palazzo feudale al confine dei due feudi. Il confine era esattamente tra le porte dell'antico cancello d'ingresso.[11] Da un lato c'era un piccolo gruppo di case dietro le odierne Vie Cisterne, Trozzola e, forse, una parte delle vie Vignale e Garibaldi. Dall'altra parte si trovava la parte principale del centro storico tra le vie Addolorata e Casalini con accesso al Palazzo Capuzzimati da destra e da sinistra.[17] I due quartieri abitativi furono separati dal parco baronale, dagli uliveti e vigneti che raggiungevano la piazza dell'odierna chiesa madre. Questi boschetti esistevano ancora dopo l'unione d'Italia.[18]

Dopo la morte di Demetrio nel febbraio del 1557, il figlio maggiore, Caesare, ereditò il feudo. Il suo successore fu suo figlio Demetrio junior nel 1595.[10][11]

 
Tipico comignolo Arbëresh

Da una relazione del 1630 sul centro storico si evince che le abitazioni, distribuite intorno al palazzo baronale, soprattutto verso parte del feudo Rizzi, "sono generalmente case matte coverte a tetti, sono sì ben poste con buon ordine" e ci si può muovere per il paese attraverso "piane et ample strade nette e d'estate e d'inverno".[18]

Nello stesso anno, la Regia Camera della Sommaria espropriò il feudo dell'indebitato Demetrio, lo devolse alla regia corona e lo vendete all'asta nel 1639 per 20.000 ducati al duca di Taurisano, Francesco Lopez y Royo, di provenienza spagnola.[26]

Secondo il rapporto del tavolario Scipione Paterno dell'8 luglio 1633 il Casale di San Marzano confinava ad est con la terra di Francavilla, ad ovest con il Casale Fragagnano e a nord con quello di San Giorgio.[27]

Il Marchesato di San MarzanoModifica

 
I Marchesi Lopez y Royo di San Marzano

Il 19 aprile 1645 Francesco Lopez y Royo e i suoi discendenti vennero onorati dal re di Napoli, Filippo III, con il titolo di marchese. Quando Francesco morì il 30 giugno 1657, il feudo fu ereditato da suo figlio Diego, a cui seguì il figlio primogenito Francesco nel 1672. Dal momento che quest'ultimo non lasciò eredi, il marchesato andò al fratello Giuseppe che era sposato con Elena Branai (Granai) Castriota, discendente della linea diretta di Vrana Konti (confidente e comandante di Giorgio Castriota Scanderbeg). Dal momento che la coppia non ebbe figli, nel 1699 si estinse la casata dei Lopez y Royo. A questo punto la Regia Corte tentò di espropriare il feudo. Elena Branai (Granai) Castriota si oppose al sequestro del feudo e offrì una transazione di 5.000 ducati, a patto che rimanesse la sua tenutaria. Da Napoli, il 7 luglio 1700, la Camera della Sommaria accettò l’offerta ed Elena, erede universale dei beni del marito, rimase proprietaria del feudo di San Marzano.[26]

 
I Marchesi Branai Castriota di San Marzano

Quando Elena morì il 29 novembre del 1709, per volontà testamentaria della stessa, il feudo andò al pronipote Giorgio Branai (Granai) Castriota (* 25 nov 1708; figlio di Carlo, nipote di Elena in quanto figlio del fratello Domenico). Quando quest'ultimo morì senza eredi il 4 luglio del 1726, il feudo andò a Giovanna Branai (Granai) Castriota, una zia, sorella del padre Carlo. Nel 1744 Giovanna Branai (Granai) Castriota donò il feudo a sua figlia Elena Sparano, andata in sposa a Vincenzo Ugone Galluccio (anche: Gallucci o Galluzzi)[28] di Galatina,[3] duca di Tora.

Da un documento del 17 agosto del 1745 si evince che il marchesato di San Marzano era stato intestato a Francesco Galluccio, primogenito di Elena Sparano. Alla morte di Francesco, avvenuta il 1º aprile del 1753, non essendoci eredi diretti, il feudo andò alla sorella Caterina (* 28 marzo 1736) che rifiutò il marchesato per diventare monaca “suor Maria Gaetana” nel monastero della Croce di Lucca a Napoli.

Il feudo passò così al fratello minore Paolo (* 21 ottobre 1747) che morì l'8 ottobre 1753. Il feudo quindi passò alla sorella minorenne Giovanna (* 18 settembre 1749), per la quale il padre e tutore Vincenzo Ugone, inoltrò richiesta alla Regia Camera della Sommaria per l'intestazione nei Cedolari del feudo di San Marzano.[26]

Nel 1755, il feudo andò a Giuseppe Pasquale Capece Castriota (1708-1785), barone di Maglie[29] che pagò 11.000 ducati alla famiglia Galluccio.[3] Nel 1785 gli succedette il nipote Nicola e dopo la sua morte nel 1791, la sorella Francesca Maria Capece Castriota, duchessa di Taurisano.[30] Questa ebbe il marchesato di San Marzano sino al 1806, quando sopraggiunsero le leggi eversive dei feudi.[31]

