Sanjay Gandhi

politico indiano

Sanjay Gandhi (Nuova Delhi, 14 dicembre 1946Nuova Delhi, 23 giugno 1980) è stato un politico indiano. Membro della dinastia Nehru-Gandhi, svolse un ruolo preminente durante l'Emergenza. Destinato a succedere alla madre Indira Gandhi come capo del partito del Congresso Nazionale Indiano, morì prematuramente in un incidente aereo. Il fratello maggiore Rajiv prese il suo posto come erede politico della madre e le succedette come Primo Ministro dell'India dopo la morte di quest'ultima[1].

Sanjay Gandhi

BiografiaModifica

 
Rajiv, Indira e Sanjay Gandhi

Sanjay nacque a Nuova Delhi, il 14 dicembre 1946, secondogenito di Indira Gandhi e Feroze Gandhi. Come suo fratello maggiore Rajiv Gandhi, Sanjay studiò prima presso la Welham Boys School e poi alla Doon School a Dehradun[2]. Sanjay non frequentò il college, ma entrò nel campo dell'ingegneria automobilistica e svolse un apprendistato di tre anni presso la Rolls-Royce a Crewe in Inghilterra[2].

Il caso Maruti MotorsModifica

All'inizio degli anni settanta, il governo di Indira Gandhi propose la produzione di una "People's car": un'automobile che gli indiani della classe media potessero permettersi[3].

Nel giugno 1970, Sanjay divenne presidente della "Maruti Motors Limited", un'azienda che produceva automobili. Nonostante non avesse precedenti esperienze nel design automobilistico, il 31 novembre 1970 l'appalto e la licenza esclusiva di produzione dell'auto furono assegnato alla proprio alla Maruti[4].

Indira subì forti critiche per questa decisione, ma nel 1971 la guerra col Bangladesh e la conseguente vittoria sul Pakistan, smorzarono le polemiche.

La società non fu in grado di produrre alcun veicolo fatta eccezione per un modello di prova presentato nel 1972. Nel 1974 la società dichiarò che l'auto era pronta per essere lanciata[4]. Nel 1975 fu dichiarata l'Emergenza, Sanjay assunse un ruolo di primaria importanza e il progetto Maruti passò in secondo piano.

La Commissione Shah, istituita dal governo indiano nel 1977 per indagare sugli eccessi commessi durante l'Emergenza, fornì un rapporto molto critico sull'affare Maruti. Un anno dopo la morte di Sanjay, nel 1980, per volere di Indira, il governo salvò la Maruti Motors e si mise alla ricerca di qualche imprenditore che ne prendesse le redini. L'azienda giapponese Suzuki fu contattata e si mise all'opera per produrre la prima People's Car in India, la Maruti 800[3] che fu annunciata il 14 dicembre 1983[5].

Ruolo durante l'EmergenzaModifica

Nel 1974, le proteste e gli scioperi guidati dall'opposizione furono l'effetto di diffuso malcontento in molte parti del paese e colpirono gravemente il governo e l'economia. Il 25 giugno 1975, dopo una condanna per abuso d’ufficio nelle elezioni del 1971[1], Indira Gandhi dichiarò l'emergenza nazionale: rinviò le elezioni, censurò la stampa e sospese le libertà costituzionali in nome della sicurezza nazionale. I governi federali non appartenenti al Congresso furono licenziati. Migliaia di persone, tra cui attivisti e avversari politici che si erano schierati contro l'Emergenza furono arrestati.

Nel clima politico estremamente teso dell'Emergenza, Sanjay Gandhi assunse una crescente importanza come consigliere di Indira, sua madre. Con la defezione di alcuni fedelissimi, l'influenza di Sanjay su Indira e sul governo aumentò drammaticamente, nonostante non assunse mai una posizione ufficiale. Secondo Mark Tully, "La sua inesperienza non gli impedì di usare i poteri draconiani che sua madre, Indira Gandhi, prese per terrorizzare l'amministrazione, istituendo quello che fu, in effetti, uno stato di polizia."[6]

Durante l'Emergenza, governò di fatto l'India insieme a conoscenti e amici. Dichiarò che avrebbe sviluppato un programma di cinque punti:

  • Alfabetizzazione
  • Limitazione demografica
  • Abbellimento del paese (rimozione degli slum e riforestazione)
  • Abolizione del sistema delle caste
  • Abolizione delle doti

I cinque punti di Sanjay furono accorpati ai venti di Indira per formare un programma omogeneo[7].

La Jama Masjid e la demolizione dello slumModifica

 
La Jama masjid

Nell'aprile 1976, Sanjay Gandhi, accompagnato da Jagmohan, il vicepresidente della Delhi Development Authority (DDA), stava svolgendo una visita alla città vecchia di Delhi. Fermatosi nei pressi della Porta Turkman, espresse irritazione per l'ammasso di baracche che si frapponeva tra la porta stessa e la Jama Masjid. Sanjay asserì che la moschea avrebbe dovuto essere visibile dalla porta senza che lo slum rovinasse la visuale[8].

Il 13 aprile 1976, una squadra della DDA iniziò a radere al suolo lo slum con l'utilizzo di bulldozer. Il 19 aprile, mentre la demolizione era ancora in corso, gli abitanti dello slum insorsero. La polizia reagì alla rivolta, provocando almeno 150 morti[8].

Oltre 70 000 persone furono sfollate e trasferite a spese dello stato in un nuovo sito abitativo sulla riva opposta dello Yamuna[8].

Durante l'Emergenza, episodi simili accaddero ad Agra, Varanasi e Bombay ma la rigida censura attiva in quel periodo impedì alla popolazione di venire a conoscenza di questi fatti[8].

