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Per Scrittura mercantesca si intende quella scrittura adoperata dai mercanti e, in generale, dal ceto borghese nel corso del Basso Medioevo e nella prima Età moderna.

La scrittura mercantescaModifica

Una scrittura usuale e di reazioneModifica

 
La Carta Pisana

Tra XIII e XVI secolo si afferma, all’interno della borghesia mercantile, la scrittura definita mercantesca. Nata a Firenze ma poi diffusasi in tutta l’Italia centro-settentrionale (tanto che si parla di mercantesca pisana, fiorentina, bolognese, milanese, genovese) con l’eccezione di Venezia, dove arriva soltanto nel XV secolo, tale scrittura era insegnata nelle scuole per preparare i mercanti dove era importante non la conoscenza del diritto o delle materie intellettuali, quanto della matematica e delle scienze pratiche[1].

Il motivo per cui non si diffonde subito a Venezia è dovuto al fatto che la mercantesca nasce come reazione, da parte del ceto mercantile, di creare una propria scrittura slegata a quella dell’élite dominante (Petrucci la definisce “separata”[2]), rappresentata da uomini di cultura e da notai (perciò nasce in contrasto con la notarile), e questo spiega come mai a Venezia non attecchisce se non in epoca tarda, in quanto l’oligarchia dominante era composta propria da mercanti.

Si tratta pertanto di una scrittura usuale, slegata dalla conoscenza del latino (infatti i codici e i manoscritti riportanti la mercantesca sono tutti in volgare) e, dal momento che vi vengono realizzati anche dei codici in mercantesca, è anche una scrittura libraria e non solo documentale[3].

TestimoniModifica

Il documento più antico in mercantesca è la Carta Pisana conservata nella città statunitense di Philadelfia, risalente al XII secolo. Il documento è scritto ancora con la base in carolina ma è redatto in volgare e contiene norme per la costruzione di una galea da parte della Repubblica marinara di Pisa[4].

Del 1325 è un documento, invece, contenente un elenco di permute redatto su pergamena in cui appare il nome di Orlando di Ugolino, analfabeta. Quest’elenco è fatto in una scrittura abbastanza regolare nel modulo, e pochi segni abbreviativi. Un secolo dopo abbiamo i documenti dell'archivio del mercante pratese Francesco Datini (1410 ca)[3].

Per quanto riguarda la dimensione codicologica, invece, la mercantesca si attesta per codici scritti in volgare. Si parla di una scrittura redatta abbastanza veloce e scritta con fatica: sono libri di conti, debiti, prestiti scritti da chi vedeva nella scrittura un mezzo per comunicare e per lasciare traccia e memoria di un fatto[1]. Col passare dei secoli, la mercantesca viene realizzata anche per la trascrizione in codici della Divina Commedia, del Decameron e delle cronache storiche quali quella di Giovanni Villani[5].

Caratteristiche graficheModifica

Dal punto di vista grafico, la mercantesca è una scrittura usuale, per cui può assumere un diverso ductus a seconda di chi scrive. Generalmente è tonda, di tipo corsivo ma diritta, con lettere ben separate, piccola, più larga che alta. Le lettere sono legate ma non è una scrittura piegata. Totalmente priva di chiaro scuro. Per quanto riguarda l’origine, essa deriva direttamente dalla carolina. Per quanto riguarda le lettere caratteristiche, abbiamo: 1) la g a forma di alambicco; 2) la e realizzata con doppia asta; 3) la a con l’asta disposta quasi orizzontalmente[6].

NoteModifica

  1. ^ a b Petrucci, p. 157.
  2. ^ Petrucci, p. 158.
  3. ^ a b mercantesca.
  4. ^ Carta Pisana.
  5. ^ Petrucci, p. 160.
  6. ^ Petrucci, pp. 157-158.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica