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Santuario della Consolata

chiesa di Torino
Chiesa di Santa Maria
della Consolazione
Santuario della Consolata
Santuario della Consolata (Turin).JPG
Il santuario della Consolata
visto dalla piazza omonima.
StatoItalia Italia
RegionePiemonte
LocalitàTorino
ReligioneCristiana cattolica di rito romano
TitolareMadre della Consolazione
Arcidiocesi Torino
ArchitettoGuarino Guarini
Stile architettonicobarocco
Inizio costruzioneXVII secolo
CompletamentoXVIII secolo
Sito web

Coordinate: 45°04′36.4″N 7°40′44.8″E / 45.076778°N 7.67911°E45.076778; 7.67911

Una veduta dell'interno del santuario.

Il santuario della Consolata (la Consolà [la cʊnsʊ'la], in piemontese), o secondo la denominazione ufficiale, Chiesa di Santa Maria della Consolazione, è una basilica cattolica ubicata a ridosso della via omonima ed è uno dei luoghi di culto più antichi di Torino.

Dedicato a Maria, invocata con il titolo di "Consolatrice" è considerata il più importante santuario della città e dell'Arcidiocesi di Torino, oltre che un vero capolavoro del barocco piemontese. Alla sua costruzione si dedicarono i più illustri nomi dell'architettura, quali Guarino Guarini, Filippo Juvarra e Carlo Ceppi.

Il santuario fu anche abituale luogo di preghiera di numerosi santi sociali piemontesi e ha la dignità di Basilica minore.[1]

La particolarità del nomeModifica

Il pronao del portale reca la scritta latina CONSOLATRIX AFFLICTORUM, ovvero "consolatrice degli afflitti" e il vero nome della chiesa è infatti santuario di Santa Maria della Consolazione. Tuttavia, è da sempre nota come "Consolata", invece del più corretto "Consolatrice": quasi fosse Maria ad esserlo e non Lei la consolatrice.

StoriaModifica

Le origini paleocristiane (V secolo)Modifica

Il santuario della Consolata ha una storia antichissima. Come si può ben notare dal lato a ridosso della via omonima, la basilica sorge sui resti di una delle torri angolari della cinta muraria dell'antica Augusta Taurinorum. Qui, nel V secolo il vescovo Massimo[2] fece erigere, probabilmente sui resti di un precedente tempio pagano, una piccola chiesa dedicata a sant'Andrea con una cappella dedicata alla Vergine, in cui venne posta un'immagine della Madonna.

La trasformazione in abbazia (XI secolo)Modifica

Poco dopo l'anno mille, la chiesa fu sede dei Monaci Novalicensi, reduci della cacciata dalla Valle di Susa da parte dei Saraceni. A loro si deve il primo ampliamento che vide l'edificazione di una nuova chiesa in stile romanico sviluppata su tre navate, con un chiostro sul lato meridionale e il campanile, unica sua testimonianza ad essere giunta ai nostri giorni, che risulta ormai discostato rispetto al corpo barocco dell'attuale edificio; tale poderoso campanile innalzato per incarico dell'abate Gezone di Breme dal monaco architetto Bruningo, come narra il Chronicon Novalicense fra il 980 ed il 1014, risulta pertanto «...il monumento architettonico più antico che possa vantare Torino dopo i residui degli edifizi romani». Tradizione vuole che al suo primo ampliamento abbia contribuito re Arduino nel 1014, in realtà i documenti riportano che la chiesa di Sant'Andrea e l'annesso monastero furono voluti dal marchese Adalberto. La storia del santuario della Consolata è comunque riscontrabile in due documenti, rispettivamente dell'XI e XII secolo e cioè: il Chronicon Novalicense e la Cronica Fruttuaria.

Il miracolo e l'elevazione a basilica (XII secolo)Modifica

La grande devozione che lega la città a questo santuario ha origine da un quadro raffigurante la Madonna, di cui si conserva tuttora una copia postuma all'interno dell'attuale cripta del santuario. La storia narra che l'icona, durante i vari rimaneggiamenti della chiesa andò perduta. Un cieco, il cui nome corrisponderebbe a Giovanni Ravacchio,[3] proveniente da Briançon, giunse in pellegrinaggio, sostenendo di aver ricevuto dapprima in sogno, e poi in miracolosa apparizione nei pressi di Pozzo Strada, a ovest di Torino, la Madonna. Quest'ultima le avrebbe dato precise indicazioni riguardo al recupero dell'immagine sacra, nei sotterranei dell'antica chiesa di Sant'Andrea. Dopo alcune insistenze presso le autorità vescovili, l'icona fu ritrovata il 20 giugno 1104, mentre il cieco riacquistò la vista. A seguito di questo evento miracoloso, la chiesa fu restaurata ed elevata al grado di basilica, con l'icona collocata solennemente al suo interno. L'episodio non è suffragato da documenti ufficiali, tuttavia, esiste una lapide all'interno della chiesa, datata 1595, che pare confermare l'accaduto, in quanto riprodurrebbe il testo di una pergamena ufficiale del 1104.