Il programma di sterilizzazioneModifica

Sanjay era convinto che la limitazione demografica fosse l'unico modo per l'India di divenire una potenza mondiale[9]. Nell'aprile 1976, Karan Singh, ministro della salute, annunciò la "New Population Policy", un programma che mirava a ridurre sensibilmente l'incremento demografico e forniva incentivi a chiunque si fosse spontaneamente sottoposto ad un intervento di vasectomia o di chiusura delle tube. Questo progetto, grazie allo stato di emergenza si tradusse, di fatto, in una coercizione su larga scala, in molteplici abusi di potere e in decine di persone sterizzate a forza[9]. Centri mobili per la sterizzazione sorsero in varie città, spesso vicino agli slum. Vagabondi e senzatetto furono sterizzati contro la propria volontà dalla polizia e da sostenitori del governo[9].

Alcuni fra i membri del governo e della sezione giovanile del partito (tra cui la modella Ruksana Sultana, amica di Sanjay) si spesero come motivatori, pubblicizzando la sterilizzazione tra la popolazione[9].

Durante i primi cinque mesi di applicazione del programma, circa 3.7 milioni di persone furono sterilizzate[9].

I tentativi di assassinioModifica

Sanjay sopravvisse ad un tentativo di assassinio nel marzo del 1977. Uno sconosciuto sparò contro l'auto in cui viaggiava a sud di Delhi, durante la campagna elettorale[2]. Secondo WikiLeaks, Sanjay riuscì a scampare a tre tentativi di assassinio[10].

Il caso Kissa Kursi KaModifica

Kissa Kursi Ka è un film satirico diretto da Amrit Nahata su Indira e Sanjay Gandhi, presentato alla commissione per la censura nell'aprile del 1975. Il film ridicolizzava i piani di produzione automobilistica di Sanjay, oltre ad alcuni sostenitori del Congresso come Swami Dhirendra Brahmachari, segretario privato di Indira, RK Dhawan e Ruksana Sultana. Tutte le pellicole del film, in mano al governo, furono raccolte da Sanjay e da V. C. Shukla, ministro dell'informazione, portate nella fabbrica Maruti a Gurgaon e bruciate[11].

La Commissione Shah istituì un procedimento ai danni di Sanjay e Shukla per la distruzione delle pellicole. Il procedimento legale durò undici mesi. La corte emise la sentenza il 27 febbraio 1979. Sia Sanjay Gandhi che Shukla furono condannati ad un mese di carcere. Il verdetto fu rovesciato in appello[11].

Morte ed ereditàModifica

La mattina del 23 giugno 1980 Sanjay decollò dal Delhi Flying Club a bordo di un Pitts S-2A assieme al suo istruttore di volo. Durante alcune manovre acrobatiche, perse il controllo del velivolo e si schiantò su alcune abitazioni, morendo all'istante assieme all'istruttore[12][13]. La madre Indira fu tra le prime persone a giungere nel luogo dell'incidente e accompagnò il figlio in ambulanza fino all'ospedale, dove venne ufficialmente dichiarato morto[13].

La morte di Sanjay indusse sua madre a puntare sul figlio maggiore, Rajiv, come proprio successore nella politica indiana. Dopo l'assassinio della stessa Indira, Rajiv le subentrò come Primo Ministro dell'India.

La vedova di Sanjay, Maneka entrò in politica e servì, negli anni, diversi governi. È ministro delle donne e dello sviluppo giovanile nel governo di Narendra Modi dal maggio 2014[14].

NoteModifica

  1. ^ a b GANDHI, Indira, su treccani.it. URL consultato il 14 aprile 2018.
  2. ^ a b c (EN) Remembering Sanjay Gandhi: The future leader who died too soon, in India Today, 23 giugno 2015. URL consultato il 14 aprile 2018.
  3. ^ a b (EN) Maruti and Sanjay Gandhi: The history of an illicit, extraordinary love affair, su motoroids.com. URL consultato il 14 aprile 2018.
  4. ^ a b Sen2015, Capitolo 3.
  5. ^ (EN) 1983-Maruti 800 is launched: Driving the India story, 24 dicembre 2009. URL consultato il 14 aprile 2018.
  6. ^ (EN) Mark Tully, Amritsar: Mrs. Gandhi's Last Battle, p. 55, ISBN 81-291-0917-4.
  7. ^ Krishna2010, p. 170.
  8. ^ a b c d Krishna2010, p. 171.
  9. ^ a b c d e Krishna2010, p. 172.
  10. ^ (EN) Three attempts were made to kill Sanjay Gandhi: WikiLeaks, in The Times of India, 11 aprile 2013. URL consultato il 14 aprile 2018.
  11. ^ a b (EN) 1978- Kissa Kursi Ka: Celluloid chutzpah, in India Today, 24 dicembre 2009. URL consultato il 14 aprile 2018.
  12. ^ (EN) If Sanjay Gandhi had lived, in India Today, 9 dicembre 2015. URL consultato il 14 aprile 2018.
  13. ^ a b (EN) Stuart Auerbach, Sanjay Gandhi Killed in Plane Crash, in The Washington Post, 23 giugno 1980. URL consultato il 14 aprile 2018.
  14. ^ Ministry of women & child development - GOI, su wcd.nic.in. URL consultato il 14 aprile 2018 (archiviato dall'url originale il 14 aprile 2018).

BibliografiaModifica

  • (EN) Ananth V. Krishna, India Since Independence: Making Sense Of Indian Politics, 2010, ISBN 978-8131734650.
  • (EN) Gautam Sen, A Million Cars For A Billion People, 2015, ISBN 978-9384027742.

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