Ma alla morte del suddetto Nicola nel 1791 il marchese Filippo Bonelli si era opposto alla nomina di Francesca Maria come marchesa di San Marzano ed aveva presentato ricorso presso il Sacro Regio Consiglio chiedendo la spettanza del feudo, sulla linea ereditaria dei Branai (Granai) Castriota. Alle rivendicazioni di Filippo Bonelli subentrarono i suoi eredi dopo 15 anni. In conclusione, il 14 aprile 1806, su figlio Pasquale ebbe il titolo di marchese di San Marzano che andò a suo figlio Pasquale e a suo nipote Raffaele, l'ultimo marchese di San Marzano. Nel 1929 Raffaele Bonelli vendeva ad Angelo Casalini di Francavilla, il Palazzo marchesale e i beni posseduti nel feudo di San Marzano. I discendenti di Angelo Casalini ancora oggi sono in possesso del palazzo.[31]

Lista dei Signori di San MarzanoModifica

I Baroni di San MarzanoModifica
  • 1º Barone - Demetrio Capuzzimati († febbraio 1557)
  • 2º Barone - Cesare Capuzzimati († 1595), figlio di Demetrio
  • 3º Barone - Demetrio Capuzzimati, figlio di Cesarae
  • 4º Barone - Francesco Lopez y Royo (acquista San Marzano nel 1639)
I Marchesi di San MarzanoModifica
  • 1º Marchese - Francesco Lopez y Royo († 1657)
  • 2º Marchese – Diego Lopez y Royo († 1672), figlio di Francesco
  • 3º Marchese – Francesco Lopez y Royo, figlio di Diego
  • 4º Marchese – Giuseppe Lopez y Royo († 1699), fratello di Francesco
  • 5ª Marchesa – Elena Branai (Granai) Castriota, discendente di Vrana Konti († 1709), moglie di Giuseppe Lopez y Royo
  • 6º Marchese - Giorgio Branai (Granai) Castriota († 1726), pronipote di Elena Branai (Granai) Castriota
  • 7º Marchese - Giovanna Branai (Granai) Castriota, una zia paterna
  • 8° Elena Sparano, figlia di Giovanna Branai (Granai) Castriota (riceve il Marchesato per donazione della madre nel 1744)
  • 9º Marchese - Francesco Galluccio († 1753), figlio di Giovanna Branai (Granai) Castriota (riceve il Marchesato per donazione della madre il 17. August 1745)
  • 10º Marchese - Caterina Galluccio, sorella di Francesco, che rifiuta. Il Marchesato va al fratello Paolo († 8 ottobre 1753)
  • 11º Marchese - Giovanna Galluccio, sorella minorenne di Paolo
  • 12º Marchese - Giuseppe Pasquale Capece Castriota († 1785), discendente di Vrana Konti, compra il Marchesato nel 1755
  • 13º Marchese – Nicola Capece Castriota († 1791), nipote (figlio del figlio) di Giuseppe
  • 14º Marchese - Francesca Maria Capece Castriota, sorella di Nicola
  • 15º Marchese - Pasquale Bonelli, Marchese dal 14. April 1806
  • 16º Marchese – Pasquale, figlio di Pasquale
  • 17º Marchese – Raffaele, figlio di Pasquale, l'ultimo Marchese

SimboliModifica

Descrizione araldica dello stemma:

«D'azzurro, al castello torricellato di due, al naturale, aperto di nero, posto su una pianura erbosa di verde, a due cipressi, al naturale, uscenti dalla cortina, con l'Arcangelo Gabriele, pure al naturale, con la spada sguainata, librato sulla Torre di destra.[32]»

(Decreto 10947 del 14 luglio 1936)

Monumenti e luoghi d'interesseModifica

Architetture religioseModifica

 
Parrocchia San Carlo Borromeo
  • Chiesa Matrice San Carlo Borromeo in Corso Umberto I
  • Chiesa dell'Addolorata in Via Addolorata
  • Chiesa San Gennaro al Palazzo Capuzzimati in Largo Prete, di proprietà privata
  • Chiesa Rupestre Madonna delle Grazie (con affreschi bizantini)
  • Chiesa San Giuseppe al Santuario

AltroModifica

 
Bronzo di Scanderbeg
  • Centro storico con bronzo di Skanderbeg in Via Piazza Milite Ignoto
  • Trullo del Brigante Cosimo Mazzeo, detto Pizzichicchio in Contrada Bosco, Strada comunale San Marzano – Oria, in direzione Oria a 2,5 km dal paese, di proprietà privata.
  • Palazzo Capuzzimati (anche: Palazzo Marchesale, Palazzo Casalini), situato in Largo Prete, di proprietà privata
  • Case antiche con comignolo arbëresh in Via Giorgio Castriota
  • Murales "antichi mestieri del paese"[33]
  • Masseria Casa Rossa con il tipico comignolo arbëresh in Contrada Ficone; sulla SP 86 in direzione di Sava, a circa 2 km da San Marzano di Giuseppe

Siti archeologiciModifica

 
Grotte
  • Gravina nei pressi della chiesa Rupestre Madonna delle Grazie

SocietàModifica

Evoluzione demograficaModifica

Qualche decennio dopo l'insediamento albanese, si legge in un manoscritto dell'Atlante, che nel 1575 a San Marzano si registravano 74 fuochi (famiglie), pari a circa 370 persone.[31]