Dai benedettini ai cistercensi (XV e XVI secolo)Modifica

Nel 1448 l'Ordine benedettino commissionò un ulteriore ampliamento della chiesa che venne prolungata di una campata verso la vicina cinta muraria. Così facendo, l'ingresso della chiesa risultò troppo a ridosso delle mura e quindi si optò per spostare l'accesso principale sul lato lungo della basilica. Documenti ecclesiastici riportano la notizia della visita apostolica del monsignor Angelo Peruzzi nel 1584; in occasione di tale evento gli scritti rivelano la descrizione di un altare ornato decorosamente e la presenza di un'immagine della Gloriosa Vergine contornata da pareti decorate da ex voto. Nel 1589 L'Ordine cistercense subentrò a quello benedettino rimanendovi per oltre due secoli.

La prima fase dell'ampliamento (XVII e XVIII secolo)Modifica

Con l'avvento del barocco il santuario subì il primo, grande rimaneggiamento ad opera di Guarino Guarini. Nel 1678 la Madama Reale Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours affidò al celebre architetto il cantiere. Egli ne rivoluzionò le forme radicalmente, creando il grande corpus ellittico sul volume della precedente navata centrale, mantenendo l'orientamento dell'altare maggiore verso est. A nord, in corrispondenza dell'antica cappella dedicata a "Maria Consolatrice", il Guarini aggiunse un nuovo volume a pianta esagonale; la realizzazione dei lavori venne affidata all'ingegnere Antonio Bertola nel 1703.

L'assedio del 1706Modifica

 
Lapide commemorativa dell'assedio francese del 1706.

I lavori di riedificazione terminati nel 1703, riconsegnarono la basilica ai fedeli che ne fecero il fulcro della fede e della religiosità torinese durante i duri giorni dell'assedio franco-spagnolo. La città si raccomandò alla Consolata per la propria salvezza e come ex voto vennero posti, nei punti di maggiore importanza della città, una serie di piloncini recanti l'effigie della Vergine e la data memoranda: 1706. La sua posizione geografica sfavorevole, in quanto a ridosso delle mura di cinta della città, rese il santuario particolarmente vulnerabile ai pesanti bombardamenti dell'assedio di Torino del 1706 ma, malgrado le cannonate, rimase in gran parte intatto: un proiettile che colpì la base della cupola si può notare ancora oggi da via della Consolata. Sulla parete laterale esterna è possibile infatti vedere la relativa lapide commemorativa recante la scritta «PROIETTILE ASSEDIO 1704».[4] A seguito del funesto evento il Consiglio Decurionale della città elesse "Maria Consolatrice" co-patrona, insieme a San Giovanni Battista, del capoluogo piemontese.

La seconda fase dell'ampliamento (XVIII secolo)Modifica

 
L'icona custodita nella cripta del santuario della Consolata.

La seconda trasformazione barocca avvenne tra il 1729 e il 1740 ad opera dal prolifico Architetto di Corte Filippo Juvarra. L'area del presbiterio venne ridisegnata e Juvarra riprogettò anche il nuovo altar maggiore, ammirabile ancora oggi. La collocazione dell'immagine della Vergine nella nuova nicchia posta a nord, nel precedente esagono guariniano, consentì una maggiore visibilità della stessa. A completamento dell'opera, lo Juvarra realizzò infine la cupola sormontata da una lanterna che favorì la portata della luminosità all'interno.

L'epoca napoleonica (XIX secolo)Modifica

 
Il gruppo scultoreo di Vincenzo Vela: Le due regine.

Il decreto napoleonico del 1802 impose la soppressione degli ordini religiosi e i monaci dell'Ordine Cistercense furono costretti ad abbandonare il santuario che, per un breve periodo, venne trasformato in caserma. Nel 1815 il santuario ritornò ad essere luogo sacro e la reggenza fu affidata agli Oblati di Maria Vergine, su volere dell'arcivescovo Luigi Fransoni.

