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Scilla (figlia di Niso)

personaggio della mitologia greca, figlia di Niso, innamorata di Minosse
Scilla
Minos scylla.jpg
Scilla sulla torre s'innamora di Minosse
Nome orig.Σκύλλα
SessoFemmina
Luogo di nascitaMegara
ProfessionePrincipessa di Megara

Scilla (in greco antico: Σκύλλα, Skýlla) è un personaggio della mitologia greca. Fu una principessa di Megara.

GenealogiaModifica

Figlia di Niso[1][2] e Abrota[3].

Non ci sono notizie su sposi o progenie.

MitologiaModifica

Fu cresciuta da Carme, la sua nutrice.

Suo padre aveva sulla testa un capello di color rosso porpora di cui un oracolo ne aveva predetto la morte se fosse stato tagliato e lei, per amore di Minosse decise di tagliarglielo[1].

 
Scilla taglia il capello del padre

Era solita salire su una torre delle mura della sua città (Megara) per colpirle con dei sassi ed ascoltare le melodie che si liberavano. Apollo infatti, in precedenza su quelle mura vi aveva appoggiato la propria arpa ed i suoni divini che quell'arpa poteva emettere vi erano rimasti imprigionati[2].
Dalla stessa torre assistette all'assedio mosso dal re di Creta Minosse che, giunto a Magara con le sue navi, era deciso a vendicare la morte del figlio Androgeo[1]. Scilla quando lo vide se ne innamorò[3] e decidendo di favorirlo, uccise il padre recidendo quel capello.
Minosse però, una volta conquistata la città non ricambiò l'amore di Scilla ma la legò per i piedi alla poppa della sua nave e la affogò[1].

Ovidio scrive invece che si gettò in mare e che cercò di attaccarsi alla nave che si stava allontanando, quando suo padre (trasformato dagli dei in un'aquila), la vide e si gettò su di lei che, sempre per volere degli dei, si era trasformata in Ciris, un airone[2].

Nella versione di Eschilo, Minosse corruppe Scilla offrendole una collana d'oro in cambio del suo tradimento[4].

NoteModifica

  1. ^ a b c d (EN) Apollodoro, Biblioteca, III, 15.7 e 8, su theoi.com. URL consultato il 20 maggio 2019.
  2. ^ a b c (EN) Ovidio, Metamorfosi VIII, 1 (KING MINOS AND SCYLLA), su theoi.com. URL consultato il 20 maggio 2019.
  3. ^ a b Igino, Fabulae 157 e 158
  4. ^ Eschilo, Le Coefore 610

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