In un documento del 1581 riguardante un atto di transazione tra il barone Cesare Capuzzimati e i cittadini di San Marzano, è possibile leggere i cognomi delle famiglie albanesi già consolidatesi sul territorio e che ancora oggi sono presenti o riconducibili a forme ammodernate; questi sono: Todarus Preite, Joannes Caloiarus, Andreas Araniti, Antonius Sassus, Lazzarus Lascha, Stasius Musciachius, Petrus Talò, Mattheus Papari, Duca Barci, Dima Raddi, Guido Borsci, Martinus Rocara, Giorgius Riddi, Antonius Magrisi, Coste Capuzzimadi, Rasi Borgia ed altri.[31] I cognomi italianizzati di origine albanese sono: Airò (trasferitoso a Manduria nella seconda metâ del XVI secolo),[34] Bianco (Bianchi; (trasferitoso a Manduria nel XVII secolo)[34], Borsci (probabile provenienza da Borsh in Albania), Calagna (Calagni; trasferitoso a Manduria nella seconda metâ del XVI secolo)[34], Capuzzimati, Gravile (Gavrilis, Gravili, Gavril in greco-albanese), Lopez (Lopes, Lops; Lopez pugliesi e di Lops è più probabile una derivazione da soprannomi originati dal termine albanese lopë (vacca), Macripò (origine arbëresh), Malagnino (Magagnino), Massareca (trasferitoso a Manduria nella seconda metâ del XVI secolo),[34] Pichierri (origine arbëreshe, provenienza Piqeras in Albania).[35]

Dalla valutazione del tavolario Salvatore Pinto del 3 dicembre 1630 si evince che a San Marzano c'erano 53 fuochi, pari a circa 250 persone.[36] Secondo il rapporto del tavolario Scipione Paterno dall'8 luglio 1633[37] a San Marzano vivevano 75 famiglie[27] (schiavoni e albanesi).[38] Un documento del 1736 mostra che il luogo contava 410 persone e nel 1921 c'erano circa 3.000 abitanti.[39]

Abitanti censiti[40]

 

Lingue e dialettiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Lingua arbëreshe.
 
Un cartello stradale bilingue
 
Cartello stradale in tre lingue di benvenuto

La conservazione della lingua arbëreshe è ciò che differenzia la comunità di San Marzano da tutte le altre della provincia di Taranto.[41] La lingua, chiamata Arbërisht, Arbërishtja o Gluha Arbëreshe, è un sub-dialetto del tosko (alb: toskë), che si parla nel sud dell'Albania, dove ebbe origine la diaspora di massa.[42]

La mancata partecipazione nei cambiamenti culturali ed economici di Taranto, ha fatto si che si conservasse l'identità etnica con tutti i suoi riti e il suo folklore, almeno fino al 1622, quando l'arcivescovo di Taranto, Antonio D'Aquino, con un decreto soppresse il rito bizantino e avviò la latinizzazione della religione, che accelerò la scomparsa delle tradizioni e degli usi e costumi balcanici.[43]

A San Marzano gli arbëreshë hanno assimilato in pieno la cadenza, il ritmo e l'inflessione della voce del dialetto salentino, anche se si esprimono nella lingua Arbërisht.[44]

La lingua degli arbëreshë è soprattutto una lingua parlata; la lingua scritta non è mai stata molto diffusa ed ancora oggi è limitata a particolari pubblicazioni culturali. Poiché la lingua è stata tramandata solo attraverso una tradizione orale, ne è risultato di conseguenza che, progredendo culturalmente, il cittadino sammarzanese ha arricchito le sue conoscenze di nuovi termini italiani, a lui sconosciuti nella lingua originaria. I termini italiani venivano “albanesizzati”, e oggi sono ritenuti parte della “vera” lingua arbëreshe. Per questo si possono notare delle parole arbëreshe che assomigliano al dialetto locale.[44]

Allo stato attuale, tuttavia, si può osservare una lenta perdita del patrimonio linguistico arbëreshe, poiché solo la metà della popolazione usa la lingua, limitatamente in privato.[42]

La lingua diventa visibile nei cartelli stradali e nei nomi delle strade, che a San Marzano di San Giuseppe, in parte, sono ancora presenti. Un vecchio cartello trilingue (italiano, arbëresch, inglese) vicino all'ingresso del paese accoglie il visitatore.

Da diversi anni il comune di San Marzano di San Giuseppe ha istituito uno "Sportello Linguistico Comunale" che si occupa a vario titolo di studi, ricerche, distribuzione di materiali, contatti con altre comunità albanofone italiane, docenze in lingua minoritaria, e valorizzazione della cultura locale.[45]

ReligioneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Arbëreshë § Religione.
 
Papas Kola Cuccia di Contessa Entellina in Sizilien

Gli albanesi provenienti dall'Albania meridionale, oltre alla loro lingua, usi e costumi, portarono nella nuova patria anche il loro rito religioso orientale.

Appena arrivati, ogni famiglia cercò di costruire una casa nel feudo Rizzi (ora in via Giorgio Castriota). In prossimità della odierna chiesa di San Carlo Borromeo venne costruita la chiesa del casale dedicata a Santa Parasceva secondo l'usanza greca („more graeco“)[46] seguendo i punti cardinali est-ovest con l'altare ad est e l'ingresso ad ovest. Nella tradizione bizantina, l'abside è sempre ad est, dove sorge il sole, a simboleggiare il regno della luce, che rappresenta il Signore Dio.[47]

Con la bolla del 1536 Papa Paolo III diede agli albanesi in Italia pieno riconoscimento all'interno del cattolicesimo.[48] In un rapporto del 1575 alla Santa Sede di Roma emerge che l'arcivescovo di Taranto, Lelio Brancaccio, chiamò gli albanesi dell'Albania Tarantina "popolo senza fede e senza legge" e durante la sua visita del 1578, "incoraggiò" tutte le comunità dell'Albania Tarantina a passare dal rito bizantino al rito latino.

Il 4 maggio del 1578, San Marzano, comunità di rito bizantino, ricevette la sua prima visita pastorale da parte dell'arcivescovo Brancaccio che venne ricevuto dal Papas[49] Demetrius Cabascia, che era stato ordinato da una metropolita di passaggio nel 1560.[3] Dalle informazioni dell'arcivescovo si evince che Papas Cabascia seguiva la liturgia orientale, distribuiva il sacramento secondo questo rituale, celebrava la Divina Liturgia di domenica e nei giorni festivi, benediceva l'acqua battesimale alla vigilia dell'Epifania e l'olio per l'unzione dei catecumeni quando era necessario.[50] Inoltre, Papas Cabascia avrebbe conservato l'Eucaristia consacrata in "Cœna Domini" per i malati e il crisma da diversi anni.[3]

 
Matriomonio Arbëresh mit Austausch con lo scambio delle corone

I membri della comunità partecipavano alle pratiche religiose, vivevano in armonia con il rituale della patria, donavano alla chiesa il grano per l'Eucaristia, l'olio per la lampada del Santissimo Sacramento, i soldi per la cera e si prendevano cura della morale del luogo santo. Gli sposi si sposavano con lo scambio delle corone e non con quello gli anelli. Tutti (anche bambini e anziani) osservavano la Grande Quaresima, nella quale l'uso di carne, latticini e olio era vietato fino al Sabato Santo e non sono stati mai registrati comportamenti devianti.[50]

Lelio Brancaccio esortò la gente affermando che era ora di abbandonare il rito bizantino e adottare quello latino. Ma la risposta unanime della gente fu che voleva continuare a vivere secondo la religione dei loro padri. L'arcivescovo, che era convinto che ciò dipendeva principalmente dal Papas Demetrio Cabascia, esortò i giovani chierici a partecipare al seminario di Taranto, dove sarebbero stati ricevuti gratuitamente. Da San Marzano si presentarono solo due chierici (Aremiti Andrea e Zafiro di Alessandro Biscia), che poco dopo tornarono nella città natale.[3] Sebbene negli anni seguenti altri prelati cercassero di convincere la popolazione a convertirsi, il rito bizantino sopravvisse ancora per molti anni.[39]

Solo nel 1617 i sammarzanesi chiesero all'arcivescovo di Taranto, Bonifacio Caetani di ordinare il chierico Donato Caloiro di San Marzano secondo il rito latino, perché un Papas da solo non era sufficiente a prendersi la cura pastorale della comunità.[51] La fine del rito bizantino e dei riti religiosi associati ebbe inizio a San Marzano e nelle comunità arbëreshe circostanti con il decreto di soppressione da parte dell'arcivescovo Antonio d'Aquino nel 1622.[46]

FolkloreModifica

I riti persiModifica

Il tramandare della tradizione arbëreshe avveniva esclusivamente in forma orale. La mancanza di fonti scritte ha aumentato il rischio di perdere gran parte del patrimonio orale. Anche se gli arbëreshë sono stati riconosciuti dalla legge nazionale n. 482 del 15 dicembre 1999 come una minoranza etnica in Italia,[4] non è sufficiente a proteggere e promuovere il patrimonio culturale, il che significa la storia, l'identità, la religione, la tradizione, il folclore ecc.[42]

I due eventi più importanti della vita di San Marzano che ricordavano la patria erano gli antichi riti del matrimonio e del funerale. Oggi, di questi riti non rimane traccia.[42]

Il matrimonioModifica

 
Copricapo di una sposa arbëreshe di San Paolo Albanese
 
Costume arbëresh di San Marzano di San Giuseppe

Il Papas accoglieva gli sposi sulla soglia della chiesa e li accompagnava all'interno della chiesa, dove metteva sulle loro teste le corone decorate con nastri colorati.[42] L'uso della corona era già attestato dallo scrittore romano Tertulliano, che simboleggiava la grazia. Questa usanza era così importante nelle celebrazioni del matrimonio che, anche se, nei secoli, l'usanza si era attenuata, il termine "corona" continuava a indicare il sacramento del matrimonio.[52]

Durante l'eucaristia, il Papas consegnava agli sposi un pezzo di pane che entrambi mangiavano a turno per tre volte e un bicchiere di vino dal quale entrambi bevevano un sorso per tre volte. Questa usanza simboleggiava la fedeltà e nessun altro poteva bere dallo stesso bicchiere. Dopo questo rituale, gli sposi giravano tre volte intorno all'altare e il Papas consacrava la riuscita unione. Alla fine, il Papas gettava il bicchiere dal quale ha bevuto la coppia nella fonte battesimale. Come buon auspicio, il bicchiere doveva rompersi.[42]

Successivamente, gli sposi venivano lasciati soli nella loro nuova casa per otto giorni. L'ottavo giorno lasciavano la loro casa per fare una visita ai parenti. Per questo evento la sposa indossava il "vestito dell'ottavo giorno".[42]

In ogni centro arbëresh dell'Albania Tarantina, così come dapprima nel resto del Regno di Napoli e più tardi nel Regno delle due Sicilie, l'abito da sposa non significava il desiderio di essere bella ed elegante da ammirare, ma rappresentava l'appartenenza ad una famiglia (clan) ed era un chiaro elemento dello status etnico della persona o del famiglia stessa.[53]

Gli abiti da sposa venivano cuciti in casa e solo per i lavori più raffinati o per il ricamo ci si rivolgeva a una professionista. Ogni ragazza sognava il matrimonio ed era una bravissima tessitrice. La dote, i vestiti e il pizzo ricamato o fatto all'uncinetto (l'accessorio più ricercato) erano il risultato di lunghe giornate di lavoro e di infinite serate invernali. Spesso i tessuti più raffinati, come la seta o il broccato di Damasco, venivano acquistati nelle grandi fiere, principalmente durante quelle di Casalnuovo (Manduria), Oria e Taranto.[53]