La terza fase dell'ampliamento (XIX e XX secolo)Modifica

Il santuario della Consolata deve il suo aspetto attuale all'ultimo rimaneggiamento avvenuto tra il 1899 e il 1904, su progetto dell'architetto Carlo Ceppi. I lavori coinvolsero l'area absidale esagonale guariniana che Ceppi ampliò, prevedendo la realizzazione di quattro cappelle ogivali e due coretti a lato del presbiterio. Inoltre, l'ingresso meridionale divenne l'accesso principale e venne arricchito dal pronao neoclassico e venne chiuso definitivamente quello posto ad occidente e aprendone uno secondario da via della Consolata. Il cantiere fu concluso dall'ingegner Vandone di Cortemilia, che curò anche la progettazione dei nuovi altari. la decorazione policroma delle superfici marmoree e il loggiato affacciato sulla cripta della Madonna delle Grazie. Nel 1835, a seguito dell'imperversare di un'epidemia del colera, l'amministrazione cittadina fece erigere la colonna sul piazzale adiacente via della Consolata.[5]

I bombardamentiModifica

La zona dove sorge il santuario fu bombardata dalla RAF il 13 agosto del 1943 con bombe di grosso calibro. Il bombardamento lesionò i soffitti e gli stucchi delle volte distruggendo anche la cappella di Silvio Pellico. Nel corso della Seconda Guerra Mondiale la devozione per la Consolata riacquistò particolare fervore, come suggerito dai numerosi ex-voto risalenti a quel periodo.[6]

CaratteristicheModifica

 
Il santuario della Consolata in una cartolina del 1936.
 
Illuminazione del Santuario con la statua della Madonna, secondo il progetto di Guido Chiarelli nel 1961

La chiesaModifica

L'edificio è il risultato di numerosi interventi operati nel corso dei secoli. Gli ultimi ampliamenti si possono definire in tre grandi fasi di rimaneggiamenti, attuati tra il Seicento e gli inizi del Novecento. Il pronao tetrastilo, con colonne corinzie, fu realizzato in gusto neoclassico nell'ultimo rimaneggiamento del 1853, su disegni di Gioacchino Marone e Antonio Boffa, quindi arricchito nel 1910 da due statue di Luigi Calderini, raffiguranti San Massimo e il Beato Valfrè. Esso introduce, dall'antistante piazza omonima, all'ingresso principale.

La basilica è caratterizzata da una pianta variegata e unica nel suo genere. Il grande corpus ellittico anticipa la navata principale a pianta esagonale, con due coppie di cappelle ogivali che affiancano la cappella centrale, con funzione di abside, dove è collocato l'altar maggiore, disegnato da Filippo Juvarra. L'antica cripta, originariamente posta sotto il presbiterio, corrisponde alla attuale "Cappella delle Grazie", ed è visibile dal loggiato realizzato anch'esso nell'ultimo ampliamento del XX secolo.[6]. Appena entrati, si è accolti dall'ampia aula detta "di Sant'Andrea", riccamente decorata e in cui sono presenti tre altari laterali (a sinistra la Cappella di Sant'Anna, con la pala d'altare di Rapous, e la cappella mariana di Sant'Andrea, a destra la Cappella del Cafasso), più i passaggi alle altre aree interne. Il corpus centrale invece, è detto "esagono guariniano", essendo stato rimaneggiato dal Guarini sul finire del XVII secolo.

Torre campanariaModifica

Edificata sul finire del X secolo al completamento della precedente chiesa di Sant'Andrea, fu opera dell'architetto monaco Bruningo,[7][8] nonché unica testimonianza della precedente chiesa romanica sulla quale è stato edificato l'attuale santuario; è infatti per questo motivo che appare discostato dal corpo barocco della basilica. Per la sua costruzione fu utilizzato in gran parte del laterizio di epoca romana proveniente da rovine di abitazioni patrizie circostanti; alcuni rilievi marmorei, ancora oggi, sono ben visibili nella parte sottostante. A base quadrata, con una lieve forma tronco-piramidale per aumentarne lo slancio, è di aspetto austero, tipicamente romanico; le facciate sono armoniosamente scandite da 7 ordini di archetti pensili, monofore, bifore e trifore. Una prima soprelevazione fu eseguita già nel 1330, mentre nel 1406 fu sistemata sulla merlatura guelfa l'attuale cella campanaria, portando la sua altezza a 40 metri, quindi utilizzata come torre di guardia. Nei secoli successivi, alcune finestre vennero chiuse e nel penultimo ordine fu inserito un orologio ma, i sapienti lavori di restauro intrapresi nel 1940, riportarono la struttura al nobile aspetto originario[9]. La cella campanaria contiene un concerto di nove campane non in scala. La campana maggiore emette la nota SOL 2 ed è stata fusa nel 1940 dalla fonderia Achille Mazzola di Valduggia; è la campana più grande del Piemonte insieme a quella della basilica di San Gaudenzio a Novara ed è una delle più grandi campane d'Italia.