L'abito da sposa e la sua lunga e costosa realizzazione era simili a un rito sacro. Era fatto di tessuto prezioso con colori delicati. La preferenza era data ai colori pastello e quasi mai bianco. Inoltre c'erano accessori specifici per l'occasione. Questi erano un lungo velo, la corona e i gioielli più belli della famiglia. Di grande effetto era la mantellina con lo strascico con il quale la sposa si distingueva durante la processione nuziale, quando questo, dopo la cerimonia, si muoveva per le strade del paese fino alla casa del marito.[53]

Il funeraleModifica

Un altro rito che è andato perso è quello del funerale. La bara era circondata da donne che indossavano fino al quarto giorno l'abito migliore; solo successivamente veniva indossato l'abito di lutto. Con i capelli sciolti venivano cantati i lamenti funebri mentre, la bara veniva apparecchiata con delle caramelle e del cibo per i visitatori. Come segno di vedovanza, il sopravvissuto o la sopravvissuta tingeva di scuro le due corone di nozze che erano state attaccate alla testa del letto il giorno del matrimonio.[42]

Tradizioni e folcloreModifica

La tradizione persaModifica

ArcipurciumModifica
 
Le Vallje di Frascineto

Una festa importante era l’Arcipurcium (festa di fine carnevale). La parola stessa significa feste, banchetti.[52] Il banchetto veniva celebrato negli ultimi tre giorni del carnevale dalle famiglie dello stesso clan. Si mangiava, beveva e cantava. Le donne indossavano l’abito della festa o quello dell’ottavo giorno, intonavano i canti albanesi e ballavano fino a notte tarda le vallje (balli albanesi).[42] I temi della vallje, dei canti e delle serenate erano felici, ma anche dolorosi e nostalgici, a volte spaventosi.[52] Riferivano le gesta eroiche di Giorgio Castriota Scanderbeg e dei suoi coraggiosi soldati, l'amore e la nostalgia della patria perduta, la diaspora in seguito all'invasione ottomana e l'amore delle proprie donne.[42]

Alla fine, il più anziano beveva alla comune redenzione. La festa anticipava l'astinenza della carne e dei latticini che gli arbëreshë osservavano costantemente durante il periodo dell'Avvento e della Quaresima.[52]

La festa patronale di San GiuseppeModifica

 
La statue di San Giuseppe

La festa patronale di San Giuseppe, protettore delle famiglie, dei poveri, degli orfani e dei carpentieri, si celebra il 19 marzo e coincide con la festa del papà. La data cade in una stagione in cui gli ulivi vengono potati. Dal nord al sud dell'Italia, è comune raccogliere questi rami e trasformarli in falò. Il simbolismo ha origini antiche e rappresenta sia la purificazione sia l'inizio della primavera. Per molti, offre un felice momento di unione e un'eccellente opportunità per sperimentare l'atmosfera del fuoco.

A San Marzano di San Giuseppe, la festa di San Giuseppe ha radici antiche ed è vissuta oggi da tutta la popolazione come un evento molto importante.[54]

La benedizione del paneModifica
 
Das Heilige Josephsbrot

Il rito della benedizione del pane è legato all'origine del culto di San Giuseppe. Il pane rotondo con le iniziali del santo (S.G., San Giuseppe) o il simbolo della croce è uno degli elementi principali della festa patronale. Già due giorni prima della festa, le donne credenti preparano l'impasto, che deve lievitare per una notte intera. All'alba del 18 marzo, l'impasto viene portato dal fornaio per essere cotto. Più tardi al mattino viene eseguita la benedizione del pane di San Giuseppe. Dopo la benedizione del pane questo viene distribuito ai poveri e ai turisti. La tradizione vuole che il pane venga spezzato con le mani e mangiato dopo una preghiera al santo. In passato, un pezzo di pane veniva conservato e le briciole sparpagliate nel terreno, sperando di tenere lontano il brutto tempo.[54]

La processione delle fascineModifica
 
Corteo delle fascine
 
Intorno a questo tronco vengono ammucchiati le fascine di legna
 
Corteo delle fascine

L'origine della processione delle fascine risale a un evento dell'inizio del secolo XIX, che è saldamente ancorato nella memoria collettiva dei Sammarzanesi. A causa delle temperature estremamente basse e delle difficoltà eccessive, i residenti di San Marzano decisero quell'anno di rinunciare ai soliti piccoli falò nelle strade. Ma durante la notte del 18 marzo, un violento nubifragio causò gravi danni al paese e alla campagna con la distruzione di oliveti e vigneti. Tutto ciò venne interpretato come una punizione del santo che non aveva ricevuto i falò rituali.[54]

Di conseguenza, gli abitanti del paese decisero di offrire a San Giuseppe un unico grande falò sull'ampia colina (in arbëreshe: Laerte Mali), dove si trova il Palazzo Capuzzimati. Il falò (in arbëreshe: zjarri e mate) era così grande che venne visto nei paesi vicini e tutti pensarono che il paese stesse bruciando.[54] Alcune persone si inginocchiarono davanti alla statua di San Giuseppe per dimostragli la loro forte devozione. Erano presenti anche molti carri con muli, asini e cavalli. Pare che un anziano, proprietario di un cavallo, decise di farlo inginocchiare di fronte alla statua per chiedere al santo di proteggere anche gli animali.[55]

Da allora, la processione dei carri e delle fascine di legno è l'evento più popolare e religioso di San Marzano. Inizia il 18 marzo intorno alle ore 16 ed è un corteo senza fine che si snoda per le strade per circa tre chilometri. Coinvolti sono uomini, donne, bambini e anziani, ciascuno con il proprio carico, come un grande tronco sulla testa o sulle spalle o fasci di rami d'ulivo tagliati. Alla fine tocca ai carrettieri con i loro carri a pieno carico con un ritratto del santo patrono e dei loro cavalli decorati. Ci sono tra 40 e 50 cavalli (frisoni, cavalli da tiro polacchi, murgesi e pony) coinvolti nella processione.[56] Dopo l'inginocchimento di un cavallo davanti alla statua e di fronte alla chiesa e la benedizione delle fascine di legna, il corteo - sono coinvolti anche gli arbëreshë in costume – si dirige verso un campo alla periferia di San Marzano, dove viene preparato il grande falò. Ci vogliono diverse ore per preparare questo falò. Alla fine della messa serale, il parroco benedice la catasta di legna in tutti i quattro punti cardinali. Dopo di che si accende un fuoco d'artificio e dopo pochi minuti il falò che divampa tutta la notte ad implorare la protezione del santo. Musica e pizzica non dovono mancare.[54]

Le "Tavolate" di San GiuseppeModifica
 
Tavolata di San Giuseppe a Lizzano in provincia di Taranto
 
Le Mattre

La tradizione delle tavolate ha le sue origini nell'usanza di organizzare banchetti per i poveri e gli stranieri nella festa di San Giuseppe (19 marzo). Questo in memoria dell'ospitalità che la Sacra Famiglia ha ricevuto durante la fuga in Egitto [53]. Questa usanza è praticata non solo nel Salento, ma anche in Abruzzo, Molise e Sicilia.[54]

Nei tempi antichi la realizzazione delle tavolate di San Marzano era affidata alle donne dello stesso quartiere. Si riunivano in una casa a preparare con devozione e spiritualità 13 piatti in ricordo dell'Ultima Cena. Ancora oggi vengono utilizzati gli ingredienti tipici della cultura contadina, come l'olio d'oliva, la farina, il pepe, il pesce, i legumi e le verdure. Non ce n'è formaggio né carne perché la festa cade in quaresima.[54]

Le "Mattre"Modifica

La mattina del 19 marzo, prima della processione del santo, davanti alla chiesa madre di San Carlo Borromeo, vengono preparate le cosiddette "mattre" (tavole per i poveri) con piatti tipici della tradizione culinaria locale che vengono benedetti dal parroco dopo la messa e distribuiti ai poveri e ai turisti.[54]

La festa della Madonna delle GrazieModifica

I fedeli di San Marzano sono sempre stati legati profondamente alla loro compatrona, la Madonna delle Grazie. Le celebrazioni sono precedute dalla pratica devota dei "7 sabati" con preghiere, pellegrinaggi e la cena del Signore dopo la confessione.

Ogni sabato i devoti di San Marzano si riuniscono in Piazza San Pio da Pietrelcina alle ore 18 per fare, cantando e pregando, un pellegrinaggio al Santuario della Madonna delle Grazie. La novena in preparazione per la festa della Madonna inizia il 22 giugno e termina il 30 giugno.[57]

Il 2 luglio, alle ore 5 del mattino, i fedeli vanno in pellegrinaggio dalla chiesa madre di San Carlo Borromeo al Santuario della Madonna delle Grazie, che si trova a circa 3 km da San Marzano. Dopo la messa segue una processione attorno al santuario roccioso.[57]

CulturaModifica

  • Biblioteca San Carlo Borromeo
  • Casa Museo la nostra storia (foto e raccolta costumi e oggetti)
  • Galleria Mostre d'epoca (esposizioni e mostre artisti locali)
  • La Piazzetta, casa espositiva d'epoca

CinemaModifica

Il paese è stato protagonista in varie pellicole cinematografiche.

  • Il primo film documentario è stato realizzato nel 1978 dal titolo "Quando la Scuola Cambia" a cura del regista Vittorio De Seta, per conto della Rai. In quel lavoro viene raccontata la vita del professore Carmine De Padova (sammarzanese) che insegna l'antica lingua arbereshe ai ragazzi della locale Scuola Elementare Casalini. Sempre in questo lavoro vengono intervistati anziani al mercato cittadino[58]
  • Altro film che ha San Marzano protagonista si chiama "Il Generale dell'Armata Morta" del 1983, regia di Luciano Tovoli con Marcello Mastroianni, Michel Piccolì e il debuttante Sergio Castellitto. In quel film erano presenti alcuni personaggi di San Marzano[59]
  • Nel 2007 vennero girate alcune scene per il documentario "Il Senso degli Altri" regia di Marco Bertozzi[60]
  • Nel 2011 è stato girato il film drammatico storico "Brigante Pizzichicchio" regia di Tony Zecca e Mino Chetta[61]
  • Murales antichi mestieri sui muri dei cittadini.[33]

EconomiaModifica

 
BCC San Marzano di San Giuseppe
 
San Marzano Borsci

Economicamente, l'area è caratterizzata dall'agricoltura con la coltivazione di uva da vino e olive. Nel 1962, 19 produttori di vino di San Marzano si unirono e fondarono la 'Cantine San Marzano'. Nel frattempo, alla cooperativa si sono uniti 1200 viticoltori.[62]