Il quadro della Vergine e Secondo PiaModifica

Nel XIX secolo Secondo Pia, celebre per essere stato il primo a fotografare la Santa Sindone evidenziandone le proprietà di negativo fotografico, venne incaricato di fotografare l'antico ritratto della Vergine, al fine di riprodurne copie per diffonderla. Durante le delicate operazioni di smontaggio della cornice, emerse una scritta alla base del dipinto, identificandolo come ritraente Santa Maria de Popolo de Urbe, riconducendo quindi l'opera ad una riproduzione dell'artista Antoniazzo Romano e portata in seguito a Torino dal cardinale Della Rovere.[10] Nonostante non si tratti dunque dell'originale icona presente nell'antica chiesa di Sant'Andrea, quella attuale è stata e continua ad essere oggetto di venerazione. A testimoniarlo sono i moltissimi ex-voto donati dai fedeli, visibili nella navata laterale destra.

Cappelle e reliquieModifica

All'interno del santuario si possono trovare delle cappelle e delle tombe di importanti figure religiose torinesi, tra le quali ricordiamo:

RicorrenzaModifica

La ricorrenza è celebrata il 20 giugno di ogni anno.[11] Tale data è stata scelta in ricordo del miracolo del cieco di Briançon. Notevole, nel giorno della festa, è la processione per le vie cittadine.

OnorificenzeModifica

  Rosa d'Oro
— 21 giugno 2015

NoteModifica

  1. ^ (EN) Gcatholic.org Basilics in Italy
  2. ^ Primo vescovo della città.
  3. ^ La grafia esatta del nome risulterebbe incerta: "Ravais", "Ravache" o "Ravacchi".
  4. ^ La targa riporta erroneamente il 1704 come anno dell'assedio; pur avendo la possibilità di correggere la data, si decise di lasciarla così come si può leggere ancora oggi.
  5. ^ Di questo voto rimane testimonianza nel dipinto di Amedeo Augero, conservato presso la Sala del Consiglio del Palazzo Civico del Comune di Torino.
  6. ^ a b Museo Torino-Edifici monumentali: Santuario della Consolata Consultato il 24 settembre 2015
  7. ^ Il monaco Bruningo è il primo architetto dell'Italia medievale di cui si ricordi il nome. (Cultor.org.-Santuario della Consolata Archiviato il 25 febbraio 2015 in Internet Archive. Url consultato l'8 febbraio 2012)
  8. ^ Google Url consultato l'8 febbraio 2012
  9. ^ Archeogat-Torino medievale-Chiesa di Sant'Andrea Archiviato il 27 novembre 2010 in Internet Archive. Url consultato il 6 febbraio 2012
  10. ^ Il fotografo della Sindone svelò il falso della Consolata [collegamento interrotto], su www3.lastampa.it. URL consultato il 15 novembre 2011.
  11. ^ 20 GIUGNO BEATA VERGINE MARIA CONSOLATRICE (LA CONSOLATA), pagina web su www.preghiereperlafamiglia.it (ultimo accesso: 26 settembre 2015)

BibliografiaModifica

  • Domenico Franchetti, Storia della Consolata con illustrazioni critiche e documenti inediti, Vol. I, Pietro Celanza e Co., Torino, 1904
  • Eugenio Olivero, Il Campanile della Consolata restaurato per munificenza di Luigi Fornaca Conte di Sessant, Edizioni Santuario Consolata, Torino, 1940
  • Giuseppe Pollano, Storia del Santuario della Consolata patrona della città e dell'arcidiocesi di Torino, Edizioni Santuario Consolata, Torino, 1964
  • Laura Borello, La Consolata: un santuario, una città, Edizioni MC, Torino, 1988
  • Andreina Griseri e Rosanna Roccia (a cura di), Torino: i percorsi della religiosità, Archivio Storico della Città di Torino, Torino, 1998
  • Andrea Longhi, Santuario della Consolata e Campanile di Sant'Andrea, in Vera Comoli, Carlo Olmo (a cura di), Guida di Torino Architettura, Allemandi, Torino, 1999, scheda 3, pp. 20–21
  • Costanza Roggero, La Consolata: il progetto di Guarini e le riplasmazioni successive, in Giuseppe Dardanello, Susan Klaiber, Henry A. Millon (a cura di), Guarino Guarini, Allemandi, Torino, 2006, pp. 377–385.

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