Il 17 settembre 1956 fu fondata la Cassa Rurale di San Marzano di San Giuseppe. Oggi, la Banca di Credito Cooperativo (BCC) ha nove filiali nella provincia di Taranto.[63]

Dal 1840 viene prodotto a San Marzano il liquore "Elisir San Marzano Borsci".[64] Nel XX secolo nacque nel quartiere Paolo VI a Taranto una distilleria che rivendicò la produzione del liquore e negli anni '80 il liquore fu lanciato con una campagna pubblicitaria sul mercato nazionale. Nel 2017 l'Elisir San Marzano Borsci è diventato di proprietà dell'antica distilleria calabrese Caffo.[65]

Infrastrutture e trasportiModifica

 
Collegamenti della Provincia di Taranto

StradeModifica

San Marzano di San Giuseppe si trova un po' lontano dalle strade principali. I collegamenti stradali principali sono (vedi qui):

La stazione ferroviaria più vicina si trova a Taranto.

AmministrazioneModifica

Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune.

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
21 settembre 1987 4 luglio 1992 Antonio Bruno Partito Socialista Democratico Italiano Sindaco [66]
4 luglio 1992 28 aprile 1997 Giuseppe Tarantino Democrazia Cristiana Sindaco [66]
28 aprile 1997 14 maggio 2001 Giuseppe Tarantino Cristiani Democratici Uniti Sindaco [66]
14 maggio 2001 30 maggio 2006 Giuseppe Tarantino centro-destra Sindaco [66]
30 maggio 2006 20 marzo 2007 Giuseppe Tarantino Casa delle Libertà Sindaco [66]
20 marzo 2007 15 aprile 2008 Antonio Paglialonga Comm. pref. [66]
15 aprile 2008 28 maggio 2013 Giuseppe Borsci lista civica Sindaco [66]
28 maggio 2013 in carica Giuseppe Tarantino lista civica: per San Marzano Sindaco [66]

SportModifica

Calcio a 5 FemminileModifica

L'A.S.D. Atletic San Marzano calcio a 5 femminile venne fondata da Matteo Cataldo Abate e da Giovanni Spada nella stagione calcistica 2014/2015. La stagione non andò benissimo perché la squadra si qualificò al penultimo posto. Nella stagione calcistica 2015/2016 la squadra riesce a raggiungere il secondo posto giocando i play-off contro il Taranto 83, vincendo la semifinale e qualificandosi per la finale dove viene sconfitta con una rete di differenza dal REAL Statte. Nella stagione calcistica 2016/2017 la squadra partecipa al campionato FIGC di Serie C, con il 6º posto raggiunto.

CalcioModifica

La principale squadra di calcio è la Polisportiva Dilettantistica San Marzano che, dopo aver superato i play-off, è stata promossa in Prima Categoria nell'aprile 2013; militava nel campionato regionale di Seconda Categoria dal 2009, anno in cui vinse il campionato di Terza Categoria. Il traguardo massimo è stato ottenuto con la promozione nel campionato di Prima Categoria nel 1988, nel 2005 e nel 2013. Nella stagione 2013 - 2014 per la prima volta nella storia il San Marzano conquista la permanenza in prima categoria per la stagione successiva. L'attuale presidente è Tommaso Gigante mentre l'allenatore è Mimmo Mazza.

NoteModifica

  1. ^ a b Dato Istat - Popolazione residente al 31 ottobre 2018
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile, 1º marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ a b c d e f Casali Albanesi nel Tarentino, p. 53
  4. ^ a b Legge 15 Dicembre 1999, n. 482: Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche, su camera.it. URL consultato il 12 febbraio 2019.
  5. ^ a b c d San Marzano di San Giuseppe, su arbitalia.it. URL consultato il 7 febbraio 2019.
  6. ^ a b c Origine del toponimo, su prolocomarciana.it. URL consultato il 12 febbraio 2019.
  7. ^ a b Cenni storici (PDF), su sanmarzano-ta.gov.it, p. 3. URL consultato l'8 febbraio 2019.
  8. ^ a b Il comune di San Marzano di San Giuseppe, su salento.com. URL consultato l'8 febbraio 2019.
  9. ^ a b Cenni storici, p. 4
  10. ^ a b c d Casali Albanesi nel Tarentino, p. 52
  11. ^ a b c d e Cenni storici, p. 5
  12. ^ a b Cenni storici su San Marzano, su prolocomarciana.it. URL consultato l'8 febbraio 2019.
  13. ^ a b c Casali Albanesi nel Tarentino, Roma, Italo-Orientale, 1912.
  14. ^ Serena Morelli, Tra continuità e trasformazioni: su alcuni aspetti del Principato di Taranto alla metà del XV secolo (PDF), su rmoa.unina.it, 1996. URL consultato il 12 marzo 2019.
  15. ^ Scipione Ammirato, p. 38
  16. ^ a b San Marzano di San Giuseppe, comunità Arbëresh, p. 5
  17. ^ a b Cenni storici, p. 11
  18. ^ a b c Cenni storici, p. 12
  19. ^ Vincenza Musardo Talò, San Marzano di San Giuseppe - Un'isola culturale in Tera di Puglia, Lecce, Edizioni del Grifo, 1997, p. 65.
  20. ^ Francesco OcchinegroTalò, San Marzano in Terra d'Otranto e i suoi demani, voll. 2, Taranto, Tip. Figli Martucci, 1899, pp. 22-23.
  21. ^ J. Ernesto Martinez Ferrando, a cura di, Privilegios otorgados por el emperador Carlos V en el reino de Nápoles, Barcelona, 1943, p. 364.
  22. ^ San Marzano di San Giuseppe, anima arbereshe, su salentoacolory.it. URL consultato il 9 febbraio 2019.
  23. ^ José M. Floristán, p. 134
  24. ^ Pietro Dalena, p. 61
  25. ^ Pietro Dalena, p. 62
  26. ^ a b c Cenni storici, p. 7
  27. ^ a b Cenni storici, p. 13
  28. ^ Famiglia Gallucio, su nobili-napoletani.it. URL consultato il 10 febbraio 2019.
  29. ^ Cosimo Giannuzzi e Vincenzo D'Aurelio, La Figura di Francesca Capece e l'Origine dell'Istruzione Pubblica a Maglie, Maglie, 2009.
  30. ^ Famiglia Lopez, su giovannipanzera.it. URL consultato l'11 febbraio 2019.
  31. ^ a b c d Cenni storici, p. 8
  32. ^ Nel linguaggio araldico, l ‘albero è il simbolo dei sentimenti di unione di concordia tra cittadini e tra le famiglie, così come i vari rami sono l’espressione di un unico tronco, di una sola pianta. Invece, il Leone è l’immagine- simbolo della forza, del coraggio, della magnanimità e della Grandezza.
  33. ^ a b https://bari.repubblica.it/cronaca/2019/03/18/foto/murales_antichi_mestieri_san_marzano-221865285/1/#1
  34. ^ a b c d Le famiglie di Manduria dal XV secolo al 1930 (PDF), su pugliadigitallibrary.it. URL consultato il 12 marzo 2019.
  35. ^ Cognomi italiani, su ganino.com. URL consultato il 12 marzo 2019.
  36. ^ Vincenza Musardo Talò, p. 30
  37. ^ Bullettino delle sentenze emanate dalla Suprema commissione per le liti fra i già baroni ed i comuni, Napoli, Angelo Trani, 1810, p. 459.
  38. ^ Bullettino delle sentenze, p. 461
  39. ^ a b Casali Albanesi nel Tarentino, p. 54
  40. ^ Statistiche I.Stat - ISTAT;  URL consultato in data 28-12-2012.
  41. ^ Shën Marxani San Marzano di San Giuseppe - uno studio sulla lingua e la cultura arbëreshe, su lup.lub.lu.se, p. 3. URL consultato il 12 febbraio 2019.
  42. ^ a b c d e f g h i j Cenni storici sulla comunità Arbëreshe, su prolocomarciana.it. URL consultato il 12 febbraio 2019.
  43. ^ Giuseppe Gallo, p. 6
  44. ^ a b Carmine De Padova, p. 89
  45. ^ Etnia albanese a San Marzano di San Giuseppe, su grottaglieinrete.it. URL consultato il 12 febbraio 2019.
  46. ^ a b Cenni storici, p. 6
  47. ^ Vincenzo Bruno, Antonio Trupo, p. 7
  48. ^ Giuseppe Maria Viscardi, p. 377
  49. ^ Sacerdote della chiesa bizantina
  50. ^ a b Vincenza Musardo Talò, S. 27
  51. ^ Vincenza Musardo Talò, p. 28
  52. ^ a b c d Bianca D'Amore
  53. ^ a b c C’è un po’ di Albania in Puglia in: Puglia, il magazzino delle eccellenze pugliesi, su issuu.com, pp. 39. URL consultato il 17 febbraio 2019.
  54. ^ a b c d e f g h Festa di San Giuseppe, su prolocomarciana.it. URL consultato il 18 febbraio 2019.
  55. ^ Suggestiva processione delle fascine, su gireventi.it. URL consultato il 18 febbraio 2019.
  56. ^ A San Marzano, il falò più grande e antico in Italia dal 1866, su madeintaranto.org. URL consultato il 16 luglio 2019.
  57. ^ a b Festa Madonna delle Grazie, su prolocomarciana.it. URL consultato il 20 febbraio 2019.
  58. ^ Quando la Scuola Cambia, su filmtv.it. URL consultato il 21 febbraio 2019.
  59. ^ Il Generale dell'Armata Morta, su comingsoon.it. URL consultato il 21 febbraio 2019.
  60. ^ Il Senso degli Altri, su comingsoon.it. URL consultato il 21 febbraio 2019.
  61. ^ Brigante Pizzichicchio, su filmpizzichicchio.it.gg. URL consultato il 21 febbraio 2019.
  62. ^ Cantine San Marzano, su cantinesanmarzano.com. URL consultato il 20 febbraio 2019.
  63. ^ BCC San Marzano di San Giuseppe, su bccsanmarzano.it. URL consultato il 20 febbraio 2019.
  64. ^ In epoca medievale i Borsci, originari di Borsh in Albania, si sposta esule in Puglia a causa dell'avanzata turca nei Balcani. Nel 1840 nel comune di San Marzano di San Giuseppe il liquorista Giuseppe Borsci, ispirandosi ad un'antica ricetta ereditata dai suoi avi, perfeziona e inizia a produrre il suo Elisir ponendo fin dalle origini sulla storica etichetta gialla la dicitura "Specialità Orientale" insieme all'aquila bicipite caratteristica d'Albania.
  65. ^ Elisir San Marzano Borsci è diventato di proprietà Gruppo Caffo 1915, su bargiornale.it. URL consultato il 20 febbraio 2019.
  66. ^ a b c d e f g h Anagrafe degli amministratori locali e regionali, su dait.interno.gov.it. URL consultato il 20 febbraio 2019.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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